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Terre Celtiche Blog

Canti cristiani di leggenda: Il Giocatore di Carte

Il giocatore di carte e le parole della Verità

Quello che caratterizza la musica tradizionale in genere è la forza e l’onestà nel trasmettere da una generazione ad un’altra qualcosa che non è mai stato distrutto né ricostruito ma piuttosto accettato. Talvolta è modificato e sarà in seguito di nuovo accettato e poi nuovamente modificato. Preservata da questo movimento perpetuo, la musica tradizionale potrà sempre così contare sulla propria ricchezza.

C’è stato un tempo che cercavo in Bretagna leggende cristiane finite in canzone. Il patrimonio di tradizione orale era ricco di canti, musiche, recite provenienti da fogli volanti e dalla cosiddetta “letteratura di colportage”, ovvero dagli antichi libri popolari. Per fortuna etnomusicologi e folkloristi si sono dati da fare nel 19° secolo e all’inizio del 20°. Il viaggio di quella mia ricerca mi portò una sera in una piccola cappella parecchio tetra e inquietante, adagiata nel cuore della campagna, al margine di un sentiero scavato nella vegetazione. Niente a che vedere con altre più famose come quella del Kreisker (XIV° – XV° secolo) a Saint-Pol-de-Léon, nel Finistère per esempio. Anzi il contrario di quella, che possiede una imponente guglia di settantasette metri di altezza che si regge su uno straordinario equilibrio architettonico, poggiando appena su quattro esili pinnacoli.

Cappella Kreisker a Saint-Pol-de-Léon
Cappella Kreisker a Saint-Pol-de-Léon

Comunque, ricordo che non mi era affatto facile trovare canti a soggetto religioso che non fossero di devozione. I passaggi biblici dell’Antico e del Nuovo Testamento, in tempi lontanissimi ebbero funzioni istruttive ed educative, per permettere di vivere in grazia di Dio. Ed anche oggi sono questi che nella maggior parte delle occasioni possiamo ascoltare in contesti di culto e spesso pure con intenti di ricontestualizzazione. Ma ai margini della religione ufficiale e della Chiesa Cattolica Romana c’è altro. Ci sono canzoni che raccontano leggende di santi, miracoli, martiri, questue, rituali per la Passione o il Mese di Maggio e tanto ancora che riguarda la mitologia del panthéon cristiano, semplicemente come evidenza della spiritualità, dell’immaginario, del simbolismo di quella che è stata l’antica cultura popolare tradizionale. Ne ho ascoltati di meravigliosi da quel tempo in poi.

Quella sera però, nella cappella bretone avvolta dalla nebbia, ne udii però uno che come la nenia del Figliol Prodigo, mi colpì anche per la scrittura assai erudita e presi note con gran impegno sul quadernetto. La melodia che l’accompagnava era in forma di “rond paludier”, una danza originaria della penisola di Guérande, con progressione dei passi verso sinistra. L’argomento di cui trattava era la condanna del gioco delle carte e del denaro da parte della Chiesa. Il tema certo evocava alla mente le immagini dei soldati romani che sulla Collina del Calvario si giocarono a dadi la tunica senza cucitura di Gesù. Ma qui si trattava d’altro.

Il giocatore di carte

Era la storia di un soldato Corso, giocatore di carte. Il suo nome era Richard. Era bravo e pio e per pregare si serviva delle proprie carte da gioco. Una domenica mattina si recò alla santa messa e davanti al suo sergente, che probabilmente era assorto in silenziosa preghiera, tirò fuori il mazzo e in ginocchio devotamente iniziò a distribuirle e a tirarle sul pavimento, quasi si trattasse di in una immaginaria partita. Lo stupore fu generale e il comandante all’istante lo convocò. “Nella chiesa c’è stato un grande scandalo. Al posto della recita, ma come?! in questo luogo tu osi pensare al gioco?” gli contestò furente. E Richard rispose: “Vi prego di ascoltarmi un istante, mio Comandante, vi do la mia parola, dovete credermi, Maggiore, non sono un giovanotto frivolo e superficiale, non mento, vi dico solo la verità, quando vedo le carte io mi ricordo della Legge. Ecco qua, queste sono le mie carte.

Giocatore di carte
Giocatore di carte

L’asso mi fa pensare a Dio, che creò terra e cieli. Il due e il tre rappresentano la Santa Trinità. Il quattro, gli evangelisti. Il cinque mi ricorda le vergini che furono elette e il sei mi fa pensare che la terra fu creata. Il sette mi ricorda il riposo e la preghiera rivolta all’Essere Supremo affinché benedica tutti i nostri lavori. Otto sono gli scappati nel giorno del grande diluvio, la famiglia di Noè andata a trovar rifugio presso un Dio pieno di bontà. Nove sono i lebbrosi guariti dal Figlio di Dio. Dieci, i comandamenti a cui credo, che osservo, in ginocchio e con devozione. I tre fanti, eccoli qua, sono i soldati di Caifa, hanno inchiodato Gesù Cristo, la vittima, sulla croce e per espiare il loro crimine sono finiti assai male. La dama di picche, certo, rappresenta il giardino, quando Eva mangiò la mela che Dio aveva difeso e il fante di picche è lui, il traditore, il disgraziato Giuda, infine morto scellerato. Vedete bene, Maggiore mio, che non ho torto”. A questo punto il Comandante concluse: “Richard, per ricompensarti ecco una moneta d’oro, il reggimento è d’accordo e tu hai tutta la mia riconoscenza”.

La storia del Giocatore di Carte mi è tornata alla mente già nel settembre del 2019 quando qui a Verona, Piazza dei Signori (Piazza Dante) e l’intero centro storico cittadino, hanno ospitato la XVII edizione del Tocatì, il festival annuale dei giochi di strada. Ospite d’onore per l’occasione è stata proprio la Bretagna e da questa serie di coincidenze tra Bretagna e gioco è nata la scintilla di un’idea. Sotto il pennone della Gwenn Ha Du, il luogo è stato ribattezzato “Piazza Bretagna” con tanto di apposta targa ufficiale. Molti furono gli antichi giochi armoricani praticati. Il “palet sur terre” (lancio del disco) a cui Omero afferma si dedicassero anche gli dèi greci e romani e di cui si parla pure nel ciclo dei romanzi che compongono La vie de Gargantua et de Pantagruel, vivace opera satirica di François Rabelais. Il gioco dei birilli tipico di Poher e il “lever de la perche” (sollevamento della pertica), nato come una sfida tra i portatori di stendardi nelle processioni religiose. Senza dimenticare il “Bazh Yod” (bastone per la zuppa d’avena) ispirato al mestolo per cucinarla e la “lutte bretonne” tipica, con cui una volta ci si allenava per andare in guerra. Tra i vari giochi bretoni proposti naturalmente non c’erano le carte, ma questi sono dettagli insignificanti, o no?!

Pubblicato da Flavio Poltronieri

Autore - Traduttore - Etnomusicologo

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