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Terre Celtiche Blog

Michel Tonnerre: Il cantautore del mare e la nuova canzone dei marinai

Michel Tonnerre inizia a più di quarant’anni una carriera da cantautore.

Alle cappelle di pietra
preferisco le cattedrali a vela
chiese di cristallo che vagano nei mari
soli scarlatti sulla loro tela di vetro colorato”

Una voce rocciosa. In francese “tonnerre” vuol dire “tuono”, “rombo del tuono”, “uragano”, “fulmine a ciel sereno”. Qualcosa o qualcuno che sia “du tonnerre” significa invece che è “formidabile” e Michel Tonnerre era senza dubbio un uomo che indossava alla perfezione il proprio cognome. Nessuno ha cantato l’asprezza del mare con una voce grondante e con delle canzoni tempestose come le sue. Il rinnovamento dei canti marini bretoni ha il suo marchio a ferro e fuoco impresso.
Figlio di un grossista di pesce di Lorient, Michel Tonnerre nacque a Quimperlé il 30 giugno del 1949, visse nell’Isola di Groix, dove suo nonno faceva il pescatore. Cominciò a scrivere canzoni verso i diciotto anni mentre frequentava il Liceo Kersa di Paimpol e poco più che ventenne incontrò Mikael Yaouank. Quando crearono il gruppo Djiboudjep, regolarmente nelle scalette dei concerti figuravano le inedite canzoni di Tonnerre. Qualcuna di esse, molti anni dopo, farà parte dei suoi dischi da cantautore e una finirà nell’Opera Pirata (Storia di Libertalia). Djiboudjep è un nome davvero assai curioso per un gruppo musicale artigianale del Morbihan: (mor=mare, bihan=piccolo, unico dipartimento statale a non portare un nome francese). La leggenda vuole che da quelle parti, ci fosse un piccolo mozzo di nome Joseph, a cui toccava sempre il compito di riportare a bordo il proprio padrone del peschereccio, perennemente ubriaco. Siccome, viste le sue dimensioni, veniva soprannominato “petit bout de Joseph” (“pezzetto di Joseph”), quando a sera il padrone lo chiamava, lo faceva secondo la pronuncia di Groix: “Djiboutjep”.

I due giovani Micheli bretoni entrarono così con vigore nella danza bardica di quei nuovi tempi. Il gruppo in realtà è uno strano battello senza capitano e senza fantasmi a bordo, il vento può gonfiare le vele e le tempeste abbattersi sul ponte ma arriverà sempre a portare la ciurma di amici fino a San Francisco, Valparaiso e ben più in là. Le canzoni di Tonnerre diverranno presto dei classici di questo repertorio, fino a quel punto invero un po’ dimenticato. Sovente tra le loro righe, fra le onde, nei malinconici viali dei porti o nelle rumorose bettole dei porti si incontreranno personaggi poco raccomandabili ma sempre fedeli alle leggende del mondo del mare. Il resto, fin dagli esordi alla taverna Ti Beudeff* sull’isola, comprendeva tradizionali canti marinari irlandesi, scozzesi e americani.

* A questo luogo di Groix diventato mitico, che si incontrava sulla destra salendo verso il borgo e al suo eroico gestore Alain Stephant, i Tri Yann nel 2003, dedicarono il brano d’apertura del loro disco Marines, dal titolo significativo “Whisky, Whisky” (…ho vagato troppo sui maledetti battelli…ho preso la più bella ma dopo sei mesi sono belle per forza…ho esperimentato per voi tutte le prigioni della terra…mi hanno disalberato…quando è troppo, è troppo per un marinaio…whisky, whisky e poi tutto va bene, è il migliore dei rimedi, non c’è bisogno di medicina, whisky, whisky fino a mattina…“)

Ascoltate ragazzi la mia storia, è successo a Liverpool, è la storia di un gabbiere nero…. una sera che aveva bevuto la sua paga a forza di whisky e birra, incontrò Maggie May alla taverna degli Highlanders. Dieci centesimi e mezzo è la paga del nero, la paga del bianco è un dollaro. Bella come una fregata di linea ma non aveva uno scellino e fu proprio lei che gli fece cenno di venirle vicino a bere un gin….
SCHEDA BRANO: Le Gabier noir

Michel Tonnerre: Fumier D’Baleine, 1992 Le Gabier noir

Dopo una decina d’anni di concerti, verso la metà degli anni 70 Michel Tonnerre molla tutto, lascia la Bretagna e si imbarca a bordo di un cargo in rotta verso le terre lontane di Nuova Caledonia, Isola dei Pini, Tasmania, Filippine, Vanuatu, Papuasia, Nuova Guinea, Isole Salomone, Australia, Isola della Riunione. Viaggiare “ar mor” è diventata per lui una necessità assoluta, partire lasciando dietro il passato, verso mete sconosciute ma dove forse scoprirà di essere già stato e dove probabilmente la sua anima sarà già lì ad aspettarlo. D’altra parte anche Orazio lo diceva: “Caelum, non animam mutant qui trans mare currunt” ovvero “Cambia cielo, non anima, chi si avventura per mare”. Come fosse un apostolato, un catartico ritorno ad un mistero primordiale, l’occasione per il ricongiungimento ad un sé finora ignoto, la sua casa diventa il viaggio stesso, il destino si allinea al desiderio di trovare una sua reale dimensione. Proprio all’epoca della sua partenza apparirà il primo disco di Djiboudjep alle cui registrazioni lui non partecipa ma la sua presenza spirituale sarà testimoniata da Nous sommes marins (che rimarrà inedita dall’autore) e Le gabier noir (in una prima versione con un testo contenente varianti, ritornello a parte), oltre che da alcune immagini sul retro-copertina catturate live alla mitica taverna di cui sopra.

Tornerà in Bretagna solamente molti anni dopo, nel 1990, con la faccia piena di rughe, la mente di appunti d’avventure e le tasche colme di foglietti di carta, per iniziare a più di quarant’anni una carriera da cantautore. “Ci sono delle taverne assetate di sangue, inzuppate di sudore e birra, regni di puttane senza maniere e di marinai cinquantenni. Già dieci anni che navigo dappertutto, da Liverpool a Touamotou, che il dio che regna lassù non ha mai preso le mie difese, si vende di tutto a St. Malo salvo le false speranze…”

Le melodie sono semplici, immediate e intense e la sua voce vissuta evoca ancor di più la solitudine del lupo di mare. Sono sovente testi di disperazione ma anche abitati da una fascinosa sete d’assoluto e colmi d’amore “…strizzi gli occhi sotto la luna, se tu sapessi che meraviglia è quando i tuoi occhi si riaccendono, Nettuno ti ha fatto nascere dall’oceano….è passato indifferente dalla nostra doppia solitudine, immortale come lo è il vento, incurante, senza certezze….sorella mia, anima mia, mia principessa, padrona dei paradisi marini, regina così bella, altezza così fiera, regina di oceani clandestini….i tuoi sogni ad ogni secondo fanno di me un gran capitano….”. Viene descritto un mondo galleggiante duro e popolato di violenza e tenerezza, rubini e noci di cocco, incontri con indigeni dal sangue d’ebano e preti missionari, terre incolte impregnate di sale e venti di collera, licorni a testa di prua e sirene dorate, organetti di Barberia e fulvi uccelli sottomarini d’altri tempi. I dischi si susseguono con una cadenza abbastanza regolare: nei solchi di Kanaka del 2003 si beve del rhum scadente e si tagliano i sogni col coltello, si cerca la fortuna in mezzo ai pappagalli nei pressi di Zanzibar, a Montevideo o a Santiago del Cile e i piaceri d’amore tra i fianchi carnosi di Fanny Hill sulla Ratcliffe Highway, invece in C’est la Mer… del 2008 l’autore narra le peripezie di suo nonno imbarcato mozzo a La Rochelle e anche delle vite tumultuose di quel seguace del diavolo che fu il pirata inglese Barbanera (“….triangolo di fuoco delle Bermuda, anima nera, filibustiere, assassino, viso sfigurato dall’odio….”) e del bucaniere Olonois (“….popoli dei Caraibi e delle Nuove Americhe, voi siete figli di schiavi, non lo dimenticate mai! Discendenti di pirati, dei pezzenti dell’Atlantico e io ero il vostro Re, mi chiamavano l’Olonois. Uccidetemi, cani rognosi! Il tempo per me non vale niente! Io non potrò morire che per delle frecce indiane!”).

L’ultimo capitolo della sua storia è Ar Mor del 2012 dove ancora una volta si celebra la bellezza e la furia del mare di Bretagna, la brezza dell’inverno che urla un soliloquio in un paese dove si muore solo con la bassa marea. Si racconta inoltre dei cammini di Kerouac e dell’incontro con Hemingway, davanti a un bicchiere di Cuba libre, dello scrittore cileno Francisco Coloane che gli devastò l’anima e della visione del vascello fantasma dal nome dell’Olandese volante. Come in un testamento Michel Tonnerre, dichiara di aver abbandonato il proprio cuore a Maracaibo e che il sangue, la sorella e la propria vita d’amore, li ritroverà da qualche parte lassù perché, tra terre leggendarie e spiagge nere dalle sabbie aurifere, il mare ha degli amori che gli sono eterni. “Siamo marinai di lungo corso…la miseria di tutti i giorni è il nostro pane quotidiano, la nostra miseria di domani prende corpo al mattino….per condurmi sui flutti ho preso Bretagna per battello, la sua miseria è il mio timone, la sua libertà gonfia le mie vele…il bardo delle cause perse è un bardo che ha perso la vista al tempo dei fiori e delle semine, al tempo dei campi vestiti di paglia. Ringiovanisce l’ajonc sulla landa per ripristinare il nostro blasone, ringiovanisce l’Ermellino della leggenda, galleggia sul grande albero di mezzana”.

Michel Tonnerre il quai

Il 3 luglio di quello stesso anno la malattia lo porta via a 63 anni, al suono de “La Quete” di Jacques Brel, sul porto di pesca Keroman, a Lorient, una targa gli rende omaggio. Pochi giorni fa lo stesso male si è preso anche l’antico compagno Mikael Yaouank. Così rimane solo l’eterno grido di ammirazione dei gabbiani e delle gavine a salutare le folli avventure dei corsari, là al largo, ma il vento marino non mancherà mai di cantare lodi al talento sincero di Michel Tonnerre, trovando senz’altro il timbro giusto, il giusto brio per raggiungere attraverso il grande mare quest’uomo che, come uno spacciatore, era capace di far credere la canzone scritta dieci minuti prima su uno spigolo di zinco, un millenario canto tradizionale. Questo cugino di Black Dog che, sono sicuro, perseguiterà ancora i cabaret di Anversa, i tuguri di Santander o Frisco con le parole delle sue canzoni sulla vita della gente di mare, da Iroise a Sanguinaires, parole capaci di cambiare le lacrime in birra.


Post Scriptum. All’inizio del 2016, i suoi amici hanno appuntamento a Loguivy Plougras e a Locmiquélic, per far ascoltare alla memoria di Michel le sue canzoni, così come lui avrebbe amato ascoltarle. E’ là che è attraccata Bretagne La Grande e loro sono l’Equipage Tonnerre, una donna per capitano: Thalie.
Da lontano si riconosce subito le voce di carta vetrata di Guillaume Yaouank, il nipote di Mikaël, cresciuto al porto di Lorient tra le melodie allo iodio delle canzoni della costa. Una voce ereditata. Tocca a lui e al suo compare Vincent Le Grumelec oggi continuare la tradizione, con il loro gruppo Rhum et Eau e intonare le sue canzoni Quinze Marins, Mon P’tit Garçon, Reagan Dougan e tutte le altre grandi canzoni tradizionali marinare come Le Grand Coureur, Jean-François de Nantes o Raz de Sein. Sembra sempre di vederlo Tonnerre, con quelle parole che venivano dal cuore e quella voce che arrivava dalle budella. Un’alchimia perfetta di vigore e dolcezza, come l’onda selvaggia e brutale che scalza le rocce di Ouessant, mentre accarezza la sabbia della spiggia morta di Groix. Con quelle canzoni di tabacco, birra e sudore che sono inni all’amore come solo quelle di Jacques Brel sapevano essere. Quelle canzoni che tutti conosciamo e anche quelle che sono rimaste qui perchè non c’è stato il tempo di cantarle: Bella isola nel mare, Bosco d’ebano, Riderò e sarà la fine, La morte tra le dita, Le ragazze di Port-Louis, Notte tropicale, Senza quartiere, L’uscita della nebbia, Stele nera….conserveremo con cura tutte le poesie di quel Capitano “Tonnerre di Lorient”, faccia aperta agli spruzzi. La differenza stava tutta in quel nome, alcuni cercano lo pseudonimo ideale che in una parola descriva tutto di loro, della loro esperienza, del loro intimo, lui non aveva bisogno neanche di cercarlo.

NOTA. Nel video 37eme Escale, Tonnerre è ospite nel concerto che celebra il gruppo Djiboudjep solamente per la canzone finale Reagan Dougan (di sua composizione, come altre eseguite nelle due serate del 4 e 5 maggio alla spiaggia di Larmor 2007). Durante il concerto lui gioca a carte al tavolino, beve birra al bancone, chiacchiera e ascolta dietro ai musicisti. Non esiste un vero e proprio palco e la serata è decisamente informale, con una scenografia in spirito con queste canti. Oltre a quelli di Tonnerre e a uno di Mikael Yaouank (John Kanak), vennero eseguiti brani bretoni, inglesi, irlandesi e americani. Il mare cantato dai Djiboudjep non è attuale ma quello della navigazione a vela, dei capitani senza pietà, della rudezza dei marinai e delle tempeste assassine.

Pubblicato da Flavio Poltronieri

Autore - Traduttore - Etnomusicologo

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