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L’ORSO E LA FOLLIA

L’Uomo selvatico di cui la maschera dell’orso è una variante alpina, è essenzialmente un eroe positivo depositario di una conoscenza inizialmente preclusa all’uomo “civilizzato” fondata sull’osservazione del mondo naturale e su un’abilità psichica sviluppata.
E’ l’uomo di magia capace di comunicare con l’universo della natura, ma anche il folle, che parla con la divinità e con gli animali.

ORSO DELLA CANDELORA

In Valle d’Aosta vige la tradizione che attribuisce  all’orso capacità divinatorie poiché nella festa di Sant’Orso (1 febbraio),  se il tempo è bello, l’animale metterà ad essiccare la paglia e il fieno che  gli serviranno da giaciglio, per rimettersi in letargo, nella certezza che l’inverno durerà ancora  quaranta giorni.
Un’altra versione ci dice che se il giorno di Sant’Orso  vedrà un bel sole, l’Orso si sveglierà ma si girerà immediatamente dall’altra  parte, cambiando fianco, per riaddormentarsi perché l’inverno durerà ancora a  lungo; in caso di pioggia nella medesima giornata della Festa, si potrà dire  che la primavera non tarderà ad arrivare.

Sono “i giorni della merla“, quelli per tradizione più freddi dell’anno, ma anche gli ultimi rigori dell’inverno, che vanno dal 30-31 gennaio al 1-2 febbraio, in cui scorgono i primi timidi segnali dell’arrivo della primavera. Se l’orso al suo risveglio trova il cielo notturno “chiaro” (plenilunio) rientra nel suo giaciglio, perché l’inverno durerà ancora quaranta giorni. Se invece il cielo è “scuro” (novilunio), allora l’Orso uscirà dal suo riparo ad annunciare l’inizio della primavera.
“Il tempo del Carnevale è profondamente caratterizzato da maschere animali che con la loro uscita pubblica nella comunità predicono il corso della nuova annata agraria, suggerendo al contadino una strategia cognitiva relativa ai lavori agricoli che favoriscono il risveglio della natura. L’orso carnevalesco si risveglia dal letargo nella notte che trascorre tra l’uno e il due di febbraio. In funzione della fase lunare che osserva in cielo stabilisce se l’inverno è al termine e la primavera sta per incominciare, oppure se deve ritornare nella tana per altri quaranta giorni nell’attesa che l’inverno continui il suo corso, sapendo che la primavera giungerà in ritardo. La luna piena che l’orso osserva nella notte folklorica canonica addita come il primo plenilunio di primavera sia ancora lontano e la Pasqua sia tardiva, bassa. L’osservazione celeste indica, dunque, il sopraggiungere di un’annata agraria negativa e il contadino dovrà ancora custodire e razionare le riserve alimentari perché l’inverno non è ancora terminato e i futuri raccolti saranno estremamente incerti. Se invece l’orso lunare osserverà, nella stessa data d’inizio febbraio, l’assenza della luna nel cielo notturno, il novilunio, uscirà definitivamente dal letargo”. (tratto da “Dei selvatici. Orsi, lupi e uomini selvatici nei carnevali del Piemonte”)

SANT’ORSO

Sant’Orso, Collegiata di Sant’Orso, Aosta: impugna il tirso e ha un uccellino sulla spalla

Sant’Orso era un monaco irlandese che predicò in Valle d’Aosta e morì (guarda caso!) il 1 febbraio 529 (quando gli antichi Celti festeggiavano Imbolc): “Il suo culto, oltre che ad Aosta dove l’antica chiesa di san Pietro è diventata la Collegiata di san Pietro e sant’Orso, si estese anche nella diocesi di Vercelli, Ivrea e altre zone dell’Italia Nord- Occidentale.” Nel continuare a leggere l’agiografia del Santo (qui), più avvolta nella leggenda che nella storia , apprendiamo che oltre a vivere da eremita, Orso era seguito da un uccello che volentieri si appoggiava alla sua spalla; si prendeva cura di una vigna (e con il vino guariva i malati) ha fatto scaturire una sorgente colpendo la roccia con il suo bastone (la “Fontana di Sant’Orso Aosra regione Busséyaz). Comandava ai fiumi e aveva il dono della profezia.

Uomo Selvaggio con bastone da Folle.
XVI secolo. Thiers, frontale della casa degli artigiani (Gaignebet- Lajoux, 1986)

Ne abbiamo più a sufficienza per accomunare il santo all’uomo selvatico, il folle, dotato dei doni divini della preveggenza e della guarigione
Il tratto della Follia implica, come per il Selvaggio, il tratto dell’alterità. Il Selvaggio vive in un modo altro, non segue regole razionali, dettate dalla ragione comune. E’ quindi irrazionale, Folle. Ma il Folle conosce ciò che la ragione non può conoscere. Possiede i divini doni della follia. Secondo Platone “ i beni più grandi ci provengono mediante una follia che ci viene data per concessione divina” ( Fedro, 244A) e inoltre “ la follia che proviene da un dio è migliore dell’assennatezza che proviene dagli uomini” (Fedro, 244D). (tratto da qui)

Così il Selvaggio comprende la lingua degli uccelli che sono inviati dalla divinità, messaggeri divini; comunicare con gli uccelli era pratica sacerdotale degli àuguri romani, ma anche dei druidi celtici e come non pensare ai corvi di Odino che volano per il mondo e riferiscono al dio ciò che è accaduto? A intendere gli uccelli è una divinità o un folle, dotato di particolari poteri, invaso dalla divina follia.
Il riferimento al vino e all’acqua dotati di poteri taumaturgici sono ulteriori rimandi al mito l’uno collegato ai rituali dionisiaci, l’altro al genius loci, la divinità tutelare del fiume

IL BUCO DI SANT’ORSO

Nella Collegiata di Sant’Orso per entrare in contatto con i poteri curativi del Santo occorre recarsi nella Cripta: dietro all’altare e sotto  alla statua marmorea del Santo (a cui manca purtroppo il bastone originario) è stata ricavato un passaggio piuttosto stretto, scavato nella roccia viva, dentro il quale strusciavano le donne sterili ma anche coloro che soffrivano di mal di schiena. La pratica faceva parte del rituale cristiano del Musset.
Nella Chiesa “alta” ai piedi dell’altare maggiore è incastrato un mosaico, di datazione incerta,  (che era stato ricoperto nei rifacimenti della pavimentazione e fortunosamente riportato alla luce) dalla struttura compositiva complessa e ricco di simbolismi, con al centro una lotta tra il Bene e il Male, l’uomo e la bestia.

Fiera di Sant’Orso

E’ la grande fiera dell’artigianato tipico e d’eccellenza valligiano che si svolge ad Aosta il 30 e 31 gennaio, nel Medio Evo la fiera si raggruppava intorno alla Collegiata di Sant’Orso, oggi è tutto il centro cittadino racchiuso tra le mura romane a diventare spazio espositivo e di mercato: lavorazione del legno e della pietra ollare, ferro battuto e cuoio, tessitura della lana, merletti e vimini. Musica e folklore, degustazione di vini e prodotti tipici, il momento più gogliardico è quello della Veillà nella notte bianca fra il 30 e 31 gennaio con la gente che passa per le cantine del borgo affollate di maschere (sono i crotti dei privati che aprono al pubblico festaiolo per mangiare, bere e ascoltare della buona musica tradizionale), gli artigiani che continuano ad esporre la loro merce fino a tardi, le strade illuminate a festa, i capannelli attorno alle esibizioni folkloristiche e ai gruppi musicali. Una splendida occasione per visitare la città romana e medievale di Aosta
La manifestazione è anticipata dalla Foire de Saint-Ours de Donnas, che ha luogo nel borgo storico del vicino paese di Donnas,  due settimane prima.

FONTI
L’uomo selvatico di Massimo Centini
http://www.selvaggi-america-europa.unito.it/galleria_selvaggio_ok.htm
http://www.selvaggi-america-europa.unito.it/galleria_orsi_europa.htm
http://www.selvaggi-america-europa.unito.it/ai_confini_.htm
https://archeologando.wordpress.com/2016/01/07/santorso-di-aosta-tra-storia-leggenda-e-tradizione-alla-ricerca-di-un-simbolo-senza-tempo/

in giro per Aosta
http://www.warmcheaptrips.com/2016/05/itinerario-aosta-cosa-vedere.html
http://www.duepassinelmistero.com/Collegiatasantorso.htm

ESCI FUORI ORSO!

In Piemonte nella Bassa Valle di Susa si svolge nei primi giorni di Febbraio, in concomitanza con la Festa di Santa Brigida, un rito che ha come protagonista la maschera dell’orso: la caccia e il ballo dell’orso, un animale con una sua precisa valenza simbolica nell’ambito della cultura celtica e alpina. La caccia all’Orso della Candelora è nota nelle terre di Carinzia austriaca, ma ci sono esempi anche nei Pirenei e abbiamo notizie di una danza rituale medievale tra l’orso e la donna nel capitolare di Incmaro di Reims  (turpia ioca cum urso).

il terribile orso di Urbiano e i bravi cacciatori

Mompantero di Urbiano è la frazione di una piccola località della Val di Susa,  alle pendici del monte Rocciamelone, uno scenario incontaminato con una manciata di caratteristiche borgate  lungo il pendio bordato dal torrente Cenischia.
La sera della vigilia di Santa Brigida i cacciatori vanno alla ricerca dell’orso, caccia ritualizzata in un un corteo notturno, cui prendono parte gli abitanti del luogo, e l’indomani l’orso incatenato è trascinato dai cacciatori per le vie del paese: la maschera (un vestito di pelli) è inseparabile dal grosso imbuto, un megafono contadino che amplifica le urla dell’orso e annuncia il risveglio della natura dopo il letargo invernale.

L’Orso è picchiato ripetutamente dal bastone dei cacciatori, ma anche ubriacato dal vino (somministrato sempre con l’imbuto) nel tentativo di stremarne la forza, il corteo è seguito dalle fanciulle del paese nei costumi tradizionali. Sarà proprio la bella del paese a domare definitivamente l’orso con un ballo, è la vittoria del bene sul male, della civiltà sullo stato bestiale, l’orso è evidentemente “il portatore di tutti i mali “, capro espiatorio con il quale la comunità allontana da sè malattia e peccato, relegandolo nel corpo della bestia.

Mentre l’orso è l’equivalente simbolico  dell’Uomo Selvatico, la figura della fanciulla è più ambigua: un tempo lontano poteva essere stato il sacrificio dei valligiani per ingraziarsi la benevolenza della dea Artio, oppure la danza essere il surrogato di un’unione totemica, uno sposalizio sacro tra l’orso e la tribù. C’è anche da riflettere su ancora più remote connessioni, quando nell’età della pietra la donna era considerata portatrice di un’energia magica. Un’ultima lettura ma che infine più si avvicina al mito medievale del Salvaggio, rappresentato come rapitore o predatore di giovani fanciulle. E’ il maschio nella sua piena energia sessuale coincidente con la fertilità e quindi propiziatore delle unioni matrimoniali. E’ l’antenato diventato elemento fecondate della terra impersonificato nella maschera carnevalesca.

da Muri, Canton Berna, circa 200 d. C. La statuetta è un esempio arte gallo-romana

Si prenda la statuetta bronzea ritrovata nei pressi di Berna e raffigurante la dea Artio. La donna nutre l’orso con la frutta raccolta in un cesto posto accanto a lei, l’orso invece sembra uscire dal bosco (tratteggiato in un albero dallo stile molto moderno), a sottolineare la sua appartenenza al mondo selvaggio della Natura. L’iscrizione non lascia dubbi sul nome della Dea – “Deae Artioni” ossia Alla Dea Artio.
La radice del nome è associata al nome celtico dell’orso, arth, art, artos, (la stessa radice del nome di re Artù) era la dea della caccia, dell’abbondanza, degli animali e delle piante, legata ai boschi e alla natura.
Da segno di turpitudine (secondo l’ottica della Chiesa) la danza si trasforma per i valligiani in una riconciliazione tra il selvatico e il consorzio umano (natura e cultura), diventando un atto di rifondazione, un riconsolidamento del “centro” che però riassorbe nel suo interno l’opposto, lo spirito della montagna.

La bestia finalmente soggiogata dalla fanciulla viene alla fine lasciata libera. L’identità della persona che indossa la maschera ( un elaborato costume fatto di pelli di capra cucito addosso) è tenuta segreta e oggetto di discussione tra i paesani.

LA FESTA OGGI
Pro Loco e  Comune di Mompantero si sono mobilitati per rendere sempre più appetibile ai turisti questo rituale medievale, così per la sera della vigilia, mentre i bambini gridano “Fòra l’ours” andando a bussare di porta in porta,  organizzano un percorso eno-gastronomico nelle vie di Urbiano chiamato “Mingia e Beiva” (questa tradizione ha sostituito la processione con fiaccole guidata dai cacciatori). Il giorno dopo al mattino si svolgono le celebrazioni religiose nella piccola cappella di Urbiano (dedicata a Santa Brigida) con la benedizione e la distribuzione del pane della carità e nel pomeriggio l’atteso ballo dell’orso.
Il giorno è occasione di previsioni sull’andamento della stagione, recita infatti il proverbio “se l’orso fa seccare la sua paglia,- e quindi c’è bel tempo- non esce più per 40 giorni -cioè continua l’inverno”.

L’ORSO CELTICO

Non a caso la festa si svolge agli inizi di febbraio in occasione della festa di Santa Brigida, Santa Patrona della Frazione Urbiano, è la festa di Imbolc dedicata a Brigit, come gli Irlandesi chiamavano la dea diventata poi Santa Brigida di Kildare.
Nella Val di Susa fu assai forte la predicazione celtica del “martirio bianco” (uno sparuto numero di monaci bianco vestiti alla ricerca di terre solitarie e inesplorate su cui fondare monasteri) come quello che alle soglie del Medioevo i monaci irlandesi andavano praticando sul continente europeo; Giona di Susa, il primo biografo di San Colombano non mancò di sottolineare la famigliarità del Santo con l’orso, così l’orso è la bestia ammansita con l’uso della predicazione come i seguaci dei culti pre-cristiani, è il Druido sconfitto dalla luce della “vera fede”, ma sono anche le cerimonie ursine dei culti antichi legate al risveglio dell’orso, i balli dell’orso con la vergine del villaggio che già Incmaro vescovo di Reims denunciava nel suo capitolare (852-53) inglobate nelle feste religiose dei cristiani.

L’orso presso i celti era il simbolo del re-guerriero, incarnazione del coraggio e della forza; una creatura che muore (con il letargo invernale) e risorge vincitore, diventato animale totemico della casta dei guerrieri -si pensi ai  sacri guerrieri-belva di Odino, i berserkir (letteralmente « pelle d’orso »)
La  furia primitiva dell’orso, tuttavia, non era irrazionale e istintiva, bensì era sintomo della profonda saggezza del guerriero che, liberatosi nel cammino iniziatico dalla paura, sapeva affrontare sia la sua parte oscura e violenta (finalizzandola alla lotta) sia la strada che conduceva all’Aldilà. In questa prospettiva egli si travestiva da orso (o anche da lupo) non per spaventare il nemico,ma perché credeva veramente che l’animale-divinità-totem-orso avesse preso possesso di lui, guidasse i suoi passi e ispirasse la sua battaglia: si trattava evidentemente di un rituale sciamanico afferente a contenuti archetipici molto più antichi del ricordo storico. Non a caso l’orso divenne protagonista delle insegne araldiche medievali e dell’onomastica nobiliare guerriera, particolarmente in Germania e nella Francia meridionale, come metafora della potenza e del coraggio del casato di cui era rappresentante. (tratto da qui)

continua: Sant’Orso – Valle d’Aosta

FONTI
Uomini e orsi: morfologia del selvaggio a cura di Enrico Comba e Daniele Ormezzano 2015 (archivio digitale)

L’UOMO DI PAGLIA: IL WEDDING STRAWBOY, LO SPOSO ANIMALE

La maschera dell’uomo di paglia nella tradizione irlandese (in particolare nell’Ovest dell’Irlanda) adempie ad una funzione precisa all’interno della comunità, quella di “sposo animale” e il suo intervento era pertinente alla celebrazione del matrimonio.
La cerimonia quasi scomparsa è stata ripresa negli anni 80 come componente benaugurale di un matrimonio tradizionale irlandese: un gruppo di Strawboys (in genere quattro più uno o due musicisti) irrompono nella festa di nozze portando lo scompiglio, ballano, cantano, recitano scene comiche con evidenti richiami alla sessualità: incoronano la coppia di sposi con un cappello di paglia,  invitano le donne a ballare e il loro capo-comitiva balla con la sposa.

Ad un matrimonio celtico tradizionale non possono mancare gli Strawboys! La loro partecipazione potrebbe sembrare una rivalsa o un dispetto nei confronti degli sposi (che non li hanno invitati), in realtà l’uomo di paglia è portatore del caos, un emarginato dal “centro civile” della comunità, ma nello stesso tempo, proprio come l’uomo selvatico, eroe positivo depositario della conoscenza e dispensatore di abbondanza. Così la turbolenta compagnia non può essere scacciata. La tradizione vuole che gli “Strawboys” brucino i loro cappelli sulla via del ritorno (completando così il rituale), ma se non ricevuti con ospitalità o mandati via, gettano  i cappelli  sulle cime più alte degli alberi più vicini,  come una “pubblica denuncia” (le maledizioni) visibile a tutto il villaggio. Agli Strawboys si unisce anche una coppia anziana mascherata sono “il toc e la tocca” due anziani sposi (Lou Viei e la Vieio in lingua occitana) che creano con i loro comportamenti , situazioni  imbarazzanti. (continua)

A ben guardare, questi uomini bianco vestiti che indossano il cappello conico di paglia, non sembrano un retaggio druidico?
Scrive Massimo Centini “.. l’Uomo Selvatico assolve alla doppia funzione di razionale e attento lavoratore e di “mago” della natura, quasi uno sciamano. Il suo totale allontanamento dalle regole, la sua capacità di apparire in un luogo, di famigliarizzare, per fuggire lasciando solo flebili tracce, sono caratteristiche che avvolgono il personaggio in un’aura densa di magia, dove i poteri soprannaturali e l’alone di mistero tipico delle creature selvatice diventano parte di una maschera” (in l’Uomo selvatico 1989).
L’uomo di paglia è anche il “mostro”, e quello che si svolge nella danza è un percorso iniziatico per infrangere il tabù del sesso, mediante il contatto fisico con l’uomo-mostro: il sesso considerato qualcosa di animalesco viene trasformato dall’amore in una relazione umana (è il tema della Bella e la Bestia declinato in tante fiabe)

TUTORIAL

Intrecciare la paglia per fare il costume della maschera dell’uomo di paglia è relativamente semplice, una volta in possesso della paglia “giusta”, un tempo ricavata dall’avena che era il cereale più coltivato per la sua capacità di adattarsi ad ogni clima, ma se nella vostra zona si coltiva grano fa lo stesso. Ancora oggi però le spighe devono essere raccolte a mano perchè le moderne mietitrebbie frantumano gli steli in piccole parti.
Probabilmente per consentire una maggiore libertà di movimento il costume dell’uomo di paglia è per lo più limitato al solo cappello conico, che svolge la funzione di celare il volto di chi lo porta, eventualmente si può aggiungere sopra alla tunica una gonnellina di paglia. In versioni più elaborate gli steli vengono ulteriormente intrecciati.

“Strawboys” sono anche le maschere che prendono parte ad altri eventi rituali della comunità: Wrenboys (caccia allo scricciolo), Mummers di Natale e Capodanno, Biddyboys (Santa Brigida), ma anche Mummers per il Maggio e Halloween.


Non da ultimo sulla scia del folk revival gli “Strawboys” diventano una drum band!

LE DANZE VECCHIO STILE

Dette  Sean-Nós sono le danze del Connemara, niente saltelli piuttosto un tip-tap in versione rurale

rivediamo la Danza della Scopa (Broom Dance) di un arzillo vecchietto

FONTI
http://www.sligoheritage.com/archmummers.htm
http://journalofmusic.com/editorial/strawboys-house-wedding-1911

L’uomo di Paglia: dalle Isole Shetland, lo Skekler

Dalle Isole Shetland provengono gli “uomini di paglia” detti skekler “maschere” che ricoprivano uno specifico ruolo nelle celebrazioni di Halloween, Capodanno e anche nei matrimoni contadini.

Sono “spiriti del grano” portatori di fertilità, la versione locale della “questua delle uova” diffusa in tutt’Europa “Skekling is an old Shetland folk tradition. A Skekler is the name for a type of disguised person dressed in a distinctive straw costume; it is a variant of the term ‘guiser’. Skeklers would go round the houses at Halloween, New Year, and turn up at weddings in small groups performing fiddle music in return for food and drink.”

foto di Gemma Ovens

Il canto delle uova era parte della questua rituale d’inizio anno nuovo ancora diffusa in Piemonte (anche se spostata a Marzo- Aprile) e una consolidata tradizione del Sud italiano (canto della Strina):  le uova sono  sicuramente simboli di rinascita e attraverso il dono ci si propizia la salute e soprattutto un buon raccolto, è la cosiddetta “magia simpatica” ma mi vien da pensare sull’uso (ampiamente documentato nelle leggende e le fiabe) dei gusci d’uovo come “esorcismo” contro le burle delle fate e in particolare dei silvanotti (sarvanot, sarvan, i folletti campagnoli), un tempo i contadini spargevano i gusci davanti alle porte delle stalle per impedire ogni dispetto notturno al bestiame. Ancora un collegamento sempre dal mondo delle fate, il leprecauno irlandese, folletto dei boschi è padrone (o custode) di grandi quantità d’oro -proprio come si narra dei selvatici.

L’UOMO SELVATICO

La maschera dell’uomo di paglia (con la faccia annerita) e la voce camuffata venne descitta da Samuel Hibbert nel suo Description of The Shetland Islands in 1822 , quando la tradizione stava già estinguendosi. Ecco una descrizione accurata risalente al 1850
“The kitchen was full of beings, whose appearance, being so unearthly, shook the gravity of my muscles and forced a cold sweat to ooze from every pore in my body…
…[they] stood like statues. One was far above the rest and of gigantic dimensions. eyes, mouth, or noses they had none, nor at least a trace of their countenance.
They kept up an incessant grunt — a noise partly resembling a swine or turkey cock. Their outer garments were as white as snow ans consisted of petticoats below and shirts on the outside with sleeves and collars. They were veiled and their headdresses or caps were about 18 inches in height and made of straw twisted and plaited. each cap terminated in three or four cones of a crescent shape. all pointing backwards and downwards with bunches of ribbons of every colour raying from the points of the cones.” (tratto da qui)

Siamo in tutta evenienza in presenza dell’ennesima variante dell’Uomo Selvatico tra mito e rito, qui nella sua eccezione vegetale di Uomo del Bosco (un Jack in the Green della parte scura dell’anno) che alla fine dell’inverno “sveglia” il grano e favorisce la germinazione. Così la maschera dell'”uomo di paglia” urla (in modo bestiale, non umano) e porta scompiglio facendosi strumento del rituale magico.
E’ rimasta anche una documentazione fotografica di queste creature magiche, un gruppo di ragazzi fotografato a Fetlar nel 1909 mentre ci sono testimonianze della tradizione fino al 1958,  colpo di coda di un rituale di cui si è perso il significato.

archivio fotografico: ragazzi di paglia a  Fetlar, 1909, Shetland Museum.

IL REVIVAL

Una tradizione perduta che da più parti nelle Shetland si sta cercando di far rivivere (vedasi il servizio fotografico di Gemma Ovens qui)
Un apporto significativo viene dal gruppo musicale “Fiddlers’ Bid” che hanno inserito nel loro album “All dressed in Yellow” (2009) il brano tradizionale Da Skeklers e hanno ricostruito i costumi di paglia di queste inquietanti maschere.
La melodia è in set con “Aamer August” (Estonia);  la marcia “Hunter’s Hill” (Scozia);  “Sigurd ‘o Gord’s Spring” (dalle isole Shetland suonata dall’arpa di Catriona McKay); Da Skeklers (dalle isole Shetland).
Così scrivono nelle note “Imagine folk like these turning up at your isolated croft house in the middle of Winter during the hours of darkness. Would you have been brave enough to open the door?”

In occasione della festa più importante dell’arcipelago  Up Helly Aa una squadra ha avuto l’idea di recuperare la maschera dell’uomo di paglia; già nel 2007 per l’apertura del nuovo Shetland Museum,  Euan Balfours  aveva ricreato il costume basandosi sugli archivi fotografici: la particolarità del costume risiede nel cappello  di paglia a forma conica con la punta intrecciata e decorata da nastri, così si scoprì che i vecchi ancora ricordavano come i vari modi di intrecciare il costume fossero sinonimo di una tipicità della comunità; si apprende anche che il volto della maschera doveva essere celato, non semplicemente tinto di nero, ma propio velato (vedi)
Clutching at Straws (Clint Watt)

FONTI
Massimo Centini “L’uomo selvatico” (1989)
http://www.knitbritish.net/clutching-at-straws-fragments-of-a-shetland-tradition/
http://www.documentscotland.com/skeklers-skekling-shetland-scottish-photography/
http://museumofwitchcraftandmagic.co.uk/news/skekler-costume-on-loan/