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Terre Celtiche Blog

A Penn Ar Bed ho ascoltato l’urlo delle farfalle

L’isola di Bréhat è stata a lungo contesa tra bretoni, francesi, inglesi e spagnoli e il suo castello è stato più volte raso al suolo e infine smantellato sotto Enrico IV. Anche qui come sulla terraferma vicina di Lannion, nel Trégor, si mescolano quotidiana violenza e serenità. A Penn Ar Bed (La Testa del Mondo) ho ascoltato l’urlo delle farfalle. Il vento gronda sui nostri timpani tutte queste gocce appuntite, mentre la terra si annulla sulla cintura di pietra. Qui sopra è mezzogiorno ma sotto il mare dev’essere mezzanotte. Le onde trascinano le case sotto gli scogli, le cime degli alberi si affacciano timide dalla superficie, ormeggiate lungo l’acqua stanno barche rassegnate in mezzo alle punte dei tetti. Il vento assomiglia ad un esercito di bombarde che soffia dalla Cornovaglia ai Monts d’Arrée e fino alle Montagne Nere. Poi, improvvisamente, la polvere delle goccioline formata dalle onde che si infrangono, viene lanciata al largo dal vento in mezzo alle ribollenti cadute e le sue braccia d’acqua gialla si placano e consolano quella pianura prima invasa dalle sue inondazioni. L’erba riappare sui banchi di sabbia asciutti e le maree si alzano con la corrente. La calma succede al gran fracasso degli elementi e dolcemente la costa ritrova il suo sorriso.

isola di Bréhat
isola di Bréhat

In Bretagna può succedere che uno non sa neppure se è un contadino o un pescatore. Qui è un’impresa anche fare un giardino. Contadino o pescatore il furore è lo stesso, uguale la tempesta, sempre la solita storia che si navighi o che si semini. E’ l’ora in cui vorresti trovarti a Castel Meur, in quella casa forse unica al mondo stretta e protetta tra due rocce, nei dintorni di Plougrescrant .

Castel Meur
Penn Ar Bed: Castel Meur

Quando la costa inizia a sorridere si offre di accompagnarti fino all’incontro con la Strada 66. Strada 66 fa pensare agli spazi aperti del West americano, all’erede delle vie dei coloni verso la California, un tempo è stata la via principale dell’America, la mitica “Main Street”. Anche la Bretagna ha la sua Route 66. Non esiste sulle cartine ma collega il nord di Saint Jean du Doigt con il sud de La Pointe de la Torche, attraverso il vertiginoso passo di Roc’h Trédudon.

La cappella di Trémalo

“Tutto trasuda credenza religiosa primitiva, sofferenza, stile passivo e deserto con il suo grido” ha scritto una volta Paul Gaughin. In Bretagna anche se sai che stai poggiando i tuoi piedi sulla terra di una penisola, la sensazione è sempre quella di trovarsi su un’isola distaccata dal mondo intero. Inizia una palingenesi. Il mondo moderno sparisce e al suo posto appare un regno antico, ogni cosa diventa eccezionale, perfino un temporale. Non si finisce mai di stupirsi a due metri dall’Atlantico, i passi diventano leggerissimi grazie al Maestrale e si possono riconoscere cose mai viste. Da qualche parte ho letto una volta che quando ti sembra di essere già stato in un luogo è evidentemente perché la tua anima ti stava aspettando. Da queste parti nessuno pasteggia a fin cuisine e champagne ma con sidro di mela e crepes di grano saraceno e l’orologio è ancora il cuore di una stazione.

Emile Jourdan La chapelle de Trémalo
Emile Jourdan: La chapelle de Trémalo 1910

In quella di Quimperlé ho visto esposte le fotografie dei meravigliosi dipinti di Emile Jourdan. All’inizio degli anni trenta morì proprio nell’ospizio di questa città, questo pittore sintetista bretone, totalmente incapace di vivere nella realtà. Distruggeva i suoi quadri quando non lo soddisfacevano completamente e per questo ha lasciato poche opere. Vagabondo, colto, angosciato, bohémien, spirituale, miserabile, lo si incontrava spesso nella locanda di Mère Bacon, a Brigneau dove qualcuno gli offriva sempre da mangiare e da dormire. Neppure la Scuola di Paul Gauguin, neppure la sua mecenate australiana, Madame Halley poterono salvare infine questo “pittore maledetto” dall’alcol e dal mal di vivere. Amava solo la sua arte, i costumi e i paesaggi della sua Bretagna. Nel museo di Pont-Aven è conservato il suo ritratto della celebre Cappella Trémalo, quella che contiene il “Cristo Giallo” di Gaughin.

APPROFONDIMENTO
http://www.blogfoolk.com/2020/09/cartoline-musicali-dalle-isole-bretoni.html

La bombarda leggendaria

suonatori bretoni

A Quimperlé nel 1789 nacque un suonatore di bombarda leggendario. A testimoniarlo nessuna traccia del suo suono è rimasta oggi e anche il suo nome è abbastanza sconosciuto. Ma possedeva uno stile che influenzò tutti i futuri musicisti bretoni di questo strumento per l’intero 19° secolo. Veniva chiamato “Matilin An Dall” (Matulin il cieco) ma il suo vero era Mathurin Furic. Era diventato famosissimo in tutto il sud della Bretagna. Suonava nelle feste agricole e ai balli dei principi, lo fece perfino davanti a Napoleone III a Quimper nel 1858. Iniziò praticando musica classica al violino, clarinetto e serpentone ma con una facilità stupefacente riusciva ad adattare alla musica bretone qualsiasi aria, dall’operetta alle ultime creazioni dell’allora famosissimo Gioachino Rossini. Il meraviglioso “Cigno di Pesaro” era solo di tre anni più giovane di lui. Lo chiamarono il Paganini Celtico, il Re delle Gavotte, l’Oboe bretone magico. Hersart de La Villemarqué però non lo nomina neppure, probabilmente proprio per questa sua versatilità, la sua capacità di contaminazione a quel tempo fu giudicata meno degna di essere ricordata rispetto ai gwerziou testimoni di un passato più antico e glorioso. Oggi sarebbe un perfetto musicista folk contemporaneo. Ma sono passati più di 200 anni! Chissà forse aveva fatto lo stesso sogno che farà Don Cherry Nel 1854 si esibì all’Opéra di Parigi ma lui al Gran Teatro Nazionale, Accademia di musica, coreografia e poesia lirica, preferiva senza indugio gli scogli della sua Piccola Bretagna. Nessuna registrazione può restituire il suo suono ma la sua memoria è tenuta viva da una piccola Associazione e gli sono state dedicate canzoni, la più famosa delle quali è una gavotta de l’Aven ad opera dell’abate Quéré. E’ diventato anche un personaggio dei fumetti. Una targa commemorativa si trova in rue rue Gauguin n° 2 davanti alla casa natale di Matulin e qualche strada porta il suo nome.

La Pietra dell’Ahimè

A Penn Ar Bed non si può andare oltre, fuggire dal nulla. Al di là degli scogli solo mare e mare e qui invece i corpi pietrificati delle fanciulle che non resistettero ai sensi dopo aver udito il suono dei pifferai. Pietra dopo pietra, il mistero avanza inesorabilmente. Ma anche se con un balzo saltassimo oltre il braccio d’acqua fin sulla punta occidentale della Cornovaglia, in mezzo alla brughiera, troveremmo ad aspettarci, muto ed irrisolto Men-ar-Tol con il suo “buco verso l’altroquando”.

 Men-an-Tol
 Men-an-Tol: PHOTOGRAPH BY NATURE PICTURE LIBRARY / ALAMY

Un cancello spalancato da una pietra che riporta alla mente le parole della poesia del 1900, “Ar Roc’h Allaz” (La Pietra dell’Ahimè). Composta dal poeta bretone di Lannion, Charles Le Goffic (1863 – 1932), con il suo narrare romantico denso di superstizione e misticismo popolare:

E-tal ar Kozh-Stankoù a zo ur garreg glas
Ur garreg glas ha krenn, anvet ar Roc’h Allaz
Ha, war ar garreg-ze, neb a ra he diskuizh
E chom ‘vit he buhez disjoaus ha languiz
Alies ‘meus gwelet nijal ‘trezek ar stank
Gwelet ive tec’hel meur’ durzunel yaouank
En he sae ardant-flamm laouen pa errue
Melkonius meurbet, alas ! pas zistroe
War maen an Tonkadur chomet ‘oa ur pennad
Hag oboë ar glac’har teñvale hi lagad…
Ar maen-ze, siwazh din, ‘rok gouzout hi doare
Am meus n’am yaouankiz paoset war hic’hore
Ha setu, Yannig ker, setu eno penoz
Ar joa ‘pella diouzh ma ene deiz ha noz.

Vicino ai Vecchi Stagni c’è una roccia blu
Una roccia blu e rotonda che chiamano la Pietra dell’Ahimè
E su questa roccia chiunque riposi per un po’
Vi rimane per tutta la sua separata e languida vita
Molte volte ho visto volare verso lo stagno
Ho visto molte volte arrivare una tortorella
Tutta frescolina nel suo vestito d’argento chiaro quando veniva
Piena di malinconia, ahimè! quando se ne andava
Sulla pietra del Destino si era posata per un momento
E da quando il lutto ha oscurato le sue pupille
Quella pietra, per mia disgrazia, prima di conoscere la sua influenza
Ho nella mia giovinezza riposato sulla sua faccia…
Ecco, mio caro Jean, ecco come
La gioia si è allontanata notte e giorno dalla mia anima
(traduzione italiana Flavio Poltronieri)

LINK
https://www.treedom.net/it/blog/post/castel-meur-la-bellissima-casa-tra-le-rocce-in-bretagna-515/
https://www.bretagna-vacanze.com/destinazioni/alla-scoperta-delle-destinazioni/baie-de-saint-brieuc-paimpol-les-caps/ile-de-brehat/
http://www.bretagna.com/lisola-di-brehat-il-paradiso-della-bretagna/

http://www.blogfoolk.com/2020/09/cartoline-musicali-dalle-isole-bretoni.html
http://www.blogfoolk.com/2020/11/don-cherry-la-comunione-completa-di.html?utm_source=Blogfoolk+Mailing+List&utm_campaign=d4bcc7501b-Blogfoolk_Newsletter_COPY_01&utm_medium=email&utm_term=0_3ae60e669d-d4bcc7501b-99928697

https://www.nationalgeographic.co.uk/history-and-civilisation/2020/02/exploring-britains-landscapes-of-love-and-lust

Pubblicato da Flavio Poltronieri

Autore - Traduttore - Etnomusicologo

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