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Terre Celtiche Blog

Gwendal: Bop Celtico

Gwendal

Gwendal non è propriamente un gruppo bretone, i brani del loro repertorio partono da temi irlandesi, ma il più delle volte sono originali, e i loro titoli sono tutti in francese o in inglese. Oltretutto il solo flautista Youenn Le Berre è originario di Brest, dove rimane fino ai 19 anni quando raggiunge Belleville, nel XX° arrondissement di Parigi.

Il flauto aveva appena fatto irruzione nel mondo rock grazie ai Ian Anderson dei Jethro Tull, che in verità aveva pedissequamente preso stile e invenzioni dal jazzista cieco Roland Kirk, trasportandole in un’altra realtà musicale. Kirk, polistrumentista americano d’origine africane, amava suonare contemporaneamente più sassofoni e ispirò con la sua tecnica flautistica un’intera generazione di musicisti.

La storia inizia dopo gli avvenimenti del Maggio 68. In quell’autunno venne creato, nel 12° arrondissement parigino, il Centro Universitario Sperimentale di Vincennes. Luogo di intensa effervescenza intellettuale, politica e artistica, università sperimentale aperta a laureati senza diploma di maturità, e la cui epopea durò fino al 1980, quando venne completamente rasa al suolo sotto la presidenza di Jacques Chirac.
In questo centro autogestito di innovazione, aperto al mondo contemporaneo, vennero insegnate dai primi mesi del 1969, anche discipline artistiche che fino ad allora non erano mai state prese in considerazione. Questa università perduta di utopie e speranze era stata definita all’epoca in Francia “figlia terribile del movimento del Maggio”. Youenn si iscrive a musicologia e nelle stanze della facoltà incontra gli altri ragazzi che daranno vita all’embrione di Gwendal.

Gwendal “Irish Jig” (1974)

Inizialmente il gruppo si chiamava diversamente, era così che nel 1972, nella periferia parigina, ad aprire il concerto di Alan Stivell trovavi sul palco un complesso acustico dall’improbabile nome di “Soporific String Band”.
Il riferimento era ovviamente alla “Incredible” inglese. L’idea fu del chitarrista autodidatta, cultore del folk puro, Jean-Marie Renard, mentre Youen Le Berre (flauto, bombarda, sassofono, cornamusa) e Bruno Barré (violino e salterio) erano provenienti da studi di musica classica, il bassista elettrico Roger Schaub dal rock e Patrice Grupallo (mandolino e percussioni) ancora dal folk.

Tutti erano follemente appassionati sia dei suoni irlandesi di Dubliners e Chieftains, che di jazz e free-jazz.
Registrarono un paio di dischi tra la primavera ’74 e l’estate ’75. La pastorale ed evocativa “Sopo Song” presente sull’iniziale, sarà l’unico richiamo etimologico alla precedente esperienza e i pochi tradizionali, dichiaratamente bretoni, saranno riservati al solo primo LP. L’interpretazione di un An Dro, della serena “Deu tu Ganeme”, melodia in modalità ipodoriana dal colore agreste (dove i virtuosi musicisti inseriscono anche brevi citazioni di Bach) e “Me meus bet plijadur”.

Il secondo disco, ancora una volta, presenta numerosi reels ma il più delle volte servono a dimostrare tutto l’amore dei Gwendal per i suoni jazz newyorkesi. Il ruolo riservato solitamente all’arpa viene interpretato dai duetti del flauto di Youenn, perennemente sospeso tra i generi, contrappuntato dal violino acustico ed elettrico nel quale un eccelso Bruno Barré si distingue immediatamente per un tocco straordinariamente ispirato e personale. L’accoppiata di questi due fa e farà sempre infinite faville.

Gwendal “Joe Can’t Reel” (1975)

Nel 1976 la benemerita etichetta Chant du Monde pubblica il secondo volume dedicato all’ancora esule Imanol Larzabal (all’interno della collana “Le Nouveau Chansonnier International – Pays Basque – Euskadi”) dal titolo “Herriak ez du barkatuko” (“Il Popolo non perdonerà”) al quale partecipano anche Barré e Schaub. Erano già un paio d’anni che i Gwendal collaboravano con lui e nel 1977 in una Spagna finalmente liberata della dittatura franchista, il bardo basco potrà realizzare “Lau Haizetara” (“ Ai quattro venti”), altro capolavoro a cui il gruppo intero partecipa rivestendo in maniera insuperabile, i sublimi testi di poesia politica dell’indimenticato cantautore del Barrio del Antiguo di Donostia.

Gwendal: A Vos Desirs

Sempre in quello stesso anno, al terzo disco di Gwendal, gli arrangiamenti raggiungono l’apice, la batteria di Arnaud Rogers integra la formazione che diventa così un sestetto, c’è inoltre un avvicendamento: Ricky Caust (chitarra e mandolino) rimpiazza Patrice Grupallo. Già l’impressionista copertina meriterebbe un capitolo a sé: su un lugubre fondo costiero armoricano, il disegnatore d’origine slava Bilal, non senza senso umoristico, fa sedere un orrendo mostro munito di sette braccia nell’atto di suonare più strumenti contemporaneamente (che sono esattamente gli stessi strumenti utilizzati dal gruppo!). Nel mentre nessuno ascolta e la poca gente cammina curva tra le rocce in uno scenario apocalittico ed irreale. Solamente due lucertole rosse sembrano incuriosite.

Gwendal: A Vos Desirs 1977

Tra i quattro brani iniziali spicca la celebre “Cam’Ye ower France” canzone molto popolare nella Scozia nel 18° secolo, all’epoca della rivoluzione giacobina.

Ma la prima facciata del disco è un albero che nasconde la foresta: l’altra parte infatti è interamente occupata da un’epica suite di 17 minuti e mezzo di durata, un caleidoscopio che li avvicina ai bordi delle terre grigio-rosa canterburiane (al suo interno trova posto anche la danza del 1536 “Wascha Mesa” del compositore tedesco rinascimentale Hans Neusiedler).

L’assoluta originalità di Gwendal sta nella raffinatezza mosaicistica, nell’incastro fra differenti generi musicali a legare temi tradizionali in un affascinante metamorfosi dalle sonorità folk a quelle creative vicine al jazz. Una inventiva e un’apertura mentale che li accomunano addirittura un po’ ai Pentangle, anche se la differenza fondamentale stava nel fatto che il gruppo francese utilizzava una struttura in chiave rock.

Nel mezzo dell’epoca di un folk rurale e quasi sempre cantato, il gruppo propone un inedito folk-jazz-rock cittadino di creazioni originali, lontane dalle mode, affrancate dagli stereotipi irlandesi (e ancor più da quelli bretoni) e colme di accelerazioni e rallentamenti di tempo, sbalorditivi e affascinanti. Un suono con una forza d’evocazione e improvvisazioni esplosive come raramente nella musica tradizionale si era udito prima. Psichedelia rock e be bop, benedetti nella parrocchia della musica folk da unisono di violino, chitarra e cornamusa che nulla avevano da invidiare ai duetti che avevano fatto da poco la storia e la fortuna di Alan Stivell e Dan Ar Braz.

La fine del decennio porta un quarto disco dove le influenze si aprono a ventaglio, il “Le reggae gai de Guéret” è simbolico già nel titolo: resterà per sempre un mistero il motivo per cui una prefettura qualsiasi come quella del dipartimento de La Creuse, Nuova Aquitania, regione della Francia centrale, abbia goduto di una dedica musicale tanto sublime. L’unica spiegazione sarebbe che nelle sue strade in quel ”anno di grazia” 1979, si affollassero rasta vari, percussionisti di timbali, bellezze brasiliane coperte di piume e che il suo cielo fosse ricolmo di mongolfiere, a festeggiare i gabbiani urlanti scappati via dalla devastante e criminale marea nera dell’anno precedente.

Nella primavera 1980, località incantevoli come la Pointe du Raz, quella du Van e la Baia dei Trépassés, erano seriamente minacciate e il gruppo accompagnerà il poeta Yvon Le Men ad esibirsi a Plogoff, durante i 45 gironi di manifestazioni e scontri con la polizia che indussero François Mitterand, appena divenuto presidente, alla rinuncia del progetto di costruzione di una centrale nucleare in quell’angolo di Bretagna.

Gwendal: “4” 1979 – Le Reggae Gai De Guéret

Il tutto al ritmo esotico dell’irresistibile iniziale brano jazz-fusion à la bretonne.

Gwendal: “4” 1979 – Les Mouettes S’Battent

Gwendal 1984
Gwendal

Gwendal filtrando molteplici sonorità attraverso quel delirio di arrangiamenti geniali e perennemente strabordanti di idee, è sempre in corso di luminosa sperimentazione, sul Bop Celtico dalle metriche dispari, aleggiano cornamuse. E tutto ciò viene degnamente rappresentato dalle riuscitissime copertine in stile fumetto dei loro dischi, opera di efficaci illustratori dell’epoca: la nantese Claire Bretécher, Enki Bilal (che in seguito presterà la sua opera anche a Anne Vanderlove e ai Tri Yann), M. Picotto per giungere infine alla rappresentazione sul sesto disco de “Il Riposo” da parte del pittore Roland Cat, riconosciuto maestro di figurazione visionaria. Paradossalmente, il gruppo subì l’ostracismo sia in Bretagna, a causa dell’eccessiva versatilità musicale e delle sue forse non perdonate origini parigine, che in Irlanda dove non furono bene accolti, a differenza del resto d’Europa, Spagna in testa.

Gwendal: “Gwendal” 1983

Dopo l’abbandono di Jean-Marie Renard, l’organico subì altri cambiamenti e il disco registrato durante il 1982 sarà l’ultima occasione per ascoltare Bruno Barré e il suo impagabile violino. La parabola Gwendal ha raggiunto lo zenith ma la disco-music è imperante, le febbri del sabato sera addormentano ogni richiesta di creatività.
Non c’è più spazio per gli otto minuti delle orchestrazioni di trombone in ambiente tribale di “A l’est de moussours” o per l’ispirazione irlandese di “La perruche et le président”.

Anche l’apporto al gruppo della cornamusa di Patrick Molard non li salverà dall’imminente naufragio. Il gruppo dimostra dal vivo tutte le sue capacità di rinnovamento (e di ironia come in “San Sebastien Night Fever”), propone quasi esclusivamente brani nuovi, ma il destino oramai è segnato e così a metà anni ’80, improvvisamente tutto cambia e anche l’immaginifico Bruno Barré sparisce per sempre dalla scena.

Youenn Le Berre

Youenn Le Berre, dal canto suo, mantenne il nome del gruppo e pubblicò in seguito con nuovi musicisti qualche altro trascurabile disco, la brutta copia di Gwendal è tutt’oggi ancora in attività live. La vena del flautista (che vive spesso sulla penisola di Crozon, affacciata sul Mare d’Iroise) però era tutt’altro che esaurita. Nel 1996 creò Mugar (Incontro) assieme ad altri due flautisti, Nasredine Dalil e Michel Sikiotakis, più un nutrito numero di musicisti berberi, che produrrà due dischi “Kabily-touseg” (1997) et “Penn ar Bled” (2005) in cui si fondono musica algerina, irlandese e bretone.

Altra ancor più notevole avventura di Youenn Le Berre è stata la collaborazione con Hugues de Courson, all’origine di O’stravaganza (2002), matrimonio perfetto tra lo spirito di Antonio Vivaldi et la musica irlandese, con l’apporto di solisti strepitosi tra cui Myrdhin all’arpa. Un capolavoro di equilibrio tra i generi, registrato in Italia, a Garlasco, con l’ensemble barocco “Le Orfanelle della Pietà” e in cui spicca la “Berceuse de Grainne pour Diarmait” (dal: Nisi Dominus, motetto per alto e archi, RV 608 di Vivaldi) affidata alla cornamusa di Ronan Le Bars e alla voce di Breda Mayock.

O’stravaganza (2002)

Pubblicato da Flavio Poltronieri

Autore - Traduttore - Etnomusicologo

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