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SEA SHANTY

Un canto di lavoro sulle grandi navi mercantili a vela è classificato come sea chanty o shanty. In genere il solista detto shantyman dalla voce forte e baritonale, e dalla battuta pronta, rispettato da tutti, era quello che intonava la strofa seguita dalla risposta corale di tutti gli altri marinai (secondo lo schema detto “chiamata e rispostacall and response). Una parola del ritornello è enfatizzata per indicare il momento in cui i marinai devono alare la cima o eseguire la manovra, è quindi il coro l’elemento principale di questa forma musicale, talvolta è accompagnato da uno strumento musicale (piffero, organetto o violino). Con le navi a vapore e la meccanizzazione di molte mansioni, la necessità di cantare è venuta meno, ma nel XX secolo il repertorio di queste canzoni, documentato dai veterani in pensione, è sbarcato sulla terra diffondendosi tra i non marinai e gli amanti della musica folkloristica.

Una “sea shanty” o canzone marinaresca era cantata dai marinai sulle grandi navi mercantili a vela, durante i lavori più faticosi o monotoni che richiedevano una sforzo coordinato e collettivo (ad esempio per levare l’ancora, per sollevare e abbassare le velature e per manovrare le vele).. L’origine del termine shanty (scritto anche come chantey o chanty) risale a metà dell’Ottocento in ambito americano, ma il suo significato è incerto, ed è da intendeshanty_balladrsi più per l’assonanza, che per il suo valore etimologico, e fu proprio tra il 1830 e il 1870 che nacque e si consolidò il repertorio dei canti di lavoro marinareschi.

Così scrive Italo Ottonello anche Herman Melville, in Redburn: his First voyage, mette in risalto l’importanza determinante di questo genere di canzoni, ai fini dell’esecuzione di lavori pesanti: «(…) presto mi abituai a questo [modo di] cantare, senza il quale, i marinai non toccano mai una cima. Talvolta, quando accadeva che nessuno iniziasse, e nonostante tutti gli sforzi, l’alaggio sembrava non procedere molto bene, il ‘primo’ inevitabilmente diceva: ‘dunque, uomini, è possibile che qualcuno tra voi non possa cantare? Cominci, dunque e solleviamo il carico’. Allora uno di loro attaccava, e sicuramente la canzone sarebbe ben valsa il fiato speso per cantarla. Era come se le braccia di ciascuno, come anche le mie, fossero state molto alleggerite dal canto, e con tale allietante accompagnamento, ciascuno fosse riuscito ad alare molto meglio, cosa che accadeva pure a me. È molto importante, per un marinaio, saper cantare bene, perché acquista grande nomea tra gli ufficiali, e molta popolarità fra i compagni. certi capitani, prima di arruolare un uomo, gli chiedono sempre se è capace di cantare durante gli alaggi».
[-ecco la versione originale “…I soon got used to this singing, for the sailors never touched a rope without it. Sometimes, when no one happened to strike up, and the pulling, whatever it might be, did not seem to be getting forward very well, the mate would always say, ‘Come men, can’t any of you sing? Sing now and raise the dead.’ And then some one of them would begin, and if every man’s arms were as much relieved as mine by the song, and he could pull as much better as I did, with such a cheering accompaniment, I am sure the song was well worth the breath expended on it. It is a great thing in a sailor to know how to sing well, for he gets a great name by it from the officers, and a good deal of popularity among his shipmates. Some sea captains, before shipping a man, always ask him whether he can sing out at a rope.” Herman Melville, Redburn,  (1849) ]
Gli shanty, d’altra parte, sono funzionali al solo compito da eseguire, tanto che, appena completato il lavoro, la canzone cessa, qualsiasi sia il punto al quale il cantante è arrivato. Non si canta mai dopo la fine del lavoro, tanto a bordo quanto a terra, salvo che non si tratti di una di quelle canzoni dal duplice aspetto di shanty e di forebitter, o canto del tempo libero.” (Italo Ottonello in Le vecchie canzoni dei giorni dei velieri)

LE NAVI

(stralciato dall’articolo L’evoluzione navale di Raffaele Staiano)…Fino a tutto il 1600 non vi era una differenza netta tra nave mercantile e nave militare e anche queste ultime erano armate per difendersi. Nel 1700 i bastimenti mercantili si differenziano nettamente dalle navi da guerra. I bastimenti mercantili assumono dimensioni e forme diverse, si hanno così navi a due alberi, navi a tre alberi, brigantini, golette, tartane, clipper, ecc. …La vela raggiunse il massimo sviluppo nel 1800. La velatura fu realizzata con un numero sempre maggiore di vele, tutte orientabili in modo da mantenere la rotta voluta anche con venti provenienti da direzione diversa.

Il numeroso equipaggio era impegnato costantemente nel governo della nave. A partire dall’inizio del viaggio, quando ogni cosa doveva essere imbarcata e sistemata a mano. Una volta salpata l’ancora i marinai erano sulle sartie a serrare e spiegare le vele. Un altro lavoro costante era quello di sentina con l’azionamento a mano delle pompe (durante la battaglia ulteriori pompe erano azionate per spegnere gli incendi e per lavare i ponti inondati di sangue). Pulegge e verricelli alleviavano un po’ la fatica ma anche questi erano azionati a mano.

LE ROTTE DEI VELIERI

I velieri seguivano delle rotte prestabilite tracciate da venti e correnti oceaniche, ad esempio la rotta degli Alisei (i venti costanti tropicali non a caso chiamati anche “trade winds”) era quella seguita nell’Oceano Atlantico dalle coste dell’Europa alla costa est degli Stati Uniti, America centrale e viceversa.  Rotte che però variavano a seconda della stagione.

mappa-rotte-velieri

Se prendiamo una mappa del globo notiamo subito che una rotta verso l’oriente, partendo dall’Europa, ci obbligherebbe a circumnavigare l’Africa. Lo stesso discorso vale per chi si avventura partendo dalla costa orientale dell’America del nord, a meno di volere circumnavigare l’America del sud e forzare controvento capo Horn!
A nord dell’equatore, nell’Atlantico, questi hanno un senso di rotazione orario. Quindi fin alle Canarie e Capo Verde tutto è facile. Poi, per via della forza di Coriolis, subentra la zona delle calme equatoriali con la loro quasi totale assenza di vento. Ma non basta, superate le calme nell’emisfero australe i venti dominanti hanno rotazione inversa cioè antioraria. Quindi partendo ad esempio dall’Inghilterra la rotta era la seguente : Atlantico fino a Capo Verde poi tutto ad Ovest verso i Caraibi quindi a Sud lungo il Brasile e la costa Argentina fino a riprendere i venti portanti che con rotta di nuovo verso Est portano a passare capo di Suona Speranza in Sud Africa e finalmente quella fetenzia di ostico oceano che è quello Indiano. Approssimativamente 30.000 Km quando in linea d’aria sono solo 8.000!

Non che tornare fosse poi più semplice. Rotta su Australia con il passaggio di capo Leeuwin in Nuova Zelanda, quindi oceano fino a doppiare  capo Horn. Arrivati all’Africa rotta a Nord di nuovo verso i Caraibi prima delle calme equatoriali e infine a Est passando a Nord delle isole Azzorre. Più o meno altri 36.000 km..

Occorre inoltre tenere bene a mente che queste rotte non sono percorribili sempre durante tutto l’anno. Per fare un banale esempio per andare ai Caraibi la stagione migliore è l’inverno quando l’anticiclone delle Azzorre è stabile e garantisce venti portanti per tutta la traversata. Mentre tornare è sconsigliato durante il periodo estivo per la possibile presenza dei cicloni in zona equatoriale. Questi dati erano conosciuti e dovevano essere tenuti ben presenti prima di pianificare un viaggio. E come sempre per essere ben conosciuti avevano richiesto e ottenuto  il loro tributo: il sangue e la vita dei marinai! (tratto da qui)

PER DARSI UN RITMO

Il ritmo è sempre stato importante sulle navi, a cominciare dal suono percussivo dei tamburi con cui si scandiva il tempo dei rematori, nelle prime, modeste navi, e via via sempre più importante nei lavori più complessi per manovrare navi sempre più grandi e con molti alberi e velature. Si può affermare che furono proprio le grandi navi a vela a rendere comune e quasi “internazionale” la pratica del cantare dei marinai. Semplici filastrocche si dirà, improvvisazioni strampalate, eppure così radicate nella cultura marinaresca per ogni specifica tipologia di nave. Secondo un detto comune “una canzone vale dieci uomini a virare l’argano“.  Le influenze che si possono riscontrare in tali canti sono principalmente le melodie popolari tra cui quelle di Irlanda e Scozia, ma soprattutto afro-americane provenienti dagli scaricatori neri che a loro volta cantavano mentre caricavano manualmente le balle di cotone sui velieri nei porti caraibici e degli Stati Uniti del Sud.
Vero è che sulle navi mercantili inglesi abbondavano uomini provenienti dall’Irlanda, Scozia e Galles e che i canti gioco forza ricalcavano la loro tradizione musicale, in particolare per le forebitter songs (i canti passatempo nelle ore di riposo).

LO SHANTYMAN

seashantyI testi ovviamente erano semplici, intercambiabili e con ampio spazio all’improvvisazione, strofe con versi ripetuti da allungare o accorciare a seconda della durata del lavoro.
In genere il solista detto shantyman dalla voce forte e baritonale, e dalla battuta pronta, rispettato da tutti, era quello che intonava la strofa seguita dalla risposta corale di tutti gli altri marinai (secondo lo schema detto “chiamata e risposta (call and response). “Gli shantyman sono generalmente orgogliosi della loro reputazione quanto a improvvisazione e originalità, e tentano di non ripetere due volte lo stesso verso. Se la fine della canzone arriverà prima dell’ultimazione del lavoro, essi l’allungheranno con qualcosa di nuovo, o torneranno su una serie di versi banali usata per «tamponare» in tali occasioni. Questo spiega perchè gli stessi versi, quali goin, round the horn / wish ya never was born (per andare a doppiare l’horn / vorrei che non fossi mai nato) oppure heard the old man say / go ashore and take yer pay (udito il capitano dire / scendi a terra e ritira la paga), appaiono in tanti shanty diversi. È molto apprezzato, tra loro, chi riesce a strappare una risata ai marinai, a far sembrare il lavoro più leggero, a indurre gli uomini a lavorare sodoGli shanty possono anche fornire ai marinai un mezzo per esprimersi senza paura di punizioni. Un buono shantyman, nel cantare certe canzoni, spesso riesce a fare satira sui superiori, con un linguaggio tanto diretto quanto efficace. Egli sceglie i punti deboli, fisici e morali del capitano o di uno degli ufficiali, consapevole che la responsabilità ricade unicamente sulle sue spalle, e nessun altro corre seri rischi d’essere punito, il coro, su cui si basa l’azione del lavoro, infatti, non è coinvolto, essendo ripetitivo e senza variazioni.” (Italo Ottonello)
Una parola del ritornello è enfatizzata per indicare il momento in cui i marinai devono alare la cima o eseguire la manovra, è quindi il coro l’elemento principale di questa forma musicale, talvolta è accompagnato da uno strumento musicale (piffero, organetto o violino).

IL CIRCUITO FOLK

Con le navi a vapore e la meccanizzazione di molte mansioni, la necessità di cantare è venuta meno, ma nel XX secolo il repertorio di queste canzoni, documentato dai veterani in pensione, è sbarcato sulla terra diffondendosi tra i non marinai e gli amanti della musica folkloristica. “..alcune delle canzoni che ho citato ora sembrano sciocche vedendole scritte. Non sono il genere di canzoni da stampare. Sono canzoni che devono essere cantate in certe condizioni, e dove quelle condizioni non esistono, appaiono fuori luogo. In mare, quando sono cantate nel tranquillo gaettone, o alando le cime, sono le più belle di tutte le canzoni. È difficile scriverle senza emozione, perché sono parte della vita. Non si possono separare dalla vita. Non si può scrivere una parola di loro senza pensare ai giorni andati, o a compagni da molto tempo diventati corallo, o a belle, vecchie navi, una volta così maestose, ora ferro vecchio.” (John Masefield in Sea Songs 1906)
C’è una raccolta moderna di questi canti ovvero Shanties from the Seven Seas di Stan Hugill (1961) con informazioni di prima-mano, la cosiddetta “shantyman’s bible“!

Una grande rivalutazione di questi canti è avvenuta poi più recentemente con la produzione in versione piratesca del famosissimo videogioco Assassin’s Creed: Black Flag (2013); la trama è un’intricata vicenda basata sui ricordi del pirata Edward Kenway  ed è ambientata nel mare dei Caraibi in un arco storico che va dal 1715 al 1721. Come già sottolineato da più parti, per quanto il lavoro svolto dai creatori del videogioco Assassin Creed abbia portato le canzoni marinaresche in auge tra i giovani, si è trattato di una mistificazione: molti dei canti sono del secolo successivo e ogni riferimento alla cultura afro-american, che ne è stata per buona parte la fonte, è volutamente ignorato. (continua)

 

UNA CANZONE PER OGNI MANOVRA
Ci sono due grandi categorie funzionali in cui si articolano gli shanties: le canzoni d’alaggio (halyard shanties) e le canzoni d’argano (capstan shanties). Infine ci sono le canzoni del tempo libero o “ricreative

Le halyard shanties sono cantate per alare, orientare o serrare le vele; le capstan shanties (windlass shanties) invece  per salpare l’ancora, per tonneggiare la nave (spostare una nave tirandola da terra) e per il lavoro alle pompe. A seconda del tipo di lavoro e dei suoi tempi: così girare l’argano è un lavoro continuo e lungo, i motivi sono lunghi e spesso raccontano una storia; invece alare le cime è un lavoro a strappi, il motivo è più corto e con un ritmo regolare. Ma a volte gli alaggi sono prolungati e con gli long-drag o halyard shanties gli uomini potevano avere il tempo di riposare tra uno strappo e l’altro.

hauling-hugill

Le canzoni per alaggio (per spiegare in termini meno marinareschi: quando i marinai “tirano le corde” per far alzare o manovrare le velature della nave) si dividevano in long-drag or halyard shanty (alaggi prolungati) e in short-drag or short-haul shanty (alaggi brevi) (Le prime) Sono cantate quando un lavoro d’alaggio deve durare per un lungo tempo. di solito hanno uno strappo per ogni strofa, in modo da dare agli uomini l’opportunità di riposarsi tra uno e l’altro. Alcuni titoli: Alabama, Hanging Johnny, The Black Ball line e Blow the Man down, Cheerily man (men). Tutti gli shanty alle drizze, come quelli all’argano, hanno una parte per solista ripetuta, seguita dal coro. Negli shanty all’argano, però, il secondo coro generalmente è più lungo del primo, mentre nelle canzoni alle drizze ogni coro ha la stessa lunghezza. L’equipaggio rimane fermo durante l’assolo e ala durante il coro. Secondo il peso da sollevare, si può alare da una (per lavori pesanti) a tre volte (per quelli più leggeri) ogni coro. (Le seconde) sono cantate quando il lavoro di alaggio da effettuare è rapido, come imbrogliare, spiegare, orientare o portare a segno le vele e prevedono due o più alaggi per ogni verso. Lavori più difficili e pesanti, come ghindare gli alberi, prevedono solamente uno strappo per ogni ritornello. Alcuni titoli: Boney, Haul away, Joe, Blow the Man down, Drunken Sailor.

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.. Gli shanty all’argano hanno ritmi regolari e di solito raccontano delle storie, a causa del tempo (anche ore), necessario per salpare l’ancora. I marinai riprendono slancio battendo il piede sul ponte a certe parole; da qui il nome di shanty «pesta e vai» (stamp and go). Diversamente dagli altri tipi di shanty, non dovendosi eseguire alcun alaggio, oltre ai versi di domanda-e-risposta, di frequente hanno un intero coro. Cominciano con un solo verso, cantato generalmente dal solista, seguito da un breve coro. (Italo Ottonello in Le vecchie canzoni dei giorni dei velieri)

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C’era anche un lungo e noioso lavoro da fare sulle navi: “pumping water“, infatti l’acqua che finiva in sentina, doveva essere frequentemente pompata fuori bordo. I primi modelli di queste pompe erano a bilanciere ed erano manovrate da due gruppi di uomini che muovevano alternativamente su e giù i rispettivi bracci della pompa. In seguito si diffuse il  modello “downton” ad argano, per cui i canti diventarono intercambiabili con quelli per salpare l’ancora.

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Così le canzoni non sono suddivise in modo rigido e i marinai potevano modificarle nel ritmo per usarle in compiti diversi. L’unica regola seguita tacitamente era che le canzoni che parlano del ritorno a casa si cantavano al rientro (going-away song) (vedi).

FOREBITTER (FORECASTLE) SONGS

Sono le canzoni d’intrattenimento nelle ore libere (forebitter da fore bitts le bitte prodiere in ferro o legno vicine all’albero di trinchetto, presso cui i marinai si riuniscono per i momenti di riposo). In questa categoria si comprendono anche alcune canzoni cerimoniali per le occasioni speciali (come ad esempio il momento in cui la nave attraversava l’equatore o entrava in porto).
“Le canzoni hanno per argomento i luoghi visitati, i ricordi di casa o di terre straniere. I marinai amano i canti d’amore, d’avventura, di sentimenti, le storie di uomini famosi e di battaglie. Spesso i canti descrivono la dura vita sulle navi a vela, o parlano degli aspetti buoni o cattivi di una nave o dei legami emotivi che gli uomini hanno stretto a terra. Pure i personaggi di bordo appaiono con frequenza nelle canzoni; ufficiali e capitani possono essere detestati o ammirati, e tra i protagonisti delle canzoni vi sono anche compagni di bordo perduti in mare. Spesso queste canzoni assumono la configurazione dello shanty, ma ciononostante, non si cantano mai durante le manovre. Mentre le canzoni del castello (forecastle songs) sono cantate per passatempo nell’alloggio dell’equipaggio, i canti cerimoniali sono usati in occasione di celebrazioni, per esempio il giorno dell’estinzione del debito contratto dal marinaio ricevendo l’anticipo sulla paga, o quando la nave attraversa l’equatore.” (Italo Ottonello in Le vecchie canzoni dei giorni dei velieri)

LA VITA A BORDO

La vita di bordo seguiva rigorose regole integrate immancabilmente da tradizioni osservate spontaneamente con rigore secondo una gerarchia al vertice della quale stava il capitano, detto comunemente “il vecchio” (the old man) anche se uomo giovane, e mai chiamato comandante (termine, questo, divenuto proprio della marina a vapore), coadiuvato da un primo ufficiale (Chief o First Mate) con compiti di vicecomandante, e da un secondo e terzo ufficiale (per lo più capitani di lungo corso patentati ma non abilitati) con residenza sul casseretto di poppa.

L’equipaggio era formato dal nostromo, figura centrica, dal cuoco, dal carpentiere (in epoca più antica anche dal bottaio) e dal velaio, mansione importante la sua in quanto non era difficile perdere le vele fatte a brandelli dalle raffiche degli uragani e quindi da sostituire con vele da lui confezionate, tutti col grado di sottufficiale con una propria cabina, esenti dai turni di guardia, e infine dai marinai: mozzi giovanissimi, giovinotti (giovani marinai non ancora riconosciuti), pilotini, marinai, nocchieri e gabbieri più o meno sperimentati ma affiatati come necessaria conseguenza dei comuni pericoli affrontati e da affrontare, che stavano a proravia dell’albero maestro in un alloggio comune, divisi in due guardie alternate di quattro in quattro ore (con una guardia di due ore, alternante), dette destrale e sinistrale. Una categoria a parte era formata dagli allievi, immancabili sui velieri specialmente inglesi, destinati a divenire capitani patentati ma impegnati, a bordo, nei turni e nei servizi dei marinai secondo una scuola molto dura di pratica.
Nei momenti di emergenza, che non erano rari, tutti erano chiamati alle manovre e salivano sulle alberature, altissime e oscillanti, anche i sottufficiali cuoco compreso e gli ufficiali. (Aldo e Corrado Cherini – tratto da http://www.webalice.it/cherini/Marineria/Index.htm)

JACK TAR

Tarry è un termine dispregiativo per contraddistinguere il tipico marinaio.  Probabilmente il termine è stato coniato nel 1600 alludendo alle resine con le quali i marinai impermeabilizzavano i loro abiti da lavoro.

Un lavoro che veniva svolto spesso sulla nave era inoltre quello della catramatura con cui si impermeabilizzavano le attrezzature e la carena (in legno) della nave usando per lo più il bitume o pece. Veniva detto  pattume il miscuglio di sego, ragia o catrame, zolfo, olio di pesce, biacca adoperato per spalmare la carena. A volte usato per coprire una falla.
Per rinfrescare la memoria degli studi scolastici e capire la differenza tra asfalto, bitume, catrame, pece e resine (qui).

Concerto per calafataggio.

L’immagine ottocentesca del marinaio era piuttosto stereotipata: un ubriacone e donnaiolo e forse lavativo, seppure per dirla con le parole di Joseph Conrad “appartenente ad una razza scontrosa e fedele, vigorosa e fiera, capace di ogni rinuncia e dedizione, con i suoi riti, i suoi usi, il suo coraggio” (e aggiungo io, con una paga misera rispetto alla grande fatica fisica, alla sofferenza e ai pericoli).. continua
“Both the navy and the merchant shipowners learnt through bitter experience to expect a certain percentage of their ships to sink every year they sailed. With the mortality rate so high and conditions so bad, the sailors themselves could only cultivate a brutal fatalism about their work. They lived in a twilit world, with their own jargon and codes. Most did not expect to live beyond the age of forty. They regarded the government with suspicion, the law with indifference, and their landlubber compatriots with derision. They were accustomed to shipwreck and injury, they accepted that the sea was unsafe, and they remained suspicious of men who promised salvation.” (in The Lighthouse Stevensons” di Bella Bathurst 1999 edito anche in italiano con il titolo di “Lo splendore degli Stevenson”)

FONTI
http://www.marina.difesa.it/documentazione/editoria/marivista/Documents/2011/11_novembre/Suplemento_Ottonello.pdf
http://www.cherini.eu/cherini/Marineria/Index.htm
Una delle fonti per me più preziose è la consulenza del contrammiraglio ( in congedo assoluto) Italo Ottonello: in servizio come ufficiale del Genio Navale dal 1956 al 1993  nel ruolo di Direttore di Macchina; come insegnante a Mariscuola La Maddalena e la Scuola Nautica della GdF,  e presso gli Enti Centrali della MM con incarichi di carattere tecnico-logistico. Cultore delle tradizioni marinare e degli aspetti della vita di mare all’epoca della vela, in particolare nella Marina britannica dei tempi di Nelson. Collabora con la Rivista Marittima pubblicazione mensile della Marina Militare dal 1985.

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