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La questua di Sant’Antonio

Il 17 gennaio nel mondo contadino è l’inizio del Carnevale, nel calendario liturgico è la festa di Sant’Antonio, tempo di questua rituale, quando le allegre brigate di cantori e musici giravano per le campagne a fare incetta di salsicce, formaggio, uova e galline, generi alimentari donati con generosità dai contadini perchè donare significa propiziarsi, per magia simpatica, salute e soprattutto buon raccolto.
Il santo raffigurato con una lunga barba bianca visse da anacoreta nel deserto tentato dal Demonio, in particolare nel Centro Itala è tradizione una sorta di sacra rappresentazione che rievoca la storia del Santo, portata dai questuanti mascherati per le vie del paese: sono i “romiti” comuffati da Sant’Antonio (con un saio e la barba), il diavolo vestito di rosso e con le corna, e alcune ragazze vestite nei costumi  tradizionali o da angeli. Cantano “Le Tentazioni di S. Antonio” cioè tutti i tentativi messi in atto dal diavolo per indurre il Santo al peccato o per fargli perdere la pazienza, i testi si condiscono così di varianti burlesche.
Ascoltiamo la versione cabarettistica dei Gufi “Sant’Antonio allu diserto”


I
Buona sera cari amici tutte quante le cristiane
questa sera v’aggiu a dice della festa de dimane
che dimane è Sant’Antonio lu nemice de lu dimonio
Sant’Antonio Sant’Antonio lu nemice de lu dimonio.
II
Li parenti e Sant’Antonio una moglie gli vogliono dare
ma lui non ne vuol sapere, nel diserte si fa mandare
pe n’avè la siccatura de sta a fà una criatura
III
Sant’Antonio allu diserte s’appicciava ‘na sicarette
Satanasse pe’ dispiette glie freghette l’allumette
Sant’Antonio nun se la prende cun lu prospere se l’accende
IV
Sant’Antonio allu diserte se faceva la permanente
Satanasse le’ dispiette glie freghette la corrente
Sant’Antonio non s’impiccia, con le dita se l’arriccia
V
Sant’Antonio allu diserte se cuciva li pantalune
Satanasse pe’ dispiette glie freghette li buttune
Sant’Antonio se ne treghe cun lu spaghe se li lega.
VI
Sant’Antonio allu diserte cucinava gli spaghette
Satanasse pe’ dispiette glie freghette le furchette
Sant’Antonio nun se lagna cun le mani se le magna
VII
Sant’Antonio allu diserte se lavava l’insalata
Satanasse pe’ dispiette glie tirette na sassata
Sant’Antonio lo prese pel collo e lo mise col culo a mollo
VIII
Sant’Antonio allu diserte se diceva le oraziune
Satanasse pe’ dispiette gli fa il verso dellu trumbune
Sant’Antonio col curtellone gli corre appresso e lo fa cappone
IX
Vi saluto care amice lu signore ve benedice
e fa cresce lu patrimonio cun le grazie e Sant’Antonio
ca dimane è Sant’Antonio lu nemice dellu dimonie
traduzione italiano di Cattia Salto
I
Buona sera amici cari che siete tutti quanti cristiani
stasera vi racconto della festa di domani
che domani è Sant’Antonio, il nemico del demonio
Sant’Antonio, Sant’Antonio, il nemico del demonio
II
I genitori a Sant’Antonio una moglie gli vogliono dare
ma lui non ne vuole sapere e nel deserto và
per non avere la seccatura di fare un bambino
III
Sant’Antonio nel deserto s’accendeva una sigaretta
Satanasso per dispetto gli fregò l’acciarino
Sant’Antonio non se la prende e con il fiammifero se l’accende
IV
Sant’Antonio nel deserto si faceva la permanente
Satanasso per dispetto gli fregò la corrente
Sant’Antonio non s’impiccia , con le dita se li arriccia
V
Sant’Antonio nel deserto si cuciva i pantaloni
Satanasso per dispetto gli fregò i bottoni
Sant’Antonio se ne frega e con lo spago se li lega
VI
Sant’Antonio nel deserto si cucinava gli spaghetti
Satanasso per dispetto gli fregò la forchetta
Sant’Antonio non si lagna e con le mani se li mangia
VII
Sant’Antonio nel deserto si lavava l’insalata
Satanasso per dispetto  gli tirò una sassata
Sant’Antonio lo prese per il collo e gli mise il culo a mollo
VIII
Sant’Antonio nel deserto  diceva le sue orazioni
Satanasso per dispetto gli fa il verso del trombone
Sant’Antonio col coltellaccio  gli corre dietro e lo fa cappone
IX
Vi saluto care amici che il Signore vi benedica
e faccia aumentare il patrimonio con la grazia di Sant’Antonio
che domani è Sant’Antonio, il nemico del demonio

I canti di Sant’Antonio sono stati tramandati in Abruzzo, Umbria, Marche, Molise e Puglia.

 MARCHE

La tradizione è documentata da Gastone Pietrucci  “Il “Sant’Antonio”, come tutti i canti di questua, viene eseguito la vigilia delle festa di sant’Antonio (sedici gennaio). Letteralmente scomparso su tutto il territorio marchigiano, sopravvive ancora in alcune zone del basso Piceno e dell’Abruzzo. L’unica versione della mia collezione, l’ho registrata nel 1985, durante la funzione, da un gruppo di questuanti, in Acquaviva Picena (Ap). (tratto da qui)

ABRUZZO e UMBRIA

Nell’immaginario contadino le due figure religiose (S. Antonio Abate e S. Antonio da Padova) spesso si sovrappongono e così le “squadre” di cantori si rifanno alle Orazioni dei miracoli attribuiti ora uno ora all’altro,  in un clima talvolta giullaresco.

registrazione sul campo a Labro negli anni ’70 da Valentino Paparelli e Alessandro Portelli: cantori Trento Pitotti e Renato Ratini, originari della Valnerina, registrato a Labro
Ecco il nostro Sant’Antonio
I
Ecco il nostro Sant’Antonio
Ecco il nostro Sant’Antonio
e protetto e sia secondo
nominato in tutto il mondo
ma per la sua grande santità.
II
Sant’Antonio fraticello
si diverte coi pastori
ogni momento e a tutte l’ore
ma le disgrazie a ripara’.
III
[Tra li bovi e le cavalle
le disgrazie discacciava
e dal cielo li moderava
li castighi del Signo’.]
IV
Ecco l’angelo che viene
è Maria che ce lo manda
e venite tutti quanti
ma Sant’Antonio a festeggia’.
vedere per i testi anche qui
esecutori anonimi, registrato nei primi anni ’50 in Abruzzo da Alan Lomax
Lu Sant’Andone
I
Sanda notte a voi signori
quando siete dentro e fuori
quando siete fuori e avanti
Sanda Notte a tutti quanti.
II
Sand’Antonio di gennaio
poca paja a ju pajare
poca paja e poche fiene
Sand’Antonio pellegri'(no).
III
Era lui di fresca vita
quando si facea romita
quando andava nel deserto
di celicio era cope'(rto).
IV
Di celicio era coperto
erba cruda si cibava
d’erba cruda si cibava
di continuo digiuna’(va).
V
E lì ddentro la camerella
ci dormiva una donna bella
e quell’era il demonio
che tendava Sant’Andonio.
Sant’Andonio cuiu bastone
tira fuori la tentazio'(ne).
VI
Guarda che fece quell’omo saggio
mise foco al remissaggio
Sant’Andonio ch’era potende
misse l’acqua al fuoco arde’(nte).
VII
Se me dete nu presutto
voglie sane non voglie rutto
se me dete nu salame
si u metteme a la catana
VIII
se ce dete na cajina
ce facemo gli tagliuline
se ce dete nu capone
ce faceme li maccherone
IX
se ce dete na ?
ce la magneme in sanda pace
se ce dete na fellate
viva Sant’Andonio Aba’(te).
X
E’ finito il nostro cando
Padre Figlio e Spirito Santo
è finita la razione
ci sta gnende signora padro'(ne).

MOLISE-PUGLIA

Nel Molise (Vasto, Termoli, Serracapriola) si svolgono ancora le stornellate  per cantare “lu sant’Antunie”: nel raccontare la storia del santo abate (l’orazione)  il personaggio antagonista è ovviamente il diavolo tentatore che agita un lungo forcone.  Il canto di questua è eseguito da “squadre” maschili accompagnate da un organetto e da un tamburo a frizione , non manca mai la campanella, simbolo del santo. Tra gli strumenti di un tempo però prevaleva la zampogna e il piffero.
Per un raffronto dei testi vedasi la ricerca nella zona dell’alta valle del fiume Volturno di Antonietta Caccia e Mauro Gioielli con allegato spartito (qui): gruppi di musicisti andavano a fare “il Sant’Antonio” girando nella settimana dal 10 al 17 gennaio per portare l’Orazione di Sant’Antonio tra i contadini ricevendo in cambio olio e qualche soldo, le testimonianze sono tre e sono riferite al 1993, così riferisce Vincenzo Pitisci: “Si andava con la zampogna e la ciaramella, con la speranza che non fecesse troppo freddo. Ci facevano pure dormire in casa. Qualche volte si ballava. La gente ci portava in casa a suonare. Si suonava, si ballava e si beveva.”

VIDEO La questua di S.Antonio Abate a Penna S.Andrea, Teramo, Abruzzo, “portata” da “Li Sandandonijre

Ascoltiamoli in questo Saltarello

A Serracapriola, ridente paese delle Puglie, al confine con il Molise, è ancora viva la tradizione di “portare” il “Sènt’Endòn”, cioè di girare per abitazioni ed attività commerciali, suonando oltre a fisarmoniche, mandolini e chitarre, anche strumenti tipici della tradizione paesana (i Sciscèlè, u’ Bbuchet-e-bbù, u’ Cciarin, i Troccèlè) e cantando in vernacolo, canti dedicati al santo, inneggianti al riso, al ballo e ai prodotti derivati dalla lavorazione del maiale, quali mezzi per trascorrere i giorni del Carnevale all’insegna del mangiare, bere e divertirsi ..; a capo della comitiva c’è un volontario vestito da frate a simboleggiare il santo che con la propria “forcinella” (lunga asta terminante a forcina) raccoglie dolci e salumi che vengono donati per ingraziarsi i favori del santo. Merito di aver importato questa tradizione squisitamente molisana, nel 1925, dalla vicina Termoli, spetta a Ennio Giacci e ancor più a Guido Petti, autore quest’ultimo di musica e versi di svariate canzoni e in dialetto e in italiano, che annualmente vengono riproposte durante questa festa. Altri componimenti si devono al M° Luigi Tronco, autore di svariate melodie e testi anche in vernacolo serrano. (tratto da qui)

FONTI
http://ontanomagico.altervista.org/festa-sant-antonio.html

http://www.abruzzopopolare.it/lo-scaffale-dabruzzo/2491-il-culto-di-santantonio-abate-in-abruzzo.html

http://www.iltrigno.net/notizie/tradizioni/4871/la-tradizione-del-santantonio-abate-a-roccaspinalveti
http://www.maurogioielli.net/UTRICULUS/A.Caccia_e_M.Gioielli,_Tradizioni_musicali_per_il_Sant%E2%80%99Antonio_Abate_nella_valle_dell%E2%80%99Alto_Volturno,_%C2%ABUtriculus%C2%BB,VI,n.21,1997,pp.4-10.pdf

http://www.archiviosonoro.org/abruzzo/archivio/archivio-sonoro-dellabruzzo/fondo-di-silvestre/santantonio-abate.html
http://www.blogfoolk.com/2013/05/i-canti-rituali-di-questua-della.html
http://www.simbdea.it/index.php/tutte-le-categorie-docman/allegati-pagine-soci/334-festa-santantonio/file
https://www.discogs.com/it/Various-Italia-Vol-1-I-Balli-Gli-Strumenti-I-Canti-Religiosi-The-Dances-Musical-Instruments-Religiou/release/5637255

LA PESCA DELL’ANELLO

Classificata nel genere dell’iniziazione all’amore abbinato in accoppiata con le “Imprese impossibili” una barcarola popolare dall’Italia (vi sono centinaia di versioni in tutta Italia, dal Piemonte alla Sicilia) dal titolo “La pesca dell’anello
Costantino Nigra (n. 66) distingue la serie lieta delle barcarole italiane dalla serie dolente delle barcarole francesi. Nella prima l’anello viene ripescato dal marinaio (o pescatore) che chiederà in cambio un bacio alla donna; nella seconda il pescatore annega nel mare. Quest’ultima forma presenta un’analogia tematica con la leggenda dell’uomo-pesce, diffusa nell’Italia meridionale anche con il nome di Nicola-Pesce detto Cola-Pesce. La leggenda narra infatti la morte in mare dell’uomo-pesce dopo essersi tuffato per riportare al re Federico II di Sicilia una coppa d’oro, o in altri casi una palla di cannone.  [Nigra 1888]. (tratto da qui)

Secondo M. Dazzi, l’origine di questo canto va ricercata in “Le son tre fantinelle, tutte tre da maridar” e in “E mi levai d’una bella mattina” risalenti al ‘500. Il motivo delle tre sorelle in attesa di scoprire l’amore sulla riva del mare è coevo alla poesia provenzale del XII o XIII secolo dal titolo “Trois sereurs seur rive mer | chantent cler” (“Tre sorelle sulla riva del mare | cantano con voci chiare”) [cfr. A. Roncaglia, Poesia dell’età cortese, Milano 1961, p. 422]  (e anche qui)
Nella maggior parte dei casi le varianti della canzone si presentano con un ritornello caratteristico dopo il primo verso della strofa come ad esempio nella versione romagnola “Rama di rosa e campo di fior”

Per una disamina puntuale  della ballata nelle sue versioni diffuse per tutt’Italia nelle sue implicazioni e significati
ASCOLTA RaiTeche qui

ASCOLTA Fabrizio Poggi e Turututela

In questa versione Poggi vuole recuperare il finale triste della lezione francese, ma invece di far morire il pescatore fa morire la fanciulla, contaminando il finale con versi altrettanto popolari sulla scia del Fiore di Tomba.

LA VERSIONE CABARETTISTICA

Più comunemente nota come “La Bella la va al fosso” la versione lombarda viene dal gruppo dei Gufi e dal mondo del varietà: nel ritornello si evidenziano le verdure a foglia verde primaverili: rapanelli, rafani (remolazz= remolacci dallo spagnolo “remolacha” radici bianche a forma di carota, simili alle rape) , barbabietole e spinaci. Nelle ballate antiche (e non solo di quelle in lingua inglese)  non sono insoliti ritornelli su fiori,  erbe e piante, forse il più famoso è quel “prezzemolo, salvia, rosmarino e timo” (in inglese Parsley, sage, rosemary and thyme) che nella versione di Simon & Garfunkel divenne il tormentone musicale sul finire degli anni sessanta. (vedi) L’aggiunta di erbe, verdure, fiori nel ritornello annunciava al pubblico l’ascolto di una storia “piccante” ovvero a sfondo erotico con significati più o meno nascosti. Il pubblico così era avvisato che le parole e le frasi avevano dei doppi sensi.
La versione dei Gufi ritrae una procace lavandaia che sebbene abbia un anello al dito (presumibilmente di fidanzamento o un pegno d’amore) non ci pensa due volte a promettere al pescatore galante un incontro in camporella in cambio del ripescaggio dell’anello perduto mentre lavava.

ASCOLTA I Gufi

ASCOLTA I Girasoli un po’ swing

Struttura
La bella la va al fosso
ravanej remolazz
barbabietol e spinazz
trii palanch al mazz
la bella la va a l fosso
al fosso a resentar
e al fosso a resentar.

La bella la va al fosso
al fosso a resentar
Intant che la resenta
la gh’e cascaa 1’anell
La svalza gli occhi al cielo
la vede il ciel seren
La sbassa gli occhi all’onda
la vede un pescator
“Oh pescator dell’onda
pescatemi 1’anell
E quand 1’avrai pescato
un regalo ti farò
Andrem lassù sui monti
sui monti a far 1’amor
La bella va al ruscello
per sciacquare (i panni)
e intanto che lava
le cade l’anello.
Alza gli occhi al cielo
e vede sereno
abbassa gli occhi all’onda
e vede un pescatore
“Oh pescatore dell’onda
pescami l’anello
e quando l’avrai pescato
ti darò un regalo
andremo sui monti
sui monti a fare all’amore”

Per le ramificazioni della ballata in Sicilia vedasi Sergio Bonanzinga, “La “ballata” e la “storia”: canti narrativi tra Piemonte e Sicilia, in Costantino Nigra etnologo. Le opere e i giorni”, Torino : Omega Edizioni qui

ASCOLTA La Macina e la versione marchigiana, con un bell’arrangiamento a valzer lento


C’erano tre sorelle
e tutte e tre d’amor.
Ninetta è la più bella
si mise a navigar.
Dal navigar che fece
l’anello gli cascò.
Alzando gli occhi al cielo
lei vide un pescator.
Bel pescator dell’onde
venitemi a pescà
Cosa t’ho da pescare,
l’anello mi cascò
Se io te lo ritrovo,
che cosa mi darè
Vi darò cento scudi,
e borsa di lamè (ricamà)
Non voglio 100 scudi
né borsa di lamè
Solo un bacin d’amore
se tu me lo vuoi dar
Ci bacerem di notte
la luna le stelle la spia non la fa’
Traduzione inglese (da qui)
There were three sisters,
and all three made for love
Ninette is the most beautiful,
she began to sail
For the long sailing she did,
her ring fell down
Looking up to heaven,
She saw a fisherman
Handsome fisherman of the waves,
come to fish for me
What shall I catch for you,
The ring that fell from me
If I find it,
what will you give me?
I’ll give you a hundred crowns,
and bag of lame
I do not want a hundred crowns,
nor bag of lame
Only a kiss of love
if you want to give it to me
We’ll kiss at night,
the moon, the stars will not betray us

continua

FONTI
http://www.italyheritage.com/italian-songs/regional/toscana/la-pesca-dell-anello.htm
http://www.labissa.com/ciciarade-insubri/item/12180-una-celebre-canzone-popolare-lombarda-la-bella-la-va-al-fosso
http://www.museosanmichele.it/apto/schede/la-pesca-dellanello-4/
http://www.teche.rai.it/1959/01/antiche-canzoni-epico-liriche-italiane-la-pesca-dellanello/

IL TESTAMENTO DELL’AVVELENATO

Una ballata popolare che inaugura un genere narrativo ripreso in molteplici varianti detto “il testamento dell’avvelenato”: la  storia di un figlio morente, perchè è stato avvelenato, che ritorna dalla madre per morire nel suo letto e lasciare il testamento; con tutta  probabilità la ballata parte dall’Italia, passa per la Germania per arrivare  in Svezia e poi diffondersi nelle isole britanniche (Lord Randal) fino a sbarcare in  America.
Così c’insegna Riccardo VenturiQuesta ballata può avere avuto origine molto  lontano dalle brughiere e dai lochs, e molto vicino  a casa nostra. Il veleno, infatti,  è un’arma assai strana nelle fiere ballate britanniche, dove ci si ammazza a  colpi di spada; è un mezzo subdolo,  ‘femminile’ di uccidere, e non a caso è stato sempre considerato, a  livello popolare, proprio degli italiani.  ”

avvelenatoLA VERSIONE ITALIANA:  IL TESTAMENTO DELL’AVVELENATO
“L’avvelenato”, o “Il testamento dell’Avvelenato”, è una ballata italiana attestata per la prima volta in un repertorio di canti popolari pubblicato nel 1629 a Verona da un fiorentino, Camillo detto il Bianchino. È stata poi riprodotta anche da Alessandro d’Ancona nel suo saggio ‘La Poesia Popolare Italiana’, Livorno, 1906 (vol. II, p. 126): l’autore esprime l’opinione che il testo originale fosse toscano e ne riporta alcune versioni provenienti dall’area comasca e lucchese.

Ad oggi si contano quasi 200 versioni regionali della ballata dell’Avvelenato. La ballata è costituita dal solo dialogo tra madre (o a volte la moglie) e figlio che in alcune regioni si chiama Enrico, in altre Peppino in altre ancora, come in Canton Ticino, Guerino: intervengono poi altri personaggi come il dottore, il confessore e il notaio, solo nel finale apprendiamo che il colpevole dell’avvelenamento è la moglie (in alcune versioni la sorella oppure la madre)

ANGUILLA O SERPENTE?

L’avvelenamento avviene per mezzo di un’anguilla. L’anguilla era un cibo molto apprezzato nel Medioevo, e consumato anche in zone lontane dal mare in quanto si poteva conservare a lungo viva. Ma si sa l’anguilla ha un aspetto serpentino e in effetti il capitone (cioè l’anguilla con la grossa testa) è spesso paragonato, almeno in Italia, al pene maschile.
A prima vista l’avvelenamento potrebbe trattarsi di una vendetta da parte della moglie o dell’amante a causa di un tradimento e viene spontaneo il parallelo con un altro filo rosso tracciato per l’Europa quello della “Morte Occultata” (vedi) anzi le due ballate si potrebbero dire originate da una stessa antica fonte mitologica: l’eroe va a caccia nel bosco e viene avvelenato da una misteriosa dama, quindi ritorna a casa e lascia il suo testamento.
Secondo l’interpretazione di Giordano Dall’Armellina in chiave archetipa ecco che intravediamo l’insegnamento-rito di passaggio che veniva impartito anticamente tramite il racconto “Le lezioni relative alla morte occultata sono sicuramente più antiche e propenderei per una derivazione da queste per lo sviluppo delle versioni italiane ed europee in genere, relative al testamento dell’avvelenato. Per questa versione comasca si potrebbe ritenere che l’eroe sia andato a caccia con la sua cagnola. Deve dimostrare di essere un vero uomo, ovvero di essere passato nel mondo degli adulti, e di poter procacciare cibo attraverso la caccia come era consuetudine nelle società arcaiche. Tuttavia, l’eroe fallisce e incontra la sua dama che gli offre un’anguilla arrosto avvelenata. La dama è in realtà la morte, ma il suo senso di frustrazione per la prova fallita gli fa vedere nella dama/morte il volto della donna amata la quale, in una specie di transfert, lo umilia e lo punisce nella virilità offrendogli il suo stesso sesso rappresentato da un’anguilla avvelenata. Se non si passa nel mondo degli adulti il pene perde del tutto la sua forza ed è quindi rifiutato dalla donna che lo vuole invece garante come generatore della vita e della famiglia. In mancanza di queste garanzie, in una società dove generare tanti figli era la prova di massima virilità, la morte prende il sopravvento. Nella morte è coinvolta anche la cagnola; ritenuta colpevole in egual misura dal padrone per non averlo aiutato nella caccia, mangerà l’altra mezza anguilla. Alle fine, nel testamento, all’ultima domanda provocatrice della mamma, l’avvelenato lancerà una maledizione augurando la forca alla dama, che essendo la morte, non può morire. Tuttavia è anche una maledizione verso la donna amata per la quale si è sottoposto alla prova, fallita, di virilità. Nell’evoluzione della ballata si sono persi i contatti con le radici più profonde e rimane una storia di presunti tradimenti dove in ogni caso è una donna, derivazione della strega-morte, a compiere l’omicidio.
Il ritorno dell’eroe morente dalla mamma va visto come il ritorno alla madre terra che accoglierà il figlio di nuovo nel proprio grembo. Una figura paterna avrebbe disturbato, nell’inconscio collettivo, la visione archetipica dell’abbraccio consolatorio della Grande Madre.”

Le melodie sono quanto mai varie e spaziano dal lamento alla musica da danza o quanto meno allegra

ASCOLTA Il canzoniere del Piemonte (voce Donata Pinti)
In questa versione il marito si rivolge alla moglie accusando un forte dolore e viene chiamato il notaio per fare testamento.

VERSIONE PIEMONTESE *
“Moger l’ái tanto male,
signura moger

«Coz’ l’as-to mangià a sinha
cavaliero gentil
«Mangià d’ün’ anguilëlla
che ‘l mi cör stà mal!
“L’as-to mangià-la tüta
cavaliero gentil?»
«Oh sül che la testëta:
signora mojer”
«Coz’ l’as-to fáit dla resta
cavaliero gentil?»
«L’ái dà-la alla cagnëta:
signora mojer”
«Duv’ è-lo la cagnëta
cavaliero gentil?»
«L’è morta per la strada
signora mojer”
«Mandè a ciamè ’l nodaro
che ‘l mi cör stà mal!
«Coz’ vos-to dal nodaro,
cavaliero gentil?»
«Voi fare testamento:
oh signur nodar»
«Coz’ lass-to ai to frateli,
cavaliero gentil?»
«Tante bele cassinhe
oh signor notar”
«Coz’ lass-to ale tue sorele,
cavaliero gentil?»
Tanti bei denari
oh signor notar»
«Coz’ lass-to a la to mare,
cavaliero gentil?»
“La chiave del mio cuore
oh signur nodar»
«Coz’ lass-to a tua mogera,
cavaliero gentil?»
«La forca da impichela:
oh signur nodar»
L’è chila ch’ l’à ‘ntossià-me
oh signur nodar»
traduzione italiano di Cattia Salto
Moglie mi fa tanto male,
signora moglie
Cos’hai mangiato a cena
gentile cavaliere?
Ho mangiato un’anguilla
che il mio cuore sta male
L’hai mangiata tutta
gentile cavaliere?
Solo la testa
signora moglie
Cosa ne hai fatto del resto
gentile cavaliere?
L’ho dato alla cagnolina
signora moglie
Dov’è la cagnolina
gentile cavaliere?
E’ morta per la strada,
signora moglie
Mandate a chiamare il notaio
che il mio cuore sta male
Cosa volete dal notaio
gentile cavaliere?
Vorrei fare testamento:
oh signor notaio
Cosa lasciate ai vostri fratelli
gentile cavaliere?
tante belle cascine
oh signor notaio
Cosa lasciate alle vostre sorelle
gentile cavaliere?
Tanti bei soldi
oh signor notaio
Cosa lasciate a vostra madre
gentile cavaliere?
La chiave del mio cuore
oh signor notaio
Cosa lasciate a vostra moglie
gentile cavaliere?
la forca per impiccarla
oh signor notaio
perchè è lei che mi ha avvelenato signor notaio!

NOTE
* dalla trascrizione di Costantino Nigra #26
ASCOLTA i Gufi, area lombarda

IL TESTAMENTO DELL’AVVELENATO (come cantato da Nanni Svampa)
I
Dove sii staa jersira
figliol, mio caro fiorito e gentil?
Dove sii staa jersira?
II
Son staa da la mia dama
signora mamma, mio core sta mal!
Son staa da la mia dama.
Ohimè ch’io moro, ohimè!
III
Cossa v’halla daa de cena
figliol, mio caro fiorito e gentil?
Cossa v’halla daa de cena?
IV
On’inguilletta arrosto
signora mamma, mio core sta mal!
On’inguilletta arrosto.
Ohimè ch’io moro, ohimè!
V
L’avii mangiada tuta
figliol, mio caro fiorito e gentil?
L’avii mangiada tuta?
VI
Non n’ho mangiaa che meza
signora mamma, mio core sta mal!
Non n’ho mangiaa che meza.
Ohimè ch’io moro, ohimè!
VII
Cossa avii faa dell’altra mezza
figliol, mio caro fiorito e gentil?
Cossa avii faa dell’altra mezza?
VIII
L’hoo dada alla cagnola,
signora mamma, mio core sta mal!
L’hoo dada alla cagnola.
Ohimè ch’io moro, ohimè!
VIII
Cossa avii faa de la cagnola
figliol, mio caro fiorito e gentil?
Cossa avii faa de la cagnola?
IX
L’è morta ‘dree a la strada,
signora mamma, mio core sta mal!
L’è morta ‘dree a la strada.
Ohimè ch’io moro, ohimè!
X
La v’ha giust daa ‘l veleno
figliol, mio caro fiorito e gentil,
la v’ha giust daa ‘l veleno?
XI
Mandee a ciamà ‘l dottore
signora mamma, mio core sta mal!
Mandee a ciamà ‘l dottore.
Ohimè ch’io moro, ohimè.
XII
Perchè vorii ciamà ‘l dottore
figliol, mio caro fiorito e gentil?
Perchè vorii ciamà ‘l dottore?
XIII
Per farmi visitare
signora mamma, mio core sta mal!
Per farmi visitare.
Ohimè ch’io moro, ohimè!
XIV
Mandee a ciamà ‘l notaro
signora mamma, mio core sta mal!
Mandee a ciamà ‘l notaro.
Ohimè ch’io moro, ohimè!
XV
Perchè vorii ciamà ‘l notaro
figliol, mio caro fiorito e gentil?
Perchè vorii ciamà ‘l notaro?
XVI
Per fare testamento
signora mamma, mio core sta mal!
Per fare testamento.
Ohimè ch’io moro, ohimè!
XVII
Cossa lassee alli vostri fratelli
figliol, mio caro fiorito e gentil?
Cossa lassee alli vostri fratelli?
XVIII
Carozza coi cavalli
signora mamma, mio core sta mal!
Carozza coi cavalli.
Ohimè ch’io moro, ohimè!
XIX
Cossa lassee alle vostre sorelle
figliol, mio caro fiorito e gentil?
Cossa lassee alle vostre sorelle?
XX
La dote per maritarle
signora mamma, mio core sta mal!
La dote per maritarle.
Ohimè ch’io moro, ohimè!
XXI
Cossa lassee alli vostri servi
figliol, mio caro fiorito e gentil?
Cossa lassee alli vostri servi?
XXII
La strada d’andà a messa
signora mamma, mio core sta mal!
La strada d’andà a messa.
Ohimè ch’io moro, ohimè!
XXIII
Cossa lassee alla vostra dama
figliol, mio caro fiorito e gentil?
Cossa lassee alla vostra dama?
XIV
La forca da impicarla
signora mamma, mio core sta mal!
La forca da impicarla.
Ohimèèèè ch’io mooooooro, ohiiiiiiiimè!

ASCOLTA Monica Bassi & Bandabrian la versione dal Veneto (accorata interpretazione e bellissime immagini in bianco e nero)

ASCOLTA La Piva dal Carner (diventati poi BEV, Bonifica Emiliana Veneta), 1995. La versione emiliana. Qui il protagonista è un cavaliere cortese di nome Enrico

ASCOLTA Musicanta Maggio (sempre di area emiliana) in cui si aggiunge la strofa della cagnolina pure lei morta avvelenata per aver mangiato un pezzo d’anguilla. Il finale prosegue con il testamento

ASCOLTA Angelo Branduardi in Futuro Antico III

VERSIONE PIVA DAL CARNER
I
Dov’è che sté ier sira, fiól mio Irrico?
Dov’è che sté ier sira, cavaliere gentile?
Sun ste da me surèla, mama la mia mama/sun ste da me surèla che il mio core sta male.
II
Che t’à dato da cena, fiól mio Irrico?
Che t’à dato da cena, cavaliere gentile?
Un’anguillina arosto, mama la mia mama/ un’anguillina arosto che il mio core sta male.
III
Dove te l’ha condita, fiól mio Irrico?
Dove te l’ha condita, cavaliere gentile?
In un piattino d’oro, mama la mia mama
in un piattino d’oro che il mio core sta male.
IV
Che parte è stè la tua, fiól mio Irrico?
Che parte è stè la tua, cavaliere gentile?/La testa e non la coda, mama la mia mama/ la testa e non la coda che il mio core sta male.
V
Andè a ciamèr al prete, mama la mia mama/ andè a ciamèr al prete che il mio core sta male./Sin vot mai fèr dal prete, fiól mio Irrico?/ sin vot mai fèr dal prete, cavaliere gentile?
VI
Mi devo confessare, mama la mia mama/Mi devo confessare, che il mio core sta male/ m’avete avvelenato mama la mia mama.
m’avete avvelenato e il mio core sta male.
traduzione italiano di Cattia Salto
I
Dove sei stato ieri sera, Enrico, figlio mio, cavaliere cortese?
Sono stato da mia sorella, mamma mia, mamma sono stato da mia sorella e il mio cuore è ammalato
II
Che cosa ti ha dato per cena Enrico, figlio mio, cavaliere cortese?
L’anguilla arrosto mamma mia, mamma l’anguilla arrosto e il mio cuore è ammalato
III
Come te l’ha acconciata Enrico, figlio mio, cavaliere cortese?
In un piattino d’oro mamma mia, mamma,  in un piattino d’oro e il mio cuore è ammalato
IV
Qual’è stato il tuo pezzo Enrico, figlio mio, cavaliere cortese? La testa e non la coda mamma mia, mamma,
la testa e non la coda e il mio cuore è ammalato
V
Andate a chiamare il prete mamma mia, mamma andate a chiamare il prete che il mio cuore è ammalato.
Che te ne farai del prete Enrico, figlio mio, cavaliere cortese?
VI
Mi devo confessare mamma mia, mamma, mi devo confessare  che il mio cuore è ammalato, mi avete avvelenato
mamma mia, mamma
mi avete avvelenato  e il mio cuore è ammalato
Traduzione inglese da qui
I
The will of the poisoned man
Where were you yesterday evening, my son Enrico?
Where were you, o gentle knight?
I went to see my sister, o mother
I went to see my sister and my heart is sick.
II
What did she give you for dinner, Enrico my son?
What did she give you for dinner, o gentle knight?
A small roasted eel, o mother
A small roasted eel and my heart is sick.
III
Where did she prepare it, my son Enrico?
Where did she prepare it, o gentle knight?
In a gold saucer, o mother
In a gold saucer, and my heart is sick.
IV
Which part was yours, Enrico my son?
Which part was yours, o gentle knight?
The head and not the tail, o mother
The head and not the tail and my heart is sick.
V
Go call the priest, o mother
Go call the priest and my heart is sick.
Wherefore do you need the priest, Enrico my son?
Wherefore do you need the priest, o gentle knight?
VI
I must be confessed, o mother
I must be confessed, and my heart is sick.
You poisoned me, o mother
You poisoned me and my heart is sick.
VII
Where did she prepare it, my son Enrico?
Where did she prepare it, o gentle knight?
In a gold saucer, o mother
In a gold saucer, and my heart is sick.
VIII
Which part was yours, my son Enrico?
Which part was yours, o gentle knight?
The head and not the tail, o mother
The head and not the tail and my heart is sick.
IX
Go call the priest, o mother
Go call the priest and my heart is sick.
Wherefore do you need the priest, my son Enrico?
Wherefore do you need the priest, o gentle knight?
X
I must be confessed, o mother
I must be confessed, and my heart is sick.
You poisoned me, o mother
You poisoned me and my heart is sick.

Paolo Galloni ci testimonia la seguente storia che ci permette di rintracciare “Il testamento dell’avvelenato” anche nelle zone dell’Appennino Parmigiano o Piacentino con il nome de “Il figliol Rico” (il figlio Enrico)
Lord Randal è stata una bella canzone tra le tante fino al 1995. Nell’estate di quell’anno in un mercatino di seconda mano ho trovato un disco intitolato ‘Canti popolari della Valle dei Cavalieri’; il nome evocativo si riferisce all’alta val d’Enza, che separa l’Appennino parmigiano da quello reggiano. Era una raccolta di canzoni registrate dalla viva voce degli anziani di lassù. Uno dei titoli, eseguito da due anziane sorelle del paese di Carbonizza, si chiamava ‘Il testamento dell’avvelenato’. Fin dalle prime note ha rivelato qualcosa di famigliare. Invece di perdere tempo in spiegazioni, riporto le prime due strofe:
In dove t’è stè ier sira, figliol mio Rico?
In dove t’è stè ier sira, cavaliere gentile?
Son stè da me soréla, mama la mia mama
Son sté da me sorella, che il mio cuore sta male
Cosa t’ha dato da cena, figliol mio Rico?
Cosa t’ha dato da cena, cavaliere gentile?
Un’anguillina arrosto, mama la mia mama
Un’anguillina arrosto, che il mio cuore sta male
Rico riferisce anche di averne gettato una porzione alla cagnetta, la quale “è già morta e sotterrata”. Diverso e inquietante è l’epilogo: sono la cara mamma e la sorellina ad aver pianificato l’avvelenamento del povero Rico. Le due ballate hanno la stessa trama (con tanto di anguilla) e, questo è il dato più sorprendente, la medesima struttura arcaica. In entrambi i casi i ritornelli formulari stanno al termine delle singole frasi e non delle strofe, come è tipico delle ballate ‘moderne’. Ascoltando Rico e Randal ho pensato -e penso tuttora- che certe canzoni hanno viaggiato come le merci e come i microbi, ma a differenza delle prime non costano nulla, a differenza dei secondi possono aiutare a guarire.”

Ulteriori versioni di Giordano Dall’Armellina con testo tratto dallo spartito musicale dalla raccolta del Bolza “Fonti Lombarde I, Canti di Como, Verese, Somma Lombardo” e del gruppo anconetano La Macina, sempre accompagnato dal testo. vedi

ILLUSTRAZIONE
http://www.behance.net/gallery/Lord-Randal-poem/5305557

FONTI
http://www.nspeak.com/allende/comenius/bamepec/multimedia/saggio2.htm
https://igiornicantati.wordpress.com/2016/03/08/ballata-narrativa/

continua seconda parte: la versione inglese