GHISMUNDA E GUISCARDO

L’amore contrastato dalle famiglie con tanto di finale tragico era uno dei temi favoriti nei racconti medievali , così la storia di Ghismunda (Sigismonda) e Guiscardo , raccontata anche dal Boccaccio nel suo Decamerone, era cantata da trovatori e menestrelli in tutta l’Europa: la vicenda prende le premesse dall’amore tra la figlia di un re e un servitore. Il re disapprova e fa uccidere il servo, ma anche la figlia del re si suicida o muore di crepacuore. Il particolare macabro che non poteva che far rabbrividire il pubblico del tempo è quello del cuore strappato dal petto del ragazzo e servito in una coppa alla ragazza (in alcune versioni più splatter come pietanza).

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LA NOVELLA DEL DECAMERONE (XIV sec)

Nella quarta giornata la prima novella narra che “Tancredi prenze di Salerno uccide l’amante della figliuola e mandale il cuore in una coppa d’oro; la quale, messa sopr’esso acqua avvelenata, quella si bee, e così muore.”
Tancredi, principe di Salerno, a malincuore, aveva maritato l’unica figlia  di nome Ghismunda. Rimasta vedova appena qualche mese dopo le nozze ritorna alla casa paterna e si trova un amante segreto. La segretezza è d’obbligo essendo il padre morbosamente attaccato alla figlia e il favorito della dama nientemeno che un umile paggio di corte. I due amanti s’incontrano quasi ogni giorno nella camera provata di  Ghismunda approffittando di un passaggio segreto.
La tresca però venne presto scoperta da Tancredi che spiò non visto le effusioni amorose dei due amanti e fece convocare  Guiscardo “Guiscardo, la mia benignità verso te non avea meritato l’oltraggio e la vergogna la quale nelle mie cose fatta m’hai, sì come io oggi vidi con gli occhi miei.
A
l quale Guiscardo niuna altra cosa disse se non questo:  “Amor può troppo più che né voi né io possiamo.”(1)
Tancredi per soddisfare la sua sete di vendetta fece prima strangolare Guiscardo e fatto cavare il cuore lo recapitò alla figlia in una splendida coppa d’oro.

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Joseph Edward Southall: Sigismonda Drinking the Poison 1897

La figlia che già meditava propositi suicidi prima bacia il cuore e poi versa nella coppa una pozione velenifera e la beve esprimendo come ultimo desiderio quello di essere seppellita con Guiscardo.
NOTE
1) non si può non commentare il verso (le uniche parole messe in bocca a Guiscardo, che è chiaramente una riduzione in prosa del famosissimo verso dantesco “Amor, ch’a nullo amato amar perdona” (Inferno, V, 103) il quale dice semplicemente che chi è amato non può fare a meno di amare ricambiando. Il detto non è propriamente veritiero ossia quando non scoppia la scintilla in tutt’è due gli sguardi colui che ama può si cercare di fa nascere l’amore anche nell’altro, ma spesso viene ricambiato solo con una forma di affetto diciamo “riconoscente” o empatico più che dall’amore ardente. E tuttavia Guiscardo si giustifica dicendo di essere stato travolto dall’amore passionale e di non aver potuto se non ricambiare l’amore sincero di Ghismonda. Insomma il colpevole di tutta la storia non è altri che Amore, il putto con tanto di ali e arco che tira le frecce sui mortali malcapitati secondo il suo capriccio.. Come Dante non possiamo che essere mossi a compassione verso i due innamorati.
Sono teorizzati così i due tipi di amore: l’amor cortese (il fin amor, l’amore perfetto) che nobilita l’uomo rendendolo virtuoso, – così la nobiltà d’animo travalica quella di sangue e anche un umile servitore è nobilitato da amore; e il fol amor, un desiderio carnale devastante (sulla scorta di Tristano e Isotta, Romeo e Giulietta) un amore-passione incontrollabile che porta inevitabilmente alla sofferenza.

continua

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