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LE DECORAZIONI NATALIZIE

Le decorazioni natalizie, oggi fortunatamente più eco-friendly, hanno origine dall’usanza medievale di addobbare la casa con rami sempreverdi. L’usanza era però molto più antica, risalente ai riti solstiziali per sostenere il sole morente dell’Inverno. Il sempreverde era la speranza  della vittoria del Sole e del rinnovarsi della vita contro le forze del male e dell’oscurità.
Chiese e case erano decorati con rami d’alloro, rosmarino, pungitopo, agrifoglio, edera e bacche.

DECK THE HALLS

Fu l’Ottocento vittoriano a dettare le regole della casa elegante durante il Natale: al motto di “uniformità e ordine con stile” le istruzioni fioccarono nei Magazine per signore, e pensare che agli inizi dell’Ottocento il Natale era una festa a mala pena celebrata in Inghilterra! La trasformazione è stata rapida e capillare.

L’ALBERO DI NATALE

victorian_treeA cominciare con l’albero di Natale, un’usanza tipicamente germanica introdotta in Inghilterra nel 1840 dalla regina Vittoria, innamorata del suo bel principe Alberto e celebrata dall’Illustrated London News; qualche anno più tardi è riprodotto il disegno di tutta la famiglia reale riunita intorno all’abete, decorato con candele accese, dolcetti, frutta, decorazioni fatte in casa e piccoli doni; il messaggio espresso chiaramente nell’illustrazione era quello del calore e della condivisione di una festa che riuniva tutta la famiglia, dalla preparazione del cibo e della tavola, alle decorazioni e poi i regali, i giochi di società e i balli. Il secondo fautore del nostro Natale fu Charles Dickens con il libro “A Christmas Carol” (pubblicato nel 1843) che divenne portatore di valori quali la famiglia, la carità, la buona volontà e la pace.

Già i romani per i Saturnalia e le Calendae decoravano la casa con rami di abete, spiriti della fertilità che rimanevano carichi di foglie anche in pieno Inverno. E tuttavia non si riesce a rintracciare il passaggio da questi ramoscelli all’albero natalizio. Una leggenda narra di Wilfred di Credition un sacerdote cristiano dell’VIII secolo missionario in Germania: per dissuadere i “pagani” nelle pratiche rituali in onore ai vecchi dei fece abbattere una quercia, la pianta sacra di Odino. Ma lì vicino nacque un abete così Wilfred la proclamò emblema della nuova fede.
Un’altra leggenda racconta nientemeno che Martin Lutero, suggestionato da una notte stellata, alla vigilia di Natale decorò un abete con tante candele accese per catturare la luce delle stelle e lo regalò ai figli. Una cinquantina d’anni dopo Lutero l’usanza di decorare l’abete con candele, decorazioni, dolcetti e frutta era una moda a Strasburgo, moda che si diffuse nei secoli seguenti un po’ per tutto il continente europeo.

E per restare sempre in tema di gesti benaugurali: non bisogna rimuovere l’albero di Natale e altre decorazioni di Natale prima della dodicesima notte (6 gennaio).

LE PIANTE MAGICHE D’INVERNO

Le antiche credenze sulle piante magiche dell’Inverno vennero rivestite dalla Chiesa cristiana di nuovi simboli, tranne il vischio la pianta sacra dei Druidi di cui i sacerdoti cristiani proibirono l’uso nelle chiese.

AGRIFOGLIO
Oltre all’abete tutte le piante sempreverdi a bacca erano le benvenute in casa. Le popolazioni celtiche (come gli antichi romani) attribuivano all’agrifoglio poteri magici, e ne appendevano dei ramoscelli alle porte, come amuleti contro gli spiriti maligni. L’agrifoglio era considerata una pianta benaugurante, la controparte invernale della Quercia. L’equivalente femminile del Re Agrifoglio è l’Edera (in inglese Ivy) entrambi sono simboli di fertilità e sono intrecciati insieme nelle ghirlande per rendere manifesta la doppia natura maschile e femminile del principio creativo. continua

EDERA
Con l’edera anticamente si intrecciavano corone, simbolo di unione e fedeltà tra i futuri sposi, era anche la pianta sacra di Dioniso e perciò nel mondo greco e latino saldamente legata al vino . I Celti l’associavano alla dea gallese Arianrhod. E’ una pianta che fiorisce al contrario , in autunni infatti spuntano le infiorescenze che diventano nere bacche in primavera.

VISCHIO
Pianta sacra per eccellenza il vischio nella tradizione celtica era considerato un efficace rimedio ovvero una “pianta che guarisce tutto“. Come l’idromele era inoltre utilizzato nei rituali matrimoniali in quanto si riteneva che il vischio potesse rendere fertile la coppia. Per i Celti il vischio era il simbolo della resurrezione, della sopravvivenza della vita alla morte, affascinati dalla sua vita completamente aerea, credevano fosse l’emanazione della divinità sulla Terra.
Oggi il vischio è una pianta benaugurale utilizzata per decorare le porte e i vani di passaggio, è prassi scambiarsi un bacio se una coppia si trova sotto i suoi rami; l’usanza inglese vuole che per ogni bacca ci sia un solo bacio così ogni volta che una coppia si bacia sotto il vischio, una bacca deve essere tolta dal rametto. Un tempo bruciare il vischio dell’anno vecchio significava propiziare i raccolti e tenere lontano la malasorte. continua

CHRISTMAS BOUGH

Si tratta di una tipica decorazione natalizia d’epoca medievale, un globo sempreverde, una struttura composta da vari rami di edera e agrifoglio (ma anche rosmarino, alloro e ogni altra ramaglia verde disponibile in giardino) intrecciati in modo da ottenere un grosso globo: i rami curvati a seguire gli spicchi della sfera erano legati tra di loro (e per rinforzare la struttura a seconda della dimensione era talvolta disposto anche un cerchio di sempreverdi lungo l’equatore). All’interno del globo si appendeva un frutto di stagione, in genere una mela o una pera.
Il globo dei sempreverdi era agganciato in alto sul soffitto e nella parte inferiore si appendeva un rametto (o più rametti) di vischio tenuti insieme da un bel fiocco di raso. Ammiriamo questa bellissima decorazione d’epoca Regency, una rielaborazione del globo natalizio medievale impreziosita da candele.

Così a seconda delle dimensioni e della disposizione più fitta dei rami, la composizione poteva diventare più simile a una palla detta anche Christmas kissing ball. Questa decorazione è ancora molto popolare nei paesi anglosassoni.
Usare il vischio nelle decorazioni natalizie era invece un tempo una questione più controversa, bandito dalle Chiese cattoliche per tutto l’Ottocento, anche nelle case signorili più conservatrici e di rigidi principi, era relegato nelle cucine e nelle fattorie.

Alcuni tutorial molto interessanti a cui ispirarsi per le decorazioni
http://blog.english-heritage.org.uk/how-to-make-traditional-tudor-christmas-decorations/
http://www.theherbariumproject.com/on-the-make-a-victorian-kissing-ball/

http://www.thepaintedhinge.com/2013/12/17/diy-yule-log-tutorial/

Canti natalizi con le piante del Natale

DECK THE HALLS
GET IVY AND HULL
GREEN GROWTH THE HOLLY
HOLLY AND THE IVY
HOLLY AND IVY GIRL
MISTLETOE BOUGH
MISTLETOE BOUGH (Ken Nicol)
NAY IVY NAY
SANS DAY CAROL

FONTI
http://ontanomagico.altervista.org/solstizio-inverno.htm
https://austenonly.com/2009/12/14/jane-austen-and-christmas-decorating-the-georgian-home/

LA CARMAGNOLE E L’ALBERO DELLA LIBERTA’

La danza tipica intorno al palo della libertà era la Carmagnole che era anche il canto  della Rivoluzione francese.

Il primo albero della libertà venne piantato a Parigi nel 1790, ne seguirono molti altri in Francia e in Italia  e nei vari paesi fin dove arrivò la rivoluzione francese; di solito erano piantati  nella piazza principale della città: si trattava di un pioppo (il latino “populus” nel duplice  significato di popolo) o di una quercia, ma più spesso di un palo coronato dal berretto frigio rosso e decorato con nastri e bandiere, utilizzato per le cerimonie civili e i festeggiamenti. Anche il berretto frigio era un simbolo rivoluzionario: era il cappello che nell’antica  Roma veniva dato dai padroni agli schiavi liberati (vedi   Saturnalia).

L’albero era l’emblema della libertà repubblicana ma anche della rivoluzione sociale e al posto del berretto si finì per issare la bandiera rossa.

LibertyTreePlanting
Jean-Baptiste Lesueur (1749-1826)

Ancora nei secoli successivi e in particolare tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, vennero occasionalmente piantati alberi della libertà per festeggiare conquiste repubblicane o sociali. Così ad esempio in Italia in molti comuni del Piceno (Marche) l’albero sormontato da un drappo rosso veniva issato negli anni 50-60 come simbolo del movimento socialista e delle lotte agrarie, per festeggiare la giornata dei lavoratori. Ancora oggi a Porchia si ripete la tradizione e l’albero di trenta metri, rigorosamente un pioppo, viene portato in un punto ben preciso della Piazza del paese, lo stesso da più di settant’anni.

VIDEO l’albero del Maggio a Porchia (Ascoli Piceno)

Se in una piazza di paese collocato in posizione centrale sopravvive un albero secolare probabilmente fu piantato ai tempi della rivoluzione francese!

LA POLITICA DELL’ALBERO

L’albero divenne per i giacobiti, l’allegoria della libertà, un gesto rivoluzionario ma nello stesso tempo ancorato al popolo e ai suoi rituali agrari del Calendimaggio (vedi), l’albero era l’aperta sfida verso i privilegi della classe dominante (ancora feudale) e la rivendicazione contadina alla terra.
albero-libertà-danzaI primi alberi innalzati nell’inverno del 1790 dai contadini del sud-ovest della Francia furono i “mais insurrectionnaires“, il simbolo della rivolta, e successivamente “l’albero della libertà ebbe un ruolo centrale nelle manifestazioni di giubilo che salutarono l’abbattimento della monarchia di luglio (tanto a Parigi quanto nelle altre province francesi) riemergendo in corrispondenza del riaccendersi delle speranze per la nascita di un nuovo ordine che imprimessero al recupero di questo simbolo un carattere fortemente egualitario e popolare” (Gianluca Vagnarelli tratto da qui)

L’albero fu “istituzionalizzato” e diventò l’emblema del nuovo potere politico per passare poi nella tradizione socialista di fine Ottocento: “Rispetto alle originarie istanze sovvertitrici questo marchio assume, con le leggi che ne codificano la liturgia, un significato ufficiale e istituzionale. E’ questo il primo elemento di dissomiglianza rispetto all’albero del primo di maggio che verrà adottato dalla tradizione socialista che, per quanto inserito nel contesto di una celebrazione destinata ad affermarsi in molti pesi, non assumerà mai il valore di un rituale legalmente formalizzato” (Gianluca Vagnarelli tratto da qui).
Si rimanda all’ottima trattazione di Gianluca Vagnarelli per l’approfondimento. (qui)

Gianluca Vagnarelli “Dall’albero della libertà all’albero del primo maggio: origine e simbolismo rivoluzionario di un rito laico” in “L’albero del maggio. Memoria e simbolismo politico di un rito laico” Edizioni ISML, Ascoli Piceno, 2012 pp 91-101

LA CARMAGNOLE E LA CANAPA

Probabilmente la forma musicale è  precedente al canto e alcuni ipotizzano che la melodia, unitamente  alla danza, provenisse da Marsiglia, e forse originariamente dal Piemonte, per l’esattezza dalla città di Carmagnola (vicino a Torino).
Carmagnola sotto il dominio dei Marchesi di Saluzzo, era  la principale produttrice di canapa nonchè il più importante mercato della penisola italiana! Era di canapa l’abbigliamento degli operai stagionali  settecenteschi che da San Bernardo di Carmagnola si spostavano al porto di Marsiglia per fabbricare corde. continua
Così la canzone prese il nome dalla tipica giacca dei lavoratori, detta la carmagnola.

IL CANTO

La Carmagnole iniziò a circolare nel 1792 e ben presto  divenne l’inno dei Sanculotti

 I
Madam’ Véto(1) avait promis
Madam’ Véto avait promis
De faire égorger tout Paris
De faire égorger tout Paris
Mais le coup a manqué
Grâce à nos canonniers
Refrain
Dansons la carmagnole
Vive le son vive le son !
Dansons la carmagnole
Vive le son du canon(2) !
II
Monsieur Véto(1) avait promis
Monsieur Véto avait promis
D’être fidèle à son pays
D’être fidèle à son pays
Mais il a manqué
Ne faisons plus quartier
III
Antoinette avait résolu
Antoinette avait résolu
De nous faire tomber sur le cul
De nous faire tomber sur le cul
Mais son coup a manqué,
Elle a le nez cassé
IV
Son mari se croyant vainqueur
Son mari se croyant vainqueur
Connaissait peu notre valeur
Connaissait peu notre valeur
Va, Louis, gros paour,
Du temple dans la tour
V
Les Suisses(3) avaient promis
Les Suisses avaient promis
Qu’ils feraient feu sur nos amis
Qu’ils feraient feu sur nos amis
Mais comme ils ont sauté
Comme ils ont tous dansé
VI
Quand Antoinette vit la tour
Quand Antoinette vit la tour
Elle voulut faire demi-tour
Elle voulut faire demi-tour
Elle avait mal au cœur
De se voir sans honneur
VII
Lorsque Louis vit fossoyer
Lorsque Louis vit fossoyer
À ceux qu’il voyait travailler
À ceux qu’il voyait travailler
Il disait que pour peu
Il était dans ce lieu
VIII
Le patriote a pour amis
Le patriote a pour amis
Toutes les bonnes gens du pays
Toutes les bonnes gens du pays
Mais ils se soutiendront
Tous au son du canon
IX
L’aristocrate a pour amis
L’aristocrate a pour amis
Tous les royalistes à Paris
Tous les royalistes à Paris
Ils vous les soutiendront
Tout comme de vrais poltrons
X
La gendarmerie avait promis
La gendarmerie avait promis
Qu’elle soutiendrait la patrie
Qu’elle soutiendrait la patrie
Mais ils n’ont pas manqué
Au son du canonnier
XI
Amis, restons toujours unis
Amis, restons toujours unis
Ne craignons pas nos ennemis
Ne craignons pas nos ennemis
S’ils viennent nous attaquer,
Nous les ferons sauter
XII
Oui, je suis sans-culotte(4), moi
Oui, je suis sans-culotte, moi
En dépit des amis du roi
En dépit des amis du roi
Vivent les Marseillais
Les Bretons et nos lois
XIII
Oui, nous nous souviendrons toujours
Oui, nous nous souviendrons toujours
Des sans-culottes des faubourg
Des sans-culottes des faubourg
À leur santé, nous buvons,
Vivent ces francs lurons

TRADUZIONE ITALIANO
I
Madame Veto aveva promesso
di far sgozzare tutta Parigi
Ma le è andata male
grazie ai nostri artiglieri
Ritornello
Balliamo la carmagnola
viva il suono, viva il suono
balliamo la carmagnola
viva il suono del cannone!
II
Monsieur Veto aveva promesso
di essere fedele al suo paese
ma ha mancato
dobbiamo essere senza pietà
III
Antonietta aveva deciso
di farci cadere sul sedere
ma le è andata male
e si è rotta il naso
IV
Suo marito che si credeva vincitore
conosceva poco il nostro valore
va, Luigi, grande pauroso
dal tempio alla torre.
V
Gli Svizzeri avevano promesso
che avrebbero sparato sui nostri amici
ma come hanno saltato!
come hanno danzato tutti!
VI
Quando Antonietta vide la torre,
volle tornare indietro,
aveva la nausea
a vedersi senza onore.
VII
Quando Luigi vide scavare la fossa
a coloro che vedeva lavorare,
egli diceva che per poco
sarebbe stato in quel luogo
VIII
Il patriota ha per amici
tutte le brave persone del paese,
ma essi si sosterranno
tutti al suono del cannone.
IX
L’aristocratico ha per amici
tutti i monarchici a Parigi
Essi li sosterranno
come dei veri codardi
X
La gendarmeria aveva promesso
che avrebbe sostenuto la patria
ma essi non sono mancati
al suono del cannoniere
XI
amici, restiamo sempre uniti
non temiamo i nostri nemici
se vengono ad attaccarci,
noi li faremo saltare
XII
Si, io sono un sanculotto, io
a dispetto degli amici del re
Viva i Marsigliesi
i Bretoni e le nostre leggi
XIII
Si, noi ci ricorderemo sempre
dei sanculotti dei sobborghi,
alla loro salute, noi beviamo,
Viva questi franchi gagliardi.

(traduzione tratta da vedi)

NOTE
1) Luigi XVI e Maria Antonietta vengono  indicati con i soprannomi di Monsieur Véto e Madam’ Véto, per l’abuso del veto a danno dell’Assemblea Costituente.
2) sono i cannoni della Presa delle Tuileries, il 10 agosto 1792: i parigini guidati dai giacobini insorgono per la seconda volta in pochi mesi, invadendo le Tuileries; il 22 settembre 1792 venne proclamata la Repubblica.
3) i Cento Svizzeri della Guardia Reale sono stati massacrati o dispersi dai  Rivoluzionari durante la presa del Palazzo delle Tuileries.  Una parte dei soldati era stata corrotta ed era passata con i Rivoluzionari
4) “senza culottes” ovvero i braghettoni  al ginocchio che erano ancora indossati dai nobili francesi: i nuovi intellettuali e borghesi portavano invece i pantaloni!

La Carmagnole ebbe un successo clamoroso, era cantata non solo in Francia ma anche dalle truppe napoleoniche in marcia per tutti i territori “liberati” (nonostante Napoleone la proibisse appena salito al potere – 1799). A Napoli i seguaci dei Borboni scrissero un canto dei sanfedisti come risposta polemica alla Carmagnola. vedi

Del resto il testo stesso della “Carmagnole” fu modificato a seconda delle circostanze  ad esempio la Carmagnole de la prise de Toulon (1793) canta
Tant d’fier-à-bras qu’en sav’ si long (bis)
Ont d’la pele au cu d’vant Toulon (bis)
V’là donc tous ces fendans
Dehors quand j’somm’ dedans.
Chantant la carmagnole
Dansant au son (bis)
Du canon.
Si les Anglais vant’ leur valeur
La nôtre on l’voit vaut ben la leur
Faut ben qu’la trahison
Tremble d’vant la raison
Qui chant’ la carmagnole
Et danse au son (bis)
Du canon.

e la versione splatter di La Carmagnole de Fouquier-Tinville dice:
Fouquier-Tinville avait promis (bis)
De guillotiner tout Paris (bis)
Mais il en a menti
Car il est raccourci.
Vive la guillotine !
Pour ces bourreaux
Vils fléaux !
Sans acte d’accusation (bis)
Avec précipitation (bis)
Il fit verser le sang
De plus d’un innocent.

Alla fine lo stesso Bonaparte la vietò, ma il popolo continuò ad amare sia la canzone, la musica che la danza della Carmagnola! Infatti è proprio la continua rielaborazione del testo che si adatta al susseguirsi (o al precipitare) degli eventi per restare nel cuore del popolo

LA DANZA

Si danzava attorno all’albero della libertà alternandosi tra maschi e femmine e presumibilmente durante la danza si intrecciavano i nastri intorno al palo oppure poteva trattarsi di una farandola, una delle più antiche danze che in epoca medievale era diventata anche la danza della nobiltà. E’ la Francia (e in particolare la Provenza) ad aver mantenuto la farandola come danza per eccellenza della festa popolare.

carmagnole-93c06

Queste sono le indicazioni per la danza riportate in Wikipedia (vedi)
Prima strofa: GIROTONDO mani unite 2 passi laterali a sx e 2 saltelli sul posto 1 passo laterale a dx e 2 saltelli sul posto 2 passi laterali a sx e 2 saltelli sul posto 1 passo laterale a dx e 2 saltelli sul posto
Seconda strofa: AVANTI E INDIETRO quattro passi in avanti prendere il nastro quattro passi indietro
Strofe seguenti: come prima strofa
RITORNELLO: INTRECCIO Gli uomini si spostano di due posizioni verso destra e le donne di due posizioni verso sinistra, ricordando che gli uomini fanno passare sotto il proprio nastro la donna alla destra e passano invece sotto il nastro della donna successiva. All’ultima strofa i partecipanti convergono al centro per rilasciare i nastri e tornano a formare un cerchio largo tenendosi per mano.

D’altra parte nel territorio delle Quattro Province la danza è ancora ricordata da qualche anziano (zona Val Borbera) Ecco la testimonianza raccolta da Francesco Guerrini: «Ero un bambino quando la vedevo ballare, erano in sei, quattro donne e due uomini, si mettevano su due file di fronte, in ogni fila c’era un uomo che teneva le mani delle due ballerine di fianco a lui; all’inizio andavano avanti e indietro e poi nei balletti gli uomini facevano passare le ballerine una dopo l’altra sotto le braccia alzate senza mai staccare le mani».(tratto da qui) Così come descritta sembra più una danza di fila, un misto di giga a due e perigordino.

Una proposta di ricostruzione (Yvonne Vart et Alain Riou) ci viene dalla compagnia francese Réverences

FONTI
http://www.ascolistoria900.com/Edizioni_ISML/Estratto.pdf
http://www.ascolistoria900.com/index.php?option=com_content&view=article&id=171&Itemid=107
https://fr.wikipedia.org/wiki/Carmagnole_(danse)
http://www.scoop.it/t/piceno/?tag=porchia http://www.circuito.biz/il-ritorno-della-canapacanvas-presenta-una-fibra-antica-incredibilmente-innovativa http://www.guerrasullealpi.com/canzoni-di-guerra/la-carmagnola/ http://www.palaisgalliera.paris.fr/fr/oeuvre/veste-dite-carmagnole http://www.appennino4p.it/danze
http://www.ilportaledelsud.org/carmagnola.htm
http://terradipalma.blogspot.it/2012/09/il-periodo-repubblicano-nella-terra-di.html

(Cattia Salto aprile 2014, integrazione settembre 2014 e giugno 2015)

IO SATURNALIA

Tra il 17 e il 23 dicembre si tenevano nell’Impero romano i Saturnalia, una festa molto popolare in onore del dio Saturno, il dio romano della semina e del raccolto, re di un passato regno dell’Oro in cui vi furono sempre pace e abbondanza. Così come Saturno subentrava a Giove, l’ordine veniva rovesciato e, a fronte di una temporanea assenza di potere, gli schiavi si comportavano come se fossero liberi e partecipavano ai banchetti pubblici nel Campidoglio. ( continua prima parte)

Nel dipinto settecentesco di Antonie Francois Callett si vuole illustrare proprio uno di quei banchetti pubblici ai quali tutti, senza limitazioni di ceto, potevano partecipare (a quanto pare a spese dello Stato)
saturnalia
Sullo sfondo troneggia la statua di Saturno con tanto di falce in mano in qualità di dio del raccolto, e tutt’intorno gozzoviglia il popolo; chi danza e “fa il trenino” al suono di un’orchestrina, chi siede a tavola e beve vino sbocconcellando un po’ di pane in attesa dell’arrivo del cibo. I servitori alla tavolata in primo piano sono contraddistinti dall’indossare un cerchietto d’oro tra i capelli, (il coppiere porta ai piedi dei ricchi calzari) sicuramente sono molto meglio vestiti dei commensali che al contrario sono per lo più scalzi, uno di loro porta in testa il pileo (un buffo cappello in foggia elfica che contraddistingueva i lavoratori del popolino e che rappresentava l’acquisita libertà dell’ex-schiavo) e abbraccia una procace fanciulla, che peraltro guarda in modo languido il bel coppiere! Si leva la coppa per il brindisi benaugurale in lode a Saturno gridando “Io Saturnalia“!
Sull’altro lato della tavolata un muscoloso “avventuriero” con tanto di orecchino al lobo dell’orecchio suona una chitarra (che ci fa presumere le sue origini ispaniche). Tuttavia il pittore si prende un po’ di libertà come quelle panche per sedersi al posto dei noti triclini che si usavano ai tempi per mangiare (in posizione semisdraiata).

IL BANCHETTO PER GLI SCHIAVI

L’usanza del banchetto degli schiavi in cui erano i padroni a servire in tavola o schiavi e padroni mangiavano insieme si trattava di un rovesciamento dei ruoli solo formale che non aveva niente di sovversivo, erano sempre gli schiavi a cucinare e a preparare la tavola; possiamo dire che nei Saturnalia anche gli schiavi potevano ubriacarsi senza paura di essere puniti e potevano alzare un po’ la voce o prendere in giro il padrone, ma tanto doveva bastare per tutto il resto dell’anno! Era anche estratto a sorte un Re del Disordine (quello che diventerà il nostro Re del Natale o di Carnevale che sarà chiamato Re del Fagiolo) cha faceva da cerimoniere e tutto ciò che ordinava era legge. Una vestigia del remoto passato in cui il festeggiato diventava capro espiatorio e veniva immolato per il bene della comunità.

LO SCAMBIO DI DONI

Anche nelle case private si banchettava e la gente si scambiava dei piccoli regali che compravano in un mercatino speciale (Sigillaria) aperto solo per l’occasione: c’erano le statuette dei Lari domestici (gli spiriti protettori degli antenati defunti), terrecotte a forma d’aquila, sole, falce, serpente; ma anche giocattoli per bambini, candele (per richiamare la luce della “aurea aetas” del regno di Saturno), noci e dolciumi.
Lo scambio dei doni tra parenti ed amici avveniva il 20 dicembre: nella vigilia della festa, davanti all’altare dei Lari (una specie di nicchia o tabernacolo nel muro), la famiglia si riuniva per invocare la protezione degli avi e lasciare del cibo.
Il mattino seguente, al posto delle ciotole, i bambini trovavano giocattoli e dolci.

I doni erano in genere accompagnati da dei bigliettini spiritosi e Marziale ci scrisse addirittura un libro (Xènia) tutto di frasi come queste:
Passo tutto l’inverno dormendo: sono più grasso
quando a nutrirmi è solamente il sonno
Xenia, 59
Si tratta di un biglietto-epigramma una sorta di indovinello che è anche una battuta ironica (la risposta dell’indovinello 59 è il ghiro)

STRENIA, L’ITALICA BEFANA

Il primo di gennaio nell’Impero romano ci si scambiava le strenae cioè i rami di alloro e di ulivo come portafortuna in onore alla dea italica Strenia, Strenna o Strenua, Strinia,  assorbita dai fondatori di Roma, dea del Bosco Sacro ma anche triplice dea (Dea della natura e degli animali, Dea della Luna, Dea degli Inferi) che come Grande Madre chiudeva e apriva il cerchio dell’anno (nascita, crescita e morte).
Lo scambio delle piante sacre  (a guarnire fichi e mele) il primo dell’anno era quindi benaugurale; anche la tavola di Capodanno era decorata con i rami d’alloro, offerti poi ai convitati, così come scrive Varrone. continua

FONTI
http://ontanomagico.altervista.org/saturnalia-taberna.htm

http://www.romanoimpero.com/2010/10/culto-di-strenna-o-strenua.html
http://www.romanoimpero.com/2012/01/strenna-natalis-lepifania.html

SATURNALIA: IN TABERNA QUANDO SUMUS

Il 17 dicembre iniziavano nell’Impero romano Saturnalia, una festa molto popolare in onore del dio Saturno. Anticamente la festa durava un solo giorno; Cesare la portò a 3, e in epoca imperiale fu estesa a 7 giorni. Una festa prettamente romana che in epoca imperiale si diffuse anche in tutta la penisola italiana e si festeggia dal 17 al 23 dicembre.

saturnalia-bommer
Saturno era il dio romano della semina e del raccolto, re di un passato regno dell’Oro in cui vi furono sempre pace e abbondanza. Paul Bommer nel suo Calendario dell’Avvento del 2010, ha raffigurato Saturno su di un cocchio trainato da due serpenti alati, si tratta di un vecchio con in mano la falce che indossa la veste di porpora e il pileo. Il carro è decorato dalle costellazioni del Capricorno e dell’Acquario, che egli governa.
I Saturnali si proponevano di ristabilire, anche se solo per pochi giorni, la mitica Età dell’Oro, e tuttavia il mito si riveste di un attesa.

L’ETA’ DELL’ORO

Una leggenda italica-romana (con vari innesti greci) sulla fondazione di Roma narra che Saturno-Crono detronizzato dal figlio Giove-Zeus venne accolto nel Lazio dal re Giano che concesse a Saturno di fondare una città Saturnia (in cima all’attuale Campidoglio di Roma).

(tratto da http://culto_pagano.webs.com/saturnali.htm)
Enea, risalendo il Tevere, raggiunge la città di Palantea che occupa il Palatino su cui più tardi sorgerà Roma e dove regna il vecchio re Evandro, giunto nel Lazio dall’Arcadia circa sessant’anni prima della guerra di Troia. Quando Evandro arriva sul Colle Palatino vi trova delle popolazioni locali, gli Aborigeni, che praticano un culto dedito al dio Saturno (gli Aborigeni sono indicati come i più antichi abitanti dell’Italia centrale; erano figli degli alberi, vivevano senza leggi, come nomadi e si nutrivano di frutti selvatici; il loro nome significa “popolo originale”). La leggenda italica romana, arricchita da elementi orientali ed ellenici, racconta che Saturno-Crono, dopo essere stato detronizzato dal figlio Giove-Zeus, nella fine del ciclo dell’anno solare trovò rifugio in una zona che chiamò Latium (“rifugio”, dal lat. latere, “nascondere”). Qui fu benignamente accolto dal re del posto. Giano, che divise il regno con il nuovo venuto ed al quale concesse dì fondare una città tutta sua. Saturnia, un villaggio situato in cima al Campidoglio. Nel governo di Giano si evidenziano già distintamente tutte quelle caratteristiche che verranno poi definitivamente instaurate da Saturno nella Saturnia Tellus (Italia) quando il dio resterà l’unico a regnare dopo la morte e la divinizzazione di Giano: l’Età dell’Oro.
In epoca arcaica gli uomini concepivano il Tempo suddiviso in cicli cosmici che via via si susseguivano tracciando un processo involutivo che era partito da una condizione di armonia e di equilibrio e si concludeva in un’età di tenebre materiali e spirituali. L’espressione più chiara di questa concezione temporale è formulata da Esiodo che ripropone un concetto presente in tutto il mondo indoeuropeo. Esiodo associò alle varie età il valore decrescente dei metalli – oro, argento, bronzo e ferro – per esprimere il progressivo svilimento della razza umana. A queste quattro età ne aggiunse una quinta, quella della stirpe divina degli uomini Eroi che precede l’ultima età, quella dei ferro, come estremo tentativo di recupero prima dell’inevitabile caduta finale. Saturno, associato nel successivo sincretismo religioso greco-romano al Crono ellenico, era in epoca arcaica il dio italico dell’Età dell’Oro. Nell’Età dell’Oro  gli uomini vivevano in intimità con gli dèi; non conoscevano preoccupazioni, fatiche, miserie e dolori. Non invecchiavano e trascorrevano i giorni sempre giovani, tra feste e banchetti; quando arrivava per loro il tempo della morte, si addormentavano dolcemente. Gli uomini si nutrivano di ghiande, di frutta selvatica e del miele prodotto dalle api ed essi non erano sottomessi alle fatiche del lavoro perché la terra produceva naturalmente tutto ciò di cui avevano bisogno. In quest’era idilliaca Saturno insegnò agli uomini ad utilizzare con metodo la spontanea fertilità della terra, introdusse l’uso del falcetto e della roncola, attributi coi quali veniva rappresentato. Anche per questo si ricollega il suo nome all’invenzione ed alla diffusione della coltivazione e al taglio della vite: Saturno dal lat. serere, “seminare”; sata, “campi seminati”. Il mito prosegue, a questo punto, con notevoli apporti mitologici greci, per cui Saturno viene nuovamente scacciato dal figlio Giove che lo esilia su un’isola deserta dove (poiché immortale) vive in una sorta di vita nella morte, avvolto in lini funerari, fino a quando non verrà il tempo del suo risveglio. Allora egli rinascerà come bambino: rinascita che coinciderà con il Nuovo Risveglio e la restaurazione dell’Età dell’Oro.

LE CELEBRAZIONI PUBBLICHE

Si iniziava con la processione fino al tempio di Saturno posto nel Foro e sull’altare erano immolati degli animali (tori?) poi si liberavano i piedi della statua di Saturno, il dio infatti era “imprigionato” per tutto l’anno da questi legamenti (compedes), che venivano sciolti solo per la sua festa (chi dice siano state catene, chi un filo o delle bende di lana). Aveva poi inizio il lettisternio (dal latino lectus, “letto” e stemere, “stendere”) ovvero il banchetto sacro in cui attorno ad una tavola riccamente imbandita erano sistemate le statue degli dei).
Seguivano spettacoli e grandi banchetti pubblici, ai quali tutti senza limitazioni di ceto potevano partecipare (a quanto pare a spese dello Stato).

Durante i Saturnali era vacanza: niente scuola e anche il foro era chiuso, era proibito iniziare o partecipare a guerre, stabilire pene capitali e, comunque, esercitare qualsiasi attività che non fosse un festeggiamento. Ci si vestiva informalmente lasciando la toga nell’armadio e tutti si coprivano il capo con il pileo, un cappello tipico delle classi più popolari, ma soprattutto si mangiava e beveva e ci si divertiva nei modi in cui erano soliti divertirsi i Romani (musica, teatro, ludi gladiatori, corse delle bighe).
Così come Saturno subentrava a Giove, l’ordine veniva rovesciato e, a fronte di una temporanea assenza di potere, la libertà era assoluta: gli schiavi diventavano padroni, ed erano liberi di parola e di critica e potevano giocare d’azzardo.

continua seconda parte

IL CANTO DEI BEVITORI

Nel Medioevo era a Carnevale che si abolivano le regole e le inibizioni e gli studenti erano i primi a darsi al bere e ai divertimenti (tanto pagava papà!). Si badi bene studenti universitari debosciati ma eruditi questi clerici vagantes, che invece di spostarsi di aula in aula per seguire le lezioni come nei moderni atenei, si spostavano da un’università all’altra dell’Europa per perseguire la loro formazione professionale, attirati dai migliori docenti che si potevano trovare sulla piazza.
Come nei Saturnali in cui il gioco d’azzardo era permesso a tutti, anche agli schiavi, così nei canti goliardici medievali si rovesciavano i valori costituiti, o meglio si irrideva e parodiavano le cerimonie della Chiesa.

tabernaIn taberna quando sumus” è forse uno dei Carmina Burana (Poesie di Beuron, dal nome del monastero benedettino vicino a Monaco nella cui biblioteca sono state ritrovate) più noti e generalmente conosciuto con il titolo di “Il canto dei Bevitori“: l’elogio al bere e al gioco ai dadi, l’uno come livellatore delle gerarchie sociali, l’altro per scongiurare la miseria.
Le taverne erano considerate nel XII e XIII secolo dei luoghi di malaffare a causa dei suoi frequentatori: vagabondi, studenti, meretrici e soprattutto giocatori d’azzardo (gioco peraltro vietato perché occasione di frode e di bestemmie).

Con una forte carica dissacratoria si inneggia a Bacco dio del vino e dell’ebbrezza, parodiando nella parte centrale i testi liturgici propri della Messa. Nella canzone in un crescendo di concitazione tutti sono travolti e accomunati dal piacere del bere.

ASCOLTA Arte Factum. Liuto, flauto dolce e voce per la melodia, ghironda (per i suoni di bordone) e tamburo medievale (per il ritmo)

ASCOLTA Corvus Corax .Famosissimo gruppo tedesco medieval-barbarico. Tra l’altro l’accento che usano potrebbe essere molto simile a quello dei vagantes di origine germanica. Qui cornamuse e tamburi fanno da padroni. Il testo è semplificato alle prime due strofe (Strofe I, II, II, I) intercalate da un “ritornello” ricavato dalla parte di crescendo finale
Ritornello
Bibit hera, bibit herus
Bibit miles, bibit clerus

Bibit ille, bibit illa
Bibit servis cum ancilla

ASCOLTA Stille Volk in “Nueit de Sabbat” 2009. Arrangiamento “al rallentatore” di questo gruppo francese folk-metal e celtic. Strofe I e II intercalate dal ritornello di cui sopra


I
In taberna quando sumus
Non curamus quid sit humus
Sed ad ludum properamus
Cui semper insudamus
Quid agatur in taberna
Ubi nummus est pincerna (1)
Hoc est opus ut queratur
Si quid loquar, audiatur
II
Quidam ludunt, quidam bibunt
Quidam indiscrete vivunt
Sed in ludo qui morantur
Ex his quidam denudantur
Quidam ibi vestiuntur
Quidam saccis induuntur(2)
Ibi nullus timet mortem
Sed pro Baccho mittunt sortem (3)
(Litania) (4)
Primo pro nummata vini
Ex hac bibunt libertini (5)
Semel bibunt pro captivis
Post hec bibunt ter pro vivis
Quater pro Christianis cunctis
Quinquies pro fidelibus defunctis
Sexies pro sororibus vanis (6)
Septies pro militibus silvanis (7)
Octies pro fratribus perversis (8)
Nonies pro monachis dispersis (9)
Decies pro navigantibus
Undecies pro discordaniibus
Duodecies pro penitentibus
Tredecies pro iter agentibus
III
Tam pro papa quam pro rege
Bibunt omnes sine lege
Bibit hera, bibit herus
Bibit miles, bibit clerus
Bibit ille, bibit illa
Bibit servis cum ancilla
Bibit velox, bibit piger
Bibit albus, bibit niger
Bibit constans, bibit vagus (10)
Bibit rudis, bibit magnus
Bibit pauper et egrotus
Bibit exul et ignotus (11)
Bibit puer, bibit canus
Bibit presul et decanus (12)
Bibit soror, bibit frater
Bibit anus, bibit mater
Bibit ista, bibit ille
Bibunt centum, bibunt mille
IV
Parum sexcente nummate
Durant, cum immoderate suffice
Bibunt omnes sine meta
Quamvis bibant mente leta
Sic nos rodunt omnes gentes
Et sic erimus egentes
Qui nos rodunt confundantur
Et cum iustis non scribantur
traduzione italiano *
I
Quando siamo all’osteria,
non ci curiamo più del mondo,
ma al gioco ci affrettiamo,
al quale ognora ci accaniamo.
Che si faccia all’osteria,
dove il soldo fa da coppiere (1)
questa è cosa da chiedere,
e sentite ciò che vi dirò:
II
C’è chi gioca, c’è chi beve,
c’è chi vive indecentemente.
e tra quelli che muoiono per il gioco,
c’è chi viene denudato,
chi al contrario si riveste,
chi di sacchi si ricopre (2).
Qui nessuno teme la morte,
ma per Bacco gettano la sorte (3).
(Litania a Bacco) (4)
Per primo si beve a chi paga il vino,
poi bevono i libertini(5).
poi si beve una volta per i carcerati,
e tre volte per chi è vivo,
quattro volte per i cristiani,
e cinque per i fedeli defunti,
sei per le “brave donne” (6),
sette per i cavalieri erranti (7),
otto per i fratelli traviati (8),
nove per i monaci vaganti (9),
dieci per i naviganti,
undici per i litiganti,
dodici per i penitenti,
tredici per i partenti.

III
Per il papa e per il re
tutti bevono senza regole.
Beve la signora, beve il signore,
beve la milizia, beve il clero,
beve questo, beve quella,
beve il servo con la serva,
beve il lesto, beve il pigro,
beve il bianco, beve il nero,
beve il fermo, beve il vago (10),
beve il rozzo, beve il raffinato,
beve il povero e il malato,
beve l’esule e lo straniero (11),
beve il bimbo e l’anziano,
beve il vescovo e il decano (12),
beve la suora, beve il frate,
beve la nonna, beve la mamma,
beve questa, beve quello,
bevon cento, bevon mille.
IV
Poco 600 denari
durano, se senza freno
e senza fine tutti bevono:
ma ciascuno beve in allegria!
Così tutti ci disprezzano
e noi siamo sempre al verde!
Ma chi ci disprezza sia punito
e non sia ricordato tra i giusti

NOTE
* La traduzione è stata rielaborata prendendo come traccia quella di E. Vecchi in “Poesia latina medievale” 1959
1) “dove comanda il denaro” infatti soltanto chi ha denaro può bere. Il coppiere era il servitore che versava il vino durante i banchetti.
2) chi si veste di sacco è un poveraccio
3) il gioco d’azzardo era quello dei dadi, che vengono gettati in aria
4) inizia una lunga litania in cui ai alza il bicchiere per bere alla salute dei presenti: il primo è ovviamente per colui che paga da bere. E’ un inno al vino che imita i salmi. Come osserva Emanuele Pennini (il quel riporta peraltro un’agile traduzione del testo) “si nota una litania in onore del dio del vino, Bacco, che riprende la preghiera dei fedeli del Venerdì Santo. Ci sono anche altre espressioni, che riprendono il Messale romano, dove si prega “in commemorazione dei fedeli defunti, dei pellegrini e dei viandanti, per la salute dei viventi, per i pubblici penitenti e per i nemici”.(qui)
5) dissoluti, dediti ai piaceri terreni
6) letteralmente “sorelle leggere o smarrite”, donne di facili costumi
7) i figli cadetti della nobiltà che non avevano dritto all’eredità paterna e andavano in giro alla ricerca di soldi e avventure
8) frati corrotti e immorali
9) anche i monaci (come gli studenti) erano viaggiatori che andavano a consultare le biblioteche delle molte abbazie per la loro opera di copiatura, traduzione e miniatura di codici e manoscritti che erano la summa del sapere del tempo
10) l’uomo sicuro di sé e al contrario chi è timoroso
11) ignotus,  ignorato nel senso di sconosciuto, straniero
12) ovvero i membri della gerarchia ecclesiastica

FONTI
http://ontanomagico.altervista.org/saturnalia-taberna.htm
http://www.romanoimpero.com/2010/12/culto-di-saturno.html

ILLUSTRAZIONI
Paul Bommer dal suo Calendario dell’avvento 2010
http://paulbommer.blogspot.it/2010/12/advent-calendar-17th-dec-saturnalia.html