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Terre Celtiche Blog

Maxime Piolot: Fare una perla con una lacrima

Maxime Piolot

Maxime Piolot nato a Tolone e cresciuto tra Congo e Camerun da genitori bretoni, atei e anticlericali, mentre suo padre era in guerra, giocava a palla.

Quando il sole viene in Finistère
Lo accogliamo come si deve
Non secca i nostri ruscelli, i nostri fiumi
Non persevera, sfiora la terra
L’oceano ci protegge dalle stagioni crudeli
Nessun sole di piombo, nessuna neve eterna
Qui, alla fine del mondo, dove il cielo è cangiante

Dalle sue dualità giovanili ha ereditato la voglia di trasformare “grazie alla fantasia” qualsiasi evento in una possibilità (“Vengo da Bretagna e Africa, dal sole e dalle nebbie, ho visto gridare uguale il tornado e la schiuma, se le piroghe ondeggiano al porto di Pointe Noire, le barche fanno lo stesso a Pornic e a Dinard, le più belle leggende si danzano a N’Djaména e si cantano in Armorica”).

Contemplativo cartesiano crede fermamente nell’uomo.

Decine di dischi per questo apprendista della canzone che si autodefinisce “troubadour dei tempi moderni” o “cercatore di senso” e che preferisce il deserto alle città, l’anima al corpo. Per scoprire cosa dice la bocca dell’ombra, la voce di Maxime Piolot non si alza mai di tono, sembra provenire da un passato che o lo interroga o lo esilia (“Ciascuno lavora sul suo battello, dal capitano al marinaio perché tornino prima dell’estate i «Temps des Cerises» dimenticati, finiti i tempi dei mercenari non andremo a cercare l’oro, se i nostri antenati furono corsari tocca a noi rendere il tesoro. A bordo si sentono i bombardieri dopo il chiodo del carpentiere, dopo gli operai e il bardo e tutti insieme stiamo andando a navigare”). Le sue canzoni hanno lo sguardo benevolo dall’alto di una incrollabile fede cristiana. Si chiedono cosa fare davanti all’uragano della miseria, alle verità che spaventano, allo sconosciuto che ha creduto ad una stella, alla crudeltà che ovunque tesse la propria tela sulla terra. Sono canzoni di umiltà (“Chi voleva terminare un’opera ha appena strappato una pagina, chi voleva toccar terra ha semplicemente portato una pietra”). Canzoni nate vicino ad una quercia millenaria, ad una fontana lontana dal tumulto o in una cappella deserta circondata dai rametti di lillà del mistero.

Lo accompagnano spesso le musiche e le arpe celtiche dei gemelli Queffeleant e del resto del gruppo An Triskell e il supporto vocale della moglie Corinne Schorp. Fedele al suo pacifismo, Maxime Piolot resiste ingenuamente con poesia semplice all’odio, al pensiero unico, alle vane guerre, all’orribile silenzio dell’indifferenza (“Bisogna chiederti perdono e dire grazie a te, bambino africano che non hai scelto di morire a Verdun. Non domandavi niente eppure i nostri nemici sono diventati i tuoi. Tu non avevi perso l’Alsazia e la Lorena, schiavo orfano che non hai scelto il sogno americano. Un giorno sei stato venduto, non ci si ricorda più a Nantes o a Bordeaux. In queste città così belle neanche una statua o una strada per questi uomini dai piedi nudi ai quali tutto è stato preso senza dare niente”). Racconta l’infanzia abusata dei paesi impoveriti e sfruttati dei sud del mondo, dal Brasile al Burkina Faso, convinto che nell’uomo viva il bambino che vede più lontano di noi.

Le canzoni di Maxime Piolot sono in omaggio al mondo femminile (“La donna non ha mai glorificato i fucili, appare là dove soffia lo spirito, per troppo tempo è stata l’eterna seconda, potrà quando sarà il suo turno, umanizzare il mondo?”). Canzoni in omaggio al piombo di cui si compone l’oro, alla dissonanza che precede l’accordo, alla resistenza della pietra che renderà millenaria la statua. Canzoni impastate con sincero candore (“Neri e bianchi si sono combattuti per l’amore di cosa?L’ombra e la luce non hanno frontiere, gettate le armi cavalieri!”) e di semplicità (“Una croce malmenata dalle guerre, dai roghi delle streghe, una croce che uomini cambiarono in stendardi insanguinati”).

Fra le righe si trova qualche citazione qua e là di Georges Brassens e di Jacques Brel. L’ammirazione per la poesia di Villon, Verlaine, Garcia Lorca, Aragon o Neruda, per la fraternità di Gandhi che rivolse parole d’amore perfino al suo assassino. Per Maximilien Kolbe che ad Auschwitz offrì la sua vita solitaria in cambio di quella di un padre di famiglia. Per il perdono di Nelson Mandela (“il prigioniero divenuto re”). Per il coraggio di Giovanna d’Arco (“Sai, noi non abbiamo un ideale sceso dalle stelle, non sentiamo le voci, noi sentiamo i camions, e talvolta gli aerei. Quando facciamo la guerra non ne siamo molto fieri, non abbiamo una vita da eroi, un’esistenza al galoppo, giriamo in città sulle nostre automobili. Non ne sappiamo quasi niente della felicità e del bene, non abbiamo certezze e talvolta siamo assurdi. Cerchiamo un paradiso con i colori della vita ma attraversiamo un inferno che assomiglia alla terra”).

Maxime Piolot, speranzoso e moralista cantautore bretone di adozione, prosegue oramai da decenni un cammino dove “nessuno attende ma che porta a qualcuno”, perché “meglio sbagliare strada che rimanere ad aspettare un domani migliore”. I suoi testi raccontano di uccelli che si perdono quando il cielo è troppo vasto, di gente che passa il tempo ad abbandonare il presente, di treni che divorano il tempo, di una vecchia miseria che non si preoccupa certo dei confini (“Tutti i cammini non portano a Roma ma passano per l’uomo, chi proteggerà la rosa?”).

Cantano del mistero di San Francesco d’Assisi, l’uomo, sposo della povertà, di cui nemmeno la chiesa riusciva a comprendere la statura. L’amico degli animali e del sultano Malek-el-kamel, all’epoca in cui musulmani e cristiani si massacravano. Il portatore di una fantastica utopia dove i lupi festeggiavano il Natale assieme ai pastori. La mitezza della sua umiltà e l’immersione totale nella natura rovesciavano completamente il concetto di ricchezza e di accumulo dei beni. Papi, principi e re avevano cercato invano pace e armonia con la semplice bellezza del creato (“Guerriero, non vuoi più la guerra, ti batti contro te stesso in silenzio, mercante, non vuoi più marciare per comprare e vendere, hai capito che è un viaggio assurdo?”).

Nelle canzoni di Maxime Piolot un pensiero è rivolto anche ad Arthur Rimbaud (“Sui battelli ubriachi ho toccato l’ignoto. Dove è passato il tuo battello ubriaco, col suo carico di cotone, grano fiammingo e mal di vivere? Hai scritto poesie a Gibuti? Hai preferito il silenzio alle grida della tua adolescenza? Hai rinnegato nel deserto tutte le stagioni infernali? Al Lago Assal, a Tagiura non si scrive poesia, tutti la cantano, è dappertutto, sui visi e sui ciottoli”). Un altro pensiero è per Victor Hugo. Per un nuovo umanesimo che creda all’uomo costruttore di cattedrali più alte delle stelle e a castelli di sabbia che resistono all’oceano (“Se credo che il fango qualche volta regali dell’oro, se vedo l’oceano proteggere la zattera, se credo che una lacrima abbia salvato il boia, se so che un gigante può camminare sulle onde, è colpa di Hugo”).

Maxime Piolot canta inoltre i passaggi storici, di come anche una nazione possa cambiare, quando è se, la storia a cambiare direzione (“Quando l’Inghilterra bruciava una pastorella di vent’anni sulla grande piazza di Rouen (1), quando la regina dei mari affondava tutti i nostri vascelli, quando Wellington sterminava le nostre povere genti a Waterloo e rubava Brest e Cherbourg ai nostri marinai, quando la sua nobiltà riscattava il re di Francia e Du Guesclin (2) o durante il massacro di Azincourt (3), noi la chiamavamo “Perfida Albione”. Quando l’Inghilterra e i suoi alleati sbarcarono in Normandia lungo le nostre spiagge cantavamo “Allons enfants, God save the Queen”).

Le canzoni di Maxime Piolot invitano a cercare le stelle anche quando il cielo appare sporco in queste città rumorose dove la notte è assente. A cercarle altrove, negli occhi degli altri che sono un altro firmamento (“Preferisco lo sguardo della gente al blu delle cattedrali, al sole che tramonta, alla più bella tela. Insegnami tutti gli oceani, la luce dei pittori fiamminghi, il mistero della notte dei tempi. Li ritroverò nello sguardo della gente!”). Invitano gli uomini a far cantare le pietre, quelle che ancora non sono diventate le mura di una cattedrale o cristalli o anelli. Quelle ancora assopite che osservano uomini capaci di uccidere l’angoscia e la noia, di sorridere alle statue e di non far paura a nessuno.

Le liriche di Piolot sono le sue barricate contro l’intolleranza (anche propria), il filo spinato, “le frontiere arrugginite”. Lui sceglie l’accoglienza, il dubbio (“Sarà musulmana o cristiana l’acqua della sorgente? Offerta a chi cammina nella polvere e si ferma. Il corpo ha sete, l’anima si inquieta. Offerta a chi sente come richiamo il cavo delle pietre e non dispera mai. Si cerca un pozzo nel deserto prima della notte e ci si perde”). Sceglie il libero pensiero, il confronto (“Sono entrati nella chiesetta, si sono fatti il segno della croce e hanno camminato verso le donne sedute che si sono zittite sentendo i loro passi. Hanno cantato il più bello dei cantici, un canto di speranza e di fraternità, hanno pregato per il l’eroe bambino, il soldatino che si è lasciato morire. Hanno cantato, hanno pregato per gli amici che bisognerà vendicare. Altri fedeli in un’altra dimora, altri guerrieri a loro somiglianti, stessa rivolta e stesso fervore, a pregare Dio che conduca i loro passi. Hanno lasciato i templi, le chiese, hanno ripreso le loro strade, i loro fucili. Hanno marciato per le strade della mia città. E stanotte come tante altre notti hanno colpito, hanno ucciso. Quale Dio ha tirato per primo?”)

Maxime esalta la saggezza vagabonda, la discendenza da tribù incerte, le migliaia di tipi di sangue nelle vene, la poesia araba e di Gerusalemme, le recite di Roma e Cartagine, il cuore musulmano, l’anima ebrea e cristiana, l’esodo e la tolleranza, l’essere saltimbanco e mercante, templare e nomade (“Tu eri ebrea Maria, come tua madre, come i tuoi fratelli, quante lacrime per lo scolaro di Hiroshima, il non amato del Ruanda, eppure ha la stessa pelle, lo stesso sangue del suo boia, lontano da sua madre nel ghetto, a Treblinka. Quando i mafiosi saranno disarmati i bambini avranno perdonato”).

In fondo accedere all’universale attraverso le immagini, i suoni, è molto più facile e immediato che attraverso le idee (“Senza menhirs niente croci, nessun vangelo senza la tavola delle leggi, niente navi senza i velieri d’altri tempi, senza dolmens niente chiese, nessuna strada senza l’antico cammino, senza dolmens nessun altare, nessuna preghiera senza gli antichi misteri, niente Bastiglia senza schiavi ribelli, niente riposo senza la collera di Jaurès”).(4)

NOTE
(1) Vedi “La Contessa del Giglio” (Canzoni contro la guerra 30/5/2020)
(2) Condottiero del XIV° secolo di origine bretone
(3) La battaglia di Azincourt del 1415 fu il maggior trionfo inglese durante la guerra dei cent’anni. Pur inferiori numericamente i soldati di Enrico V° sconfissero e massacrarono l’esercito francese.
(4) Politico, pacifista convinto che la diplomazia avrebbe evitato la prima guerra mondiale venne assassinato a Parigi nel 1914 da un giovane nazionalista, assertore del conflitto. Anche Jacques Brel gli ha consacrato l’omonima canzone nel suo ultimo disco del 1977.

(Note e traduzioni a cura di Flavio Poltronieri. Alcune tratte dal volume: “Koroll Ar C’hleze” – Danza della Spada – Raccolta di testi bretoni contemporanei – 1985)

“Vorresti inventare il sole, tu, piccolo uomo impaziente d’esser saggio. Faresti meglio a scacciare le nuvole.”

Pubblicato da Flavio Poltronieri

Autore - Traduttore - Etnomusicologo

2 Risposte a “Maxime Piolot: Fare una perla con una lacrima”

  1. Grazie dell’intervento. I momenti con An Triskell (musicalmente) restano comunque i migliori di Maxime Piolot. Impossibile inserire un riferimento alle liriche per l’eccessiva abbondanza di citazioni (caratteristica propria di questo articolo) e purtroppo anche per la difficile reperibilità in commercio dei suoi dischi. A mia conoscenza non esiste la pubblicazione in Francia di un libro con tutti i testi. Per chiunque desideri ulteriori informazioni: [email protected]

  2. Bella la pagina su Maxime Piolot, che sinceramente non conoscevo granchè se non per alcuni momenti musicali con An Triskell. Bellissime liriche. Secondo me, sarebbe opportuno mettere il riferimento delle liriche tradotte alla canzone di provenienza, e magari anche un suggerimento per alcuni dei suoi dischi migliori (quelli con i testi allegati) visto che ne ha fatti moltissimi. Non riesco inoltre a trovare un libro con i suoi testi, che era stato annunciato in occasione della presentazione di un suo disco, ma non ne trovo traccia, a meno che non ci si riferisca ai due volumi che si trovano qui http://piolot.auzeau.fr/commande/ .

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