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Terre Celtiche Blog

Bernard Benoit: Un arpeggio saluta l’onda e i macareux

Bernard Benoit cantore senza parole della natura profonda e della sua anima..

Bernard Benoit

Quando viene la fine dell’onda
e se ne ritorna l’ultima risacca della marea.
..
le stelle non sono più sul volo dei pulcinella di mare
ma quando sento laggiù, queste grida gloriose
a risonanza di granito
una musica gelata mi sale nelle vene
con una sete di libertà
che mi disegna ancora il volo di questi cormorani”

Sul pentagramma di Bernard Benoit l’ispirazione nacque non dai libri ma dalle onde e dalle rocce, quasi senza accorgersene, forse grazie allo stupore e alla meraviglia infantili davanti all’ordine armonioso di una natura vasta e selvaggia madre che vive in tutto quello che è d’intorno. Nei germogli prepotenti di marzo, come nel docile morire delle foglie a novembre, nel chiudersi delle corolle al tramonto e nel loro riaprirsi al primo sole. Nacque dall’andirivieni continuo degli uccelli sulla maestà dell’oceano armoricano, da quel nascondersi nel bosco quando d’estate il cielo si rabbuia e, nella calma improvvisa, il vento scocca il primo lampo.

Oppure dal misterioso ordine primigenio che governa gli stormi e i loro estri, come primigenia è la potenza dei cavalloni, la cui voce accompagna i moti del giorno e della notte, con un suono continuo, oscillante e immutabile. Queste tracce hanno indicato a Bernard Benoit un linguaggio che è strada tra realtà e anima, un cammino lontano dall’asfalto, tra le danze del villaggio e del paese immaginario, dove la dolcezza arresa del fieno si mescola al profumo aspro dell’erba appena falciata.

Bernard Benoit è il cantore senza voce di una natura mai separata dallo spirito del mondo vegetale e animale. Un pioniere anche, perché fino al suo arrivo la chitarra classica con le corde di nylon e la 12 corde, in Bretagna erano limitate al ruolo di mero accompagnamento, le sue cascate di arpeggi e la timidezza di quest’uomo della landa di Fréhel, sono i tratti della sua arte. L’incanto scaturisce dalla concentrazione favolosa dalle sue dita, che sono talmente sensibili da fargli apparire l’Héritière de Keroulaz discendere il fiume d’Huelgoat e fermarsi sul bordo del mare per salutare un attimo il flusso e il reflusso delle onde a notte fonda, prima di seguire, per amore, l’Ankou e la sua carretta.

La sua modestia è pari solo al talento di questo superbo chitarrista, grande ammiratore di Villa-Lobos e di Jean-Sébastien Bach, della musica andalusa come di quella andina di Atahualpa Yupanqui.
Un esteta delle corde da cui nascono le immagini, le sensazioni, le palpitazioni e le risposte di un paese intero, un paese che prende il respiro nel nord per portarlo tra le bellezze feroci delle falesie di Cap Fréhel. La sua musica risponde ad una domanda interiore, partecipa alla spiritualità e al misticismo della natura che dimora dentro e fuori l’essere vivente e permette agli elementi di dare voce ai nostri fantasmi attraverso il grido glorioso di gabbiani, gavine e cormorani.

Bernard Benoit: An dro pour trois guitares 1973
Bernard Benoit, Glenmor

Originario di Saint-René, Bernard Benoit è nato il 4 maggio 1948 e ha vissuto un paio di anni nelle Antille. Incontra ancora adolescente, Maripol e diventa ben presto suo arrangiatore e l’accompagna abitualmente sia nei dischi che nei concerti e lo stesso avviene con Glenmor e con la di lui moglie, Katell.
Ha vent’anni, ma ne dimostra ancora sedici e ha sempre composto in un registro unicamente introspettivo. Infine, nel 1973 i suoi arpeggi lo incoronano novello troubadour solitario. “Un fiore sbocciato tra le rocce di pietra dei Monts d’Arrée” lo definì Xavier Grall.

Il suo secondo LP, Lutunn Noz, in copertina mostra il Picco di Port-Coton al calar del sole.
E tra i solchi dei suoi dischi si incontra quello stesso sole che fa risplendere le baie e le isole della “Terre dell’alto” alle “Saints” (come vengono chiamate, laggiù, le Antille, isole popolate da discendenti bretoni, i cui nomi fanno Le Gall, Kermarec, Tanguy, Le Doré….). Il vento di galerne e quello d’autan hanno appuntamento nella sua musica, come l’incontro tra l’armor (il paese di mare) e l’argoat (il paese terrestre), la sua chitarra ha la stessa forma femminile dell’arpa, così in voga in quegli anni.

Bernard Benoit : Lutunn Noz

Nel 1978, nel suo terzo disco Rigena, gli spazi si aprono, il pezzo omonimo riempie l’intera durata degli oltre venti minuti della seconda facciata dell’LP, alla maniera di Mike Oldfield e proprio cinque mesi dopo il chitarrista inglese raggiungerà l’apice della sua creatività con le meraviglie delle suites di Incantations. Indubbiamente affinità creative e fonti d’ispirazione comuni in quegli anni se ne riscontrano tra i due chitarristi. In questo caso la musica è scritta in gloria ad Erquy-la-Bleue, come in un sogno romantico gli effetti acquatici degli strumenti e dei meravigliosi vocalizzi della sirena Genica Gael (alias Laurence Meillarec) richiamano in vita il valzer glorioso di una città inghiottita, nell’anno 732, dai flutti di un maremoto (secondo gli scritti di un monaco) che ricopriranno tutto il litorale. I luoghi in cui è ambientata questa leggenda sono oggi molto conosciuti e frequentati in Bretagna: al giallo brillante dei ginestroni primaverili si succede il viola dell’erica estiva e le scogliere sono di arenaria rosa al profumo di brughiera.

Rigena (o Reginea o ancora Nozado) era un’antica, prosperosa città di origine gallo-romanica che si trovava all’altezza di La Rance tra Dinard e St. Malo e che la collera del cielo distrusse per motivi simili a quelli che portarono alla condanna di Ys. Da quelle parti anche oggi la gente racconta che le donne erano così belle nella città di Rigena e avevano la pelle così bianca e trasparente, che quando bevevano si poteva vedere chiaramente il vino scender giù dalla loro gola.

Bernard Benoit : Rigena

L’intreccio delle sue corde orna anche le preziose opere di Serge Kerguiduff e Pierre Ménoret ma è soprattutto il ricordo di Glenmor a non abbandonarlo, lui che seppe essere fiamma in inverno, nuvola in estate e canto della pioggia. All’orizzonte musicale delle composizioni di Bernard oramai gli spazi epici si dilatano all’infinito. Lo spirito creatore, terra, vento, mare, uccelli muovono insieme in un lungo viaggio sensuale. Il fantastico e il magico sono alle porte della notte, i sogni nati sulle rocce, accarezzate e percosse, narrano di fiori di sabbia, di galeoni fantasmi (stupefacentemente, alla maniera dei Dead Can Dance) e del vento druidico. Come si trova scritto nel Lebor Gabala (Il Libro delle Invasioni – probabilmente risalente al XI° secolo), quando viene narrata l’origine delle popolazioni galliche, i druidi di Tuatha de Danann nel tentativo d’impedire al figlio di Galamh (o Golam, detto “Míl Espáine”Soldato di Spagna”, discendente di Jafet, figlio di Noè) di metter piede in Irlanda, ricorsero anche al “vento druidico”, il quale sollevò la sabbia dal fondo alla superficie del mare e la tempesta scatenata fu così violenta che spinse le navi ad ovest.

Dopo un paio di CD (sempre rigorosamente strumentali) consacrati interamente al repertorio del Barzaz Breiz, i rifiuti verso una musica “non più redditizia e alla moda”, la mancanza di riedizioni dei vecchi dischi, la perdita dei diritti e il fallimento delle loro piccole etichetti bretoni, hanno fatto si che a Bernard Benoit non restasse che auto-prodursi in questi ultimi venti anni molta della propria musica, anche registrandola nuovamente e diffondendola attraverso i concerti. Purtroppo dal 1982 una “distonia focale del musicista” lo ha obbligato dolorosamente a un ridimensionamento artistico (per un chitarrista è impossibile suonare senza avere il controllo completo delle dita della mano), fino al 2014 quando si esibirà nel suo ultimo concerto a Sauzon (Belle-Ile en Mer).

Con tenacia Bernard Benoit si è fabbricato anche un “tympanon” (di 108 corde per 27 note), una specie di “santour” indiano, simile a quello utilizzato in Cina e in Corea e più semplice del cymbalom ungherese, ha poi imparato a suonare l’arpa e ad usare abitualmente le basi musicali.

Bernard Benoit : Sound of Timpanon 1985
Autant en emportet les sables

Da un viaggio in Marocco e dopo avervi assistito ad un festival di musica andalusa, Bernard è tornato con nelle orecchie le sonorità che le sabbie disperdono e il desiderio di mettere le dita sulle corde di un oud che, malinconico, solitario e tranquillo, gli sarà sembrato rispecchiare degnamente il suo carattere. All’emporio del Bon Coin ne ha trovato uno a 40 euro e alla fine anno 2016, il risultato è stato il CD “Autant en emportet les sables”, impreziosito dai dipinti di Zaïna Belem e Catherine Vieu, che ritraggono la città di Essaouira (l’antica Mogador, dal nome del suo santo patrono, il wali Sidi Mogdoul). Ascoltare questi nuovi suoni uscire dalle sue corde è come seguire le usuali rive della Rance, costeggiare l’estuario in direzione di Taden…poi improvvisamente le spiagge bretoni descritte lungo tutta una esistenza, si confondono e un’altra luce emerge, le acque si fanno meno profonde e si affonda in un diverso vuoto di rumori e odori, altri pastelli illustrano le onde. E dalle dita di Bernard esce il ritratto color porpora di quelle coste frastagliate, del sussurro degli alisei, di quelle case dalle facciate blu e bianche proprio come i colori della schiuma. Dagli arpeggi, oltre ai gabbiani esce il fascino discreto del dialogo tra un cammello e una balena, come una nuova promessa portata dalle sabbie. Esce Essaouira, la cartaginese, la berbera, l’araba, con i suoi cimiteri musulmani, ebraici e cristiani affacciati sull’oceano, “la Sposa dell’Atlantico”, dove l’aria è colma di grandiosità.

Nel disco è presente anche una versione (rigorosamente) strumentale di “Azenorik c’hlaz”* (La pallida Azénor) (dal Barzaz Breiz), la tragica storia dell’amore mancato della piccola fanciulla che amava un povero cadetto di Mezléau, destinato allo stato ecclesiastico. Non lo poté sposare a causa degli ambiziosi progetti e degli inganni della propria famiglia che l’avevano promessa a Ives de Kermorvan. Dopo la sua prematura morte, un bardo compose per lei la ballata presso il Castello di Hénan, vicino a Pont-Aven su una tavola rotonda, dichiarando in conclusione la propria consapevolezza che non sarebbe mai stata cantata.

* anche Yann-Fañch Kemener la interpreta nel CD “Dialogues” nel 2008.

Pubblicato da Flavio Poltronieri

Autore - Traduttore - Etnomusicologo

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