Balli bretoni e altri balli


In un mondo che preferisce i numeri alle lettere, continuamente popolato di tanti Gandhi ma da altrettanti Hitler, cosa sarebbero le terre lontane se non fossero state raccontate? Cosa sarebbe la Russia senza Puskin o la Spagna senza Garcia Lorca? E anche la Bretagna cosa sarebbe se non fosse stata cantata? Senza la voce di tutti quelli che hanno bilanciato la sofferenza di tanti anonimi sconosciuti? Che sono andati in cielo a nome degli altri? Che hanno sfamato di speranza di chi non aveva denti? O dato fiato a chi non riusciva a respirare? Nessuna nuova danza bretone è più stata creata dalla prima guerra mondiale ma cosa sarebbe la Bretagna se non fosse stata anche ballata?!

Nell’Alta parte della regione, a Nantes, si ballano ancora la grand’danse, la pastourelle, la quadriglia di Grandchamp, le rond paludier, la danza dei bastoni, a Rennes le donne da sole ballano la sabotée, nel Centro (Vanch, Fisel e Pourlet) non si contano i “kan ha diskan” che ritmano le gambe dei danzatori. In ogni luogo della Terra le danze sono diventate stimoli, collegamenti e tramiti favoriti per raggiungere col pensiero terre favolose.

L’ebraica freylekh ad esempio si ballava in cerchio già nell’antico mondo sacro arabo-musulmano durante la cantillazione liturgica rituale, in lingua yiddish questa parola è traducibile con “gioioso – allegro – gagliardo” (tedesco “frei lach”, inglese “free laugh”, in generale nel mondo culturale “danza rapida”). L’hassidica bulgar (che ha avuto origine in Moldavia e Bessarabia) deve addirittura il proprio nome a un particolare stile ritmico che, proprio dalla freylach, potrebbe derivare. I rami contemporanei finiscono sempre per rivolgersi alle radici: in Pulp Fiction (1994) di Quentin Tarantino si ascolta un’irresistibile melodia arabo-greco-druso-turca fiorita sull’aria di un ballo tradizionale cretese di tipo “kritiko syrto” composta per una donna voluttuosa di nome Misirlou (parola turca che significa “Egiziana”). Il mondo immaginario ha rappresentato spesso l’unica scappatoia da realtà infinitamente tristi: c’è chi lo ha cercato nell’alcolismo, chi nella mellifluità, molti nei balli. In ogni campagna, in ogni paese, anche remoto, è esistita un’aia, una sala, una piazza simile a un cuore cui gli individui hanno affluito e defluito secondo i ritmi del respiro di un ballo. In Romania, la rurale ‘hora’ tiene uniti per mano tutti i ballerini in un danza circolare anti-oraria dai passi diagonali, avanti e indietro. Come ben sappiamo anche nelle terre d’Europa occidentale la musica da danza antica ha offerto viaggi atemporali a disposizione di chiunque. Direzione? Invisibili e fantastici luoghi!

Strumenti dimenticati

Molti degli strumenti un tempo in uso dei Trovatori hanno, in epoche recenti, avuto un recupero e i loro suoni, a lungo dimenticati o sconosciuti al di fuori di una regione, unendosi ad altri più riconoscibili o comuni alle orecchie della nostra epoca, hanno fornito “melanges” inediti. Non tutti i fiati hanno avuto però la stessa fortuna, ad esempio, di una bombarda bretone o delle launeddas sarde (che si usavano già dal 900-500 a.C.) nel riemergere da un lontano passato. E neppure quella della chabrette, cornamusa originaria della regione centrale francese Limousin che ha viaggiato dall’Alta e Bassa Auvergne o ai confini della Besse dove si suonava già prima della Rivoluzione Francese, così come nell’antico Berry, in Bassa Marche e via fino ad Avignone. E’ il caso della sfortunata chalemine occitana (che può venire chiamata con svariati altri modi: carmere, calemere, etc.), ennesimo antenato del clarinetto in uso nel tardo XVII secolo e nel XVIII. Questo bucolico strumento landese dalla limitata estensione sonora, era diviso in tre parti e si componeva di un’ancia di canna o piuma d’oca, un tubo di sambuco con sei fori e un padiglione in corno di vacca o capra. Un destino davvero bizzarro è stato poi riservato all’accordéon diatonico,
antenato di quello cromatico e ritenuto responsabile d’aver contribuito alla disgrazia di strumenti quali la cornamusa o la vielle. Oggi è “riabilitato” ma non è stato sempre così anche se, in verità, non presentava reali incompatibilità musicali con l’accordéon. In questi casi trattasi piuttosto di una questione di mode, usi e costumi, la ruota gira di continuo e in un modo imprevedibile, quello su cui tutti gli studiosi si trovano sempre d’accordo è che la gente ha danzato comunque e ovunque.

Accordi e disaccordi

Osservare i danzatori è un vero spettacolo nello spettacolo. All’interno della danza vi è la rappresentazione di come gli individui si cerchino, si evitino, si attirino o si respingano secondo accordi o disaccordi mutevoli, le presenze sono avvertite, talvolta si allontanano, poi si riavvicinano e quando si trovano faccia a faccia può accadere che si scontrino, che la loro sensibilità epidermica abbia la meglio perfino sul una affettività più profonda. Si balla anche senza spettacoli, senza costumi popolari, si rotea appassionati, esteti, curiosi, ferventi, occasionali, attivisti, sognatori, abituali o sconosciuti; le mani e i polmoni si aprono come tende, sono i piedi a respirare, ci sono posti dove ballano perfino i serpenti velenosi. Nel rondeau l’uomo tiene il busto leggermente rivolto verso avanti, le ginocchia aperte, le cosce appena piegate, anche i piedi sono aperti e poggiano bene la pianta sul suolo. La donna porta busto e testa in maniera un po’ più statica e il passo è trattenuto e stretto rispetto a quello del cavaliere che apporta degli ornamenti ritmici cònsoni al suo temperamento o tipici del proprio territorio di provenienza. Gli insiemi dei corpi danzanti (le spalle specialmente) sottolineano ondeggiando, il tempo e i movimenti. La scottisch (che come il valzer o la polka, sono arie importate in Francia e dall’enorme sviluppo post-bellico) si balla in coppia, ogni piede posa a terra, di volta in volta a seconda del ruolo, seguendo posizioni indicate dai segni della partitura. Una maniera particolarmente gentile esige che la coppia esegua la prima parte tenendosi per la vita, avanzando fianco a fianco mentre una seconda viso a viso.
Per danzare qualcuno ha sostenuto basti “saper mettere un piede davanti all’altro” ma ovunque si incontrano persone che sanno anche “far danzare gli occhi”. La musica tradizionale è un tale insieme di mani serrate nelle altrui mani, di bicchieri svuotati, di porte aperte all’arte dell’incontro di cui parlava Vinicius de Moraes. Tutto diventa possibile, il mondo della musica popolare arriva dal profondo della terra, siano esse le praterie dell’Aveyron o le Montagne Nere bretoni. Come recitava un’irresistibile canzone contemporanea pugliese: “…balla chi è stato pizzicato…balla chi vuole un poco di cielo…non siamo signori, non siamo padroni, non siamo nessuno ma dentro teniamo una fiamma…al suono del violino balla balla il popolino…”
I violini dei Mercatini delle Pulci non sono stati certo creati per finire nei musei e le corde vocali hanno sempre rimpiazzato allegramente gli strumenti assenti, utilizzando le proprie risorse di linguaggio. Le voci hanno saputo sostituire qualsiasi strumento in ogni melodia e su tutti i ritmi, dalle bourrées d’Auvergne ai rondeaux di Guascogna, dalle polkas dell’antico Berry agli an-dro bretoni. Fino ai valzer dei sabati sera di qualsiasi parte d’Europa.

Musica e danza sono collegamento, in Bretagna assomigliano a un ago (“nadoz”) che collega, rattoppa e a volte cuce. Da secoli l’uomo esplora liberamente sensazioni ancestrali che scandiscono la vita, i cicli delle stagioni, i colpi di scena, le creazioni, le civiltà contadine, le contemplazioni dei misteri. Qualcuno ha sostenuto che la laridé (laridenn) bretone debba il proprio nome all’ornitologo di Vannes, Onésime Le Labous, che chiamò in questo modo la danza poiché gli ricordava il movimento delle ali e delle zampette di mouetts e goélands quando prendono il volo. Il naturalista Jean-Michel Guilcher, noto per le sue fondamentali ricerche etnologiche svolte in collaborazione con la moglie Hélène (che fungono da base per lo studio scientifico del repertorio popolare sia cantato che ballato) afferma piuttosto (nel volume “Tradition Populaire De Danse En Basse-Bretagne” – 1963) che prenda nome dai “ritornelli interni” utilizzati nelle canzoni che accompagnavano solitamente il ballo.

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APPROFONDIMENTO
https://ontanomagico.altervista.org/danze-celtiche.html
https://ontanomagico.altervista.org/danze-bretoni.html
https://ontanomagico.altervista.org/strumenti.html

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Pubblicato da Flavio Poltronieri

Etnomusicologo. Autore e traduttore di canzoni. Ha pubblicato su riviste di avanguardia musicale in Italia/Francia/Germania. Fa parte della redazione giornalistica di Blogfoolk, Lineatrad e leonardcohenfiles.com

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