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Una fetta di dolce della dodicesima notte

IL DOLCE DELLA BEFANA

La sera del 5 gennaio il corteo di Frau Holle riprende la via del ritorno per rientrare nel suo Regno, ma in Germania (come in buona parte dell’Europa eccezzione fatta per l’Italia) la sua festa è stata soppiantata dalla tradizione dei Re Magi. Sono loro a dare il nome ad un dolce speciale preparato per concludere le festività natalizie (la dodicesima notte) che cambia nome e ricetta a seconda delle regioni (con rimandi uno all’altro per quanto riguarda la preparazione e gli ingredienti).
Tutti questi dolci hanno mantenuto una caratteristica, di contenere nell’impasto una monetina o un fagiolo. La moneta stava come segno di buona sorte (a ricordo delle invocazioni per ottenere i favori della Dea dell’Abbondanza), il fagiolo ha invece una valenza più ambigua, ricordo di oscuri rituali che trovavano ancora un eco nell’elezione del Re Fagiolo durante il Natale medievale: è il Re del Disordine dei Saturnalia, ma anche il capro espiatorio che veniva immolato per il bene della comunità, un tributo in sangue agli spiriti della Terra per il Solstizio d’Inverno.

IL FAGIOLO MAGICO

Robert Graves – poeta, saggista e romanziere britannico contemporaneo – nel suo “The White Goddess” (La Dea bianca) ci racconta che per gli antichi i fagioli contenevano le anime dei morti, e per questa ragione evitavano di mangiarli. Il rimestarsi delle viscere e la flatulenza altro non sarebbero che il tormento delle anime imprigionate nel ventre che protestano per esser liberate.
Principio del caos e quindi utilizzato nei Saturnali per eleggere il Re del Disordine il fagiolo è collegato al mondo infero. Simbolo dell’amore ( le donne romane portavano un ciondolo con la sua forma) era collegato all’immortalità, visto che basta metterlo nell’acqua per farlo ritornare fresco.


Il fagiolo che esisteva in Europa nei tempi antichi è di un tipo specifico detto fagiolo dall’occhio (originario dall’Africa), più piccolo è bianco con una macchia di colore scuro («occhio»), in corrispondenza del punto di inserzione sul baccello. Per i Romani i fagioli erano un cibo della plebe, ma quando arrivarono i nuovi fagioli dall’America conquistarono soprattutto la tavola del ricco per la loro rarità, per rientrare nella tradizione alimentare comune non appena si diffusero con abbondanza. (continua)

IL DOLCE VITTORIANO

Nelle isole britanniche il dolce prende il nome di Twelfh Cake un dolce  a base di frutta secca (uva passa) e frutta candita che richiede una lunga lievitazione.
Sebbene sia un dolce medievale la prima ricetta storica risale al 1803 ed è stata scritta da John Mollard, in effetti i precedenti ricettari settecenteschi non danno istruzioni per la “Torta dodicina” (o “Torta della dodicesima notte” o ancora “Torta della mezzanotte”) perchè si dava per scontato che si sarebbe utilizzato la ricetta della torta nunziale, (vedi)  (che  in Irlanda è ancora la torta nunziale tradizionale).

RICETTA DEL 1803: Prendere Kg 3,175 di farina e metterla a fontana sulla spianatoia, aggiungere 1 cucchiaio da cucina abbondante di lievito e un pochino di latte tiepido. Iniziare ad impastare aggiungendo poi 450 gr. di burro a pezzetti, 600 gr di zucchero. Lasciar lievitare e solo dopo un’oretta aggiungere 2 kg di uvetta, 15 gr di cannella in polvere, 10 gr. di chiodi di garofano sempre in polvere, canditi a piacere. Porre l’impasto in una teglia ben imburrata e cuocere *. Una volta cotta la torta, sfornare, lasciar raffreddare e ricoprire con glassa colorata o bianca e con corone di zucchero
From John Mollard, The Art of Cookery. (London 1803).
(*nelle ricette vittoriane tutte le massaie sapevano come cuocere le torte, questa è una torta che richiede una lunga cottura a basse temperature – cioè 170-180 gradi, per almento 1 ora, ma l’unico modo per sapere se è cotta è la prova stecchino)
Per la ricetta moderna qui

la torta preparata da Ivan Day: una decorazione in stile Regency con piume del Principe di Galles, la rosa d’Inghilterra, il cardo della Scozia e il trifoglio d’Irlanda. Le decorazioni sono di “gum paste” (da  qui)
La torta della dodicesima notte della regina Vittoria, The Illustrated London News

La torta è pronta per essere sontuosamente rivestita con pasta di zucchero (detta anche fondente) lasciata bianca o color rosa-barocco e riccamente guarnita con ulteriori decorazioni in pasta di zucchero (o pasta di gomma) e  ghiaccia reale. Un tempo si utilizzavano degli stampi di legno oggi sono praticissimi quelli in silicone, ma per usare la sac à poche occorre un bel po’ di pratica e abilità.
Torte gigantesche e decorazioni elaborate con statue in pasta di zucchero o di mandorle a riprodurre scene pastoral divennero comuni nel Settecento-inizi Ottocento messe in bella mostra nelle vetrine delle pasticcerie più alla moda.

Le fonti letterarie e cronachistiche inglesi menzionano un “torta con il fagiolo” solo a partire dal XIV secolo a imitazione delle usanze nella corte francese  “La Roi de la Feve” (vedi), le due torte quella francese e quella inglese sono completamente diverse, essendo la seconda una variante più tradizionale dei pasticci in crosta medievali (vedi). Sebbene nel primo periodo Tudor si festeggiasse la Dodicesima notte con un ballo in maschera e una specie di gioco di ruolo, basato su dei personaggi stereotipati da impersonare, la tradizione prese piede solo nel Seicento.
La commedia “La Dodicesima Notte” di William Shakespeare fu scritta proprio come intrattenimento per alludere a questa festa natalizia, basata sul sovvertimento dei ruoli, in cui Viola si traveste da uome e il servo Malvoglio si spaccia per nobile. Già nel ‘500 circolava una commedia toscana dal titolo “Gl’ingannati”:” messa in scena originariamente dagli accademici senesi in seguito ad un sacrificio goliardico accaduto la notte dell’Epifania: avendo ognuno degli uomini bruciato (o finto di bruciare) i pegni d’amore delle proprie donne, queste ultime avevano preteso un risarcimento. Gli accademici composero quindi in tre giorni una commedia, dedicandola alle gentildonne. Nel prologo è menzionata espressamente la “notte di beffana” (corrispondente appunto alla dodicesima notte dopo il Natale).” (da Wikipedia). La commedia ebbe un largo successo e una grande diffusione con traduzioni e adattamenti in tutta Europa e fu sicuramente il modello e l’ispirazione per Shakespeare.

Nel 1870 la Regina Vittoria rimosse la festa dal calendario ufficiale  reputandola “poco cristiana” e troppo “casinara” e così  la tradizione della Twelfh Cake è scomparsa definitivamente nel Novecento lasciando il posto al Christmas pudding.

CHRISTMAS REVEL

Nel Medioevo cristiano il periodo del Natale era caratterizzato dall’abbondanza di cibo e bevande, che seguiva il periodo di digiuno iniziato con la quarta domenica prima del Natale e che terminava con la vigilia. Iniziavano così allo scoccare delle mezzanotte del 24 dicembre i 12 giorni del Natale o il Christmas revel, una sequenza di banchetti e divertimenti, in cui anche i contadini asserviti al feudo avevano il loro momento di riposo: niente corvèe e un banchetto offerto dal loro Sire.
Abbiamo svariati resoconti di questi banchetti natalizi alla corte inglese (continua) festeggiamenti che si concludevano all’Epifania (ma che potevano durare fino al 2 febbraio).

“Twelfth Night Revels in the Great Hall Haddon Hall Derbyshire from Architecture of the Middle Ages 1838”, Joseph Nash

Dal Seicento ci giunge una fonte in forma di poesia “Now, now the mirth comes“: è Robert Herrick a descrivere in versi lo svolgimento della festa nella dodicesima notte. (vedi anche qui)

Twelfth Night- Robert Herrick 1648
I
Now, now the mirth comes
With the cake full of plums (1),
Where bean’s the king (2) of the sport here;
Beside we must know,
The pea also
Must revel (3), as queen, in the court here.
II
Begin then to choose,
This night as ye use,
Who shall for the present delight here,
Be a king by the lot (4),
And who shall not
Be Twelfth-day queen for the night here (5).
III
Which known, let us make
Joy-sops (6) with the cake;
And let not a man then be seen here,
Who unurged will not drink,
To the base from the brink,
A health to the king and the queen here!
IV
Next crown the bowl full
With gentle lamb’s wool (7),
And sugar, nutmeg, and ginger,
With store of ale, too;
And this ye must do
To make the wassail a swinger.
V
Give then to the king
And queen, wassailing,
And though with ale ye be wet here,
Yet part ye from hence
As free from offence
As when ye innocent met here.
Traduzione italiano di Cattia Salto
I
Adesso, adesso arriva l’allegria
con la torta piena d’uvetta
dove il Fagiolo è il Re di
questa Festa;
inoltre dovete sapere
che anche il pisello deve divertirsi, come regina, in questa dimora.
II
Inizia allora a scegliere,
com’è usanza di questa notte,
chi per questo momento dilettevole, sarà al posto del re
e chi non lo sarà
(chi) sarà la regina del dodicesimo giorno per questa notte
III
Come risaputo si facciano
bagatelle con la torta;
e allora  che non si abbia a vedere uomo che debba essere sollecitao per bere da cima a fondo,
alla salute del re e della regina
qui!
VI
Allora riempi la boccia fino all’orlo
con una dolce “lana d’agnello”;
aggiungi zucchero, noce moscata e zenzero e anche birra;
così si deve fare
per fare una grolla allegra
V
Date poi al Re
e alla Regina, che brindino
e sebbene con la birra vi dovete saturare, tuttavia vi allontanerete da qui, indenni dalla colpa
come quando innocentemente qui vi incontraste

NOTE
1) all’epoca con plum si indicava l’uva passa e non la prugna secca
2) va da sè che ci  fossero due dolci, uno per gli uomini (con un fagiolo nascosto all’interno) e uno per le donne (con un pisello nascosto all’interno) per eleggere il re e la regina della dodicesima notte. Se c’era un’unica torta con il fagiolo nell’impasto il primo che l’avesse  trovato avrebbe a suo piacere nominato il compagno da incoronare. Al posto del fagiolo nel Settecento-Ottocento si nascondeva una piccola statuetta del Bambin Gesù.
3) il re e la regina del Disordine avrebbero dettato legge durante i festeggiamenti impartendo ridicoli comandi a cui non si poteva disubbidire
4) il re della sorte
5)  è l’usanza medievale di iniziare ogni nuovo giorno al tramonto, così la dodicesima notte precede il dodicesimo giorno.
6) non sono proprio sicura della traduzione
7) il curioso nome di lana d’agnello si riferisce alla bevanda del wassail: nel Medioevo il liquido principale della grolla era birra calda aromatizzata con mele e spezie. Le ricette d’epoca prevedono la cottura in forno delle mele ridotte successivamente in purea e l’aggiunta di noce moscata, zenzero e zucchero. (continua)

L’ULTIMA CENA, IL BALLO E IL GIOCO DELLE CARTE

Al centro della festa oltre al cibo e alle bevande, i canti benaugurali, le danze e recite. Nell’Inghilterra della Reggenza non era insolito tra gli eventi sociali per la dodicesima notte, un gran ballo in maschera (Grand Christmas Ball, Children’s Ball o Family Ball) in cui si includevano anche i bambini.

HEY FOR CHRISTMAS: il resoconto di una movimentata dodicesima notte continua

Re e Regina Fagiolo sono seduti in alto sulla sinistra, sul fondo a destra un gruppo di orchestrali e al centro i mummers.

A inizi Ottocento la notte del 6 gennaio (oppure la sera della vigilia) iniziava con una cena in famiglia con amici e parenti, che metteva fine al Christmas Revel: dopo che era stato eletto dalla sorte il Re Fagiolo venivano distribuite delle carte speciali  che illustravano vari personaggi caricaturali, ritagliate dai giornali o comprate nelle pasticcerie insieme alle torte.
La festa però si poteva svolgere già nel pomeriggio al momento del tè in cui era servita la “torta del dodicesimo giorno”: da quel momento ci s’immedesimava nel personaggio estratto fino allo scoccare della mezzanotte: alla festa in maschera e al gioco partecipavano spesso anche i bambini.

Al centro la torta del fagiolo e sulla sinistra il cappello in cui sono riposti i biglietti da sorteggiare

Inizialmente i personaggi erano personaggi storici famosi o eroi leggendari che ricreavano una nobile corte al servizio del Re e della Regina, ma poi i loro nomi divennero buffi e assurdi come Prittle Prattle, Puddle Dock, Toby Tipple e Sir Tun Belly Wash. Il gioco del travestimento diventò successivamente gioco degli enigmi, un gioco da tavolo fatto con le carte dei vari personaggi abbinati ad un indovinello che rivelava il nome del personaggio stesso (vedi)
Le carte erano anche utilizzate per un divertente gioco delle coppie nel Ballo di Gala per la Dodicesima Notte

Al Christmas Ball troneggia sul tavolo del Buffet  una grande Twelft cake

A card drawing game developed in the 18th century, whereby each lady drew a card from the box held by a footman to the left of the entrance, and each gentleman drew a card from the same to the right. These cards were caricatures of Pairs. Thus Signor Croakthroat might by paired by Madame Topnote. The guests had to find their partner, and depending on the gaiety of the event, the amount of wine and negus consumed, and the inhibitions of the guests, the character roles had to be taken on in varying degrees of ‘spirit’ for the whole evening. Signor Croakthroat might, for example, be always clearing his throat, and singing musical scales, whilst Madame Topnote might enjoy making her fellow guests jump by occasionally emitting a loud high note! (tratto da qui)

I personaggi della Dodicesima notte Collezione Folgere, 1830

UNA FETTA DI BLACK BUN continua 

FONTI
https://www.hymnsandcarolsofchristmas.com/Text/Hone/january_6__epiphany.htm
https://whydyoueatthat.wordpress.com/2011/12/10/day-10-twelfth-night-cake/
http://www.historicfood.com/John%20Mollard’s%20Twelfth%20Cake.html
http://www.eatlocallyblogglobally.com/2010/11/recipe-for-dickensian-twelfth-cake.html
http://www.missfoodwise.com/2014/01/twelfth-cake.html/
https://guildhalllibrarynewsletter.wordpress.com/2014/01/02/twelfth-night-cake/
http://www.saburchill.com/history/articles/012.html
https://www.janeausten.co.uk/twelfth-night/

La vecchia Strina

In molte tradizioni europee troviamo la figura di una dea dell’abbondanza festeggiata nei primi giorni del nuovo anno, sebbene i nomi siano diversi, le loro storie sono comuni: a cominciare dalla dea romana Strenia.

Dea dell’Abbondanza, Rubens -1630: nella cornucopia fichi, uva e mele e molograni. La mammella messa a nudo della dea allude alla sua fertilità

STRENIA, L’ITALICA BEFANA

Il primo di gennaio nell’Impero romano ci si scambiava le strenae cioè i rami di alloro e di ulivo come portafortuna in onore alla dea italica Strenia, Strenna o Strenua, Strinia,  assorbita dai fondatori di Roma, dea del Bosco Sacro ma anche triplice dea (Dea della natura e degli animali, Dea della Luna, Dea degli Inferi) che come Grande Madre chiudeva e apriva il cerchio dell’anno (nascita, crescita e morte).
Lo scambio delle piante sacre  (a guarnire fichi e mele) il primo dell’anno era quindi benaugurale; anche la tavola di Capodanno era decorata con i rami d’alloro, offerti poi ai convitati, così come scrive Varrone.

LE PUPAZZE DI FRASCATI

Le Pupazze al miele sono dei grossi tipici biscotti dei Castelli Romani (Lazio), che rappresentano l’immagine della Grande Dea dalle molte mammelle, per tradizione sono trimammellute: due per il latte ed uno centrale per il vino, in omaggio al frutto più fecondo del territorio, l’uva. L’impasto molto semplice a base di farina, olio extravergine d’oliva, miele viene aromatizzato a seconda di chi lo prepara con la buccia d’arancia, il cacao, o la cannella, oppure la noce moscata; anche per le forme e le decorazioni i forni di Frascati si sbizzarriscono: una prosperosa contadinella con le braccia “a brocca” poggiate lungo i fianchi, oppure una leggiadra ballerina con tutù
RICETTA

Pupazza frascatana con tre mammelle

STRINA E STRINARI NELLA MAGNA GRECIA

Queste tradizioni di capodanno sopravvissero nella Befana e nella sua Festa, ma soprattutto nella festa della Strina praticata nel Meridione d’Italia in particolare in quella che fu  la Magna Grecia: in Calabria, Puglia meridionale e Sicilia gli “Strinari” e i “i figghi da Strina” andavano di casa in casa a chiedere dolci, frutta secca e qualche monetina, le questue rituali dette la strina, per augurare un felice anno nuovo alle famiglie. Il canto delle uova (come si diceva in Piemonte) sono le “Kalanda” (“calendae” nella vecchia lingua romana) che significa che sta per iniziare il mese e l’anno nuovo, cantati in tutta Grecia già nei tempi antichi quando prendevano il nome di  “Eiresioni”, i ragazzi portavano di casa in casa la nave di Dioniso.

IL CANTO DELLA STRINA NELLA GRECIA SALENTINA

Il Salentino faceva parte della Magna Grecia, le colonie greche nella penisola italiana ed ancora si parla griko, la lingua dell’etnia grico-salentina, che impropriamente viene detto dialetto salentino ma in realtà più simile al greco. Il canto della strina era un tipico canto di questua dei musicanti che andavano di masseria in masseria accompagnandosi con strumenti popolari spesso un po’ improvvisati. Grazie alla ricerca sul campo di Luigi Chiriatti compiuta tra il 1977 e il 1978 a  Corigliano d’Otranto (Lecce) possiamo accedere ad una raccolta di canti che testimoniano gli antichi rituali del mondo contadino.
Racconta Luigi Chiriatti “… mi spiegò che si trattava di un lungo canto di questua eseguito nel periodo che va da Santo Stefano al Capodanno, costituito da alcune strofe in dialetto e altre in grico. La Strina merita particolare interesse non soltanto perché è conosciuto solo a Corigliano, ma anche perché è ancora una delle poche testimonianze dei Manta della Grecia, cioè dei canti augurali che ancora oggi i ragazzi greci sono soliti cantare a Capodanno per ottenere qualche regalo.
Durante il periodo di Natale i contadini di Corigliano smettono i panni del duro lavoro quotidiano e si trasformano in fini musici e poeti e con i loro strumenti (organetto diatonico, “l’arpa a sonagli”, triangoli di ferro e altri strumenti percussivi) andavano di casello in casello come sacerdoti di antichi riti a benedire i campi, i raccolti, gli animali, le case, gli abitanti.
Oltre agli strumenti avevano con sé un grande paniere nel quale venivano sistemati i doni che ricevevano ogni volta che eseguivano la strina: uova, vino, farina, “bianche cuddhure” (formelle di formaggio fresco).
Tutti i doni raccolti erano successivamente consumati in un grande festino a cui partecipavano anche i parenti dei suonatori.
I contadini che vivevano nelle masserie erano moltissimi, non ascoltavano nessun’altra musica sia perché non avevano tempo, sia per mancanza di mezzi tecnici quali radio e affini e i cantori della Strina erano accolti con grandi manifestazioni di gioia.
Corigliano, oltre ad avere l’esclusiva del canto della Strina, si presentava anche come il paese con la più grande presenza di organetti diatonici del Salento. (tratto da qui)

Luigi e Antonio Costa (Registrazioni sul campo di Brizio Montinaro con la collaborazione del Canzoniere grecanico salentino)

LA STRINA CALABRESE

Anche in questa terra si cantava la strina con un rituale di questua legato però ad uno strumento particolare: il mortaio costruito con il bronzo o il ferro in cui si frantumavano i blocchi di sale (sazeri o murtali). Il rituale si ripeteva il 25 e 31 dicembre e il 6 gennaio per opera di un gruppo di “strinari” i quali riproponevano di anno in anno la stessa canzone aggiungendovi strofe benaugurali e maledizioni, e che finirono per cantare la nascita di Gesù. La strina di Lago (Vachitana) si è trasformata in una competizione cittadina con argomentazione a piacere sul paese (vedi) E’ il carattere satirico che l’accomuna a certe maschere del Carnevale.
Mimmo Toscano
Danilo Montenegro

LA VECCHIA SICILIANA DI NATALE

Vecchia, Vecchia strina, Strina, Vecchia di Natali o di Capudannu, Carcavecchia, Nunna vecchia sono le denominazioni locali più comuni di una maschera, un tempo presente in tutta la Sicilia nelle notti del 24, 31 dicembre e 6 gennaio e nel periodo di Carnevale-Quaresima, in cui assumeva la denominazione di Nanna, Sarramònica o Coraìsima. La Vecchia appare correlata alle strenne e, oggi in modo privilegiato ma non esclusivo, ai bambini. (tratto da qui)
Come sottolinea Fatima Giallombardo nel suo articolo “Le vecchie di Natale” la vecchia è una dea infera che vuole essere invocata con grida e schiamazzi, una Grande Dea, dispensatrice di abbondanza, il principio femminile della procreazione “il senso del rinnovamento perenne della vita (cosmica e umana)”.
Dallo storico Giuseppe Pitrè apprendiamo che la sera della festa si aggirava per le strade del paese la Vecchia di Natale o Strina, una donna anziana che porta regali ai bimbi che si sono comportati bene tutto l’anno. Essa è nascosta per preparare dolci e regali. Venuta la sera che precede la festa, i bimbi sono mandati a letto presto, perché deve passare la vecchia di Natale per lasciare i dolci, e poiché essa non vuole farsi vedere, passa avanti se li trova svegli. In quella notte essa cammina per le strade suonando una tromba  e tirandosi dietro una retina di muli carichi di dolci e giocattoli per distribuirli nelle case ove sono bambini. Entra a porte chiuse, perché le basta una piccola fessura per introdursi e prima di far giorno ritorna nella sua abitazione, che naturalmente si trova in luoghi solitari. (tratto da qui)
In suo nome si svolgevano questue rituali “i figghi da Strina” canto benaugurale legato all’elargizione comunitaria con relative minacce e maledizioni per coloro che si sottraggono al tributo
Il gruppo “Sicilia canta – Sicilia frana” nato a Ribera (prov di Agrigento) negli anni 70 per volontà di G.Nicola Ciliberto e Giuseppe Smeraglia a cui si unirono Enzo Argento e Vincenzo Ruvolo (vedi) fu tra i primi a recuperare il patrimonio popolare dei canti rituali

 La strina, la strina
la bedda matina.
S’un nni dati un cicireddu (1)
vostru maritu cci cadi l’aceddu.
S’un nni lu dati ora ora
vostru maritu vi ietta fora.
La strina! Buon anno!
La strenna, la strenna
la bella mattina.
Se non ci date un cece
a vostro marito cade l’uccello.
Se non ce lo date subito
vostro marito vi butta fuori.
La strenna! Buon anno!

NOTE
1) sta per  piccolo dono 

BUCCELLATI E VECCHIA STRINA

Dolci siciliani a base di pastafrolla e farciti con fichi, uva passa, noci e mandorle, ma anche datteri e miele; sono biscotti tipici per le feste natalizie in particolare per il Capodanno, periodo in cui la vecchia Strina portava i doni ai bambini. Si preparano in due varianti uno detto in dialetto “turtigliuna” per la forma attorciliata, l’altro il “cuccidatu” per la forma tondeggiante (a mo’ di bocconcino di pane).
A Gratteri non mancano mai sulla tavola natalizia e come sempre accade per i dolci di antica tradizione ogni famiglia ha la sua ricetta collaudata LA RICETTA
C’è chi li profuma con noce moscata, cannella, chiodi di garofano, baccelli di vaniglia e scorze di arancia, chi  li decora con glassa reale e zuccheri colorati tipo codette o palline, oppure pistacchi tritat, chi li splovera semplicemente con lo zucchero a velo, chi li intaglia artisticamente facendoli sembrare delle foglie, palmette o gigli come nella RICETTA di Monreale

il buccellato, un grande ciambellone di pasta frolla ripieno di fichi

Chi invece ne ricava un unico grande dolce tipo ciambellone decorato con frutta candita e pistacchi RICETTA – RICETTA  anche per il buccellato rotondo c’è un modo di integliare la superficie per far vedere il ripieno con delle apposite pinze

Il forte radicamento della tradizione di questa questua legata al Natale con particolare riferimento al primo di Gennaio fa riflettere su inevitabili richiami alla tradizione greca. In Grecia c’è però un santo e non una figura femminile a portare i doni ai bambini il 1 gennaio, è San Basilio, e per lui e preparata la “vassilopita”, cioè la pita di Vassilis (Aghios Vasileios è il nome greco di San Basilio), una torta molto semplice e soffice, aromatizzata con succo d’arancia, con la particolarità di contenere una monetina nell’impasto: chi la  trova avrà un anno fortunato e prospero. Un particolare che ritroveremo in molte altre tradizioni europee..

continua a domani

FONTI
http://terreceltiche.altervista.org/io-saturnalia/
http://www.romanoimpero.com/2010/10/culto-di-strenna-o-strenua.html
http://www.romanoimpero.com/2012/01/strenna-natalis-lepifania.html

https://www.lacucinaitaliana.it/news/eventi/la-pupazza-frascatana-il-biscotto-al-miele-con-tre-seni/
http://www.ominodizenzero.it/2012/10/la-pupazza-frascatana.html
http://www.siciliano.it/articolo.cfm?id=32
http://www.radioluce.it/2016/12/28/siciliani-e-sicilianita-strina-o-vecchia/
http://www.siciliafan.it/strina-vecchia-figura-tradizione-siciliana-meta-augurio-minaccia/
http://www.parenticomune.it/strina.pdf
http://www.stornellisalentini.com/2009/09/la-strina/
https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=44668

IO SATURNALIA

Tra il 17 e il 23 dicembre si tenevano nell’Impero romano i Saturnalia, una festa molto popolare in onore del dio Saturno, il dio romano della semina e del raccolto, re di un passato regno dell’Oro in cui vi furono sempre pace e abbondanza. Così come Saturno subentrava a Giove, l’ordine veniva rovesciato e, a fronte di una temporanea assenza di potere, gli schiavi si comportavano come se fossero liberi e partecipavano ai banchetti pubblici nel Campidoglio. ( continua prima parte)

Nel dipinto settecentesco di Antonie Francois Callett si vuole illustrare proprio uno di quei banchetti pubblici ai quali tutti, senza limitazioni di ceto, potevano partecipare (a quanto pare a spese dello Stato)
saturnalia
Sullo sfondo troneggia la statua di Saturno con tanto di falce in mano in qualità di dio del raccolto, e tutt’intorno gozzoviglia il popolo; chi danza e “fa il trenino” al suono di un’orchestrina, chi siede a tavola e beve vino sbocconcellando un po’ di pane in attesa dell’arrivo del cibo. I servitori alla tavolata in primo piano sono contraddistinti dall’indossare un cerchietto d’oro tra i capelli, (il coppiere porta ai piedi dei ricchi calzari) sicuramente sono molto meglio vestiti dei commensali che al contrario sono per lo più scalzi, uno di loro porta in testa il pileo (un buffo cappello in foggia elfica che contraddistingueva i lavoratori del popolino e che rappresentava l’acquisita libertà dell’ex-schiavo) e abbraccia una procace fanciulla, che peraltro guarda in modo languido il bel coppiere! Si leva la coppa per il brindisi benaugurale in lode a Saturno gridando “Io Saturnalia“!
Sull’altro lato della tavolata un muscoloso “avventuriero” con tanto di orecchino al lobo dell’orecchio suona una chitarra (che ci fa presumere le sue origini ispaniche). Tuttavia il pittore si prende un po’ di libertà come quelle panche per sedersi al posto dei noti triclini che si usavano ai tempi per mangiare (in posizione semisdraiata).

IL BANCHETTO PER GLI SCHIAVI

L’usanza del banchetto degli schiavi in cui erano i padroni a servire in tavola o schiavi e padroni mangiavano insieme si trattava di un rovesciamento dei ruoli solo formale che non aveva niente di sovversivo, erano sempre gli schiavi a cucinare e a preparare la tavola; possiamo dire che nei Saturnalia anche gli schiavi potevano ubriacarsi senza paura di essere puniti e potevano alzare un po’ la voce o prendere in giro il padrone, ma tanto doveva bastare per tutto il resto dell’anno! Era anche estratto a sorte un Re del Disordine (quello che diventerà il nostro Re del Natale o di Carnevale che sarà chiamato Re del Fagiolo) cha faceva da cerimoniere e tutto ciò che ordinava era legge. Una vestigia del remoto passato in cui il festeggiato diventava capro espiatorio e veniva immolato per il bene della comunità.

LO SCAMBIO DI DONI

Anche nelle case private si banchettava e la gente si scambiava dei piccoli regali che compravano in un mercatino speciale (Sigillaria) aperto solo per l’occasione: c’erano le statuette dei Lari domestici (gli spiriti protettori degli antenati defunti), terrecotte a forma d’aquila, sole, falce, serpente; ma anche giocattoli per bambini, candele (per richiamare la luce della “aurea aetas” del regno di Saturno), noci e dolciumi.
Lo scambio dei doni tra parenti ed amici avveniva il 20 dicembre: nella vigilia della festa, davanti all’altare dei Lari (una specie di nicchia o tabernacolo nel muro), la famiglia si riuniva per invocare la protezione degli avi e lasciare del cibo.
Il mattino seguente, al posto delle ciotole, i bambini trovavano giocattoli e dolci.

I doni erano in genere accompagnati da dei bigliettini spiritosi e Marziale ci scrisse addirittura un libro (Xènia) tutto di frasi come queste:
Passo tutto l’inverno dormendo: sono più grasso
quando a nutrirmi è solamente il sonno
Xenia, 59
Si tratta di un biglietto-epigramma una sorta di indovinello che è anche una battuta ironica (la risposta dell’indovinello 59 è il ghiro)

STRENIA, L’ITALICA BEFANA

Il primo di gennaio nell’Impero romano ci si scambiava le strenae cioè i rami di alloro e di ulivo come portafortuna in onore alla dea italica Strenia, Strenna o Strenua, Strinia,  assorbita dai fondatori di Roma, dea del Bosco Sacro ma anche triplice dea (Dea della natura e degli animali, Dea della Luna, Dea degli Inferi) che come Grande Madre chiudeva e apriva il cerchio dell’anno (nascita, crescita e morte).
Lo scambio delle piante sacre  (a guarnire fichi e mele) il primo dell’anno era quindi benaugurale; anche la tavola di Capodanno era decorata con i rami d’alloro, offerti poi ai convitati, così come scrive Varrone. continua

FONTI
http://ontanomagico.altervista.org/saturnalia-taberna.htm

http://www.romanoimpero.com/2010/10/culto-di-strenna-o-strenua.html
http://www.romanoimpero.com/2012/01/strenna-natalis-lepifania.html