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Storlok: Il primo rock bretone

Degli Storlok e del loro unico disco “Stok ha Stok” fatto di canzone politica ed esistenziale e prodotto dalla gloriosa Coop. Névénoé nel 1979, si è già ampiamente parlato nel sito Antiwar Songs, così come dei suoi due principali e rigorosi creatori: il gutturale Denez Abernot e il ruvido Bernez Tangi (Bernard Tanguy). Basti dire che l’influenza di Storlok sulla scena bretone fu enorme, inversamente proporzionale alla scarna discografia (costituita oltre che da questo disco, solo da un precedente 45 giri) e ai soli dieci concerti nell’arco dei quattro anni di vita del gruppo di Léon. Un gruppo dallo spirito punk, il cui nome equivaleva appunto a “frastuono”.

Gwerz Ar Vezhinerien – Complainte Des Goémoniers

Tra i 9 pezzi dell‘album spicca Gwerz Ar Vezhinerien – Complainte Des Goémoniers già recensita da Riccardo Venturi in Antiwar songs. Il brano sebbene creduto un tradizionale è stato composto da Denez Abernot e poi diffusosi capillarmente tra i cantanti bretoni tanto da potersi classificare come una canzone popolare.
Scrive il Venturi “Non saprei bene come rendere questa parola. Il goémon (in bretone: gouemon o bezhin, in francese anche varech) è una strana cosa. E’ un miscuglio compatto di alghe. Alghe marroni, rosse e verdi che formano una massa indeterminata, che l’oceano deposita con le maree sulle scogliere bretoni, a tonnellate. E’ un fertilizzante naturale formidabile, ma in Bretagna lo usano da secoli anche come combustibile. Un termine italiano non esiste; lo chiamerò quindi goémon.
Uomini e donne partivano a raccogliere il goémon, che è un lavoro durissimo, massacrante; il goémon doveva essere tagliato con una speciale e micidiale falce a lama e a manico lunghi, una specie di frullana che veniva chiamata significativamente gilhotinn, ovvero “ghigliottina”. E, infatti, ghigliottinava letteralmente le mani dei raccoglitori. Bastava un colpo dato male per ferirsi seriamente.
La raccolta del goémon si faceva a partire dalle tempeste del mese d’aprile, e il lavoro durava giorno e notte fino alla fine dell’estate. Nelle altre stagioni, andare sulle scogliere avrebbe significato morte sicura. Il goémon, certo, si trovava anche sulle spiagge; ma misto alla sabbia era di qualità molto peggiore.
Una volta raccolto, il goémon veniva messo a seccare. Una volta ben secco, veniva bruciato ad alta temperatura; si depositava allora, nei fossi creati appositamente per l’operazione, una specie di “lava minerale” e lo iodio contenuto in grande quantità nel goémon evaporava. Quel che restava veniva poi formato in “pani” (i cosiddetti pains de la mer) che, in pratica, erano soda. La si usava un po’ per tutto, anche per fare la tintura di iodio. Dopo che il famoso Daguerre scoprì la sensibilità dello ioduro d’argento alla luce, si servì del prodotto per le prime fotografie della storia; e lo ioduro d’argento era fatto col goémon.
Insomma, una ricchezza naturale che rappresentava, in Bretagna, l’unica alternativa reale alla pesca. Un’alternativa che costava, esattamente come la pesca, lacrime e sangue; anche perché in mare le donne non andavano, mentre a raccogliere il goémon sì. Come in questa canzone, il cui titolo contiene la forma “mutata” (vezhinerien) del termine bezhin.
Questa canzone è un omaggio al durissimo lavoro di chi andava a raccogliere quella specie di bendiddio fornito dal mare. Lo si fa ancora, ma sempre di meno. Specialmente da quando sulle coste del Finistère (Penn Ar Bed in bretone, ovvero “Capo del Mondo”) si raccoglie più spesso il petrolio delle maree nere. Sulle coste si trovano comunque ancora i fours à goémon e i fossi per la combustione.
[integrazione dal sito Antiwarsongs]

Si ascolti anche

Korydwenn
Denez Prigent 

Gwerz Ar Vezhinerien – Complainte Des Goémoniers CANTO DEI GOÉMONIERS-Denez Abernot


I
Na pa ‘moa klevet ar c’heleir
E ranke mond kuit va mestrez
Da vezhinañ d’an enezeier
Trielen ha Molenez
O landi lan dilo,
o landi lan dilo,
o landi lan dilo.
II
Na pa ‘moa klevet ar c’heloù
E ranke mond kuit mintin mad
Kerkent ha ma save ar gouloù
E save ad dour en va daoulagad
III
Kar ar vuhez en enezennoù
‘Zo ur vuhez trist ha kalet
Bemdez, bemnoz e-kreiz ar poanioù
Ar vezhinerien ‘zo tud daonet
IV
En o bagoù, abred diouzh ar mintin
E lakont ar c’herreg en noazh
Faoutet o daouarn gabd ar c’hilhotinn
Ha torret o c’hein gand ar gravazh
V
Ar beleg kozh er gador a lavar
Ez eus un Doue war ar mor
Hag un Doue all c’hoazh war an douar
Evid ar re a chom er goudor
VI
An hini en-deus savet ar ganouenn
En-deus bet klevet alies
Kerent, mignoned hag amezeien
O kontañ buhez an enezeienn
VII
E dad kozh en-deus bet graet ar vicher 
Da drouc’hañ an tali moan
A-hed e vuhez war ar reier
Etre Plouguerne ha Kerlouan.
Traduzione italiano Riccardo Venturi
I
Quando ho sentito la notizia
che la mia donna doveva partire
per la raccolta del goémon sulle isole (1)
di Trielen e Molène
O landi lan dilo,
o landi lan dilo,
o landi lan dilo.
II
Quando ho sentito la notizia che
doveva partire al mattino presto, 
fino dall’alba
mi ero messo a piangere
III
Perché la vita sulle isole
è triste e dura,
ogni notte, ogni giorno nel dolore,
i goémoniers sono gente dannata
IV
Montano in barca la mattina presto,
mettono gli scogli a nudo
con le mani spaccate dal gilhotinn
e spezzandosi la schiena con la carriola
V
Dal pulpito il vecchio prete dice
che c’è un Dio sul mare
e un altro in terraferma
per chi è rimasto al riparo
VI
L’autore di questa canzone
ha sentito molte volte
parenti, amici o vicini
raccontare della vita sulle isole
VII
Suo nonno ha fatto quel mestiere
tagliando il goémon fine,
tutta la vita sulle scogliere
fra Plouguerneau e Kerlouan

NOTA
1) si narra che sull’isoletta di Sein, le donne che possiedono il cosiddetto “dono di confidare” per recarsi ai “sabba del mare” con gli spiriti maligni delle acque, utilizzino come imbarcazioni proprio i cesti di vimini con cui si usa raccogliere solitamente goémons. Questi cesti hanno la parte inferiore rientrante come il fondo di una bottiglia e per trattenere il carico vi si conficca una bacchetta (che in bretone sui chiama bâ bédina) che le vecchie usano appunto come remo e timone stando accovacciate sui calcagni. I cesti così diventano Bag-Sorcéres, ovvero barche della stregoneria. Quest’isola che si trova ad ovest della Pointe du Raz, alcuni sostengono fosse l’Insula Sena dei Romani (dove officiavano nove sacerdotesse), altri che si tratti invece dell’Isola dei Sette Sonni, dove venivano sepolti di druidi defunti. Leggende narrano che sia proprio da quelle parti che si aggirino le anaon, ovvero le anime dei trapassati, quei spiriti malefici destinati ad errare senza sosta.[FP]

Bernez Tangi : Le nozze del diavolo

La Bretagne a-t-elle autant de charmes pour border de sable l’horizon”, diceva un giovane Gilles Servat. Dopo Glenmor “la primogenitura”, Stivell “la limpidezza”, Servat “la bellezza”, Gwernig “la migrazione” ecco Tanguy “la sporcizia”:

“…solitario sono corso verso la morte e la battaglia…non mi hanno ancora preso, la mia pelle non è in vendita, non sono ancora cotto, il vecchio non è ancora morto…è l’ultima volta che annunciano la pace…è l’ultima volta che annuncio la guerra…il disordine nel cuore delle vostre chiese creerà un gran tumulto, quando l’onda è là, è troppo tardi per il dispiacere, quando il cerchio non è più tondo, siete stregati…io mescolerò le lettere del vostro alfabeto, i bambini lasceranno le vostre case per seguire il suono del mio flauto nelle montagne…chi amerà capirà la bellezza”. (trad. Flavio Poltronieri)

Bernez Tangi: un bel nome per un Bardo d’oggi. I Bardi, a seconda delle epoche, hanno avuto aspetti differenti: all’inizio erano una delle tre classi di cui si componeva l’ordine dei druidi, poi contribuirono a tramandare le tradizioni da cui sorgeranno i romanzi della Tavola Rotonda, infine il loro aspetto fu quello di contadini ispirati tesi al racconto cantato o alla direzione delle danze. Innumerevoli sono gli esempi che li vedevano nelle vesti di straccivendoli, rigattieri, venditori di cianfrusaglie andare di villaggio in villaggio portando alla gente del popolo misteriosi racconti, lontane notizie, favole, lamentazioni. Bernez, Bardo d’oggi che guarda con gli occhi della sua infanzia:

Mamma, che giochi il jack di picche con gli spiriti malati, le stelle si sparpagliano qua e là al vento del sud, la tromba in cantina è debole e morente…alla libreria Guyomarc’h ci allevano le pecore, il cigno una volta piumato è un pasto di festa per i vermi, il cuginetto dell’orologiaio non succhia che latte fermentato…l’apostolo pronuncia incessantemente delle frasi in francese, nessun cavallo nitrisce sulla sabbia rossa del cortile della scuola…Bisogna partire subito per la battaglia di Kerguidu?” (trad. Flavio Poltronieri)

Questa è una lingua di favole e leggende ma che sono contorte come radici, la lingua di roccia delle parole con le quali L’Uccello di Fuoco saluta La Regina Del Fieno. Nessuna delle sue canzoni assomiglia a quella che la segue. Assomigliano tutte invece molto a quella terra: aspre, crude, reali e assolutamente libere da vincoli musicali, né folk, né jazz, né rock, parole che narrano su un solo di cornamusa come su uno blues di chitarra elettrica, con voce ruvida e gutturale, tutte storie tragiche: di mulinai violentatori, di innocenti fuggitivi, di piogge acide, di Bobby Sands, di bevitori di sangue, di George Jackson, dell’incubo nucleare, dell’angoscia del quotidiano o dell’emigrazione verso Lampedusa, di amori interdetti per decreto. Visioni allucinate e allucinanti di una intensità drammatica che per alcuni risulterà insopportabile. Bernez si confronta con i suoi demoni, rasentando tormenti e follia in un corpo a corpo assoluto con il dramma (e quando racconta dell’ospedale psichiatrico parla di un delirio che lui stesso ha vissuto in prima persona). Questi gwerzioù sono per lui un esorcismo, un miscuglio allucinato e apocalittico di autobiografia e fantasia:

“…il tuo uomo ci ha lasciati per un altro paese, un’altra città, è partito vagabondo di corpo e di spirito per l’altra parte delle stelle, ha mormorato giusto prima – ditegli di ricordarsi del mio destino di operaio – è inutile piangere, meglio cantare e bere qualche birra anche se amara, solo la mia memoria è sobria, la borghesia e i borghesi addormentati nelle loro ville, sono loro che dirigono la legge dell’architettura che regna sul mondo, in ogni paese, in ogni villaggio non ci sarebbero case senza il sangue dei muratori mescolato alla malta….”. (trad. Flavio Poltronieri)

Fin dai tempi lontani degli Storlok e ancor più ai giorni nostri, questo corpo a corpo è senza esclusione di colpi, attraversa come una lama tutte le poesie e le canzoni di Tangi. I suoi versi contengono e a stento trattengono il furore e il fervore di strofe articolate e disarticolate, danzano gonfiando le pagine una dopo l’altra e marchiandone l’anima a ferro rosso. Al pari solo del suo misterioso cugino Kristen Nikolas, altro eccelso e maledetto cantore del tormento.

“A quell’epoca ve lo dico non c’erano né frumento né avena tutti erano dei cacciatori e nessuno dava l’elemosina. Chi ha conosciuto quei tempi sarà cieco per il resto dei suoi giorni ma sarà in grado per sempre di spezzare le sette catene. Fu l’inizio della battaglia dei ratti i magri e i forti una moltitudine all’assalto della montagna e molti per perdere la propria anima. Ora il cielo per secoli sarà riempito di sangue e lacrime i mari coperti di neve di parassiti sottomessi, invase le più alte sfere. Non cercate la fine dei nostri anni di rovine il loro nutrimento spirituale è il marciume non aspettate Re Artù.” (trad. Flavio Poltronieri)

BA’R MESKACHBernez Tangi dal cd “Eured an diaoul” (Le Nozze del diavolo) 2001
NELLA CONFUSIONEtraduzione italiana di Flavio Poltronieri

M eus an’ve’et mat ar paotr
pa ’n’eus lakaet an tan en aod
bet eo bet ’ ti ar chaloni
bet eo bet chef ur bagad bigi

’M eus an’ve’et mat ar plac’h
da eil devezh an dispac’h
’ oa-hi ga’ pevar micherour
’vont da gaout tud o klask sikour

D’ar poent-se e lâran deoc’h
ne oa na gwinizh na kerc’h
holl ar re-se oa chaseourien den
’bet ’vit reiñ an aluzen

An hini ’n eus an’ve’et an amzer-se
’ vo dall ’vit peurest e vuhez
met, gouest eo, sur da viken
da derriñ ar seizh chadenn

Krog e oa emgann
ar razhed
ar re voan, ar re galet
kalz e oant ’vit
pign’ ga’ r menez
ur bern evit koll o ene

Bremañ an oabl ’vit kantvedoù
a vo leun ga’ gwad ha daeloù
ar morioù goloet ga’ erc’h
preñved doñv
betek an nec’h

’Dalv ke’ ’boan deoc’h klask ar fin
deus hor bloavezhioù rivin
boued o spered
zo breinadur
’ chomit ket da c’hortoz Arzhur

’M eus an’ve’et mat ar paotr
bet eo bet soudard ha martolod
bet eo bet diwaller-moc’h
lazhet ’n’eus ’vit ar peoc’h

’M eus an’ve’et mat ar plac’h
he deus renet un toull-bac’h
gwerzhet ’ deus ur wech he c’horf
en ur winstub lous en Altdorff

An daou-se zo ’barzh ar vered
war o bez armeoù a red
n’eo ket brav dibab en noz
ar pezh zo gwir, ar pezh zo faos.
Quel ragazzo l’ho conosciuto
Quando ha incendiato la spiaggia
E’ entrato nella casa del canonico
E comandato una squadra di navi

Ho conosciuto la ragazza
Il secondo giorno della rivoluzione
In compagnia di quattro operai
Volava in aiuto a persone in difficoltà

A quell’epoca ve lo dico
Non c’erano né frumento né avena
Tutti erano dei cacciatori
E nessuno dava l’elemosina

Chi ha conosciuto quei tempi
Sarà cieco per il resto dei suoi giorni
Ma sarà in grado per sempre
Di spezzare le sette catene

Fu l’inizio della battaglia

dei ratti
I magri e i forti
Una moltitudine

all’assalto della montagna
E molti per perdere la propria anima

Ora il cielo per secoli
Sarà riempito di sangue e lacrime
I mari coperti di neve
Di parassiti sottomessi,

invase le più alte sfere

Non cercate la fine
Dei nostri anni di rovine
Il loro nutrimento spirituale

è il marciume
Non aspettate Re Artù

Questo ragazzo, l’ho conosciuto
E’ stato soldato e marinaio
E’ stato anche porcaro
Ha ucciso in nome della pace

La ragazza anche, l’ho conosciuta
Ha diretto una prigione
Un giorno ha venduto il suo corpo
In una sordida enoteca di Altdorff

Ora riposano al cimitero
Degli eserciti calpestano le loro tombe
Non è facile nella notte
Distinguere il vero dal falso

PLAC’H LANDELO – LA FANCIULLA DI LANDELEAU

Denez Prigent 

PLAC’H LANDELO – LA FANCIULLA DI LANDELEAU
Bernez Tangi


I
Bez’zo ur plac’h e Landelo
Landandeli di landandandeli
di lan dan dan deli deli do
Bez’zo ur plac’h e Landelo
Kant gwech ‘neus karet
Kant gwech bet gloazet
II
Freget he c’halon e pilhoù
Landandeli di landandandeli
di lan dan dan deli deli do

Freget he c’halon e pilhoù
‘barzh ‘vefe kavet
Ur prad alaouret
III
Kleier hanternoz ga’t o sko
Landandeli di landandandeli
di lan dan dan deli deli do

Kleier hanternoz ga’t o sko
Ez a kuit diarc’hen
Gant he sae saotret
IV
Ur puñs e-kichen a zo
Landandeli di landandandeli
di lan dan dan deli deli do

Ur puñs e-kichen a zo
D’ar veol hi zo aet
He divronn ‘neus glebiet
V
Al loar a luc’h tro-war-dro
Landandeli di landandandeli
di lan dan dan deli deli do

Al loar a luc’h tro-war-dro
En dour trankilaet
‘zegas dezhi he c’hened
VI
Met galv’ ‘ra ‘nezhi ar c’hav
Landandeli di landandandeli
di lan dan dan deli deli do

Met galv’ ‘ra ‘nezhi ar c’hav
Va c’hoantig karet
Amañ ‘vo ankouaet
VII
‘Kichen ‘kresk ur bod iliav
Landandeli di landandandeli
di lan dan dan deli deli do

‘Kichen ‘kresk ur bod iliav
Mar plij, me ho ped
Kemerit un tamm
VIII
Hag an tamm-se c’hwi a daolo
Landandeli di landandandeli
di lan dan dan deli deli do

Hag an tamm-se c’hwi a daolo
‘lec’h ‘mañ-hi kousket
‘N he bez-dour da viken.
Traduzione italiano Riccardo Venturi
I
C’è una fanciulla a Landeleau
Landandeli di landandandeli
di lan dan dan deli deli do

C’è una fanciulla a Landeleau
Cento volte si è innamorata
Cento volte è stata ferita
II
Il suo cuore lacerato
Landandeli di landandandeli
di lan dan dan deli deli do

Il suo cuore lacerato
Prima che avesse trovato
Un prato dorato
III
Le campane suonano a mezzanotte
Landandeli di landandandeli
di lan dan dan deli deli do

Le campane suonano a mezzanotte
E se ne parte a piedi nudi
Col suo vestito macchiato
IV
C’è un pozzo là vicino
Landandeli di landandandeli
di lan dan dan deli deli do

C’è un pozzo là vicino
Alla cisterna lei è andata
Bagnandosi i seni
V
Tutt’attorno brilla la luna
Landandeli di landandandeli
di lan dan dan deli deli do

Tutt’attorno brilla la luna
Nell’acqua tranquilla
Recandole la sua bellezza
VI
Ma quel buco la chiama,
Landandeli di landandandeli
di lan dan dan deli deli do

Ma quel buco la chiama,
Mio tesoro, mia amata
Qui sarai dimenticata
VII
Qua vicino cresce un cespo d’edera
Landandeli di landandandeli
di lan dan dan deli deli do

Qua vicino cresce un cespo d’edera
Per favore, ve ne prego
Prendetene un ciuffo
VIII
E quel ciuffo lo getterete
Landandeli di landandandeli
di lan dan dan deli deli do

E quel ciuffo lo getterete
Là dentro dove lei giace per sempre
Addormentata nella sua tomba d’acqua.

LINK
https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=41549
https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=51178
https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=56264&lang=it

Pubblicato da Flavio Poltronieri

Autore - Traduttore - Etnomusicologo

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