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Terre Celtiche Blog

Harpans Kraft/VILLEMANN OG MAGNHILD

Nella Ballata Harpans Kraft (Il potere dell’arpa) della tradizione scandinava intitolata in Norvegia Villemann og Magnhild troviamo al centro della trama il potere magico della musica che permette all’amore di trionfare. Invece del Re delle Fate della ballata scozzese King Orfeo sbuca fuori un predatore mutaforma (water-spirit) che dimora nel fiume, altrettanto noto per i suoi rapimenti di belle fanciulle .
Questo approfondimento è stato scritto “a quattro mani” con la collaborazione di Riccardo Venturi, germanista-scandinavista e traduttore -commentatore delle Ballate popolari anglo-scozzesi e francesi note come Child ballads.

La storia di questa ballata è diversa ma molto simile all’Orfeo: siamo in una fiaba in cui la bella fanciulla è sotto incantesimo/maledizione, le è stato predetto che il giorno del suo matrimonio sarà rapita dal nix (il demone-orco delle acque) e nonostante tutte le precauzioni prese dal suo futuro sposo per prevenire la disgrazia, puntualmente tutto va storto.
Il luogo del rapimento fatato è in tutte le versioni un ponte che attraversa il fiume in cui dimora lo spirito dell’acqua, si tratta di uno spazio liminale una via di mezzo che non è terra, nè acqua e nemmeno aria pur circoscrivendole tutte.

I FOLLETTI ACQUATICI

Kelpie o nix a seconda se siamo nel folklore celtico o germanico-scandinavo: il nix (the neck in inglese, näcken in svedese, nøkk (nella Norvegia sud e centro-orientale), nykken o nykkjen (nella Norvegia orientale, in diversi dialetti e in neo-norvegese/nynorsk) si mostra nella forma di rana o rospo o di piccolo pesce o di uno strano pesce a forma umana (una delle sue possibili incarnazioni e anche il cavallo acquatico della tradizione scozzese ).
Altri non sono che gli spiriti delle acque che rappresentano le insidie dei fondali lacustri o dei torrenti impetuosi. (vedi). Nell’immaginario danese e norvegese (e anche svedese) è un troll del fiume (scrive Riccardo Venturi “dal danese: trold, che può valere sia per “orco” che “gnomo”; svedese neck”), nelle versioni più antiche è un mostro mitologico o preistorico, che si cela negli abissi delle acque e dell’inconscio, ma è anche un seducente giovane uomo nudo che suona il violino oppure l’arpa seduto sui massi di un fiume, anche se come rileva Annalisa Maurantonio nel suo blog Norlit l’immagine di musicista del näck è più recente, mediata dalla letteratura romantica.

HARPENS KRAFT: La versione danese / Danish version

Eccola qui, in primis nella sua classica versione danese che Svend Grundtvig inserì nelle sue Danmarks Folkeviser i Udvalg “Selezione di ballate popolari di Danimarca” del 1882, lo stesso anno in cui iniziò la pubblicazione dei cinque volumi delle English and Scottish Popular Ballads di Francis James Child. Non è certamente un caso: durante tutta la redazione del suo monumentale studio, il Child si era tenuto costantemente in contatto con Grundtvig, che gli aveva fornito tutti gli analoghi danesi e scandinavi delle ballate angloscozzesi (praticamente tutte le ballate britanniche più antiche, specie soprannaturali, hanno analoghi scandinavi: la fonte è comune).
La ballata danese, Harpens Kraft (“Il potere dell’arpa”), è testimoniata in diverse versioni, delle quali questa è forse la più completa; ma tutte hanno una trama comune. Un fidanzato chiede alla sua promessa sposa come mai è tanto triste e addolorata, e alla fine lei risponde di sapere che cadrà in un fiume e annegherà mentre si reca alle nozze, così come è successo alle sue due sorelle. L’uomo promette di far costruire un ponte largo e robusto per passare il fiume, e che lui ed i suoi uomini la proteggeranno. Nonostante le precauzioni, il cavallo della fanciulla inciampa e scivola sul ponte (oppure si imbizzarrisce), e lei precipita nel fiume. L’uomo si fa portare la sua arpa d’oro e comincia a suonarla in maniera talmente forsennata e splendida, che il troll del fiume, per il potere magico del suono dell’arpa, è costretto a riconsegnare la sposa. In questa versione vengono riconsegnate in vita anche le due sorelle che erano state precedentemente prese dal troll, e nonostante le implorazioni del troll a lasciarlo poi stare in pace nel suo fiume, l’uomo continua a suonare eliminandolo.
Le versioni danesi esistenti sono in tutto sei (Danmarks gamle Folkeviser, DgF 40). Sono riprese da manoscritti come il Karen Brahes Folio del 1570 (versione A). Le versioni E e F sono quelle più complete, alla base di questa che qui si dà. Si tratta propriamente di una versione da foglio volante del 1778 (versione E), ma la versione F le corrisponde piuttosto bene. Tale versione risale al 1693 e fu ripresa da un manoscritto compilato da uno svedese nella parrocchia di Næsum, in Scania. Grundtvig la considerò però una versione danese, dato che è scritta in una forma seppure un po’ contaminata di danese arcaico. Non mi risulta che la ballata sia stata mai tradotta in italiano; in inglese, invece, ha trovato traduttori del calibro di Alexander Prior (1860), George Borrow (1913, 1923) e Alexander Gray (1954) [RV] (
Riccardo Venturi da Antiwarsongs.org)

Riccardo Venturi passa quindi al testo della ballata pubblicata da Svend Grundtvig [ in Danmarks gamle Folkeviser – “Selezione di ballate popolari di Danimarca” – 40 E, 1778 ] risalente al 1693, che ascoltiamo da Frode Veddinge

Myrkur in Folkesange 2002 (canto in danese modernizzato)


Vilmund og hans væne Brud
— Strængen er af Guld. —
de legte Tavel i hendes Bur.
Saa liflig legte han for sin Jomfru.
De legte Tavel med Guld saa rød,
og endda græd den væne Mø.
Hver Gang Guldtærning rand paa Bord,
den Jomfru fælded saa modig Taar.
»Hvad heller for Guld I græde?
eller for gode Klæde?
Græde I Guld, eller græde I Jord?
hvad heller den Svend, I har givet Tro?
Græde I Sadel, eller græde I Hest?
eller den Svend, der eder haver fæst?«
»Ikke for Guld jeg græder,
og ej for gode Klæder.
Jeg græder ikke Guld, jeg græder ikke Jord,
saa gjærne da gav jeg eder min Tro.
Jeg græder ikke Sadel, jeg græder ikke Hest,
alt med min Vilje have I mig fæst.
Mere græder jeg for mit gule Haar,
at det skal raadne i Vendelsaa.
Mere græder jeg for Blide,
som jeg skal over ride.
Jeg maa vel græde for Blide-Bro:
dèr sunke ned mine Søster to.
Dér sunke ned mine Søster to,
den Tid de lode deres Bryllup bo.
Og det var mig spaat, meden jeg var Barn:
at jeg skulde drukne min Bry’lupsdag.«
»I skulle ikke græde for Blide-Bro:
den lader jeg al med Jærne slaa.
Jeg lader bygge den Bro saa bred,
hun koster mig tusend Gylden i Fæ.
I skulle ikke græde for Blide:
mine Svende skulle med eder ride.
Tolv ved hver eders Side,
selv holder jeg Bidsel
og Mile.«
Hun lod lægge under Gangeren røde Guldsko,
og saa rider hun til Blide-Bro,
Men der hun kom dèr midt paa Bro,
da snaved hendes Ganger i fire Guldsko.
Hendes Ganger skrænted paa femten Guldsøm,
neder sank den Jomfru for striden Strøm.
Jomfruen rakte op sin hvide Hand:
»Vilmund! Vilmund! hjælp mig til Land!«
»Hjælp dig saa sandt nu den Hellig-Aand,
som jeg dig ikke nu hjælpe kan!«
Hr. Vilmund taler til Smaadreng sin:
»Du hent mig flux Guldharpe min!«
Vilmund tager Harpe i Hande,
han ganger for Strømmen at stande.
Han slog Harpen saa saare,
det hørtes over alle de Gaarde.
Han slog Harpen over den By,
og Fuglen af den høje Sky.
Han slog Løv af Lindetræ
og Hornen af det levende Fæ.
Han slog
Bark af Birke
og Knappen
af Mari-Kirke.
Han slog mer end han skulde:
han slog de Lig af Mulde.
Han slog Harpen af ret Harm :
han slog sin Brud
af Troldens Arm.
Op kom den Trold fra Bunde
med Hr. Vilmunds Mø ved Haande.
Og ikke hans Brud alene,
men baade hendes Søster væne.
»Vilmund! Vilmund! stil din Ljud!
her haver du igjen din unge Brud!
Vilmund! du stil din Runeslæt!
raade nu hver,
som han haver Ret!
Vilmund! Vilmund! tag din Mø!
du lad mig volde mit Vand under Ø!«
»For vist skal jeg vinde min væne Mø,
men aldrig skalt du volde
Vand under Ø.«
Vilmund han legte, den Trold til Men.
han sprak i de haarde Flintesten.
Hr. Vilmund han red sig op under Ø,
— Strængen er af Guld. —
saa drak han Bryllup med sin Mø.
Saa liflig legte han for sin Jomfru
Traduzione italiano Riccardo Venturi*
Vilmund (1 bis) e la sua bella [1] promessa sposa
— La corda dell’arpa è d’oro. —
giocavano a tric-trac [2] nella sua dimora. [3]
Sí dolcemente suonava per la sua donzella. [4]
Giocavano a tric-trac con sí rosso oro, [5]
eppure piangeva la bella fanciulla.
Ogni volta che il dado d’oro scorreva sul tavolo,
la fanciulla si metteva a piangere a dirotto.
” Stai piangendo forse per l’oro?
Oppure per dei bei vestiti?
Piangi per l’oro o per avere terra?
Oppure per quel giovane, cui ti sei promessa?
Piangi per una sella, o piangi per un cavallo?
Oppure per quel giovane, cui ti sei fidanzata?”
”Per l’oro non piango di certo,
e nemmeno per dei bei vestiti.
Non piango per l’oro, non piango per la terra,
Assai volentieri mi ero a Voi promessa.
Non piango per una sella né per un cavallo,
e di mia piena volontà mi sono fidanzata.
Piuttosto piango per i miei biondi capelli,
ché s’imputridiranno nel fiume Vendel. [6]
Piuttosto piango per il ponte Blide [7]
che ci dovrò passare sopra.
E pianger devo per il ponte  Blide :
là sono annegate le mie due sorelle.
Là sono annegate le mie due sorelle,
le volte che andavano alle loro nozze.
E mi fu predetto, quand’ero bambina,
che sarei annegata il giorno delle mie nozze.”
”Non dovete piangere per il ponte Blide:
lo farò forgiare tutto quanto in ferro (7 bia).
Farò costruire quel ponte tanto largo
che mi costerà mille fiorini in bestiame.
Voi non dovete piangere per il ponte Blide :
i miei servi cavalcheranno assieme a Voi.
Dodici a ciascun Vostro fianco,
io stesso terrò il freno [8]
e il computo delle miglia.” [9]
Fece ferrare il destriero in rosso oro,
e cosí ella cavalca verso il ponte Blide,
Ma quando giunse a metà del ponte,
il destriero scivolò sui quattro ferri d’oro.
Il suo destriero scivolò sul quinto chiodo d’oro,
e la fanciulla cadde giù nel fiume impetuoso.
La fanciulla sollevò e tese la sua candida mano:
”Vilmund! Vilmund! Aiutami a tornare a terra!”
”Invero, ti aiuti ora lo Spirito Santo,
ché io adesso non ti posso aiutare!”
Messer Vilmund dice al suo paggio:
”Porgimi sùbito la mia arpa d’oro!”
Vilmund prende la sua arpa in mano,
e va in riva al fiume stando ritto in piedi.
Suonò [10] l’arpa tanto forte, [11]
che la si udì per tutte le campagne. [12]
Suonò l’arpa da farla udire in città, [13]
e dagli uccelli su in alto nel cielo. [14]
Suonando fece smuovere le foglie dei tigli
e le corna del bestiame vivo.
Suonando fece smuovere
la corteccia delle betulle
e la cima del campanile
della chiesa di Santa Maria.
Suonò più forte che poté: (11 bis)
suonando fece smuovere i morti da sottoterra.
Suonò l’arpa con la mano destra (10 bis) :
suonando tirò via la sua sposa
dalle braccia del troll.
E allora il troll venne su dal fondo del fiume
con la fidanzata di messer Vilmund tra le mani.
E non soltanto la sua promessa sposa
ma anche tutte e due le sue belle sorelle.
”Vilmund! Vilmund! Smetti di suonare!
Rièccoti qui la tua giovane sposa!
Vilmund! Smetti con la tua musica magica! [15]
e ora tutti convengano
che lui ha ragione! (15 bis)
Vilmund! Vilmund! Prenditi la tua fidanzata!
Ma lasciami in pace in acqua sotto il fiume!” [16]
”Di certo ecco qui che ritrovo la mia bella sposa,
però in pace in acqua sotto il fiume
non ti ci lascerò mai.”
E Vilmund continuò a suonare a danno del troll,
tanto da spaccare la dura pietra di selce.
Messer Vilmund guadò a cavallo il fiume
— La corda dell’arpa è d’oro. —
e così brindò alle nozze con la sua sposa.
Sí dolcemente suonava per la sua donzella.

NOTE a cura del traduttore
* Riccardo Venturi, 12-04-2020 da qui
le note siglate come bis sono di Cattia Salto
[1] Væn ”bello” è aggettivo di uso raro e arcaico in danese (conservato piuttosto nell’arcaizzante nynorsk vænn.
1 bis) scrive il Venturi “Villemann effettivamente significa “òmo salvatico” (e Vilmund “bocca selvatica”)”  scrive Lynda Taylor in “The Journey to Shetland and Iceland via Fairyland” “Uncontrolled and wild, nature is a place of danger, whereas human society is supposed regulated by man and God and is subject to rules. The music of the harp in “Harpan Kraft” which, in the different versions, is either fetched from home or monastery or is forged by the blacksmith or by the groom himself, is man’s own magic, produced by man on an instrument also made by him, and thus distinguishes him as civilised (Rudd 2007:99) When man encroaches upon nature by moving into or through its space, nature takes revenge, but the power of music can be seen to be affecting all parts of nature and ultimately forces nature’s demon to return what is not his own (Jacobsen and Leavy 1988:88)
[Incontrollata e selvaggia, la natura è un luogo di pericolo, mentre la società umana è regolata dall’uomo e da Dio ed è soggetta a leggi. La musica dell’arpa in “Harpan Kraft” che, nelle diverse versioni, viene prelevata da casa o dal monastero o forgiata dal fabbro o dallo sposo stesso, è la magia dell’uomo, prodotta dall’uomo su uno strumento anch’esso realizzato da lui, e quindi lo distingue come civilizzato  Quando l’uomo invade la natura muovendosi nel suo spazio o attraverso di essa, la natura si vendica, ma vediamo il potere della musica influire sulla natura tutta e alla fine il demone della forza della natura restituisce ciò che non è suo]
Mi piacerebbe analizzare la ballata sotto la prospettiva dell’archetipo-mito dell’Uomo Selvatico  perchè lui è il “mago” della natura per dirla come Massimo Centini e i poteri soprannaturali sono in lui, come la sua abilità del fare. Una visione opposta alla civiltà in antitesi con la natura 
[2] Cfr. lo sved.tavla. Si tratta del gioco del backgammon (e del ”trich-trach” nominato da Niccolò Machiavelli nella sua celeberrima lettera a Francesco Vettori del 10 dicembre 1513).
[3] In danese moderno il termine bur significa solo “gabbia”. Qui è chiaramente omologo dell’ingl. bower “dimora, appartamento”, termine onnipresente nelle ballate. Si tratta di uno dei tanti derivati della radice del verbo presente in norreno e islandese come búa “abitare”, ted. bauen “costruire; coltivare la terra” ecc.
[4] Jomfru, propr. “vergine; fanciulla, pulzella” (ted. Jungfrau).
[5] Nelle balladries di qualunque area linguistica, i colori vengono assegnati “per decreto” e rimangono sempre gli stessi. Curiosamente, l’oro è sempre rosso (mai giallo).
[6] Interessante notare che il fiume Vendel si trova in Svezia, nella regione dell’Uppland. Ma la ballata, come detto (v. introduzione) è pan-scandinava.
[7] Si tratta del nome del ponte, che ha una connotazione quasi di humour nero: “Ponte Blide” significa qualcosa come “Ponte Allegro, Ponte Gioioso”
7 bis) il ferro è un materiale che tiene lontano le creature fatate: la credenza che il ferro (in forma di pugnale, punteruolo o anche forgiato in amuleto) potesse essere efficace contro le fate, deriva indubbiamente da una memoria ancestrale, visto che furono i popoli del ferro a sconfiggere quelli meno “tecnologici”
[8] Vale a dire il “morso”, la “mordacchia” (dan. bidsel da bide “mordere”).
[9] Il tradizionale miglio danese corrisponde a circa 10 km.
[10] L’arpa nordica (e celtica) non si “suona”, né tantomeno si “pizzica”, ma si “batte”, si “percuote” (slå, corr. al tedesco schlagen). Chiunque abbia preso in mano una volta un’arpa nordica, anche senza saperla suonare, e abbia provato a far vibrare una sua corda, si sarà accorto quanto è dura, e che occorrono tutt’altro che dita delicate per suonarla.
10 bis) sarebbe interessante indagare quale sia stata la forma dell’arpa nel periodo della ballata -il nome nel medioevo era piuttosto generico e poteva indicare tutta una serie di strumenti anche dissimili tra loro (cf). Che questo verso sia antico ci viene dalla tecnica con cui l’arpa è suonata: la mano destra. Se si fosse trattato di un’arpa triangolare (chiamiamola per comodità arpa bardica) è descritta una tecnica invertita rispetto al modo moderno di suonare l’arpa. Potrebbe però trattarsi di una lyra bardica  oppure di una lyra ad arco (crotta o rotta germanica) che gli studiosi sono incerti se ritenere totalmente autoctona all’area scandinava; la lyra ad arco compare verso il II° sec e si presenta in una forma analoga a quella attuale intorno al VII sec. Si suona con un archetto tenuto con la mano destra
[11] Cioè, la suonò in modo talmente forte da provare dolore (dan. saare “molto, assai”, ted. sehr; ma anche “ferita”, ingl. sore “doloroso”).
(11 bis) una situazione parossistica e secondo alcuni critici parodistica, è la magia della musica, un suono prodigioso e talmente selvaggio da sconvolgere le leggi della natura stessa
[12] O “fattorie, terreni, tenute di campagna”.
[13]  By è una città, un centro abitato di piccole dimensioni; il suo significato sconfina in ciò che in italiano sarebbe un “paese”. Ancora una volta la radice è quella di isl. búa ecc.
[14] Sky, in danese, significa propriamente “nube, nuvola”. Ma si può capire come mai, ai tempi del Danelaw, il termine sia passato in inglese col significato di “cielo”, che qui adotto nella traduzione.
[15] In Runeslætslæt è sostantivo corrispondente allo slå inteso come “suonare percuotendo”; rune è “magia; mistero”, ma se a qualcuno va di collegarlo con le rune ne ha qualche motivo (“runa” è, propriamente, “segno misterioso”).
15 bis) il nix dice: hai vinto tu! Quella musica magica sprigionata dall’arpa è una potente vibrazione, non si tratta della melodia dell’Orfeo greco e medievale tanto soave che smuove le lacrime, o così sinuosa che induce all’obbedienza, è piuttosto una musica che percuote, come una grande onda d’urto che provoca dolore fisico, una vibrazione che accelera energeticamente la materia, che sposta la materia al punto che Vilmund annienta il mostro facendolo schiantare contro a un masso.
[16] Il verbo volde in danese moderno significa solo “causare, arrecare, produrre”. Qui ha ancora il significato primitivo di “regnare, dominare”: lad mig volde mit vand “fammi dominare la mia acqua”. Ø in danese moderno significa “isola”, ma occorre tornare qui all’etimologia profonda (protogermanico *ahwa, imparentato direttamente con il latino aqua): “corso d’acqua”. Tale significato è rimasto soltanto nei nomi di alcuni corsi d’acqua, specialmente in Norvegia.

Hans Nikolaj Hansen: Harpens Kraft

VILLEMANN OG MAGNHILD: La versione norvegese / Norwegian version

La versione norvegese della ballata è la più diffusa nelle registrazione del folk revival, folk-rock specialmente dei gruppi medieval-metal, in una versione breve diventata “standard”, mentre quella più completa è stata ricostruita nel 1920 da Knut Liestøl e Moltke Moe.

La versione norvegese della ballata è generalmente nota con il titolo di Villemann og Magnhild; nel catalogo NMB (Norske Mellomalderballadar “Ballate medievali norvegesi”) è la n° 26. Ne esistono qualcosa come un centinaio di versioni, alcune delle quali frammentarie e consistenti solo in poche strofe. Alcune varianti sono note con titoli diversi: nella raccolta di Leiv Heggstad la ballata si chiama Harpespelet tvingar nykken “Il suono dell’arpa cattura l’orco”, mentre nell’antologia del Landstad ne esistono due versioni intitolate rispettivamente Gaute og Magnhild e Guðmund og Signelita (Signelita = “Piccola Benedetta”). Nel 1920, Knut Liestøl e Moltke Moe, collazionando le varie versioni (un’opera veramente certosina) ricostruirono un testo completo di 32 strofe che corrisponde in modo quasi totale alla Harpens Kraft danese, e specialmente alla versione di 22 strofe data dal Grundtvig (DgF 40C).
La trama della versione norvegese così come ricostruita da Liestøl e Moe segue, come detto, quasi in modo perfetto quella di Harpens Kraft, ma con alcune lievi varianti. Il nomi del fiume e del ponte (Vendel e Blide) restano invariati. Nella versione norvegese, gli effetti del suono dell’arpa appaiono ancora più fantastici, tanto da svellere le cime dei monti. Nel testo non è chiaro se, nella “strofa delle sorelle”, il riferimento sia effettivamente alle sorelle della sposa oppure alle due braccia che emergono una dopo l’altra. Il protagonista della ballata, Villemann corrisponde pienamente al Vilmund danese, ma in alcune versioni viene nominato come Gullmund, Guldmund, Gudmund ecc.

Nota linguistica. Il testo della ballata a 32 strofe ricostruito da Liestøl e Moe è genericamente in un dialetto norvegese occidentale. L’ho quindi attribuito al nynorsk, anche se, per l’epoca (1920) sarebbe meglio definirlo con l’appellativo originario aaseniano di Landsmål. La forma linguistica è però piuttosto lontana dal “neonorvegese” attuale; contiene inoltre numerosi arcaismi, relitti della declinazione (es. “i svartan mold”) e numerosi termini dialettali. (Riccardo Venturi da Antiwarsongs.org)

Villemann og Magnhild
NMB 26
Villemann og hass møy så prud,
dei leika gulltavl i hennar bur.
Så liflig leika Villemann for si skjønn jomfru.
Kvòr gong gullterningjen rann omkring,
så rann det ei tår på Magnills kinn.
“Græt’e du åker, ell græt’e du eng,
ell græt’e du det at du sov i mi seng?”
“Græt’e du gull, ell græt’e du jord,
ell græt’e du det at du sat ved mitt bord?”
“Eg græt inkje åker, eg græt inkje eng,
eg græt inkje det at eg sov i di seng.”
“Eg græt inkje gull, eg græt inkje jord,
eg græt alli det at eg sat ved ditt bord.”
“Eg græt’e meir fyr mitt kvite hold,
at det må kje koma i svartan mold.”
“Eg græt’e meir fyr mitt gule hår,
at det må kje rotne i Vendels å.”
“Eg græt’e så mykje fyr Blide-bru,
der sokk til bonns mine systrar tvo.”
“Magnill, Magnill still din gråt:
eg skò byggje bru ivi Vendels å.”
“Eg skò byggje brui så håg og så ny
og setje derunde stolpar av bly.”
“Eg sko byggje brui så sterk og så håg
og setje derunde stolpar av stål.”
“Og alle mine sveinar skò ride i rad
— eg vaktar deg nok for det kalde bad.”
“Å, du må byggje om du vil, unde sky:
det kan ingjen ifrå si folloga fly!
Du må byggje av bly, du må byggje av stål:
det kan ingjen si folloga fly ifrå!”
Villemann let si ferd i rekkje,
fir’ og tjuge fyre og fir’ og tjuge etter.
Då dei kom midtepå håge bru,
då snåva hennar gangar i raude gullsko.
Gangaren snåva i raude gullsaum,
og jomfruva raut åt stride straum.
Stolt Magnill slo opp med kvite hand:
“Å Villemann, Villemann! hjelp meg i land!”
Villemann tala til smådrengjen sin:
“Du hentar meg horpa i raude gullskrin!”
Fram kom horpa så vent ho let
alt sat Villemann, sårt han gret.
Villemann gjeng’e for straumen å stå,
meistarleg kunne
han gullhorpa slå.
Han leika med lempe, han leika med list:
fuglen dåna på ville kvist.
Han leika med lempe han leika med gny:
det gjallar i berg, og det rungar i sky.
Villemann leika så lang ein leik:
då rivna borkjen av or og eik.
Han leika av topp, han leika av tre,
han leika honni av kvike fe.
Han leika med vreide og leika med harm,
han leika Magnill av nykkjens arm.
“Der hev du den eine, der hev du dei tvo,
lat meg no hava mitt vatn i ro.”
“Velkomi den fysste, velkomne dei tvo!
men alli skò du hava ditt vatn i ro! “
Villemann leika og horpa skein,
nykkjen han sprakk i hardan stein.
Dei fysste ordi som Magnill tala:
“Sæl er den mo’er slik son må hava!”
“Sæl er den mo’er slik son’e å,
endå sælar den honom må få!”
— Så liflig leika Villemann for si skjønn jomfru.
Traduzione italiano Riccardo Venturi*
Villemann e la sua fidanzata cosí fine [1]
giocavano su un tric-trac d’oro nella sua dimora.
Sí dolcemente suonava per la sua bella fanciulla.
Ogni volta che il dado d’oro scorreva girando,
scorreva una lacrima sulla guancia di Magnhild.
“Piangi per il campo, o piangi per il pascolo,
oppure piangi perché hai dormito nel mio letto?”
“Piangi per l’oro, o piangi per la terra,
oppure piangi perché stavi alla mia tavola?”
“Io non piango per il campo, non piango per il pascolo,
io non piango perché ho dormito nel tuo letto.”
“Io non piango per l’oro, non piango per la terra,
e non piango proprio perché stavo alla tua tavola.”
“Piango piuttosto per il mio bianco corpo [2]
ché possa cadere [3] nel nero fango.”
“Piango piuttosto per i miei biondi capelli
ché possano imputridirsi nel fiume Vendel.”
“E piango sí tanto per il ponte Blide,
dove sono affondate le mie due sorelle.”
“Magnhild, Magnhild, non piangere più:
io costruirò un ponte sul fiume Vendel.”
“Costruirò il ponte tanto alto e nuovo
e ci metterò sotto dei pali di piombo.”
“Costruirò il ponte tanto forte e alto
e ci metterò sotto dei pali d’acciaio.”
“E tutti i miei uomini cavalcheranno in fila,
e io pure baderò che tu non faccia quel bagno gelido.”
“Ah, puoi costruirlo, se vuoi, sotto il cielo:
nessuno può sfuggire al proprio fato!
Lo puoi far di piombo, lo puoi far d’acciaio:
nessuno può sfuggire al proprio fato!”
Villemann mise tutti i suoi uomini in fila,
ventiquattro davanti e ventiquattro dietro.
Quando giunsero a metà dell’alto ponte
il suo destriero scivolò sui suoi ferri di rosso oro.
Il destriero inciampò in un chiodo di rosso oro
e la fanciulla precipitò nel fiume impetuoso.
La fiera Magnhild agitò una bianca mano:
“Villemann! Villemann! Aiutami a tornare a terra!”
Villemann disse al suo paggio:
“Porgimi l’arpa nella sua custodia di rosso oro!”
Tirò fuori l’arpa e lei risuonò cosí armoniosamente
Villemann stava lì a piangere dal dolore.
Villemann andò in riva al fiume  stando ritto in piedi,
sapeva suonare l’arpa d’oro con maestria.
Suonava con proprietà, suonava con arte :
gli uccelli cadevano in deliquio sui rami selvatici.
Suonava con proprietà, suonava con fragore :
si scuotono le montagne, rimbomba il cielo.
Villemann suonò un brano tanto a lungo:
strappò via la corteccia agli ontani e alle querce.
Suonando svelleva cime, suonando svelleva alberi,
suonando svelleva le corna al bestiame vivo.
Suonava con rabbia, suonava con dolore,
suonando tirò via Magnhild dalle braccia dell’orco.
“Eccotene una, ed eccoti le altre due,
ora lasciami in pace nella mia acqua.”
“Benvenuta alla prima, benvenute alle altre due!
Ma certo non te ne starai in pace nella tua acqua!”
Villemann suonava e l’arpa risplendeva,
schiantò l’orco contro una dura pietra.
La prima parola che Maghild disse:
“Benedetta la madre che abbia un tale figlio!”
“Benedetta la madre che ha un tale figlio,
e ancor più benedetto abbia un figlio lui!”
– Sí dolcemente suonava per la sua bella fanciulla.

NOTE
* Riccardo Venturi, 13-04-2020 da Antiwarsongs.org 
[1] Dal norvegese antico (islandese antico, nordico antico, norreno ecc.) prúðr “fine, bello, venusto”, di origine sconosciuta (forse un antichissimo latinismo, da prosum “giovo”). Mutuato dall’inglese antico in prud, alla base del moderno proud “fiero, orgoglioso”.
[2] Nei dialetti norvegesi occidentali, così come in inglese antico, il termine hold ha di per sé il significato di “corpo morto, cadavere”; in norvegese antico e in islandese moderno può significare “carne viva” (ingl. flesh).
[3] Lett. “entrare dentro”.

La Versione standard: Hei fagraste lindelauvi alle

La versione più breve è quella comunemente e modernamente cantata. Il “ritornello lindelauvi”, a differenza di quello della versione lunga ricostruita da Liestøl e Moe, ha la medesima struttura di quello di Harpens Kraft (e anche di King Orfeo). La versione breve deriva da quella eseguita da Høye Strand (1891-1972), registrata poi da Rolf Myklebust; Høye Strand la aveva imparata da cantori tradizionali che la avevano cantata a Jørgen Moe (lui, quello delle famosissime Fiabe Norvegesi redatte assieme a Asbjørnsen) e a Sophus Bugge.
Nel ritornello, il termine rune (o rone) ha il significato di “incantesimo” o “astuzia”. In ultima analisi, il presente testo è quello trascritto da Sophus Bugge nel 1867.
[Riccardo Venturi]

Arve Moen Bergset in “Eg Er Liten Eg, Men Eg Vågar Megby” 1985

Kalenda Maya in Norske Middelalderballader, 1989 (le cui cover in rete si sprecano)

Rita Eriksen e Dolores Keane  nell’album Tideland (1996) con qualche melodia irlandese

Kerstin Blodig & Ian Melrose in Kelpie 2002

Kari Tauring in “Nykken and Bear” in una versione, mi si passi il termine, “country”

Infine la versione giullaresca del Medioevo prossimo venturo dei Les Compagnons du Gras Jambon. E se proprio non potete farne a meno ecco la versione molto “vikingo” della folk metal band tedesca In Estremo (vedi)


Villemann gjekk seg te storan å
Hei fagraste lindelauvi alle
Der han ville gullharpa slå
For de runerne de lyster han å vinne
Villemann gjenge for straumen
å stå
Mesterleg kunne han gullharpa slå
Han leika med lente, han leika med list
Og fugelen tagna på grønande kvist
Han leika med lente, han leika med gny
Han leika Magnhild
av nykkens arm

Men då steig trolli upp or djupaste sjø
Det gjalla i berg
og det runga i sky
Då slo han si harpe til bonns i sin harm
Og utvinner krafti av trollenes arm
Traduzione italiano Riccardo Venturi^
Villemann se ne andò al grande fiume [1]
Ehi! Tutte le più belle foglie del tiglio
Là volle suonare l’arpa d’oro
Esercitando le astuzie per vincere
Villemann andò in riva al fiume stando
ritto in piedi
Sapeva suonare magistralmente l’arpa d’oro
Suonava con proprietà, suonava con arte
E l’uccello tacque sul ramo verdeggiante
Suonava con proprietà, suonava con fragore
Suonando tirò via Magnhild
dalle braccia del troll

Ma allora il troll emerse dal più profondo dell’oceano, [2]
rimbombò nelle montagne, tuonò in cielo [3]
Allora percosse a fondo la sua arpa e con dolore
E vince carpendo la forza dalle braccia del troll.

NOTE a cura del traduttore
^ da Antiwarsongs.org in data 13-04-2020
[1] In storan vi è un relitto di declinazione dell’aggettivo (accusativo singolare maschile forte).
[2] Come si può vedere, in questa versione è stata oramai persa la trama delle versioni più complete e antiche, con il fiume e il ponte: il troll sta nel mare profondo.
[3] Qui ho seguito alla lettera la particolare costruzione impersonale norvegese (risalente alla fase più antica della lingua e ancora comunissima in islandese).

Nel Sir Orfeo , ambientato nella Britannia Medievale, sia in forma di romance che di ballata, trionfa la forza dell’amore (e la fedeltà)
Il Mito greco di Orfeo
Medieval Baebes: Undrentide (XIII sec)
Frankie Armstrong: Young Orphy
Styrbjörn Bergelt: King Orfeo [Child 19] 1880
Anna & Elizabeth: Orfeo [ Andrew Calhoun] 2003
Malinky: King Orpheo- Sutherland (North Yell) 1865

Nel “Potere dell’arpa” è il potere magico della musica che permette all’amore di trionfare
Harpans Kraft versione danese (danish version)
Villeman Og Magnhild versione norvegese (norwegian version)
Villeman Og Magnhild: Hei fagraste lindelauvi alle
Harpans Kraft versione svedese (swedish version)
The power of the harp versione inglese (english version)
Gautakvæði  versione islandese (iceland version)

LINK
https://terreceltiche.altervista.org/il-kelpie-mutaforma-acquatico-del-folklore-celtico/
https://norlit.wordpress.com/2018/02/21/heiemo-og-nokken-la-fanciulla-e-il-nokk/
https://en.wikipedia.org/wiki/Harpans_kraft
https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=13323#agg271953
https://www.academia.edu/12535239/The_Power_of_the_Harp_The_Journey_to_Shetland_and_Iceland_via_Fairyland
http://balladspot.blogspot.com/2016/11/the-power-of-harp.html
http://interlyrics.com/song-lyrics/880470-119188/Power-of-the-Harp
https://www.metalgermania.it/traduzioni/in-extremo/villeman-og-magnhild/
https://kalliope.org/da/text/folke2000013102

continua

Pubblicato da Cattia Salto

Amministratore e folklorista di Terre Celtiche Blog

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