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La ballata italiana di Cecilia

Cecilia, una delle eroine più note nelle ballate tradizionali d’Italia è lo sviluppo in forma di ballata di un tema novellistico passato anche al teatro.
Già Giambattista Cinzio Giraldi nelle “Ecatommiti” (raccolta di cento novelle) narra la storia di Epitia (V novella dell’VIII giornata)

Il Giraldi detto Cinthio come titolo accademico è un erudito e drammaturgo ferrarese della metà del Cinquecento, grande inventore di storie che furono d’ispirazione sia a Cervantes che a Shakespeare come trame dei loro capolavori.

Gianbattista Giraldi

In effetti la novella di Epitia è da trama alla shakeaspirianaMisura per Misura” in cui vediamo comparire nella storia un deux es machina, il duca che governa la città, ma anche il ricatto del governatore-capitano  che chiede una notte d’amore con la bella Isabella in cambio della liberazione del prigioniero.  Così Shakespeare analizza il conflitto tra giustizia e pietà.

LA BALLATA DI CECILIA

Il marito di Cecilia è condannato all’impiccagione  e la donna domanda al capitano che dovrà eseguire la sentenza se c’è un modo per liberarlo: il capitano le chiede di passare una notte d’amore, ma al mattino il marito viene ugualmente giustiziato. Cecilia in alcune versioni si uccide o muore di crepacuore, in altre uccide il capitano, in altre ancora rifiuta sdegnosamente il genere maschile e manda tutti a quel paese!  

Costantino Nigra riporta alcune versioni nel suo Canti popolari del Piemonte  classificandola al numero 3.
“La canzone di Cecilia fu annunziata per la prima volta al pubblico da Cesare Cantù, il quale nei documenti alla sua Storia Universale ne diede un sunto, tolto, suppongo, da una lezione Lombarda (1). L’esistenza della canzone in Piemonte fu da me annunziata nel Cimento nel 1854 e Cesare CORRENTI la nominò nel Nipote del Vesta-Verde del 1856 (2); posteriormente, ne vennero pubblicate varie lezioni non solo nell’alta Italia ma anche nell’Italia meridionale e in Sicilia, dove la canzone riusci a penetrare. Le lezioni pubblicate fin qui sono, a mia notizia, le seguenti in ordine di data: Una Veneta raccolta da G. WIDTER e pubblicata da Adolfo WOLF; una Lombarda (Comasca) pubblicata da G. B. BOLZA; una Piemontese (Monferrina) da Gius. FERRARO; una Sicilianizzata, da PITRE’ e da SALOMONE-MARINO; una Veneziana da G. BERNONI; una Napoletana da IMBRIANI; una Marchigiana da GIANANDREA; una Emiliana da Gius. FERRARO; una Istriana da Antonio IVE (3). Questa canzone era stata segnalata in Palermo fin dal 1834 dal signor Kestner, di Hannover, il quale in una sua lettera del 17 febbraio 1863 mi scriveva d’averla udita a cantare in quell’anno a Palermo da tre donne d’origine Genovese, e me ne inviava questi primi versi:
La bella Cecilia che piangea a sumarì;
L`hanno posto in prigiuni lu vonno fa morì.
– Signuri Capitániu, una grazia vuo` da te.
– Bedda, la grazia è fatta se tu cunsenti a me.

Nei suoi studii sui canti popolari del Monferrato GIUSEPPE FERRARO esprime l’opinione che Cecilia possa essere identificata con Stefania, la moglie del tribuno Romano Crescenzio, che assediato in Roma da Ottone III, e arresosi, per intercessione della moglie, a condizione d’aver salva la vita, fu messo a morte per ordine dell’imperatore fedifrago. Stefania, divenuta concubina d’Ottone, l’avrebbe poi avvelenato, secondo la tradizione, per vendicare il marito (4). Ma l’origine storica probabile di questa canzone, che ricorda il soggetto d’una novella di GIRALDI CINTO, della commedia “Promos e Cassandra” di Giorgio WHETSTONE, del dramma di SHAKESPEARE “Measure for measure”, e della leggenda sul colonnello KIRKE (5), e stata studiata da Alessandro D’ANCONA nel suo libro “La poesia popolare Italiana” (6). Secondo la di lui opinione, la canzone avrebbe origine in un fatto storico, o creduto tale, che sarebbe avvenuto in Piemonte verso la metà o prima del XVI secolo, e che fu preso da Claudio ROUILLET ad argomento della sua tragedia “Philanire”, stampata nel 1563 (7). Il fatto che la canzone, coi suoi emistichii tronchi alternati coi piani, accusa un’origine Celto-Italica, e in ogni caso non Medio-Italica nè Sud-Italica, è un argomento importante in favore di questa ipotesi. La canzone, o passò dall’Italia in Catalogna, o ivi si riprodusse in circostanze non dissimili. MILA’ e BRIZ ne pubblicarono varie lezioni, coi titoli La dama de Reuss, La dama implacable, La dama de Tolosa(8). Le lezioni Catalane offrono colle Italiane un’analogia incontestabile. Ma in quelle la donna si vendica uccidendo il capitano, o comandante. Quest’ultimo tratto manca invece nelle lezioni italiane, eccettuata una che non è di origine popolare e che gira per l’ltalia, stampata su foglio volante, con grossolana incisione rappresentante una donna che taglia con una sciabola la testa a un ufficiale giacente sopra un letto. Questa composizione, opera di volgare versificatore, dà la stessa conclusione delle lezioni Catalane:
Cecilia « s`arma dello squadrone di lui che dorme allor;
e senza compassione, già cieca da furor,
Ricidegli la testa, nuova Giuditta par.
Ciò fatto, lesta, lesta di là mosse l’andar.
››
Va a Roma, si confessa al Papa, ottiene l’assoluzione, si chiude in un convento, e santamente vi muore. Nel principio della canzone, il marito di Cecilia va all’osteria e vi ha coll’ostiere un alterco; passano le guardie e lo menano in prigione. Tutto questo passo, ed altri ancora, sono aggiunte recenti. Ma qua e la vi è qualche traccia del canto popolare da cui il fabbricatore di fogli volanti si è inspirato. Tali sono i versi La povera Cecilia piange lo suo marì – Cecilia fa un sospir – Ho una gran pena al core. Il foglio volante che ho sott’occhio e che porta il titolo La vendetta della bella Cecilia, ha la data di Firenze 1867, tipografia Salani: ma sarà stato probabilmente preceduto da altre edizioni. Le lezioni Piemontesi, come le Catalane, hanno (salve le solite deviazioni) l’assonanza monorima tronca, in ì. Gli emistichii sono settenarii piani e tronchi alterni.”
NOTE
1) C. Cantù. Storia Univ. Docum. Letteratura II, 1841, p. 616.
2) Il Cimento. Torino 1854. Anno Il, fascic. XVII. _ Il Nipote del Vesta- Verde. Milano 1856, 116.
3) WIDTER- WOLF Volkslieder aus Venetien 64. _ G. BOLZA, Canzoni pop. Comasche 671. _ Gius. FERRARO, Canti pop. Monf. 28. _ PITRE’, Studii etc. 294. _ SALOMONE-MARINO, Baronessa di Carini, 32. _ G. BERNONI, Canti pop. Veneziani, V, 7. _ V. IMBRIANI. Canti pop. Avellinesi, 73. _ GIANANDREA, Canti pop. Marchigiani 264. _ Gius. FERRARO, Canti pop. di Ferrara etc. 108. _ A. IVE, Canti pop. Istriani 326.
4) I canti pop. del Monferrato. Studii di GIUSEPPE FERRARO. Firenze 1872, 17.
5) Il fatto attribuito al colonnello KIRKE è cosi narrato nella History of England di D. HUME, L.XXII (an. 1685-88): « Una giovanetta chiese la vita del fratello gettandosi ai piedi di Kirke, armata di tutto le grazie della bellezza o dell’innocenza in pianto. ll tiranno sentì accendersi i suoi desiderii, senza essere commosso dall’amore 0 dalla clemenza; promise ciò che la giovane gli domandava pur ch’ella avesse la stessa compiacenza per lui. Questa tenera sorella s’arrese alla necessità che le si imponeva: ma Kirke, dopo aver passato la notte con lei. le mostrò l’indomani da una finestra il di lei fratello, il caro oggetto per cui ella aveva sacrificato la sua virtù, appeso alla forca ch’egli aveva fatto piantare segretamente per la di lui esecuzione. La sciagurata giovane impazzì di rabbia e disperazione ››.
6) A. D’ANCONA, La poesia pop. Italiana. Livorno 1373, 119-23.
7) Ecco le parole del ROUILLET, che Alessandro D’Ancona cita dalla Histoire du Théatre Franiçais del PARFAIT (Paris 1713,III, 342): << Quelques années se sont passées depuis qu’une dame de Piémont impétra du prévost du lieu, que son mari, lors prisonnier pour quelque concussion, et déjà prest à recevoir jugement de mort, lui seroit rendu, moyennant une nuit qu’elle lui prèteroit. Ce fait, son mary le jour suivant lui est rendu, mais jà exécuté de mort. Elle esplorée de l`une et de l`autre injure a son recours au gouverneur, qui pour lui garantir son honneur contraint le dit prévost à l’espouser, et puis le fait décapiter; et la dame cependant demeure dépourvue de ses deux maris ›>. A. D’ANCONA, op. cit. p. 121-22.
8) MILA’ Y FONTANALS , Observaciones etc.,143; Romancerillo, 190. _ BRIZ, Cansons de la terra, I, 129.

Teresa Viarengo  in una registrazione effettuata il 31 maggio del 1964 da Roberto Leydi e Franco Coggiola nella sua casa di Asti.

La Lionetta in “Il gioco del Diavolo” 1981, pregevole e innovativo gruppo di area torinese del folk-revival. Scrive Aversa nelle note: “Una delle più diffuse ballate popolari italiane (dal Piemonte alla Sicilia). La nostra versione è musicalmente divisa in due parti: la prima, eseguita dalla voce di Laura, è tratta da una versione astigiana. La seconda conserva il testo tradizionale su musica di composizione.” La versione astigiana proviene proprio da Teresa Viarengo

Bärtavela (voce Betti Zambruno) in “Canté Bergera” 2001


A na sun tre gentil dame
ch’a na venhu da Liun,
la più bela l’è Sisilia
ch’a l’ha ‘l so marì ‘n persun.
«O buondì, buon capitani»,
«O ‘l buondì v’lu dagh a vui»
«E la grasia che mi fèisa
m’ fèisa vedi me mari».
«O sì sì, dona Sisilia,
che na grasia u la fas mi,
basta sol d’una nutea
ch’a venhi a dormi cun mi».
«O sì sì, sur Capitani,
a me mari i lu vagh a dì,
o s’el sarà cuntent chiel
cuntenta sarò mi».
So marì l’era a la fnestra,
da luntan l’ha vista venir:
«Che novi ‘m purté-vi, Sisilia,
che novi ‘m purté-vi a mi?».
«E per vui na sun tant bunni,
tant grami sa sun per mi:
ansema sur Capitani
e mi m’tuca andé durmì».
«O ‘ndé pura, dona Sisilia,
o ‘ndé pura, se vorì;
vui a’m salverei la vita
e l’unur a v’lu salv mi.
Butevi la vesta bianca
cun el faudalin d’ satin;
vi vederan tan bela
a i avran pietà de mi».
A s’na ven la mezzanotte
che Sisilia da ‘n suspir:
s’ cherdiva d’essi sugnea
feissu mori so marì.
«O dormì, dormì Sisilia,
o dormì, lassé durmì:
duman matin bunura
na vedrei lu vost marì».
A s’na ven a la matinea
che Sisilia s’ leva su,
a s’è fasi a la finestra,
vede so mari pendu.
«O vilan d’un capitani,
o vilan, vui m’ei tradì:
a m’ei levà l’onore
e la vita a me marì».
«O tasi, tasi Sisilia,
tasi un po’ se vui vorì:
sima sì tre Capitani,
pievi vui cun ch’a vorì».
«Mi voi pa che la nova vaga
da Liun fin a Paris
che mi abia spusà ‘l boia,
el boia del me marì».
Sa na sun tre gentil dame
ch’a na venhu dal mercà:
a i han vist dona Sisilia
bel e morta per la strà

(traduzione italiana in “Il gioco del Diavolo”)
Sono tre gentildame
che vengono da Lione.
La più bella è Cecilia
che ha il marito in prigione (1)
“Buondì buon capitano”
– “II buondì ve lo do io”
“La grazia che vi chiedo
è riavere mio marito
“Oh si, donna Cecilia,
che vi farò la grazia
Basta solo che veniate una notte
a dormire con me (2)”
“Oh si, signor capitano,
lo vado a dire a mio marito
Se lui sarà contento
anch’io sarò contenta (3)
Suo marito alla finestra,
da lontano l’ha vista venire 
“Che notizie mi portate, Cecilia,
che notizie?”
“Per te sono molto buone
e per me molto cattive
Insieme al capitano
mi tocca dormire”
“Vai pure donna Cecilia,
vai pure se lo vuoi
Tu mi salverai la vita
e io ti salverò l’onore
Metti il vestito bianco
con il grembiule di seta
Ti vedrà così bella
che avrà pietà di me”
Viene la mezzanotte
e Cecilia da un sospiro
Le sembrava di aver sognato
che uccidevano suo marito
“Dormite Cecilia!
Dormite e lasciatemi dormire!
Domattina di buon ora
vedrete vostro marito”
Viene la mattina
e Cecilia si sveglia
Si affaccia alla finestra
e vede il marito impiccato (4)
“Villano di un capitano!
Voi mi avete tradito!
A me avete rubato l’onore
e a mio marito la vita! “
“Tacete, donna Cecilia!
Tacete per piacere
Siamo qui tre capitani,
prendete quello che volete”
“Io non voglio che da Lione
a Parigi corra la notizia
Che ho sposato il boia
il boia di mio marito! “
Sono tre gentildame
che vengono dal mercato 
Hanno trovato donna Cecilia
morta lungo la strada. (5)

NOTE
1) non sappiamo il motivo, nella novella di Epitia il condannato di nome Claudio aveva violentato una fanciulla. In alcune versioni della ballata l’accusa è di aver ucciso a coltellate un uomo.
2) nell’Epitia la ragazza risponde “La vita di mio fratello mi è molto cara, ma vie più caro mi è l’onor mio; e più tosto con la perdita della vita cercherei di salvarlo, che con la perdita dell’onore“. Ovvero Castità, purezza, (e fedeltà) sono doti che una donna deve considerare sacre e inviolabili e se usate come merce di scambio portano alla sua rovina. L’intento degli Ecatommiti era dichiaratamente moralistico e al centro del libro sono riportati ben tre dialoghi “Dell’allevare et ammaestrare i figliuoli nella vita civile”
3) possiamo solo constatare la condizione di soggiogamento della donna  all’arroganza del potere maschile  (ben poca differenza si coglie tra l’opportunismo del capitano e quello del marito).
4) il capitano è un opportunista o un sadico? Probabilmente se avesse avuto tendenze sadiche avrebbe goduto di più l’atto sessuale con la bella Cecilia se lei lo avesse respinto, piuttosto ha approfittato della situazione per possedere forse colei che già era un oggetto delle sue fantasie sessuali. Sicuramente non era uno dal cuore tenero e men che meno un gentiluomo.
5) Cecilia è morta probabilmente di crepacuore. Nella Tosca di Puccini, sul dramma di Victorien Sardou che legò il suo successo all’interpretazione di Sarah Bernhardt, Tosca in fuga dai gendarmi si getta nel Tevere, era il 1900 quando andò in scena al Costanzi di Roma. La Tosca eroina che uccide il suo aguzzino, la Cecilia vittima due volte di tradimento (il capitano e il marito)

Si citano (in ordine sparso) le versioni di Francesca Breschi, Gabriella Ferri, La piva del Carner, Sara Modigliani, Caterina Bueno, Gang &La Macina, Novalia. Ma la diffusione della ballata dal Nord al Sud d’Italian fu talmente capillare che vien da chiedersi il perchè di tanto successo. Probabilmente per la combinazione di sesso-sangue-morte, una ballata specchio delle bassezze e dei soprusi del potere, e il ruolo tristemente subalterno della donna.
Per l’ascolto e trascrizione della ballata nelle variegate versioni diffuse per il Bel Paese rimando al post in Antiwarsongs.org

Il parallelo sul versante della ballatistica anglo-scozzese è la  Gallows pole /Seven Courses classificata tra le Child ballads al numero 95.

FONTI
https://archive.org/details/bub_gb_CTV0e7H5xfwC
https://www.piemunteis.it/liber-liber/canti-popolari-del-piemonte
http://anpi.it/media/uploads/patria/2006/6/33-34_FOLK_ITALIANO.pdf
http://www.ferraraitalia.it/giraldi-cinzio-lispiratore-dellotello-di-shakespeare-1002.html
http://www.shakespeareinitaly.it/misurapermisura.html
http://www.latramontanaperugia.it/articolo.asp?id=3777http://digilander.libero.it/gianni61dgl/lalionetta.htm
https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=38960
http://www.collaborations.com/Ebay/hecatommithi.htm
http://www.queenaurelia.it/it/illibro/novella_p1.aspx?np=1
http://www.archiviosonoro.org/puglia/archivio-sonoro-della-puglia/fondo-montinaro/canti-narrativi-e-ballate/07-cecilia.html
http://www.lieder.net/lieder/get_text.html?TextId=87032

Pubblicato da Cattia Salto

folklorista delle Terre Celtiche

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