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COVENTRY CAROL

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Giotto: Strage degli Innocenti

Il 28 dicembre  il calendario celebra i Santi Innocenti (Childermas in inglese antico), i bambini coetanei di Gesù abitanti a Betlemme, uccisi a fil di spada per ordine di Re Erode (l’unica fonte è il Vangelo di Matteo 2:16).
Gli studiosi dibattono ancora se il fatto sia realmente accaduto e sull’entità della strage, evento che colpì in ogni caso l’immaginario popolare e che venne raffigurato frequentemente nell’arte.

L’eco della strage è contenuta in un canto di Natale dal titolo “Coventry Carol” di origine medievale: faceva parte delle Sacre Rappresentazioni medievali (Mistery Play) che si svolsero nella città di Coventry tra il 1391 e il 1591, la cui copia depositata presso il municipio della città è andata poi perduta o distrutta, ma comunque trascritta nel 1534 da Robert Croo.
Tradizione molto popolare e apprezzata se un autore anonimo scrive
The state and reverence and show,
Were so attractive, folks would go
From all parts, every year to see
These pageant-plays at Coventry.

illustrazione di David Jee in “Coventry Mysteries”, Thomas Sharp, 1825

A TEATRO DAVANTI ALLA CHIESA!

Le Plays sono le prime forme di teatro medievale sviluppatesi nell’ambito religioso; inizialmente si svolgevano davanti al sagrato della chiesa, poi si trasformarono in sfilate di carri mobili che si spostavano in vari punti della città dal mattino al tramonto: ogni carro era affidato alla cura e alle spese di una corporazione di artigiani e mercanti. All’epoca le Plays erano una sorta di Bibbia animata (ma anche storie anedottiche scaturite dalla fantasia popolare), una drammatizzazione delle storie bibliche, altrimenti inavvicinabili per il popolino, in un periodo in cui la Chiesa preferiva l’esteriorità del rito più che la sua comprensione.
Le Plays natalizie illustravano gli avvenimenti dall’Annunciazione alla Strage degli Innocenti. A Coventry il carro della Strage degli Innocenti era a cura dei “Pageant of the Shearmen and Tailors

THE LULLAY SONG

La carola di Coventry è anche conosciuta come The Lullay Song: è la ninna nanna con cui le madri cercano di addormentare i neonati perchè con i gemiti o i pianti potrebbero attirare l’attenzione dei soldati d’Erode; la morte dei coetanei di Gesù è la prefigurazione di quella che sarà il suo sacrificio.

ASCOLTA Loreena McKennitt

ASCOLTA Anuna

ASCOLTA Mediaeval Baebes

ASCOLTA Pentatonix


CHORUS
Lully, lulla, thou little tiny child
by by, lully lullay
I
O sisters too
how may we do,
for to preserve this day,
this poor youngling
for whom we do sing,
by by, lully lullay.
II
Herod the king
in this raging
charged he hath this day
his man of might
in his own sight
all young children to slay.
III
That woe is me(1)
poor child for thee!
and ever morn and day(2),
for thy parting,
neither say nor sing,
by by, lully lullay
Traduzione italiano
CORO
Ninna nanna, piccolo bambino
Fai la ninna, fai la nanna

I
O sorelle,
che possiamo fare
per preservare in questo giorno
questo povero bimbo
a cui cantiamo
fai la ninna, fai la nanna?
II
Erode, il re
nella sua ira
ordinò in questo giorno
ai suoi soldati
che davanti ai suoi occhi
uccidessero tutti i neonati.
III
Questo il mio dolore (1)
per te povero bambino!
Ogni mattina e giorno (2),
per la tua morte
non si dice e non si canta
“fai la ninna, fai la nanna”

NOTE
1) scritto anche come “That voice is me” (questa la mia voce)
2) scritto anche come “ever mourn and say” oppure “We’ll never mourn nor stay” ma anche “And ever watch and pray

La traduzione poetica di Fryda Rota
Ninna nanna mio bambino:
dormi presto, mio piccino.
Accostatevi sorelle: noi dovremo preservare questo giorno nel ricordo. Ricordiamoci di Erode,
re malvagio che pretende solo sangue, solo morte.
Non avranno ninne nanne i bambini che ora dormono
nella culla della terra su cuscini verdi d’erba.
Ma tu dormi mio piccino,
dormi e sogna mio bambino.

FONTI
http://ontanomagico.altervista.org/coventry.htm
http://mudcat.org/thread.cfm?threadid=147755
http://earlymusicnotes.blogspot.it/2010/12/coventry-carol-lully-lullay.html

CHRIST CHILD’S LULLABY

Tra le musiche natalizie non possono mancare le ninne-nanne:  “Christ Child’s Lullaby” è un brano tradizionale scozzese dalle Isole Ebridi nota con il titolo Taladh Chriosda 

CHRIST CHILD’S LULLABY

Tàladh Chrìosda (in italiano La Ninna nanna di Cristo) è il nome popolare con cui viene chiamata la carol in gaelico scozzese Tàladh ar Slànaigheir (in italiano La Ninna nanna del nostro Salvatore). Una melodia che arriva dalle isole Ebridi (Isola di Barra) all’estremo Nord della Scozia: una melodia che si perde nella notte dei tempi e che ancora oggi le donne del posto cantano come spell di protezione agli uomini del villaggio usciti per mare: questa ninna-nanna serve quindi ad addormentare il mare perché resti calmo e il suo andamento ricorda proprio il movimento ritmico e placido delle onde.

Il testo in gaelico è stato scritto nel 1855 da Padre Ranald Rankin di Fort William per i bambini di Moidart (prima di partire per l’Australia) sulla melodia Cumha Mhic Àrois (in italiano “il Lamento per Mac Àrois”) e nella sua versione originale ha 29 versi; viene cantato durante la messa di mezzanotte della vigilia di Natale. Il brano è stato diffuso dalla trascrizione di Marjory Kennedy Freser con il titolo Christ Child’s Lullaby. Come tutte le canzoni radicate nella tradizione popolare ha molte varianti testuali.

VERSIONE IN GAELICO SCOZZESE: TALADH CHRIOSDA

ASCOLTA Fiona J Mackenzie in Duan Nollaig 2007

ASCOLTA Crimson Ensemble in “Celtic Christmas” Mairi MacInnes (gaelico scozzese) & Mae McKenna (inglese) con prima la strofa in gaelico e poi ripetuta in inglese

VERSIONE GAELICO SCOZZESE
[Rann 1]
Mo ghaol, mo ghràdh is m’ eudail Thu!
M’ ionntas ùr is m’ èibhneas Thu!
Mo mhacan àlainn, ceutach Thu!
Chan   fhiù mi fhèin a bhith ad dhàil.
[Sèist]
A-le-lùia, A-le-lùia
A-le-lùia, A-le-lùia.
[Rann 2]
Ged as Rìgh na Glòrach Thu,
Dhiùlt iad an taigh-òsda dhut,
Ach chualas ainglean sòlasach
Toirt glòir don Tì as àird’.
[Rann 3]
Mo ghaol an t-sùil a sheallas tlath!
Mo ghaol an chridhe tha liont’ le gràdh!
Ged as leanabh Thu gun chàil,
Is lìonmhor buaidh tha ort a’ fàs.

VERSIONE IN INGLESE: CHRIST CHILD’S LULLABY

ASCOLTA Kathy Mattea

ASCOLTA Kindred Voices in “I Heard a Bird Sing in the Dark of December” 2006
ASCOLTA Stacy Hilton, Christina Zaenker, Daniel Lindenberger in “West Coast Christmas“, 2004


I
My love, my treasured one are you
My sweet and lovely son are you
You are my love, my darling new
Unworthy I, of you
Coro
Alleluia, Alleluia,
Alleluia, Alleluia
II
Your mild and gentle eyes proclaim
The loving heart with which you came
A tender, helpless tiny babe
With boundless gifts of grace
III
King of Kings, Most Holy One
God the son, and only one
You are my God and helpless son
High ruler of mankind
tradotto da Cattia Salto
I
Mio amore tu sei il mio unico tesoro,
tu sei il mio dolce e amato figlio
il mio amore e il mio nuovo prediletto, non sono degna di te
Coro
Alleluia
Alleluia
II
I tuoi occhi miti e dolci proclamano
il cuore amoroso con il quale
sei venuto
un tenero, indifeso bambinello
con doni infiniti di grazia.
III
Re dei Re, il Santissimo Unico,
Figlio di Dio in eterno,
sei il mio Dio e figlio indifeso
Sovrano dell’umanità.

VERSIONE IN GAELICO IRLANDESE: SUANTRAÍ

Il testo è attribuito a Séan Óg O’Tuama, questa ninna-nanna è conosciuta anche con il titolo di Christmas Lullaby. La melodia è la stessa della versione in gaelico scozzese.
ASCOLTA Orla Fallon

ASCOLTA Celtic Woman

Seothó seothú ló Seothó seothú ló
Seothú ló, seothú ló
Mo ghaol, mo ghrá ‘gus m’eadúil thú
Mo stoirín úr is m’fhéirín thú
Mo mhacán álainn scéimheach thú
Chan fiú mé féin bheith ‘d dháil
Alleluia
Seothó seothú ló

Traduzione in inglese
My close one, my love and my idol are you
My darling treasure and my little present are you
My little beautiful son are you
How wonderful it is to be with you
Tradotto da Cattia Salto
Mio prediletto, mio amore tu sei il mio idolo,
tu sei il mio caro tesoro e il mio piccolo dono
tu sei il mio bel figlioletto
com’è meraviglioso essere con te

BRANLE L’OFFICIAL

Le danze in forma di catena o di circolo non svaniscono con l’esaurirsi della tradizione della carola, ma continuano nei brando o branles, che si ritrovano ancora quasi invariate nelle danze popolari di area francese, tutt’ora ballate.
Nel Rinascimento il Branle (dal francese Bransle cioè ballare in cerchio oscillando -come le onde del mare) era la danza più diffusa: in origine danza popolare e presto danza di corte presso il re di Francia Francesco I ma anche di moda alla corte inglese di Enrico VIII e poi di sua figlia Elisabetta I.
Questo gruppo di danze denominato Branle è stato codificato da Thoinot Arbeau alla fine del 1500; anche se vengono spesso presentate come “medievali”, la musica è rinascimentale se non addirittura barocca e si può solo ipotizzare una possibile quanto remota origine medievale.

I PASSI BASE

I passi base sono semplicissimi: passo semplice (apertura piede sinistro o destro e chiusura con il piede opposto) e passo doppio (ossia il passo semplice ripetuto due volte) questi passi si possono eseguire in avanti in dietro e lateralmente a seconda delle istruzioni riportate nello schema della danza.

BRANLE DE L’OFFICIAL

Il “Ballo dell’Ufficiale” era la danza rinascimentale dei servitori ossia i lacchè e le servette delle dimore patrizie, ballata solo occasionalmente da giovanetti e fanciulle dell’aristocrazia mascherati da contadinelli e pastorelle.

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Nell’“Orchésographie” Thoinot Arbeau introduce una grossa novità per i tempi, la tablatura: a fianco del rigo, posto in verticale, sono annotati i singoli movimenti dei piedi in corrispondenza della battuta a cui si riferiscono, e a fianco ancora vengono riassunti come passi completi. (qui)

FIG 1 doppio a sx, doppio a dx, ripete
FIG 2 semplice a sx ripetuto per 6 volte + salto o giro dama

FIG 2 LA VOLTA
Nel primo esempio è interpretata con un passo semplice quasi saltato cioè con un apertura laterale data con molto slancio, prosegue con giro sinistro della dama.
Una versione semplificata, e sempre d’effetto, prevede lo spostamento della dama (dalla destra alla sinistra del cavaliere) con VOLTA verso sinistra in 4 piccoli passi: la dama apre di piede sinistro e si sposta girando su se stessa per trovarsi frontalmente al cavaliere.
La chiusura della figura è accentuata musicalmente anche da un doppio colpo di percussioni.


FIG 2 LA VOLTA IL SALTO
La danza è stata reinterpretata con il movimento detto “Toss the Duchess” o “Toss the wench” (già mossa utilizzata in un ballo sempre dello stesso periodo detto volta e considerato molto osè per il tempo).NOTE
La danza ha subito alcune varianti ad esempio il passo semplice laterale sinistro di FIG 2 è diventato un passo incrociato davanti e dietro. Alcuni accompagnano il movimento anche con lo spostamento della testa in modo da guardare lateralmente(a sinistra e poi a destra per la dama, viceversa per il cavaliere, infatti la dama alla destra del cavaliere è in genere la sua compagna, così nel primo passo semplice la coppia si guarda, al secondo ci si rivolge al compagno opposto e così via fino a riguardarsi per il passaggio al SALTO)VARIANTE sia della FIG 1 che della FIG 2: nvece del salto, sempre in 4 tempi si eseguono due saltelli prima di sinistro poi di destro e infine due saltelli uno piedi uniti e uno sui talloni.
LA CAROLA NATALIZIA DING DONG MERRILLY ON HIGH (qui)

FONTI
http://ontanomagico.altervista.org/ding-dong.htm#branle
http://www.graner.net/nicolas/arbeau/orcheso01.php

WANDERING WAITS e gli Zampognari

C’era un’usanza inglese per Natale quello dei musicisti di strada che suonavano (o facevano schiamazzo a seconda dell’opinione) nel cuore della notte durante il Natale, detti Christmas waits.
All’origine della tradizione degli Zampognari ci sono quelle che potrebbero essere definite le antenate delle “bande comunali”: i waites (modernizzato in Waits) cioè delle sentinelle musicali che, prima degli orologi sulle torri pubbliche cittadine, annunciavano il passare del tempo e nello stesso tempo svolgevano la funzione di sorveglianti di coloro che dormivano (i guardiani notturni ante-litteram). Prima ancora delle città erano i guardiani dei Castelli, alle dipendenze del Dominus, pattugliavano le strade e stavano di vedetta sulle torri.

ALL’ARME, ALL’ARME

Con i loro strumenti dal suono potente (waits pipe) lanciavano l’allarme  sull’alto della torre campanaria. In un secondo tempo queste guardie si evolsero in un gruppo musicale per assumere una carica pubblica con tanto di divisa nei colori cittadini. Il loro incarico comprendeva l’accoglienza degli ospiti di riguardo e la partecipazione alle ceronie pubbliche commemorative e processioni proprio come accade per le bande comunali moderne.

IL WAYTE

un oboe medievale

L’origine del nome secondo alcuni studiosi potrebbe derivare dal tipo di strumento utilizzato, il wayte (wayghtes) o oboe che corrisponde al piffero o ciaramella della nostra tradizione popolare natalizia, strumenti che si accompagnano alla zampogna dei pastori (che secondo la tradizione furono i primi ad accorrere a testimoniare la nascita di Gesù). Altri invece fanno risalire il nome delle Waits proprio a quei pastori ‘watchnight’ o ‘waitnight’ che custodivano le pecore al pascolo quando gli angeli apparvero a portare la lieta novella. Altri ancora rispolverano la vecchia parola scozzese “waith” che significa “andare in giro” in riferimenti ai menestrelli ambulanti autorizzati a suonare nel periodo natalizio chiedendo denaro. Il nome finì per identificare più indistintamente tutti i musicisti che suonavano per strada.

Print. Street Musicians (Pifferari), Ferris Collection. GA*14886.

Questi musicisti ambulanti ( zampognari o pifferai) si distinguono dai carollers e i wassailers per via del loro organico composto per lo più da strumentisti autorizzati con permessi speciali.
Dalle melodie pastorali agli schiamazzi notturni il passo è breve così le Waits sono state ufficialmente soppresse con il Municipal Corporations Act del 1835 (con questa legge  i musicisti di strada continuarono a suonare, ma non erano più sotto “contratto” cittadino).

PAST THREE O’CLOCK

“Past three o’clock” è un canto di Natale scritto da George Ratcliff Woodward sulla melodia tradizionale “London Waits”. Ma ritornello e melodia sono rinascimentali e si trovano nelle fonti del XVII secolo (ad esempio in The Dancing Master 1665). Il brano è stato pubblicato in “The Cambridge Carol Book” 1924. In originale contiene otto strofe.

ASCOLTA The Chieftains in “The Bells of Dublin” 1991 con i The Renaissance Singers


CHORUS
Past three a clock (1),
And a cold frosty morning,
Past three a clock;
Good morrow, masters all!
I
Born is a Baby,
Gentle as may be,
Son of the eternal
Father supernal.
II
Seraph quire singeth,
Angel bell ringeth;
Hark how they rime (2) it,
Time it and chime it.
Traduzione italiano di Cattia Salto
Coro
Sono passate le tre in punto
è una mattina gelida e fredda
Sono passate le tre in punto
Buon giorno Signori!
I
Nato è un bimbo
così buono,
figlio dell’eterno
Padre celeste.
II
Le schiere dei Serafini cantano
e suonano le campane angeliche
date ascolto a come si accodano,
battono il tempo e risuonano

NOTE
1) la funzione delle sentinelle notturne nelle città europee del Medioevo e per tutto il Settecento fu quella di avvisare la gente  del battere delle ore: alle tre del mattino iniziavano le laudi mattutine e per molti cittadini la giornata
2) più che il verbo to rime si intende to rhyme

Christmas Eve

Il reel composto dal violinista Tommy Coen (Urrachree, Aughrim, East County Galway) venne trasmesso dalla radio irlandese nel 1955 in occasione delle trasmissioni per la vigilia di Natale, prima chiamato semplicemente “Tommy Coen’s reel” diventò così il Christmas Eve.

ASCOLTA The Chieftains in “The Bells of Dublin” 1991 con le campane di Dublino

ASCOLTA  Dolores Keane (flauto) e Mairtin Byrnes (violino)

FONTI
http://www.medieval-life-and-times.info/medieval-music/waits.htm
http://from-bedroom-to-study.blogspot.co.uk/2012/12/the-nocturnal-noises-of-wandering-waits.html
http://www.hymnsandcarolsofchristmas.com/Text/Chappell2/waits.htm
http://www.hymnsandcarolsofchristmas.com/Hymns_and_Carols/past_three_a_clock.htm

https://thesession.org/tunes/440

LE DANZE DELLE SPADE NELLA TRADIZIONE POPOLARE

Un’antica cerimonia della tradizione natalizia (ma anche primaverile) era quella della danza delle spade in cui gli uomini, in sgargianti costumi, disegnavano varie figure con le spade.

La danza delle spade ha probabilmente origini molto antiche risalenti ai rituali guerreschi quando i guerrieri più agili erano anche acrobatici danzatori.
Nel Medioevo queste danze vennero mimate con fazzoletti e campanelli al posto delle armi, conosciute ancora ai nostri giorni in Gran Bretagna con il nome di Morris dance.

Erano danze spesso connesse con il Mumming natalizio in cui i mummers mettevano in scena una recita con personaggi stereotipati incentrata sul rito di morte-rinascita proprio di molte tradizioni solstiziali e di fine d’anno.
Scrive Curt Sachs nel suo celebre studio sulla danza: “La danza della spada ha una sua precisa fisionomia nel folklore europeo: il periodo della sua maggiore fioritura si estende dal XIV al XVIII secolo. Prima di quest’epoca abbiamo nella tradizione una lacuna di considerevole estensione che giunge fino alle sue fonti nell’antica Roma. Nel secolo XIX la sua importanza si è affievolita a tal punto che, dopo il 1850, ne troviamo solo relitti”. (Sachs, 1933; trad. 1934:141).
Come ha sottolineato Pier Carlo Grimaldi “se osserviamo il calendario delle danze delle spade pare corretto sostenere che nella società tradizionale, prima che i riti costitutivi del tempo sacro si andassero sostituendo con quelli profani, il rito ricorreva soprattutto all’inizio dell’anno, in quel tempo protetto del carnevale che segnava il passaggio tra l’inverno e la primavera”. (Grimaldi, 2001:17). (tratto da qui)

Così la danza delle spade si concludeva con una scena in cui un rinnegato viene condannato a morte e giustiziato dalgi altri ballerini.

LA DANZA DEGLI SPADONARI

Oltre che in Inghilterra, Scozia, Francia e in vari paesi germanici (e i paesi dell’ex impero austro-ungarico), una danza delle spade si ritrova in Piemonte, in Val Susa (San Giorio di Susa, Giaglione, Venaus), in Val Chisone (Fenestrelle) e nelle valli del cuneese (Bagnasco e Castelletto Stura). Località che sono solo uno sparuto baluardo di una tradizione ben più diffusa nemmeno una generazione fa, sempre nelle valli torinesi: Chianocco, Vaie, Mattie, Meana di Susa, Chiomonte, Exilles, Rueglio, Lugnacco, Salbertrand.

Il Bal del Saber (tradotto dall’occitano in danza degli spadonari) di Vicoforte abbinava alla danza la recita di una commedia.
“L’azione si supponeva avvenisse mentre la compagnia teatrale si dirigeva a Pavia: Arlecchino indisponeva Brisighella, il quale lo accusava di avere insultato il sovrano e lo denunciava al senatore. La rappresentazione si concludeva con la morte di Arlecchino, alla quale seguiva la danza che terminava intorno all’albero (Pola Falletti 1937). Ufficialmente il Bal do Sabre non si balla più dal 1904; in realtà, in questi ultimi anni, i ragazzi della scuola media del posto hanno più volte riproposto la rappresentazione del ballo in alcune località”. (tratto da Laura Bonato “Tutti in festa”)

IL BAL DO SABRE A BAGNASCO (PIEMONTE)

La danza si configura come una danza a catena, durante la quale non si svolge un duello, ma si racconta, mimandola, una storia, apparentemente  la condanna a morte di un contadino di Bagnasco che si è rifiutato di dare in sposa la propria figlia al Capo dei Saraceni. E tuttavia il rituale è molto più antico e si connette con i culti agrari e la fertilità della terra, tantè che nella parte finale si svolge la danza del palo intrecciato tipica nei riti primaverili (vedi )

Bal do sabre, ballo della sciabola, di Bagnasco

Esistono a Bagnasco delle testimonianze manoscritte e fotografiche di alcune sporadiche rappresentazioni del Bal do Sabre dagli ultimi anni dell”800 fino al 1952, quando si sono interrotte; sono state poi riprese dal 1968 da Giuseppe Carazzone e dal suo gruppo folkloristico della Pro Loco di Bagnasco.

Sui significati e i simboli della danza si rimanda all’ottimo video di Remo Schellino

EARSDON SWORD DANCE SONG

Le tracce della danza si trovano nel Northumberland e nello Yorkshire già nel 1700, anche se quelle attuali rispecchiamo la tradizione ottocentesca con l’introduzione di una spada chiamata “rapper“, più flessibile a forma di lunga spatola con doppia impugnatura. La tradizione rimasta ancorata alle comunità dei minatori che estraevano carbone, era occasione di gare rivalse e campanilismi. La tradizione è proseguita anche presso gli immigrati in America, si veda ad esempio l’esibizione dei Greenbelt Rapper di Brasstown, North Carolina.

RAPPERS CHE NON DANZANO IL RAP

In Inghilterra si tiene ogni anno il DERT “Dancing England Rapper Tournament” una gara di ballo tra i migliori gruppi di danzatori di spade (affettuosamente chiamati rappers) compresi anche gruppi di donne. Oltre ai danzatori e al musicista (anche se possono essere più di uno in genere è uno solo che esegue la melodia, più spesso un violino) ci sono due buffi personaggi Tommy detto anche il capitano e Betty o Bessy (un uomo travestito da donna).

Le musiche su cui danzano sono diventate sempre più veloci come i reels, mentre sembra che in passato si preferissero le hornpipes.

Greenbelt Rapper


 Black Swan Rapper

CALLING-ON SONG

Le danze sono spesso introdotte da un canto particolare secondo un rituale che si svolgeva anche nelle rappresentazioni drammatiche di Pasqua (pace-egg play ) o in occasione del giorno di San Giorgio, in cui l’imbonitore introduce la storia e i personaggi.

ASCOLTA Steeleye Span in Hark! The Village Wait


I
Good people pray heed a petition
Your attention we beg and crave
And if you are inclined for to listen
An abundance of pastime we’ll have
II
We have come to relate many stories
Concerning our forefathers time
And we trust they will drive out your worries
Of this we are all in one mind
III
Many tales of the poor and the gentry
Of labor and love will arise
There are no finer songs in this country
In Scotland or Ireland likewise
IV
There’s one thing more needing mention
The dances we’ve danced all in fun
So now that you’ve heard our intention
We’ll play on to the beat of the drum
Traduzione italiano di Cattia Salto
I
Brava gente ho da fare una richiesta chiediamo e bramiamo la vostra attenzione e se avete intenzione di ascoltarci avremo assai sollazzo
II
Siamo venuti a raccontarvi tante storie
riguardo ai tempi dei nostri Antenati
speriamo che allontanino le vostre preoccupazioni,
questa è la nostra intenzione
III
Tante storie di poveri e di nobili
di lavoro e amore presenteremo,
non ci sono storie più belle in questo paese, e nemmeno in Scozia o Irlanda
IV
Ancora una cosa deve essere menzionata,  le danze abbiamo ballato con piacere,
così ora che avete inteso le nostre intenzioni, andremo a rappresentare al battito del tamburo
“Sword Dancers” di Ralph Hedley
“The Sword Dancers” di Ralph Hedley (1880) con Tommy e Betty che sollecitano il pubblico nel lasciare qualche soldino

Kingsmen Rapper al DERT 2011 (che indossano lo stesso costume dell’illustrazione ottocentesca di Ralph Hedley, tranne che per il dettaglio dei calzini completamente bianchi invece che a righe) nella rappresentazione moderna compaiono sia Tommy che Betty.
E’ Tommy a introdurre i danzatori con la calling-on song, con il tono dell’imbonitore, ne reclamizza la bravura; durante l’esibizione inoltre, focalizza l’attenzione del pubblico su una particolare figura, o ne distoglie l’attenzione se i danzatori commettono qualche errore. Betty svolge il ruolo di matto ovvero di buffone.

AL Lloyd ha scritto nelle note di copertina dell’Album “Frost and Fire” dei Watersons : At one time the old death-and-resurrection folk play was performed all over these islands. Nowadays it only crops up here and there, in bits and pieces. The most ancient and fullest form we know presents to us the Fool or Medicine Man with his six hero sons, armed with swords. The sons put their father to death and lament for him, comparing him to the evening sun. But the Fool arises from the dead and recounts his journey to the other world. In north Yorkshire, Durham and Northumberland the sword-dance part of the drama survives, notably among miners. The present song is proper to the coal miners of Earsdon; it’s sung by the captain of the sword-dancers and with it, he calls on each of his heroes and gives him a fictitious name and character, as a kind of disguise. The curious tune has been used for several songs, including the old sailor ballad of The Ratcliffe Highway.

ASCOLTA The Watersons in Frost and Fire 1965 (08. Earsdon Sword Dance Song) -inizia a 15:31


I
Good people, give ear to my story,
we have called for
to see you by chance.
Five heroes all broad blithe
and bonny intending to give you a dance.
For Earsdon(1) is our habitation,
the place we were all born and bred;
There are no finer boys in the nation and none are more gallantly led.
II
‘Tis not for your gold or your silver nor yet for the gain of your gear,
But we come for to take a week’s pleasure to welcome the incoming year.
My lads they are all fit for action with spirits and courage so bold,
They are born of the noble instruction their fathers were heroes of old.
III
The first I shall call is brave Eliot, the first youth that enters the ring,
And right proudly rejoice I to tell it:
he fought for his country and king.
When the Spaniards besieged Gibraltar ‘twas Eliot defended the place;
And he soon caused their plans for to alter, some died, others fell in disgrace.
IV
Now the next handsome youth that does enter is a boy that is both straight and tall;
He is the son of the great Bonaparte, the hero who conquered them all.
He came over the lowlands like thunder, caused nations to quiver and quake;
Many thousands stood gazing in wonder at the havoc he always did make.
V
Now you see all my fine noble heroes, my fine noble heroes by birth;
And they each bear as good a character as any such heroes on earth.
If they be as good as their fathers, their deeds are deserving record;
It is all our whole company desires to see how they handle their swords.
Traduzione italiano di Cattia Salto
I
Brava gente prestate attenzione alla mia storia, vi abbiamo chiamati per darvi un’occasione.
Cinque eroi tutti pieni di allegria
e l’intenzione onesta di mostrarvi un ballo.
Perchè Earsdon(1) è la nostra casa,
il posto dove tutti noi siamo nati e cresciuti, non ci sono ragazzi più belli nella nazione e nessuno c’è che abbia più oneste intenzioni.
II
Non è per il vostro oro o il vostro argento e nemmeno per prendere la vostra roba,
ma veniamo qui per salutare l’anno in arrivo con una settimana di divertimenti.
I miei ragazzi sono tutti adatti all’azione dagli animi e coraggio così audaci,
nati con la nobile istruzione dei loro padri che erano eroi del passato.
III
Il primo che chiamerò è il coraggioso Eliot (2), il primo giovane a entrare in scena,
e proprio con orgoglio che ve lo annuncio: egli ha combattuto per il suo paese e per il re.
Quando gli Spagnoli assediarono Gibilterra c’era Eliot a difendere il posto; ed egli ben presto ha scompigliato i loro piani, alcuni sono morti, altri caduti in disgrazia.
IV
Il prossimo bel giovane che sta per entrare ora è un ragazzo che è sia dritto che alto; è il figlio del grande Bonaparte (3) l’eroe che conquistò tutti.
Venne dalle pianure come il tuono per far tremare e scuotere le nazioni,
a migliaia stettero a guardare con meraviglia allo scempio che fece.
V
Ora vi presento tutti i miei bei nobili eroi, i miei bei nobili eroi per nascita ed essi tutti porteranno un buon personaggio come ogni eroe sulla terra. Se essi saranno bravi come i loro padri, le loro imprese meriteranno di essere ricordate, ed è tutta la nostra compagnia che desidera vedere come maneggiano le loro spade.

NOTE
1) Earsdon è un paese del Northumberland
2) si tratta del Generale George Augustus Eliott durante l’assedio di Gibilterra del 1727 (guerra anglo-spagnola)
3) Napoleone Bonaparte nel bene e nel male scosse l’immaginario di tutta Europa e delle Americhe

Seconda parte: la moresca antica

FONTI
http://ontanomagico.altervista.org/danza-spade.htm

http://www.mudcat.org/thread.cfm?threadid=28223
http://www.museoroccagrimalda.unito.it/danze_spade.htm
http://www.rapper.org.uk/
http://www.rapper.org.uk/reference/calling-on.php
http://mainlynorfolk.info/watersons/songs/
earsdonsworddancesong.html

http://www.rupestre.net/items/img/spadaroccia_bagnasc.pdf

YULE: LA FESTA DEL SOLSTIZIO D’INVERNO

Di origine germanica ma diffusasi presto anche nelle Terre Celtiche Yule era la festa del fuoco e della luce che si celebrava durante il Solstizio d’Inverno per aiutare il sole nella sua lotta contro le forze dell’oscurità. Tra norreni e germani la festa assumeva un carattere oscuro con animali sacrificati e tanto sangue che colava dappertutto (vedi), con Odino sul suo bianco destriero e il corteo di guerrieri fantasmi per esigere il sacrificio di vite umane in una caccia spettrale, ma era anche il periodo di canti e danze, di banchetti e di colossali bevute per “fare il giorno di notte” ossia per portare luce e calore nel cuore gelido dell’Inverno.

ASCOLTA Banquet Hall in “To Drive the Cold Winter Away” (musica composta da Loreena McKennitt)

Da quelle lunghe notti arriva la tradizione del ceppo di Natale, un grosso tronco (detto ceppo di Yule – in inglese Yule log) portato in casa il giorno di Natale che doveva bruciare lentamente per le 12 notti in cui durava la festa! continua

Ancora un brano strumentale con cornamuse gallesi e tamburi e un video che rievoca proprio queste oscure celebrazioni, ascolta Pibau Preseli in `Bwre dros y Gyfrwy’ e  Nos Galan (il primo brano composto dagli stessi Pibau Preseli: John Tose e Peni Ediker alle cornamuse Stef Balesi e Jez King alle percussioni)

I DODICI GIORNI DEL NATALE

Nel Medioevo i dodici giorni del Natale erano per la nobiltà, occasione di festa con quotidiane cene di gala, musica, danze e tanti canti (con maschere, pantomime e sregolatezze), ma le più sontuose si svolgevano il 25 dicembre il 1 e il 6 di gennaio. E sebbene Enrico VIII avesse fondato la sua Chiesa, mantenne i riti cattolici e le consuetudini del Natale.

continua

MUMMING FOR CHRISTMAS

La tradizione del travestimento e dei mimi travestiti è molto antica e diffusa un po’ per tutta Europa: uomini che indossano maschere e costumi tradizionali o estemporanei come quelli carnevaleschi (ma sempre ritualizzati) cantano, ballano, recitano (o mimano) per esorcizzare gli spiriti maligni e i demoni, di modo che ogni nuovo anno, possa iniziare purificato e carico di energia positiva.
Sono chiamati nelle isole britanniche “mummers” o “guisers”, ma anche “morris dancers”. continua prima parte

Nella festa di Mezz’Inverno i Mummers andavano a visitare i loro vicini di casa in casa, cantando e ballando, un’usanza solstiziale che richiama certe tradizioni celtiche di Samain.
I Mummers si accompagnavano con i musicisti nelle notti di Natale a fare fracasso e a suonare per le strade e davanti alle case (Wandering Waits) o con agili danzatori che si esibivano con le spade (sword dance) o con fazzoletti, campanelli o bastoni (Morris dance)

LA RECITA NATALIZIA

La recita, nata dalla tradizione popolare ma anche dai guitti di professione, narrava un  rito di morte-rinascita: i personaggi erano stereotipati, c’era il capo comico vestito da Spirito del Natale, c’erano il capitano turco ovvero l’infedele, San Giorgio il santo patrono dell’Inghilterra, il drago e il dottore. Con grida e urla il cattivo capitano sfida San Giorgio a duello e ovviamente muore. Ma il dottore lo riporta in vita e lo induce al pentimento. San Giorgio ingaggia la battaglia finale con il drago e lo uccide; ancora una volta il dottore riporta in vita la vittima, ma San Giorgio spiega che il drago nella storia muore e quindi lo uccide ancora e il drago, un drago malconcio e simpatico, muore con grande strepito.

in “The Book of Christmas” (1836): al centro lo Spirito del Natale e sul lato destro gli altrui Mummers in attesa di dare il via alla rappresentazione

SINGING THE TRAVELS

The Husbandman and the Servingman o Singing the Travels è un canto che faceva parte di una recita medievale di mummers dal titolo The Seven Champions of Christendom a Symondsbury nel Dorset. Una prima versione stampata si trova in The Loyal Garland, 1686 e nel Roxburghe Collection, vol. II., 188 (Collier’s Roxburghe Ballads, p. 312), God speed the plough, and bless the corn-mow, &c., (melodia I am the Duke of Norfolk) che così inizia
“My noble friends, give ear,
If mirth you love to hear,
I’ll tell you as fast as I can,
A story very true:
Then mark what doth ensue,
Concerning a husbandman.”

Una versione più lunga, si trova in Sussex Songs di Lucy E. Broadwood e John Broadwood, (Londra 1890) e in Some Ancient Christmas Carols di Davies Gilbert (Londra 1823).

Nel Medioevo The Husbandman è l’uomo di campagna, cioè un contadino libero e piccolo proprietario terriero, letteralmente un padrone di casa. Il canto è un’accesa disputa tra le classi medie, che cointrappone vantaggi e svantaggi di essere un lavoratore indipendente oppure un servitore; così facendo si esaltano i piaceri dell’onesto lavoro in campagna.
ASCOLTA Silly Sisters (Maddy Prior e June Tabor)


I (Husbandman)
Well met, my brothers dear, all along the highway riding
So solemn I was walking along.
So pray come tell to me what calling yours may be
And I’ll have you for a servant man.
II (Servingman)
Some serving men do eat the very best of meat
Such as cock, goose, capon and swan.
But when lords and ladies dine, they drink strong beer, ale and wine,
That’s some diet for a servant man.
III (Husbandman)
Don’t you talk about your capons, let’s have some rusty bacon
And aye, a good piece of pickled pork
That’s always in my house. A crust of bread and cheese –
That’s some diet for a husband man.
IV (Servingman)
When next to church they go with their livery fine and gay
And their cocked hats and gold lace all around
With their shirts as white as milk, and stitched as fine as silk,
That’s some habit for a servant man.
V (Husbandman)
Don’t you talk about your livery, nor all your silken garments
That’s not fit for to travel the bushes in.
Give me my leather coat, aye, and in my purse a groat,
That’s some habit for a husband man.
VI (Servingman)
So me must needs confess that your calling is the best
And will give you the uppermost hand.
So now we won’t delay but pray both night and day,
God bless the honest husband man.
Traduzione italiano di Cattia Salto
I (il contadino)
“Ben incontrato, mio caro fratello, che viaggiate lungo la strada maestra su cui così solenne stavo passando.
Così vi prego di dirmi quale possa essere il vostro mestiere che io vi prenderò (1) come servitore.”
II (il servitore)
“Alcuni servitori mangiano la carne migliore come galletto, oca, cappone e cigno. Quando i signori e le signore pranzano essi bevono birra forte, birra leggera e vino,
questa è la dieta di un servitore.”
III (il contadino)
“Non ditemi dei vostri capponi, piuttosto prendete un po’ di pancetta affumicata e si, una bella fetta di prosciutto che non manca mai nella mia casa. Una crosta di pane e formaggio, questa è la dieta di un contadino.”
IV (il servitore)
“Mentre verso la chiesa vanno, con le loro divise belle e vivaci
e i loro cappelli a tricorno bordati con trine dorate,
con le loro camice bianche come il latte e tessute così fini come la seta; ecco degli abiti per un servitore.”
V (il contadino)
“Non ditemi della vostra livrea nè dei vostri abiti di seta, che non sono adatti per camminare in mezzo ai cespugli. Datemi la mia giacca di pelle e nella borsa un grosso (2); ecco gli abiti di un contadino”
VI (il servitore)
“Così devo confessare che il vostro mestiere è migliore
e vi darò la vittoria (3).
Così ora senza indugio preghiamo notte e giorno che Dio benedica l’onesto contadino.

NOTE
1) nel senso che secondo la sua opinione lo considera un servitore
2) groat (grosso) è una monetad’argento di vecchio conio (vedi)
3) vi passerò la mano

ASCOLTA Young Tradition


I
Well met, well met, my friend, all on the highway riding,
Though freely together here we stand.
I pray now tell to me of what calling this thou be
And art thou not a servingman?
II
Oh no, my brother dear, what makes thee to inquire
Of any such thing from my hand?
Indeed I will not frain but I will tell you plain:
I am a downright husbandman.
III
Well, if an husbandman you be, will you walk along with me,
Though freely together here we stand.
For in a very short space I may take you to a place
Where you may be a servingman.
IV
As to thy diligence, I give thee many thanks,
But nought do I require from thine hand.
But I pray now to me show wherefore that I may know
The pleasures of a servingman.
V
Well, isn’t it a nice thing to ride out with the king,
With lords, dukes or any such men;
For to hear the horn to blow and see the hounds all in a row,
That’s pleasures of a servingman.
VI
But my pleasure’s more than that, to see my oxen fat
And a good stock of hay by them stand;
With my plowing and my sowing, my reaping and my mowing,
That’s pleasures of an husbandman.
VII
But then we do wear the finest of grandeur,
My coat is trimmed with fur all around;
Our shirts as white as milk and our stockings made of silk:
That’s clothing for a servingman.
VIII
As to thy grandeur give I the coat I wear
Some bushes to ramble among;
Give to me a good greatcoat and in my purse a grout,
That’s clothing for an husbandman.
IX
But then we do eat the most delicate fine meat
Of goose, and of capon, and swan;
Our pastry’s made so fine, we drink sugar in our wine,
That’s diet for a servingman.
X
As to thy ducks and capons, give I my beans and bacon,
And a good drop of ale now and then;
For in a farmer’s house you will find both brawn and souse,
That’s a living for an husbandman.
XI
Kind sir, I must confess although it causes me distress
To grant to you the uppermost hand;
Although it is most painful, it is altogether gainful
And I wish I’d been an husbandman.
XII
So now, good people all, both be you great and small,
All knowing the king of our land;
And let us, whatsoever, to do our best endeavour,
For to maintain an husbandman.
Traduzione italiano di Cattia Salto
I
“Ben incontrato amico mio, che viaggiate lungo la strada maestra
anche se liberamente per qui insieme andiamo, vi prego di dirmi quale sia il vostro impiego,
non siete voi un servitore?”
II
“Oh no, mio caro fratello, cosa vi fa indagare
su una cosa del genere sul mio conto?
Tuttavia non indugerò ma parlerò spedito: io sono proprio un contadino”
III
“Bene se siete un contadino, potete camminare al mio fianco, così che liberamente insieme andiamo. Perchè in breve potrei portarvi in un posto
dove voi potreste essere un servitore”
IV
In quanto alla vostra diligenza, vi rendo molte grazie,
ma nulla richiedo dalla vostra
mano.
Piuttosto vi prego di mostrarmi, affinchè possa conoscere,
i divertimenti di un servitore”
V
“Beh non è assai piacevole andare a cavallo con il re con Signori, Duchi o uomini di tal fatta? per sentire il corno suonare e vedere i segugi tutti in fila
questo è il divertimento di un servitore”
VI
“Ma il mio divertimento è migliore di quello, guardare i miei grassi buoi
e una bella scorta di fieno stare ai loro piedi;
arare, seminare, mietere e falciare
questo è il divertimento di un contadino”
VII
“Eppure indossiamo la più bella magneficenza,
la mia giubba è tutta bordata di pelliccia;
le nostre camice sono bianche come il latte le nostre calze di seta;
ecco gli abiti per un servitore.”
VIII
“Quanto alla vostra magneficenza, prendete piuttosto la giubba che indosso per camminare tra i cespugli. Datemi un buon pastrano e nella borsa un grosso(2); ecco gli abiti per un contadino.”
IX
“Eppure mangiamo la carne più delicata e raffinata,
d’ oca, cappone e cigno.
i nostri pasticci (4) sono così buoni
beviamo vino addolcito,
questa è la dieta di un servitore.”
X
“Quanto alle vostre anatre e capponi, prendete  piuttosto i miei fagioli e pancetta e un bel sorso di birra di tanto in tanto; perchè nella casa del contadino si trova sia gelatina che sopressata (5), questa è la dieta di un contadino.”
XI
“Gentile signore, devo confessare con rammarico, che avete vinto la mano;
sebbene con angustia, è tuttavia evidente che vorrei essere un contadino”
XII
Così ora brava gente, sia grandi che piccoli, che tutti conosciamo il re della nostra terra;
facciamo tutto il possibileper fare del nostro meglio
e sostenere un contadino.

NOTE
2) probabilmente sta per “in my purse a groat”
4) nelle tavole dei signori medievali erano comuni i pasticci di carne cioè delle crostate di pasta ripiene con carne tritata e spezie.
5) vari tipi di carne in gelatina vedi,

continua

FONTI
http://ontanomagico.altervista.org/mumming.htm
https://terreceltiche.altervista.org/mumming-st-george/

https://mainlynorfolk.info/peter.bellamy/songs/thehusbandmanandtheservingman.html
http://www.finedictionary.com/husbandman.html
http://from-bedroom-to-study.blogspot.it/2012/12/the-comedic-capers-of merrymaking.html
http://www.hymnsandcarolsofchristmas.com/Hymns_and_Carols/
servingman_and_the_husbandman.htm

http://www.traditionalmusic.co.uk/folk-song-lyrics/Husbandman_and_Servingman.htm

Week 145 – Husbandman and Servingman

IO SATURNALIA

Tra il 17 e il 23 dicembre si tenevano nell’Impero romano i Saturnalia, una festa molto popolare in onore del dio Saturno, il dio romano della semina e del raccolto, re di un passato regno dell’Oro in cui vi furono sempre pace e abbondanza. Così come Saturno subentrava a Giove, l’ordine veniva rovesciato e, a fronte di una temporanea assenza di potere, gli schiavi si comportavano come se fossero liberi e partecipavano ai banchetti pubblici nel Campidoglio. ( continua prima parte)

Nel dipinto settecentesco di Antonie Francois Callett si vuole illustrare proprio uno di quei banchetti pubblici ai quali tutti, senza limitazioni di ceto, potevano partecipare (a quanto pare a spese dello Stato)
saturnalia
Sullo sfondo troneggia la statua di Saturno con tanto di falce in mano in qualità di dio del raccolto, e tutt’intorno gozzoviglia il popolo; chi danza e “fa il trenino” al suono di un’orchestrina, chi siede a tavola e beve vino sbocconcellando un po’ di pane in attesa dell’arrivo del cibo. I servitori alla tavolata in primo piano sono contraddistinti dall’indossare un cerchietto d’oro tra i capelli, (il coppiere porta ai piedi dei ricchi calzari) sicuramente sono molto meglio vestiti dei commensali che al contrario sono per lo più scalzi, uno di loro porta in testa il pileo (un buffo cappello in foggia elfica che contraddistingueva i lavoratori del popolino e che rappresentava l’acquisita libertà dell’ex-schiavo) e abbraccia una procace fanciulla, che peraltro guarda in modo languido il bel coppiere! Si leva la coppa per il brindisi benaugurale in lode a Saturno gridando “Io Saturnalia“!
Sull’altro lato della tavolata un muscoloso “avventuriero” con tanto di orecchino al lobo dell’orecchio suona una chitarra (che ci fa presumere le sue origini ispaniche). Tuttavia il pittore si prende un po’ di libertà come quelle panche per sedersi al posto dei noti triclini che si usavano ai tempi per mangiare (in posizione semisdraiata).

IL BANCHETTO PER GLI SCHIAVI

L’usanza del banchetto degli schiavi in cui erano i padroni a servire in tavola o schiavi e padroni mangiavano insieme si trattava di un rovesciamento dei ruoli solo formale che non aveva niente di sovversivo, erano sempre gli schiavi a cucinare e a preparare la tavola; possiamo dire che nei Saturnalia anche gli schiavi potevano ubriacarsi senza paura di essere puniti e potevano alzare un po’ la voce o prendere in giro il padrone, ma tanto doveva bastare per tutto il resto dell’anno! Era anche estratto a sorte un Re del Disordine (quello che diventerà il nostro Re del Natale o di Carnevale che sarà chiamato Re del Fagiolo) cha faceva da cerimoniere e tutto ciò che ordinava era legge. Una vestigia del remoto passato in cui il festeggiato diventava capro espiatorio e veniva immolato per il bene della comunità.

LO SCAMBIO DI DONI

Anche nelle case private si banchettava e la gente si scambiava dei piccoli regali che compravano in un mercatino speciale (Sigillaria) aperto solo per l’occasione: c’erano le statuette dei Lari domestici (gli spiriti protettori degli antenati defunti), terrecotte a forma d’aquila, sole, falce, serpente; ma anche giocattoli per bambini, candele (per richiamare la luce della “aurea aetas” del regno di Saturno), noci e dolciumi.
Lo scambio dei doni tra parenti ed amici avveniva il 20 dicembre: nella vigilia della festa, davanti all’altare dei Lari (una specie di nicchia o tabernacolo nel muro), la famiglia si riuniva per invocare la protezione degli avi e lasciare del cibo.
Il mattino seguente, al posto delle ciotole, i bambini trovavano giocattoli e dolci.

I doni erano in genere accompagnati da dei bigliettini spiritosi e Marziale ci scrisse addirittura un libro (Xènia) tutto di frasi come queste:
Passo tutto l’inverno dormendo: sono più grasso
quando a nutrirmi è solamente il sonno
Xenia, 59
Si tratta di un biglietto-epigramma una sorta di indovinello che è anche una battuta ironica (la risposta dell’indovinello 59 è il ghiro)

STRENIA, L’ITALICA BEFANA

Il primo di gennaio nell’Impero romano ci si scambiava le strenae cioè i rami di alloro e di ulivo come portafortuna in onore alla dea italica Strenia, Strenna o Strenua, Strinia,  assorbita dai fondatori di Roma, dea del Bosco Sacro ma anche triplice dea (Dea della natura e degli animali, Dea della Luna, Dea degli Inferi) che come Grande Madre chiudeva e apriva il cerchio dell’anno (nascita, crescita e morte).
Lo scambio delle piante sacre  (a guarnire fichi e mele) il primo dell’anno era quindi benaugurale; anche la tavola di Capodanno era decorata con i rami d’alloro, offerti poi ai convitati, così come scrive Varrone. continua

FONTI
http://ontanomagico.altervista.org/saturnalia-taberna.htm

http://www.romanoimpero.com/2010/10/culto-di-strenna-o-strenua.html
http://www.romanoimpero.com/2012/01/strenna-natalis-lepifania.html

SATURNALIA: IN TABERNA QUANDO SUMUS

Il 17 dicembre iniziavano nell’Impero romano Saturnalia, una festa molto popolare in onore del dio Saturno. Anticamente la festa durava un solo giorno; Cesare la portò a 3, e in epoca imperiale fu estesa a 7 giorni. Una festa prettamente romana che in epoca imperiale si diffuse anche in tutta la penisola italiana e si festeggia dal 17 al 23 dicembre.

saturnalia-bommer
Saturno era il dio romano della semina e del raccolto, re di un passato regno dell’Oro in cui vi furono sempre pace e abbondanza. Paul Bommer nel suo Calendario dell’Avvento del 2010, ha raffigurato Saturno su di un cocchio trainato da due serpenti alati, si tratta di un vecchio con in mano la falce che indossa la veste di porpora e il pileo. Il carro è decorato dalle costellazioni del Capricorno e dell’Acquario, che egli governa.
I Saturnali si proponevano di ristabilire, anche se solo per pochi giorni, la mitica Età dell’Oro, e tuttavia il mito si riveste di un attesa.

L’ETA’ DELL’ORO

Una leggenda italica-romana (con vari innesti greci) sulla fondazione di Roma narra che Saturno-Crono detronizzato dal figlio Giove-Zeus venne accolto nel Lazio dal re Giano che concesse a Saturno di fondare una città Saturnia (in cima all’attuale Campidoglio di Roma).

(tratto da http://culto_pagano.webs.com/saturnali.htm)
Enea, risalendo il Tevere, raggiunge la città di Palantea che occupa il Palatino su cui più tardi sorgerà Roma e dove regna il vecchio re Evandro, giunto nel Lazio dall’Arcadia circa sessant’anni prima della guerra di Troia. Quando Evandro arriva sul Colle Palatino vi trova delle popolazioni locali, gli Aborigeni, che praticano un culto dedito al dio Saturno (gli Aborigeni sono indicati come i più antichi abitanti dell’Italia centrale; erano figli degli alberi, vivevano senza leggi, come nomadi e si nutrivano di frutti selvatici; il loro nome significa “popolo originale”). La leggenda italica romana, arricchita da elementi orientali ed ellenici, racconta che Saturno-Crono, dopo essere stato detronizzato dal figlio Giove-Zeus, nella fine del ciclo dell’anno solare trovò rifugio in una zona che chiamò Latium (“rifugio”, dal lat. latere, “nascondere”). Qui fu benignamente accolto dal re del posto. Giano, che divise il regno con il nuovo venuto ed al quale concesse dì fondare una città tutta sua. Saturnia, un villaggio situato in cima al Campidoglio. Nel governo di Giano si evidenziano già distintamente tutte quelle caratteristiche che verranno poi definitivamente instaurate da Saturno nella Saturnia Tellus (Italia) quando il dio resterà l’unico a regnare dopo la morte e la divinizzazione di Giano: l’Età dell’Oro.
In epoca arcaica gli uomini concepivano il Tempo suddiviso in cicli cosmici che via via si susseguivano tracciando un processo involutivo che era partito da una condizione di armonia e di equilibrio e si concludeva in un’età di tenebre materiali e spirituali. L’espressione più chiara di questa concezione temporale è formulata da Esiodo che ripropone un concetto presente in tutto il mondo indoeuropeo. Esiodo associò alle varie età il valore decrescente dei metalli – oro, argento, bronzo e ferro – per esprimere il progressivo svilimento della razza umana. A queste quattro età ne aggiunse una quinta, quella della stirpe divina degli uomini Eroi che precede l’ultima età, quella dei ferro, come estremo tentativo di recupero prima dell’inevitabile caduta finale. Saturno, associato nel successivo sincretismo religioso greco-romano al Crono ellenico, era in epoca arcaica il dio italico dell’Età dell’Oro. Nell’Età dell’Oro  gli uomini vivevano in intimità con gli dèi; non conoscevano preoccupazioni, fatiche, miserie e dolori. Non invecchiavano e trascorrevano i giorni sempre giovani, tra feste e banchetti; quando arrivava per loro il tempo della morte, si addormentavano dolcemente. Gli uomini si nutrivano di ghiande, di frutta selvatica e del miele prodotto dalle api ed essi non erano sottomessi alle fatiche del lavoro perché la terra produceva naturalmente tutto ciò di cui avevano bisogno. In quest’era idilliaca Saturno insegnò agli uomini ad utilizzare con metodo la spontanea fertilità della terra, introdusse l’uso del falcetto e della roncola, attributi coi quali veniva rappresentato. Anche per questo si ricollega il suo nome all’invenzione ed alla diffusione della coltivazione e al taglio della vite: Saturno dal lat. serere, “seminare”; sata, “campi seminati”. Il mito prosegue, a questo punto, con notevoli apporti mitologici greci, per cui Saturno viene nuovamente scacciato dal figlio Giove che lo esilia su un’isola deserta dove (poiché immortale) vive in una sorta di vita nella morte, avvolto in lini funerari, fino a quando non verrà il tempo del suo risveglio. Allora egli rinascerà come bambino: rinascita che coinciderà con il Nuovo Risveglio e la restaurazione dell’Età dell’Oro.

LE CELEBRAZIONI PUBBLICHE

Si iniziava con la processione fino al tempio di Saturno posto nel Foro e sull’altare erano immolati degli animali (tori?) poi si liberavano i piedi della statua di Saturno, il dio infatti era “imprigionato” per tutto l’anno da questi legamenti (compedes), che venivano sciolti solo per la sua festa (chi dice siano state catene, chi un filo o delle bende di lana). Aveva poi inizio il lettisternio (dal latino lectus, “letto” e stemere, “stendere”) ovvero il banchetto sacro in cui attorno ad una tavola riccamente imbandita erano sistemate le statue degli dei).
Seguivano spettacoli e grandi banchetti pubblici, ai quali tutti senza limitazioni di ceto potevano partecipare (a quanto pare a spese dello Stato).

Durante i Saturnali era vacanza: niente scuola e anche il foro era chiuso, era proibito iniziare o partecipare a guerre, stabilire pene capitali e, comunque, esercitare qualsiasi attività che non fosse un festeggiamento. Ci si vestiva informalmente lasciando la toga nell’armadio e tutti si coprivano il capo con il pileo, un cappello tipico delle classi più popolari, ma soprattutto si mangiava e beveva e ci si divertiva nei modi in cui erano soliti divertirsi i Romani (musica, teatro, ludi gladiatori, corse delle bighe).
Così come Saturno subentrava a Giove, l’ordine veniva rovesciato e, a fronte di una temporanea assenza di potere, la libertà era assoluta: gli schiavi diventavano padroni, ed erano liberi di parola e di critica e potevano giocare d’azzardo.

continua seconda parte

IL CANTO DEI BEVITORI

Nel Medioevo era a Carnevale che si abolivano le regole e le inibizioni e gli studenti erano i primi a darsi al bere e ai divertimenti (tanto pagava papà!). Si badi bene studenti universitari debosciati ma eruditi questi clerici vagantes, che invece di spostarsi di aula in aula per seguire le lezioni come nei moderni atenei, si spostavano da un’università all’altra dell’Europa per perseguire la loro formazione professionale, attirati dai migliori docenti che si potevano trovare sulla piazza.
Come nei Saturnali in cui il gioco d’azzardo era permesso a tutti, anche agli schiavi, così nei canti goliardici medievali si rovesciavano i valori costituiti, o meglio si irrideva e parodiavano le cerimonie della Chiesa.

tabernaIn taberna quando sumus” è forse uno dei Carmina Burana (Poesie di Beuron, dal nome del monastero benedettino vicino a Monaco nella cui biblioteca sono state ritrovate) più noti e generalmente conosciuto con il titolo di “Il canto dei Bevitori“: l’elogio al bere e al gioco ai dadi, l’uno come livellatore delle gerarchie sociali, l’altro per scongiurare la miseria.
Le taverne erano considerate nel XII e XIII secolo dei luoghi di malaffare a causa dei suoi frequentatori: vagabondi, studenti, meretrici e soprattutto giocatori d’azzardo (gioco peraltro vietato perché occasione di frode e di bestemmie).

Con una forte carica dissacratoria si inneggia a Bacco dio del vino e dell’ebbrezza, parodiando nella parte centrale i testi liturgici propri della Messa. Nella canzone in un crescendo di concitazione tutti sono travolti e accomunati dal piacere del bere.

ASCOLTA Arte Factum. Liuto, flauto dolce e voce per la melodia, ghironda (per i suoni di bordone) e tamburo medievale (per il ritmo)

ASCOLTA Corvus Corax .Famosissimo gruppo tedesco medieval-barbarico. Tra l’altro l’accento che usano potrebbe essere molto simile a quello dei vagantes di origine germanica. Qui cornamuse e tamburi fanno da padroni. Il testo è semplificato alle prime due strofe (Strofe I, II, II, I) intercalate da un “ritornello” ricavato dalla parte di crescendo finale
Ritornello
Bibit hera, bibit herus
Bibit miles, bibit clerus

Bibit ille, bibit illa
Bibit servis cum ancilla

ASCOLTA Stille Volk in “Nueit de Sabbat” 2009. Arrangiamento “al rallentatore” di questo gruppo francese folk-metal e celtic. Strofe I e II intercalate dal ritornello di cui sopra


I
In taberna quando sumus
Non curamus quid sit humus
Sed ad ludum properamus
Cui semper insudamus
Quid agatur in taberna
Ubi nummus est pincerna (1)
Hoc est opus ut queratur
Si quid loquar, audiatur
II
Quidam ludunt, quidam bibunt
Quidam indiscrete vivunt
Sed in ludo qui morantur
Ex his quidam denudantur
Quidam ibi vestiuntur
Quidam saccis induuntur(2)
Ibi nullus timet mortem
Sed pro Baccho mittunt sortem (3)
(Litania) (4)
Primo pro nummata vini
Ex hac bibunt libertini (5)
Semel bibunt pro captivis
Post hec bibunt ter pro vivis
Quater pro Christianis cunctis
Quinquies pro fidelibus defunctis
Sexies pro sororibus vanis (6)
Septies pro militibus silvanis (7)
Octies pro fratribus perversis (8)
Nonies pro monachis dispersis (9)
Decies pro navigantibus
Undecies pro discordaniibus
Duodecies pro penitentibus
Tredecies pro iter agentibus
III
Tam pro papa quam pro rege
Bibunt omnes sine lege
Bibit hera, bibit herus
Bibit miles, bibit clerus
Bibit ille, bibit illa
Bibit servis cum ancilla
Bibit velox, bibit piger
Bibit albus, bibit niger
Bibit constans, bibit vagus (10)
Bibit rudis, bibit magnus
Bibit pauper et egrotus
Bibit exul et ignotus (11)
Bibit puer, bibit canus
Bibit presul et decanus (12)
Bibit soror, bibit frater
Bibit anus, bibit mater
Bibit ista, bibit ille
Bibunt centum, bibunt mille
IV
Parum sexcente nummate
Durant, cum immoderate suffice
Bibunt omnes sine meta
Quamvis bibant mente leta
Sic nos rodunt omnes gentes
Et sic erimus egentes
Qui nos rodunt confundantur
Et cum iustis non scribantur
traduzione italiano *
I
Quando siamo all’osteria,
non ci curiamo più del mondo,
ma al gioco ci affrettiamo,
al quale ognora ci accaniamo.
Che si faccia all’osteria,
dove il soldo fa da coppiere (1)
questa è cosa da chiedere,
e sentite ciò che vi dirò:
II
C’è chi gioca, c’è chi beve,
c’è chi vive indecentemente.
e tra quelli che muoiono per il gioco,
c’è chi viene denudato,
chi al contrario si riveste,
chi di sacchi si ricopre (2).
Qui nessuno teme la morte,
ma per Bacco gettano la sorte (3).
(Litania a Bacco) (4)
Per primo si beve a chi paga il vino,
poi bevono i libertini(5).
poi si beve una volta per i carcerati,
e tre volte per chi è vivo,
quattro volte per i cristiani,
e cinque per i fedeli defunti,
sei per le “brave donne” (6),
sette per i cavalieri erranti (7),
otto per i fratelli traviati (8),
nove per i monaci vaganti (9),
dieci per i naviganti,
undici per i litiganti,
dodici per i penitenti,
tredici per i partenti.

III
Per il papa e per il re
tutti bevono senza regole.
Beve la signora, beve il signore,
beve la milizia, beve il clero,
beve questo, beve quella,
beve il servo con la serva,
beve il lesto, beve il pigro,
beve il bianco, beve il nero,
beve il fermo, beve il vago (10),
beve il rozzo, beve il raffinato,
beve il povero e il malato,
beve l’esule e lo straniero (11),
beve il bimbo e l’anziano,
beve il vescovo e il decano (12),
beve la suora, beve il frate,
beve la nonna, beve la mamma,
beve questa, beve quello,
bevon cento, bevon mille.
IV
Poco 600 denari
durano, se senza freno
e senza fine tutti bevono:
ma ciascuno beve in allegria!
Così tutti ci disprezzano
e noi siamo sempre al verde!
Ma chi ci disprezza sia punito
e non sia ricordato tra i giusti

NOTE
* La traduzione è stata rielaborata prendendo come traccia quella di E. Vecchi in “Poesia latina medievale” 1959
1) “dove comanda il denaro” infatti soltanto chi ha denaro può bere. Il coppiere era il servitore che versava il vino durante i banchetti.
2) chi si veste di sacco è un poveraccio
3) il gioco d’azzardo era quello dei dadi, che vengono gettati in aria
4) inizia una lunga litania in cui ai alza il bicchiere per bere alla salute dei presenti: il primo è ovviamente per colui che paga da bere. E’ un inno al vino che imita i salmi. Come osserva Emanuele Pennini (il quel riporta peraltro un’agile traduzione del testo) “si nota una litania in onore del dio del vino, Bacco, che riprende la preghiera dei fedeli del Venerdì Santo. Ci sono anche altre espressioni, che riprendono il Messale romano, dove si prega “in commemorazione dei fedeli defunti, dei pellegrini e dei viandanti, per la salute dei viventi, per i pubblici penitenti e per i nemici”.(qui)
5) dissoluti, dediti ai piaceri terreni
6) letteralmente “sorelle leggere o smarrite”, donne di facili costumi
7) i figli cadetti della nobiltà che non avevano dritto all’eredità paterna e andavano in giro alla ricerca di soldi e avventure
8) frati corrotti e immorali
9) anche i monaci (come gli studenti) erano viaggiatori che andavano a consultare le biblioteche delle molte abbazie per la loro opera di copiatura, traduzione e miniatura di codici e manoscritti che erano la summa del sapere del tempo
10) l’uomo sicuro di sé e al contrario chi è timoroso
11) ignotus,  ignorato nel senso di sconosciuto, straniero
12) ovvero i membri della gerarchia ecclesiastica

FONTI
http://ontanomagico.altervista.org/saturnalia-taberna.htm
http://www.romanoimpero.com/2010/12/culto-di-saturno.html

ILLUSTRAZIONI
Paul Bommer dal suo Calendario dell’avvento 2010
http://paulbommer.blogspot.it/2010/12/advent-calendar-17th-dec-saturnalia.html

We three kings of Orient are

magiNella tradizione cristiana, i Magi fanno visita a Gesù bambino poco dopo la sua nascita, portando in dono oro, incenso e mirra. Nel Vangelo di San Matteo i Magi vengono “da oriente” per adorare Cristo, “il re dei Giudei“. La festa che celebra il loro arrivo a Betlemme cade, come tutti sanno, il 6 gennaio (La dodicesima notte diventata anche festa della Befana) e, in alcuni paesi è la data in cui i bambini ricevono i loro regali di Natale.
Sono lì per adempiere ad una profezia fatta da Balaam chiamato da Balak il re di Moab per maledire gli Ebrei nell’esodo dall’Egitto, in modo da frenare la marcia delle tribù ebraiche verso la terra promessa. Il mago giunto su un picco roccioso del deserto transgiordanico (nonostante i capricci della sua asina che per ben tre volte s’era impuntata e rifiutata di proseguire oltre), dopo aver celebrato il sacrificio consueto, apre la bocca per recitare la maledizione su Israele, e invece ne profetizza il destino glorioso: «Io lo vedo, ma non ora, io lo contemplo, ma non da vicino: una stella spunta da Giacobbe, uno scettro sorge da Israele» (libro dei Numeri 24,17). Di per sé il testo allude alla futura dinastia davidica; ma nella traduzione della Bibbia dall’ebraico in aramaico, la nuova lingua parlata dagli Ebrei, la frase diventa «Un re spunta da Giacobbe; un Messia sorge da Israele». E la frase diventa un’attesa messianica.
(per restare in tema di profezie Isaia 7:14 continua)

I Magi seguono la stella che brilla da Oriente verso Occidente, chiedono informazioni nei pressi di Gerusalemme e alla fine trovano Gesù a Betlemme “Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese” (Matteo 2,11)
Fu la vox-populi a farli diventare tre come i doni offerti a Gesù:
1) Kaspar, Caspar, Gaspar, Gathaspa, Jaspar o Jaspas.
2) Melchior, Melichior o Melchyor
3) Balthasar, Bithisareuna o Balthassar.
Nelle chiese orientali diventano Hor, Karsudan e Basanater, una tradizione armena (il Vangelo armeno dell’Infanzia) identifica i Magi come Balthasar proveniente dall’Arabia, Mechior proveniente dalla Persia e Gasper proveniente dall’India.

Nell’antichità venivano chiamati “magi” gli studiosi delle scienze occulte, che un tempo si dedicavano anche allo studio dell’astronomia, della matematica, della fisica, della chimica, e nel contesto della nascita sono preferibilmente ricordati come i Saggi (termine meno scomodo di quello di mago) sebbene non giudei, che riconoscono la venuta del Messia. I Magi “che vengono da Oriente” (da qualche parte dell’Impero Persiano) rappresentano tutti gli altri popoli che tramite la conversione accolgono la salvezza di Dio. Non sono mai stati Re anche se Isaia aveva profetizzato che “Cammineranno i popoli alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere” e nel Salmo 72  si legge “I re di Tarsis e delle isole gli pagheranno il tributo, il re di Seba e di Saba gli offriranno doni. A lui tutti i re si prostreranno, lo serviranno tutte le nazioni”.

Adorazione Magi, Giotto – Cappella degli Scrovegni

WE THREE KINGS

Il titolo originale del brano è “Three Kings of Orient” scritto dal reverendo John Henry Hopkins Jr pubblicato per la prima volta nel 1863 (New York). Il brano era stato scritto per una recita teatrale, forse nel 1857 ma venne incluso solo nel 1863 nella raccolta curata dallo stesso autore “Carols, Hymns and Songs”. I tre Re sono guidati da una stella mistica e descrivono in prima persona i loro doni, svelandone il significato. Brano molto popolare non solo in America è interpretato da solisti di ogni genere musicale, dai Beach Boys ai Jethro Tull!

La versione strumentale di Jethro Tull in “The Jethro Tull Christmas Album” 2003 (un cd da collezionare per l’Inverno) tra il folk, il jazz e la musica classica. Nel Cd inoltre c’è anche l’ottima “A Christmas Song” che prende l’avvio da “Once in a Royal David’s CIty” (vedi)

ASCOLTA Blackmore’s Night in “Winter Carols”  (strofe I, III, II, I)

ASCOLTA Celtic Woman (strofe I, II, V)


I
We three kings of Orient are
Bearing gifts we traverse afar
Field and fountain, moor (1) and mountain
Following yonder star (2)
II
Born a King on Bethlehem’s plain
Gold I bring to crown Him again
King forever, ceasing never
Over us all to rein
O Star of wonder, star of night
Star with royal beauty bright
Westward leading,
still proceeding
Guide us to thy Perfect Light
III
Frankincense to offer have I
Incense owns a Deity nigh (3)
Pray’r and praising, all men raising
Worship Him, God most high
IV
Myrrh is mine, its bitter perfume
Breathes of life of gathering gloom
Sorrowing, sighing, bleeding, dying
Sealed in the stone-cold tomb
V
Glorious now behold Him arise
King and God and Sacrifice (4)
Alleluia, Alleluia
Earth to heav’n replies
Traduzione italiano di Cattia Salto
I INSIEME:
Siamo i  tre Re d’Oriente
e portiamo doni da terre lontane
per campi e fiumi,
colline e montagne
inseguendo una stella  lontana.
II GASPARE:
E’ nato un re nella piana di Betlemme, io porto l’Oro per incoronarlo ancora Re per sempre, perché non smetta mai di regnare su tutti noi
O Stella meravigliosa, stella della Notte
stella rilucente d’oro zecchino
Nel dirigerti verso Occidente
c’indichi il cammino
e ci guidi verso la Luce di Dio

III MELCHIORRE:
Io ho incenso per le offerte,
incenso che è vicino a Dio
chi lo prega e loda, tutti gli uomini ad adorare, Dio l’Altissimo
IV BALDASSARRE:
La Mirra è il mio dono, dall’aspro profumo, per i suoi ultimi respiri  di dolore, di lacrime, di sangue, di morte sigillati nella tomba di fredda pietra.
V INSIEME:
E lui risorgerà nella Gloria
Re e Dio e l’Agnello
“Alleluia, Alleluia”
la Terra replica al Cielo


NOTE
1) moor è la brughiera che in questo caso indica le terre collinose
2) Gli studiosi della Bibbia hanno cercato di capire che cosa voleva indicare Matteo nel suo Vangelo con la “stella” che guidava i Magi. Tre sono le ipotesi: 1. La stella cometa era un fenomeno miracoloso che potevano vedere solo i Magi; 2. La stella cometa era un vero fenomeno astronomico verificatosi nel cielo; 3. La stella cometa del testo era solo un simbolo della venuta nel mondo di Gesù… il testo non parla mai di stella “cometa”, ma solo di “stella” (astron in greco). Sembra che la tradizione della stella “cometa” sia nata da Giotto nel 1303-1305 quando egli dipinse a Padova nella cappella degli Scrovegni una raffigurazione della natività con sopra la capanna una stella con la scia, appunto una stella “cometa”. Inoltre questa “stella” ha un comportamento anormale per essere un vero fenomeno astronomico: prima guida i Magi che provengono dall’Oriente verso Gerusalemme (quindi segue un percorso da est verso ovest), poi scompare quando i Magi arrivano a Gerusalemme. Infatti Erode e tutti gli abitanti della città non ne sapevano niente. Poi la “stella” ricompare quando i Magi lasciano Gerusalemme e li guida verso Betlemme (viaggia quindi questa volta da nord verso sud) e poi si ferma sopra la grotta dove nasce Gesù.
Tutte queste perplessità fanno pensare alla maggioranza dei biblisti che la “stella” della natività deve essere interpretata in senso simbolico: la “stella” rappresenta il Messia cioè Gesù stesso che viene nel mondo. Qui si fa riferimento ad una simbologia usata spesso nel testo biblico: Gesù è la luce che viene nel mondo a vincere le tenebre. (tratto da vedi)
3) nigh non è un refuso per night, ma una parola desueta per “near”, letteralmente “vicino a Dio”: l’incenso (come le piante aromatiche) fa parte dei riti sacrificali agli dei da gettare nel fuoco per purificare l’aria e far salire le preghiere verso l’alto
4) agnello sacrificale

continua

FONTI
http://matteomiele.wordpress.com/2011/09/18/santi-magi-doriente/