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Terre Celtiche Blog

Quadri di parole e lacrime d‘inchiostro

“Amo la Bretagna. Quando i miei zoccoli risuonano su questo suolo di granito, sento quella tonalità sorda, opaca e potente che cerco di ottenere nella pittura”

(Paul Gauguin)

Nonostante oggi sia parlato praticamente solo nella parte occidentale della regione, il bretone è il simbolo stesso della Bretagna. Da qualche decina di anni c‘è anche chi sostiene l‘origine totalmente insulare della lingua bretone. Questa venerabile lingua che riappare continuamente. Come affermava Gilles Servat nel 1974 “lingua di ceneri, lingua fenice che rinasce senza sosta, albero in mezzo al cemento, lusso magnifico delle povere genti disprezzate“. Le sue tracce, la sua influenza si ritrovano ovunque e dappertutto è rispettata e onorata. Anche se nella prospettiva tradizionale, l‘epica dei racconti ci ricorda sempre che il suo stato di perfezione è situato in un lontano passato dove rappresenta, naturalmente, unità e purezza. Come riaffermano spesso anche i testi popolari delle canzoni, la storia è un continuo degradarsi di un ordine naturale, principalmente dovuto alle “invasioni“ straniere. Bisogna sottolineare comunque che già verso la fine del 1600 si affievolirono i fattori che mantenevano una certa unità della lingua bretone. Senza dimenticare che a partire dal XII° secolo, e ancor più nel XVI°, i grandi dialetti della regione originarono gradualmente il “Vannetais“ nel sud-est e il “Kerne-Leon-Treger“ (1) nel nord-ovest.

Ma c‘è chi in Bretagna, analizzando la geografia linguistica, arriva a conclusioni esattamente opposte. Ovvero che i dialetti riflettano, nelle loro diversità, esattamente il percorso della lingua composta di convergenze e divergenze a seconda delle vicissitudini della storia. L’unità quindi della lingua bretone non si troverebbe all’origine, bensì risulterebbe essere una meta, una mera e ipotetica potenzialità futuribile. Ci sarebbe stata già all‘origine una spaccatura in due, l‘esistenza di una sorta di “dualità dialettica primitiva“ della lingua bretone.

Osismi e Veneti nell’Armorica

lingua bretone e popolazioni galliche Armorica I secolo
popolazioni galliche nell’Armorica del I sec: i Veneti occupano l’area dell’attuale Morbihan

In effetti erano ben differenti le modalità espressive di Osismi e Veneti. I primi popolavano il Finistère e la parte ovest delle Côtesd’Armor (Aodoù-an-Arvor) da dove potevano controllare il traffico marinaro della Manica. Nella Gallia Celtica, i Veneti occupavano invece il territorio che si affacciava sulla costa atlantica, il Regno di Bro Varoch, creato dopo il V° secolo dai Britannici e che corrisponde all‘attuale Morbihan. Con la loro consistente marina e la riconosciuta superiorità nautica, con le loro relazioni commerciali con il resto di Bretagna, i Veneti erano divenuti veramente potenti. Merito specialmente della geniale costruzione di porti situati su questo mare tempestoso, a grandi distanze l’uno dall’altro, che rendevano dipendenti da loro quasi tutti i navigatori che erano spesso costretti a passare attraverso queste acque.

La capitale fino al I° secolo era molto probabilmente Locmariaquer. Giulio Cesare cita nel suoi “Commenti sulle guerre galliche questo che chiama “popolo di ribelli all‘Impero Romano“. E solamente nel 56 a.C. riuscirà a vincerli con una flotta comprendente anche le navi dei Pitti e dei Namneti (Genti di Nantes), che dei Veneti erano acerrimi nemici. Nel corso di quel I° secolo i Romani assegnarono a quest‘ultimi come nuova capitale la città di Darioritum, ovvero l’attuale Vannes.(2)

I Veneti, popolo dei Cavalli

Cavallino in bronzo dei veneti antichi (V-IV sec. a.C.) conservato al museo Archeologico “Eno Bellis” di Oderzo (foto G. Benedetti)

I Veneti (o Venetici, oppure ancora Eneti nella loro lingua) erano originari dell’Asia Minore e precisamente della zona a sud del Mar Nero. Le fonti scritte rimandano, tra gli altri, ad Omero, Virgilio, Tito Livio, Plinio il Vecchio…tutti concordi, sia Greci che Latini, nell’affermare che il luogo esatto della loro provenienza fosse una terra conosciuta come Paflagonia (toponimo che si riferisce alla parola “cavalli” nella loro lingua). Da qui partirono capeggiati dal condottiero Pilemene. Li si ritroverà al fianco dei Troiani durante la celeberrima guerra omonima e in seguito qui, nella pianura tra Venezia e il Lago di Garda. Una terra questa, perfetta per allevare cavalli. Terra comunque usurpata agli Euganei, popolazione preistorica di incerta origine, che fu costretta a scappare più a nord verso la Rezia (i Camuni) e ad ovest lungo le rive del Lago. Virgilio racconta di Antenore che approdato nell’insenatura adriatica con moglie e figli fondò Padova, che al tempo si chiamava Antenorea. Omero nell’Odissea e ancora Virgilio nell’Eneide narrano poi di migrazioni che attraverso le Alpi, l’Austria e la Svizzera (anche il Lago di Costanza in antichità veniva chiamato Venetus) arrivarono infine in Gallia, sulle sponde dell’oceano tra le foci della Senna e della Loira.

Letteratura Bretone e Lingua Bretone

i lais bretoni di Marie de France

Non esiste alcun documento in lingua bretone prima del XV° secolo. Il Duca di Bretagna e la sua corte risiedevano a Rennes (all’epoca, non bretone) e utilizzavano il francese. La Bretagna medievale non conobbe il fiorire della poesia aristocratica che caratterizza Galles e Irlanda. La letteratura bretone può essere conosciuta, ahinoi, solamente attraverso altre lingue.

I primi lais bretoni furono tutti composti con i dialetti francesi, una mezza dozzina anche in inglese nel XIII° e XIV° secolo. Si trattava di storie in rima (600-1000 versi al massimo) di argomento amoroso o cavalleresco dove spesso apparivano però argomenti o situazioni legati all’aspetto magico e sovrannaturale celtico. La parola stessa “lai” (o lay) pare derivare dal tedesco antico “leich” che vuol dire “suonare/melodia/canzone”. I primi scritti sopravvissuti sono quelli della poetessa francese Marie de France (1170-1180) che viveva in Inghilterra. E proprio dalle sue parole si viene a sapere dei molti lais lirici precedenti, che i menestrelli bretoni dell’epoca portavano in giro. Comunque nessuno oggi ne ha mai purtroppo ascoltato uno, nè il riassunto narrativo che li precedeva e che serviva per ambientare la scena della canzone che si andava ad eseguire.

Poesie in lingua bretone e Nouvelle Vague bretone

Le prime orme di poesia in lingua bretone, rintracciabili dalla metà del XIV° secolo, sono sempre d’ispirazione religiosa. A partire dagli anni settanta del secolo scorso c’è un fiorire di poesia (ancora in qualche caso, anche importante, utilizzando il francese, principalmente per poter giungere all’orecchio di più gente possibile) che mescola i temi amorosi, della morte, della natura, della storia, della società contemporanea. La religiosità bretone comunque spesso, se non sempre, innerva l’opera dei nuovi poeti, testimonianza e sintesi sono le poche righe del Calvaire de Nizon di Xavier Grall, del giugno 1978: «Cipresso di granito verticale, calvario, cimelio di famiglia dei nostri padri bevitori e preganti, deposito ai tuoi piedi la mia sete e la mia pena. Incorona il vagabondo stanco con il tuo segno, l’uccello sfortunato e lo spaniolo che giace battuto. Eleva l’anima dei campi e delle querce fino al dolce paradiso dei popoli e delle regine. Nelle stagioni morenti salgo a Nizon e spero».

„…vivono alto solo quelli che sognano…“

(Xavier Grall – 1978)
Paul Gauguin

Il “paese sognato” e il “paese reale” sono una costante nella poesia in Bretagna che riemerge anche nella contemporaneità. Rispunta come edera dagli angoli e dalle fessure di muri delle melodie. Dopo l’incendio del silenzio, il gusto della parole è di cenere. Tutto qui sembra un poema a venire: l’infanzia dell’acqua, la germinazione del giorno, il respiro delle stagioni, il flusso chimico del tempo. Ad un certo punto, all’inizio degli anni settanta del secolo scorso, la poesia bretone si è incrociata con la “Nouvelle Vague” musicale, con l‘utopica visione universale sognata da Alan Stivell. I tempi sono diventati fatalmente maturi. Il braciere delle coscienze ha incontrato l‘humus delle radici, Glenmor scriveva di vivere in “un paese dove i muratori si svegliano la notte perchè hanno udito urlare una pietra posta male“. La poesia armoricana assomiglia ad un’alba che passa sulle macine e spolvera le vite degli uomini, la lingua è il colore, il ponte con lo sconosciuto, un regalo vivente indirizzato alle stelle dal mezzo della bruma quando nulla sembra più reale.

Come scriveva bene l’amato Youenn Gwernig a New York nel 1968:

AR PONT (IL PONTE)

Setu ar pont n’eus met treuziñ ha mont
pelec’h ? n’oar den ha ne vern din
gant ma c’hellfen herzel ouzh yud an tren
kinkladur goullo mil lomber
dallus dindan bannoù an heol
ha galv aner mut bouzarus
pep logellig he c’hleuzeurig tredan
war elum

Ar pont ledan ha noazh m’am boa kejet gwechall
gantañ e varo gell skuilhet a-wagennoù
war e roched gwenn-kann
ne gavan ken neblec’h kan e gomzoù tener
na tan sioul e lagad don
ne gavan nemet roud e alan en avel
hag e wrez o wanaat war leurenn yen ar pont

Ecco il ponte che bisogna attraversare per andare
dove? nessuno lo sa e non mi interessa
se solo potessi sopportare l’ululato di questo treno
sfilata vuota di mille finestre
abbaglianti di sole
e l’inutile richiamo di un silenzio assordante
da ciascuno di questi alloggi dalle piccole lampade accese

Il ponte largo e nudo dove ho incontrato una volta
quest’uomo con la barba castana, ondulata
sulla sua camicia bianca
e non trovo più il canto delle sue parole tenere
né il fuoco tranquillo del suo sguardo profondo
c’è solo un po’ del suo fiato nel vento
e il suo calore che muore sul suolo freddo del ponte.
(traduzione Flavio Poltronieri)

La Bretagna rimane un sogno oltre che un luogo. Al di sotto delle apparenze minacciose del cielo, tutto il suo paesaggio è perennemente sonoro. Ma la tradizione non consiste nel conservare le ceneri ma passare sul fuoco. Alle musiche popolari non interessano in particolare le proprie origini ma è attraverso di esse e non per l’incantesimo di questo oceano di nuvole, che la poesia esplode e disegna gli strani contorni di un paese così reale da diventare quasi immaginario. E anche se nella poesia tradizionale non sempre sono a disposizione le lacrime per piangere, comunque ogni albero offre riparo ad un suonatore, ad un narratore, ad un cantante. Ogni ramo ha qualcosa da dire. L’ebbrezza delle danze non risponde che alla forza della musica: le sottigliezze del kan-ha- diskan traspaiono ed emergono dal gioco degli strumenti e dal loro ritmo ossessionante. Ciascuna variazione mostra una ricchezza che può trarre origine indifferentemente da una pietra allineata, come da uno sguardo che brilla al paesaggio, poichè qui la poesia permette da tanto tempo alle genti di vedere la vita meno scura di quel loro cielo atlantico.

Le „Bout du Monde“ è pure un luogo dove si può trovare un‘isola al centro delle terre, come alla confluenza della Ouest e della Vilaine. Una città avvolta dalle paludi a stella con accanto un‘immensa abbazia benedettina, la più importante della Bretagna durante il Medioevo. Da queste parti vive anche una misteriosa creatura: l‘uomo-farfalla delle steppe della Langonie Centrale. E‘ lui che raccoglie ogni lacrima delle ragazze delle canzoni popolari. Le giovani disperate per le false promesse dei loro amanti. Le consola e talvolta anche le vendica. Come fa? Semplice: scarica sull‘uomo le lacrime che ha raccolto e il tapino finisce annegato sul posto.

L‘uomo-farfalla è il sogno di un mondo azzurrognolo dove la musica è il piacere del talabarder (3) nel far ballare i danzatori. E‘ una brughiera di fiori bianchi che spingono le nuvole. E‘ il Porto-Paradiso dove vanno a riposare le vele delle barche diventate simili a pergamene. E‘ il suono rituale tra-la-lela-no dell‘armonia rurale, delle vallate dove dolcemente la pioggia sposa la foresta mentre riempie il secchio dove andranno a bere gli animali stanchi.

(1) solitamente abbreviato in KLT, e tradotto in francese in Cornuaille- Leon-Trégor, prende il nome da tre vescovi della Bassa Bretagna prima della creazione dei Dipartimenti Francesi
(2) nel fumetto di Asterix e Obelix, creata da Goscinny e Uderzo nel 1959, si narra di un piccolo villaggio bretone, ultimo baluardo della Gallia, che verso il 50 a.C. resiste strenuamente alla conquista di Cesare grazie alle gesta dei suoi due eroi. Non risulta del tutto fantasioso accomunare questo villaggio ad uno ipotetico dei Veneti situato in Armorica.
(3) suonatore di bombarda

LINK
https://dalvenetoalmondoblog.blogspot.com/2017/02/gli-autori-antichi-sullorigine-degli.html

Pubblicato da Flavio Poltronieri

Etnomusicologo. Autore e traduttore di canzoni. Ha pubblicato su riviste di avanguardia musicale in Italia/Francia/Germania. Fa parte della redazione giornalistica di Blogfoolk e di leonardcohenfiles.com

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