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Terre Celtiche Blog

Youenn Gwernig: Sculture di poesia

Youenn Gwernig (1925-2006) viveva in mezzo alla foresta di Huelgoat.

La foresta di Huelgoat è verde denso, gialla, ocra, ruggine, marrone, le foglie ti vengono incontro, qualcuno la chiama la “Riviera d’Argento”, non è semplicissimo arrivare fin a “Ar Majeun-Locmaria-Berrien” si sale fino in fondo e si è in cima ad una costa. In mezzo a questo colpo di rosso viveva Gwernig.

foresta di Huelgoat
Youenn Gwernig

Quando Alan Stivell incise nel 1976 “Trema’n Inis”, scelse proprio Youenn Gwernig per aprire il proprio disco dedicato a musicare i poeti bretoni che più amava. Quest’uomo dalla voce anziana e dalle camicie da taglialegna canadese, con la pipa e l’aspetto un po’ alla John Wayne.

Originario di Scaer, all’inizio degli anni 50 del secolo scorso Youenn Gwernig potrebbe forse aver vissuto dieci vite dentro una sola: fu scultore di legno, creò con Polig Monjarret (che in seguito, nel 1971, sarà colui che fonderà il “Festival Interceltico di Lorient”, ben attivo ancora oggi) e con Glenmor una banda musicale denominata “Breizh a gan” (“La Bretagna canta”), che di fatto era la prima attività culturale bretone dopo la fine della guerra mondiale.
All’interno di essa Youenn Gwernig suonava anche il biniou, lo testimonia un dieci pollici del 1952, prodotto dalla storica prima etichetta ‎”Mouez-Breiz”, contenente una Laridé del Pays Vannetais e un Piler-Lann ovvero una danza del Pays de Brasparts.

Oltre che musicista, Youenn Gwernig fu cantante, poeta e pittore.
Nel 1957 però dovette emigrare con la famiglia, come aveva già fatto sua sorella, negli Stati Uniti a causa dell’estrema povertà esistente allora in Bretagna.
Questo sarà l’argomento descritto nella canzone “Tap da sac’h’ta” (“Prendi su il tuo sacco”) che diventerà nel 1973 il suo primo 45 giri.

Una parte importante della vita incominciò per lui a ben 32 anni. Dal 1961, frequenta il quartiere West Side di New York City dove incontra gli scrittori della Beat Generation e scrive le sue poesie che esprimono la nostalgia, come  “Un dornad plu” (“Una manciata di piume”, 1961) o “War ribl ar stêr Harlem” (“Sulla riva del fiume Harlem”, agosto 1963). Da laggiù si fa spedire più libri bretoni possibile finché un bel giorno non scopre che a New York ce n’erano più che a Quimper e così viene preso e travolto da un’euforia di scrittura irrefrenabile. Nel Bronx frequentò il popolo portoricano (come in seguito si prodigherà per i diritti dei Nativi Indiani dell’America del Nord), seguendo la sua fede di cittadino del mondo per vocazione, la sua filosofia era: “Le mie canzoni guardano al mondo? E’ fatale, c’è tutto un mondo intorno a noi, il cosmo, non ci si può relegarsi in un villaggio, c’è anche il tutto intorno”. Infine, dopo dodici anni, rientrò in Bretagna nel 1969, appunto a Huelgoat sui Monts d’Arrée, proprio nel luogo d’origine di un antenato di Jack Kerouac, il suo più grande amico americano.

Spesso occupò la sua poesia trilingue a parlare degli esclusi sociali, di quelli storici e delle povere vittime di tutte queste società, fondate sull’ingiustizia. Sovente le lotte sociali della sua epoca si mescolavano con la sua incrollabile volontà di apertura ad ogni cultura considerata minoritaria.
I primi ad accompagnarlo furono Patrick Ewen e Gérard Delahaye, grandi amici tra di loro e che assieme all’altro complice Melaine Favennec ancor oggi si esibiscono con successo regolarmente in trio. Giovani visionari e sognatori che poco dopo daranno vita alla straordinaria “Coop. Nevenoe” con Annkrist e Kristen Nogues, tutti artisti protagonisti sublimi della rinascita musicale della cultura di una Bretagna che apparentemente non esisteva neppure per la Francia.

Nei dischi finirono musicati anche i testi degli anni americani come il “Gwerz an harluad” (La nostalgia dell’esiliato): “…mi sveglio angosciato lungo la notte tiepida in terra straniera, lo sguardo della luna vede il fantasma dei miei sogni tendere la sua ala per volare laggiù verso la terra della mia Bretagna…” o di rabbia come “Distro ar Gelted”: “…Irlanda, Galles e Bretagna, dappertutto vi ho trovato, eccoci tutti di ritorno per difendere i nostri diritti, lontano dal Paese noi abbiamo danzato la gavotta degli anni, gavotta cieca dei dannati, buoni solamente per l’esilio…”.

Nelle esibizioni sempre lo accompagnavano le sue amate figlie, Annaig e Gwenola, che qualche anno fa hanno riunito la “Grande Tribù” di parenti e qualche amico (fra i quali Bernez Tangi) per interpretare in un CD il ricordo alcune delle sue canzoni.
Nel 1963, così Youenn Gwernig descriveva la scena della Orchard Beach, oggi divenuta purtroppo così attuale nell’Europa mediterranea, in una agghiacciante poesia che non è mai stata purtroppo musicata: War ar an aod


I
Redet o deus a viliadoù d’an aod
tud a bep liou,
livioù ar bed, yezhoù ar bed
mesk-h-mesk,
treid ha divesker
korfoù beo
treid, treid, treid a viliadoù
n’eus hent ebet ken
debret eo bet
ha touzet raz ar geot.
II
Tammoù gwer a c’hoarzh d’an heol
‘vel bragerizoù
(ur voutailh soda drailhet)
ar gwad o tiverañ ouz seul ar paotrig du
a zo ruz
met n’eus liou ebet d’e boan.
III
Traezhenn doueel,
gwez, geot ha traezh,
an oabl ken glan,
gro ar re baour
tud a bep liou,
traezhenn marc’ had-mat
‘vit ar re zu, ar re zamzu, ar re velen,
ar re wenn: Kelt, German, Magyar,
an oabl hag an traezh hat ar gwez
‘vez roet d’ar re baour
evit netra.
Traduzione italiana di Flavio Poltronieri
I
A migliaia sono giunte in spiaggia
persone di tutti i colori
colori del mondo, lingue del mondo
promiscue
piedi e gambe
corpi vivi
piedi, piedi, migliaia di piedi
non c’è più strada
l’hanno inghiottita
e l’erba tagliata a zero.
II
Dei pezzi di vetro rotto giocano nel sole
come fossero diamanti
(una bottiglia di bibita gassata)
il sangue che sta colando dal tallone di un piccolo nero, è rosso
ma il suo dolore veramente non ha colore.
III
La spiaggia di Dio
degli alberi, dell’erba, della sabbia
il cielo così pulito
la spiaggia dei poveri
questa gente di tutti i colori
spiaggia comune
per neri, meno neri, gialli
per bianchi: Celti, Tedeschi, Magiari
il cielo, la sabbia e gli alberi
dati ai poveri
per un niente

Youenn Gwernig: Identity

Credo che tutta una esistenza si possa riassumere nelle voci familiari della canzone “Identity” [E Kreiz An Noz, 1976]:

I
They had forgotten where they were born
Was it a castle, a cottage or a stable
To be born was their own masterpiece
To feel the wind of the spring
On their nostrils and the beating of the blood
In their chest
Pick pick pick
the stone cutter won’t stop
Just to be alive was their own masterpiece
II
Building blocks heaped stonework
Round the garden’s wild flowers
There’s no wall you cannot beat
There’s no wall without a hole
And who cares where a man was born
Slates are alike on any roof
And the smoke mingling with the dreamy cloud
– Better brush up your knowledge –
Carries only the message
Of a dying firewood

I
Hanno dimenticato dov’erano nati
Era in un castello, una casetta o una stalla?
Essere nati fu il loro capolavoro
Sentire il vento della primavera
Sulle loro narici e il pulsare del sangue
Nel loro petto
Pick pick pick
i tagliatori di pietra non si fermeranno
Solo essere vivi fu il loro capolavoro
II
Blocchi di pietra da lavoro ammassati
Attorno ai giardini fiori selvaggi
non ci sono muri che non si possano abbattere
Non ci sono muri senza un buco
E chi si preoccupa di dove un uomo è nato
L’ardesia è uguale su qualsiasi tetto
E il fumo si mescola al sogno delle nuvole
– Meglio ripassare bene la propria conoscenza –
Porta solo il messaggio
Di un po’ di legna da ardere che sta morendo

Traduzione italiana di Flavio Poltronieri

“‘Pezh on” di Youenn Gwernig è stato musicato dal gruppo An Triskell, nell’LP “C’était…” – 1983
Nuovamente interpretato dal gruppo, con differente formazione e rititolato “Tasmat” (Fantasma) nel CD “Rowen Tree” – 1992

QUELLO CHE SONO….(‘Pezh on)
Un fantasma, non sono che un fantasma
Io che mi credevo così vivo
Pieno di vita e di risa
Un fantasma, non sono che un fantasma
Perché nessuno sa quello che sono

Un’apparenza, non sono che un’apparenza
Io che mi credevo così efficiente
Piena di volontà e di accortezza
Un’apparenza, non sono che un’apparenza
Perché nessuno sa quello che sono

Uno spettro, non sono che uno spettro
Io, con il mio corpo e le mie mani callose
Da incisore nel duro cuore di quercia
Non sono che uno spettro, è tutto,
Perché nessuno sa quello che sono

Traduzione italiana di Flavio Poltronieri
NOTA:
Non mi risulta sia mai stato interpretato dall’autore.

Altri testi di Youenn Gwering sono stati ripresi e adattati da artisti bretoni e non, oltre a quelli già citati, ricordo: Graeme Allwright, Red Cardell, Pascal Lamour, Gilles Servat, Dan Ar Braz, Yann Honore, Nolwenn Korbell.
Per ulteriori suoi brani pubblicati in Terre Celtiche Blog seguire il tag Youenn Gwernig

LINK
https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=58843
https://www.letelegramme.fr/ar/viewarticle1024.php?aaaammjj=20020203&article=3905323&type=ar
https://www.rythmes-croises.org/youenn-gwernig/

Pubblicato da Flavio Poltronieri

Autore - Traduttore - Etnomusicologo

Una risposta a “Youenn Gwernig: Sculture di poesia”

  1. Grazie Flavio per il contributo che è diventato “il pezzo” del post! Sono io al contrario ad apportare il mio piccolo contributo con il link-video a E kreiz an noz che è una canzone diventata un classico -la mia traduzione è dal francese, se trovi errori correggimi

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