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Bretagna, non solo Musica [Brittany, Not Just Music]

Non si nasce bretoni, lo si diventa” 

Già terra gallica conquistata dai Romani ai tempi di Cesare, prende il suo nome Bretagna (piccola Britannia, Brittany in inglese con quella y finale nel nome per differenziarla dalla Grande) dai Celti isolani che, fuggendo nel V secolo sotto le spinte degli invasori anglo-sassoni, si rifugiarono in una piccola terra sul continente proprio al di là del Mare Celtico. Da allora la sua è una storia di dinastie ducali e di un braccio di ferro con il regno di Francia, finchè venne, sul finire del Seicento, definitivamente sottomessa al sistema amministrativo francese; ancora oggi è una regione della Francia composta da quattro province o dipartimenti: Finistère, Côtes d’Armor, Morbihan e Ile et Vilaine; ai tempi del Ducato di Bretagna si comprendeva anche la Loira Atlantica.[C.S.]

Already a Gallic land conquered by the Romans in the time of Caesar, it takes its name Brittany (Small Britain), from the Celts islanders who, fleeing from the Great Britain in the fifth century under the pressure of the Anglo Saxons invaders, took refuge in a small land on the continent just beyond the Celtic Sea.
From then on it’s a history of ducal dynasties and a tug of war with the kingdom of France, until it came, at the end of the seventeenth century, definitively subjected to the French administrative system; still today it is a region of France composed of four provinces or departments: Finistère, Côtes d’Armor, Morbihan and Ile et Vilaine; at the time of the Duchy of Brittany, the Loire-Atlantique was also included.

Le rivendicazioni di autonomia che ripetutamente e in vari contesti saltano fuori anche nelle canzoni di cui ci occupiamo in questa sede, partono da molto, molto lontano: la letteratura celtica non è quella che spesso superficialmente insegnano a scuola, citando Tavola Rotonda, Tristano, Isotta e compagnia bella ma quella che esisteva in Galles e in Irlanda sotto forma di testi epici che rappresentavano tutta un’altra civiltà rispetto a quella medioevale, alla quale siamo solitamente abituati, specialmente dall’epoca romantica. Grandi leggende hanno continuato a perpetuarsi in tutta l’Europa Occidentale e in tantissima poesia popolare che troviamo in manoscritti sparsi un po’ dappertutto ad opera degli storici dell’antichità greca o latina.

I Celti hanno dato un impulso spirituale ed artistico enorme all’Europa a partire dal 1000 a.C. e tutte quelle forme che oggi noi conosciamo sotto il nome di “arte celtica” per intrecci, mandala, tessuti, fiorite tra il 500 e il 250 a.C. che, assieme alla musica, hanno caratterizzato per secoli la cultura europea. Questo popolo dominato da passioni e legato allo spirito che anima la Natura, non formò mai una nazione, perchè per sua essenza era convintamente anarchico e feudale, ma la sua vera unione (e quindi anche forza) risiedeva nella condivisione di sentimento religioso, leggi naturali, usi civili, ispirazione poetica e sogno oracolare, dove era assoluta, grazie ai Druidi.

La debole occupazione dell’Impero Romano in Gran Bretagna non ha intaccato la civiltà celtica che è risorta facilmente intatta e la Bretagna Armoricana ha ricevuto i primi Bretoni insulari alla fine del IV° secolo, da qui si può datare la fondazione della civiltà bretone.
Quella dell’autogestione è un’idea puramente celtica, la proprietà non era un diritto assoluto ed era divisa tra chi nominalmente ne era l’intestatario e chi la lavorava e se il contratto non veniva rinnovato, al contadino spettava una indennità equivalente alla sua parte e in questo modo non c’erano poveri e nemmeno terre incolte in Bretagna. La florida società bretone del XXI° secolo era in anticipo di parecchi secoli sulle società feudali francesi e inglesi. Ai giorni nostri sarebbe RIVOLUZIONARIA.
Che interesse poteva avere ad integrarsi nei sistemi dei suoi potenti vicini?
Per i Bretoni, Francia o Inghilterra erano equivalenti e lo spirito più profondo che si nota in molte occasioni in Bretagna anche oggi è più o meno rimasto lo stesso. L’odio e il disprezzo per Parigi e la Francia (e in mancato riconoscimento dei diritti sulla Bretagna e ancor di più la sua appartenenza all’impero) espressi dalle feroci canzoni del primo “chansonnier bretonante”, Glenmor, e via di seguito dagli altri autori ed interpreti recenti partono da lontano, battute e sottintesi compresi.

Ci sarebbe anche da ricordare che fu proprio la conquista romana e la conseguente conversione forzata al cristianesimo dei popoli delle campagne d’Europa, la persecuzione e la derisione di ignoranti e saccenti, a far calare il velo del silenzio sulla cultura celtica.
L’antica tradizione druidica collocava invece l’uomo nel sistema naturale e gli riconosceva, sì di avere un corpo figlio della Terra e un’anima erede del Principio del Cielo, ma anche la responsabilità all’interno del Creato: era compagno delle divinità, guardiano del giardino, amministratore delle pietre, curatore delle piante, custode degli animali, fratello di vento, acqua e fuoco.

La musica di cui trattiamo è stata la colonna sonora di un tentativo di risveglio di una antica coscienza celtica assopita e sepolta nel profondità dell’inconscio collettivo. In Bretagna, le poesie musicali, permeate di un simbolismo tutto celtico della voce di Glenmor prima, l’arpa di Alan Stivell, fatta rinascere dal padre Jord poi e l’opera artistica di tutti gli altri venuti di seguito, hanno tirato in questa epoca le antiche memorie e le melodiose sonorità degli dèi d’Irlanda, i “Túatha Dé Danaan” oltre all’attenzione di ciascuno verso l’interno di sè stesso, nella speranza (probabilmente utopica, come purtroppo molti degli altri tentativi degli anni 60/70) di un miglioramento dei rapporti sociali ed umani e di un rinnovamento nella direzione di un luogo impalpabile ai confini del mondo: ” Tír na nÓg”.
(Flavio Poltronieri 01/05/2020)

I CANTI DEL MARE

Nonostante due terzi degli iscritti marittimi francesi siano bretoni, fino all’inizio degli anni ‘80 il repertorio consacrato al mare riservava quasi esclusivamente alla tradizione orale i canti di lavoro di lungo raggio sulle baleniere nantesi e di Le Havre d’inizio 19° secolo, a maggior ragione i, purtroppo rari, “chants à hisser” dei pescatori bretoni d’Islanda. Ma anche quelli dei marinai di Vannes arruolati nella Royale o di battaglie navali e naufragi, non erano da meno.
In questo repertorio, oltre a quelle legate all’epopea dei marinai a bordo dei grandi velieri, ci sono le canzoni della costa che descrivono la vita quotidiana delle popolazioni litorali e che riflettono la cultura del porto, soprattutto di Brest: pescatori, carpentieri, calafati, cabotieri, operaie e operai delle industrie conserviere e dei cantieri navali. Senza mai tralasciare ovviamente le onnipresenti “donne da cinque soldi” e le servette delle bettole di Nantes.
Le popolazioni non hanno mai smesso di interpretare questi canti ma, in confronto con quelle di terra, per molto tempo le pubblicazioni a loro consacrate sia in Alta che in Bassa Bretagna, sono state merce rara. L’immenso e terrificante oceano ha sempre esercitato un fascino profondo e arcano, cosa che, per esempio, non è accaduta con il mare di Provenza o in Linguadoca, come d’altronde nemmeno è stato con il Mediterraneo.
(Flavio Poltronieri 29/06/2020)
ARCHIVIO CANTI DEL MARE

Alexey Petrovich Bogolyubov Scena della costa bretone XIX secolo

I Bretoni hanno cantato la loro vita a voce alta o con basso lamento, per esprimere la loro gioia o alleviar il dolore. Dalla culla alla tomba sono stati accompagnati dai canti e ogni occasione era buona per scrivere una canzonePierre Jakez Helias (Per Jakez Hélias)

A-Z lista canti bretoni – BRETON SONGS list

I PERSONAGGI DEL BRETON FOLK REVIVAL

Denez Abernot
Annkrist
Dan Ar Braz
Gweltaz Ar Fur
Anne Auffret
Roland Becker
Lina Bellard
Bernard Benoit
Cabestan
René Guy Cadou
Tristan Corbière
Gerard Delahaye
Anjela Duval
Gérard Ducos
Annie Ebrel & Luise Ebrel
Patrick Ewen
Melaine Favennec
Glenmor
Xavier Grall
Gwendal
Youenn Gwernig
Per Jakez Hélias
Manu Lann Huel
Andrée Le Gouil
Yvon Le Men
Yann Fanch Kemener
Paol Keineg
Serge Kerguiduff
Kirjuhel ( Jean-Frédéric Brossard )
Nolwenn Korbell
Arnaud Maisonneuve
Erik Marchand
Maripol
Pierre Menoret
Myrdhin
Kristen Nikolas
Kristen Nogues
Maxime Piolot
Yann-Bêr Piriou
Denez Prigent
Gilles Servat
Alan Stivell
Storlok
Rozenn Talec
Bernez Tangi
Michel Tonnerre
(An) Triskell
Tri Yann
Angèle Vannier
Marthe Vassallo

THE LORIENT INTERCELTIC FESTIVAL

Dal 1971 ad agosto nella regione del Morbihan  si tiene il Festival Interceltico di Lorient il più grande raduno delle culture del mondo celtico, un festival di ricerca, di creazione, e incontri aperto a tutto il mondo, un appuntamento annuo inevitabile per tutte le nazioni Celtiche. Per dieci giorni rivivono le antiche tradizioni celtiche in un ricco calendario di spettacoli, giochi, esibizioni, mercati tradizionali e cene tipiche. Il Festival raccoglie l’eredità un po’ appassita del Campionato Nazionale di Bagadou che si svolgeva a Brest, introdotto poco dopo la guerra ispirandosi alle celebri pipe band scozzesi, è il tempo dei “sognatori” tra i quali Jean Pierre Pichard e Pierre Guercadic che trovano nella città portuale di Lorient la nuova sede e la nuova linfa.
Un ponte tra terra e mare, tra passato e futuro, ricerca delle proprie radici e ascolto degli altri: patria della world music in segno di pace e amicizia per la rinascita di un sentimento celtico (pan-celtico).
[From 1971 to August in the Morbihan region is held the Interceltic Festival of Lorient the largest gathering of cultures in the Celtic world, a festival of research, creation, and meetings open to the whole world, an inevitable annual meeting for all the Celtic nations . For ten days the ancient Celtic traditions live again in a rich calendar of shows, games, performances, traditional markets and typical dinners.
The festival brings together the faded heritage of the Bagadou National Championship in Brest, introduced shortly after the war, inspired by the famous Scottish pipe bands, but the witness then passed into the hands of some “dreamers” as Jean Pierre Pichard and Pierre Guercadic; they put the new headquarters in the port city of Lorient and now it is the first festival of France and the most important interceltic gatherings in the world.
A bridge between land and sea, between past and future, searching for one’s roots: homeland of world music as a sign of peace and friendship for the rebirth of a Celtic feeling (pan-Celtic)] [C.S.]

APPUNTI DA UN VIAGGIO IN BRETAGNA
In Bretagna le atmosfere e le sonorità che le bombarde oniriche regalano non sono un fragile simulacro, le schegge acustiche che escono dalle arpe sanno trasformare i boschi in brughiere… La natura non è mai doma, ti assale con onde oceaniche e piogge trasversali, con i menhir di roccia, questi dolmen, misteri megalitici dell’età del bronzo anteriori alla civiltà celtica che rappresentano ancora uno degli enigmi dell’archeologia e disegnano con la loro silenziosa presenza, misteriosi ritmi sulle grandi estensioni verdi. Campane risuonano e ovunque croci di pietra lungo le stradine di campagna, fra le case, in mezzo ai villaggi: i “calvari”, costruzioni fiorite di statue lungo lo schema svettante che unisce l’immagine dell’albero verde a quello dell’albero maestro degli antichi velieri, con una disposizione a schema che curiosamente richiama il gioco degli scacchi e i suoi simboli: il Cristo, la Vergine, San Giovanni, i ladroni, i cavalieri, gli angeli… 
Antico e moderno sono perennemente fusi, paesaggio e poesia, musica e natura narrano delle eterne paure, proteste, riflessioni, lotte e spiritualità dell’essere umano, fuori dal tempo. Piove tre volte al giorno anche sui misteri dei Monts d’Arrée come nella foresta di Paimpont, i settemila ettari del l’antico bosco sacro di Brocéliande, bisogna evitare di farsi bloccare nella Valle Senza Ritorno e anche guardarsi bene dal calpestare l’Erba Dimenticata. E’ un sentiero di fango ma quando la tempesta si fa troppo minacciosa basta versare l’acqua di questa fonte sulla pietra vicino alla fontana e tutto si placa.
E piove su Ouessant, l’isola in cui tutti gli uomini sono dei marinai e dove il mare molti di loro non li restituisce più. Per costoro c’è un’antichissima usanza da queste parti: quella di mettere in atto un finto funerale al quale la gente arriva sempre numerosa da ogni angolo dell’isola per partecipare alla funzione. 
Il rito si chiama “proella” in bretone, che probabilmente deriva dal latino “pro illa anima” e proprio una canzone moderna con questo titolo può capitare di ascoltare dall’emozionante voce di Manu Lann Huel prima di un antichissimo e lunghissimo gwerz. Ascoltare un gwerz bretone è penetrare in un mondo differente, sempre drammatico e proprio nel momento preciso in cui l’avvenimento accade e si svolge sotto i nostri occhi in tutta la sua intensità, quadro dopo quadro. Che si tratti di un avvenimento storico oppure leggendario, un gwerz non si può ascoltare così come viene, distrattamente. E’ esigente e domanda massima attenzione, approvazione, immersione. Non si ascolta, bisogna accettare di viverlo in prima persona.
La separazione tra cultura ufficiale e cultura popolare è sempre stata nettissima. Ma la musica bretone non si è ripiegata su stessa, ha guardato avanti, indietro a destra e a manca. Ovunque al mondo purtroppo ci sono culture minacciate od oppresse, in Bretagna non si contano le collaborazioni musicali che emergono con sempre rinnovato vigore nella produzione contemporanea. La finestra è rimasta aperta e oramai non potrà più essere chiusa qui dove l’Europa finisce, Youenn Gwernig, il grande poeta, nel 1976, sedici anni prima di Leonard Cohen e del suo famoso ritornello di “Anthem”, cantava “non ci sono muri senza un buco”.
Ogni anno le composizioni sono più visionarie, le luci più intense, i suoni più sinuosi, la geografia più spinta, la storia più ampia, l’orizzonte è l’intera musica popolare del mondo, l’improvvisazione e la tradizione sono separate da una linea evanescente. Un immaginario sensibile, un temporale della ragione dove si celebra l’intelligenza delle radici degli alberi. Testi in lingua gallo accompagnati dai suoni della tradizione turca, fanfare delle fest-noz che incontrano la musica dell’India o della Serbia, il kan ha diskan e la poesia armoricana del secolo passato che si immergono nel jazz o nel rock del futuro. In proporzione, sono davvero incredibili la quantità e la qualità di musica che questa regione ogni anno mette in commercio se consideriamo che la “vague bretonne” si è estinta da tempo e che oramai la canzone è un gigantesco cimitero dove interi straordinari cataloghi spariscono definitivamente e tesori formidabili che se ne vanno irrimediabilmente perduti. I poteri pubblici che sembrano salvaguardare ogni cosa non proteggono la canzone che non porti grandi guadagni economici, al mercato francese, come a quello italiano, nessuna canzone interessa davvero.
(stralciato da Appunti di un viaggio in Bretagna di Flavio Poltronieri)

LINK
Pierre Quentel: Son ha ton
Christian Souchon:

http://chrsouchon.free.fr/barzha1e.htm
http://chrsouchon.free.fr/danses1a.htm
COOP  BREIZH
http://ontanomagico.altervista.org/danze-bretoni.html
IL SITO CON TUTTO E DI PIU’ SULLA BRETAGNA:
Stefano Pecchi http://www.bretagna.com (Finisterre- un italiano in Bretagna)
e in particolare
http://www.bretagna.com/storia-della-bretagna-raccontata-da-un-profano/