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Bannocks of Barley

IL BANNOCK SCOZZESE

La preparazione di questa alternativa del pane cotto in forno è antichissima, perchè per ottenere il primo pane nella storia probabilmente si schiacciarono tra due pietre i chicchi dei primi cereali coltivati,  e con l’aggiunta di acqua si cossero in strati sottili su delle pietre piatte poste sul fuoco (o tra la cenere). L’ulteriore variante fu poi la cottura nella padella in ghisa dei traveiller e dei primi pionieri d’oltreoceano.
Il bannock scozzese ha uno spessore maggiore rispetto alle varianti tipo piadina o gallette (come di chiamano in Bretagna) o alle miacce della Valsesia perchè si stende un po’ spesso, circa alto uno o due dita; storicamente è stato il pane dei pionieri americani e canadesi, che però aveva già il suo equivalente tra i popoli nativi i quali lo preparavano con la farina di mais (o con il grano integrale). Le farine d’un tempo erano quelle d’avena o d’orzo che meglio si adattano ai climi estremi del Nord, un pane preparato in fretta e senza lasciarlo lievitare, anche se nel tempo con l’aggiunta di un po’ di lievito, si trasforma in focaccia e con una manciata di uvetta diventa addirittura un dolce. Una cottura ancora alternativa è quello della frittura.
Il problema della cottura sulla fiamma viva di un fuoco da campo è la distribuzione del calore perchè se il fuoco è troppo vivo, si rischia di bruciare la crosta e di lasciare l’interno poco cotto (il mio consiglio è d’imparare direttamente da chi ha già esperienza). In mancanza di padella l’impasto un po’ più denso viene avvolto intorno a un bastoncino di legno e cotto sopra le fiamme.

LA RICETTA DELLE ISOLE ORCADI

I Bannock d’orzo hanno un sapore caratteristico un po’ dolciastro e sono cotti sulla piastra/padella invece che nel forno, perfetti per la vita da campo dei rudi montanari scozzesi (e del rancio dei guerrieri scozzesi).
La ricetta presa da Elizabeth’s kitchen diary è molto semplice: 2 tazze di farina d’orzo, 1 tazza di farina di grano, 1 cucchiaino di bicarbonato di sodio e 1 di crema di tartaro (ok oggi possiamo usare tranquillamente lo lievito in polvere), un pizzico di sale. L’aggiunta dello lievito rende più appetibile ai palati moderni questo tipo di pane, ma un tempo si doveva trattare di una semplice miscela di farina e acqua, io uso il lievito istantaneo in polvere sciolto nel latticello, ma fate un po’ come vi pare, anche il bicarbonato può andare. Come per tutti gli impasti che devono restare morbidi si devono maneggiare il meno possibile.
Fare una fontanella con tutti gli ingredienti secchi, aggiungere tanto latticello quanto basta per ricavare una palla, (usando la stessa tazza dosare 3/4 di latticello, l’aggiunta della parte liquida è da fare però a occhio, in base alla consistenza da dare all’impasto) spianare la pasta con un po’ di farina dando la forma rotonda -si può fare un unico “pane tondo” (con il segno della croce impresso con il manico di legno) o tagliarlo in quarti.
Scaldare una padella di ghisa (senza ungerla, ma c’è chi la unge)  fino a farla diventare ben calda. Cuocere per circa 5/10 minuti su ogni lato senza scordare i bordi.
Per gustarlo al meglio tagliate il bannock ancora caldo aprendolo in due e spalmateci sopra il burro. Servire caldo con formaggio tipo fontina o asiago (che non è la stessa cosa del formaggio delle Orcadi, ma .. è da provare con i formaggi italiani a pasta semi molle anche quelli erborinati)

LA RICETTA STORICA

Un’altra versione (qui) aggiunge invece le due farine d’orzo e d’avena, sale, un po’ di burro e del latte e suggerisce un curioso procedimento per amalgamare gli ingredienti: sbriciolare il burro nelle farine come quando si prepara la pasta frolla (burro freddo che si consiglia di grattugiare per amalgamare più velocemente) e poi mettere a mollo nel latte in modo che risulti ben bagnato ma non troppo e lasciare riposare 15 minuti. Presumo che questo tipo di preparazione sia dovuta al fatto che si macinino “in casa” i chicchi (usando un frullatore, o il vecchio macinino del caffè) e che quindi non si ottenga una vera e propria farina. Come sia dopo l’ammollo si impasta con della farina d’avena e si procede spianando in forma tonda. Per la cottura in padella indica 15 minuti per lato

IL BANNOCK BISCOTTINO

Diciamolo francamente, la cottura in forno è migliore, l’impasto si cuoce bene anche all’interno, senza rischio di bruciacchiature e mezze cotture come in padella. Così elaborando appena un poco la ricetta precedente si ottengono dei gustosi (per il palato scozzese) biscottini (oatcake) da abbinare a un accostamento agrodolce, tipo formaggio e marmellata (o a burro/formaggio e miele).
La ricetta (qui) una miscela farina di grano (2 tazze) e d’avena (1 tazza), poco zucchero  e lievito, il solito pizzico di sale, burro a temperatura frigo, latte e yogurt (o il latticello se avete appena preparato il burro fresco). Procedere come al solito per la preparazione della pasta frolla (parte secca + burro  grattugiato) poi quando il burro è tutto sbriciolato aggiungere la parte liquida e mescolare con un cucchiaio di legno e poi continuare a impastare aggiungendo della farina fino a quando l’impasto non è più appiccicoso. Invece di usare gli stampini, modellare la pasta come un salame e tagliare a fette spesse 1 cm circa, se invece vogliamo fare dei biscottini rettangolari modellare un salamino più lungo e sottile (come per gli gnocchi). Cuocere a 200° per 10-15 min

IL BANNOCK LIEVITATO

Ed eccoci arrivare alla versione pane dolce lievitato, nella ricetta del Selkirk Bannock (qui e qui) si usa una farina forte (500 gr), lievito di birra, acqua o latte tiepido per attivare la lievitazione, un etto abbondante di burro (100-150 gr), 50/100 gr di zucchero e  uvetta a piacere.
Un tempo era preparato con la farina d’orzo, ma per farlo lievitare bene è preferibile la farina di grano; questo dolce più ricco è probabilmente il Bride bannock (bonnach Bride) descritto da Alexander Carmichael, che le donne sposate preparavano per la festa di Imbolc.

E mentre stiamo ai fornelli ascoltiamoci un po’ di musica tradizionale scozzese

Bannocks o’ bear meal

Sulla melodia tradizionale The Killogie nel 1688 Lord Newbottle scrisse una poesiola satirica, con il titolo di “Cakes o’ Croudy” (Crowdie è una densa pastella di farina e acqua preparata per la cottura sulla piastra). In Scozia questo tipo di satira si dice Pasquil proprio come le nostre “pasquinate” in cui il popolo sfoga il suo malumore verso i potenti. Trasformata da Robert Burns in una canzone giacobita per la raccolta dello “Scots Musical Museum” (1796). Anche James Hogg ha pubblicato un testo simile a quello di Burns con il titolo  “Cakes o’ Croudy”  (“Jacobite Relics”, 1819) che prende anche il titolo di Bannocks o Barley: nella canzone si rende omaggio ai guerrieri dei clan scozzesi (i Montanari della Scozia alta e delle Isole) che combatterono per cercare di rimettere sul trono l’ultimo pretendente della casa Stuart
lads wi the bannocks o’ barley (i ragazzi che mangiano panini d’orzo)

Non posso fare a meno di notare che anche i ribelli irlandesi del 1798 furono associati all’orzo “L’orzo che si muove nel vento”:  pare che sulle fosse comuni dove venivano seppelliti i “croppy boys“, crescesse l’orzo, germogliato dalle razioni di cibo che si portavano in tasca; così lo spirito del nazionalismo irlandese non poteva essere distrutto e tornava a rinasce.

Al momento in rete di Bannocks o Barley si trovano le versioni classiche nelle variazioni di Haydn, oppure nel The Complete Songs of Robert Burns, Vol. 6 (qui)

ASCOLTA Daniela Bechly su Spotify la versione classica su arrangiamento di F.J. Haydn; il testo è però “Argyle is my name” (testo qui)
ASCOLTA in verisone marcia del Gloucester Regiment detta anche “Kinnegad Slashers” (una variante di Brian O’Linn e per questo viene archiviata talvolta come melodia irlandese)

The Kinnegad Slashers
Bannocks o’ Barley Meal

LA VERSIONE DI ROBERT BURNS
Bannocks o’ bear meal (1),
Bannocks o’ barley,
Here’s to the Highlandman’s
Bannocks o’ barley!
I
Wha in a brulyie
Will first cry ‘ a parley’?
Never the lads
Wi the bannocks o’ barley!
II
Wha, in his wae days,
Were loyal to Charlie (2)?
Wha but the lads
Wi the bannocks o’ barley!


LA VERSIONE DI JAMES HOGGS
I
Bannocks o’ bear meal,
Bannocks o’ barley,
Here’s to the Highlandman’s
Bannocks o’ barley!
Wha in a bruilzie
will first cry ” a parley ?”
Never the lads
wi’ the bannocks o’ barley !
II
Wha was it drew
the gude claymore for Charlie ?
Wha was it cowed
the English lowns rarely ?
An’ clawed their backs
at Falkirk (3) fairly ?
Wha but the lads
wi’ the bannocks o’ barley !
III
Wha was’t when hope
was blasted fairly,
Stood in ruin (4)
wi’ bonny Prince Charlie?
An’ ‘neath the Duke’s (5)
bluidy paw dreed fu’ sairly ?
Wha but the lads
wi’ the bannocks o’ barley !
Traduzione italiano di Cattia Salto
Panini (tortino) di farina d’orzo (1),
panini d’orzo
per gli Highlanders
panini d’orzo!
I
Chi nella lotta
griderà per primo “tregua”?
Nessuno dei ragazzi
che mangia panini d’orzo!
II
Chi nei giorni del dolore
fu fedele a Carletto (2)?
Chi se non i ragazzi
che mangiano panini d’orzo?!


Traduzione italiano di Cattia Salto
I
Panini (tortino) di farina d’orzo,
panini d’orzo
per gli Highlanders
panini d’orzo!
Chi nella lotta
griderà per primo “tregua”?
Nessuno dei ragazzi
che mangia panini d’orzo!
II
Chi ha sferrato il colpo con il suo valoroso spadone per Carletto?
Chi ha intimidito
le canaglie inglesi?
E artigliato finalmente
le loro schiene a Falkirk (3)?
Chi se non i ragazzi
che mangiano panini d’orzo?!
III
Chi fu, quando la speranza
venne spazzata via,
ad ergesi tra le rovine (4)
con il bel Carletto?
E sotto la zampa insanguinata
del Duca (5) tremò pieno di rimpianto?
Chi se non i ragazzi
che mangiano panini d’orzo?!

NOTE
1) bear (che si pronuncia proprio come la parola inglese per “orso” è un tipo particolare d’orzo coltivato nell’antichità nelle isole Orcadi, usato sia per la panificazione che per la birra. Gli storici presumono che sia arrivato nelle isole (Orcadi e Shetland) insieme ai vichinghi, è seminato in primavera e raccolto in estate ( per la sua rapida crescita è detto anche l’orzo dei 90 giorni).
2) il nostro Bonny Prince
3) la battaglia di Falkirk fu la più grande battaglia della Rivolta giacobita combattuta il 17 gennaio 1746 tra gli Inglesi e i sostenitori di Charles Edward Stuart  (vedi) già nel 1298 si era dispitata un’altra battaglia tra gli Inglesi e i ribelli scozzesi di William Wallace, vinta da Edoardo I a caro prezzo. Purtroppo, però, anziché riprendere l’avanzata verso sud,  il principe Carlo Edoardo preferì fermarsi a Inverness con l’intenzione di svernarvi.
4) Christian Souchon nella sua traduzione suggerisce ” si sacrificò fino alla morte”
5) il Duca di Cumberland chiamato dagli amici “il macellaio”, e paragonato ad un orso sanguinario:  gli scozzesi furono sconfitti pochi mesi dopo la vittoria di Falkirk nella battaglia di Culloden, anche quel giorno pioveva era il 16 aprile 1746 continua

FONTI
http://www.cobbler.plus.com/wbc/poems/translations/bannocks_o_bear_meal.htm
http://chrsouchon.free.fr/bannock.htm
http://chrsouchon.free.fr/croudy.htm
http://abcnotation.com/tunePage?a=www.campin.me.uk/Flute/Webrelease/Flute/09Duet/09Duet/0002

RICETTE
http://ontanomagico.altervista.org/alimentazione.html
http://ontanomagico.altervista.org/cereali.htm
http://outlanderkitchen.com/2014/08/13/bannocks-castle-leoch/
https://www.elizabethskitchendiary.co.uk/2013/04/orkney-beremeal-bannocks.html/
https://honey-guide.com/2013/11/24/bere-and-beremeal-bannocks/

https://www.bbcgoodfood.com/recipes/1129665/selkirk-bannock
https://foodanddrink.scotsman.com/food/a-history-of-the-selkirk-bannock-including-recipe-for-making-your-own/

L’ORSO E LA FOLLIA

L’Uomo selvatico di cui la maschera dell’orso è una variante alpina, è essenzialmente un eroe positivo depositario di una conoscenza inizialmente preclusa all’uomo “civilizzato” fondata sull’osservazione del mondo naturale e su un’abilità psichica sviluppata.
E’ l’uomo di magia capace di comunicare con l’universo della natura, ma anche il folle, che parla con la divinità e con gli animali.

ORSO DELLA CANDELORA

In Valle d’Aosta vige la tradizione che attribuisce  all’orso capacità divinatorie poiché nella festa di Sant’Orso (1 febbraio),  se il tempo è bello, l’animale metterà ad essiccare la paglia e il fieno che  gli serviranno da giaciglio, per rimettersi in letargo, nella certezza che l’inverno durerà ancora  quaranta giorni.
Un’altra versione ci dice che se il giorno di Sant’Orso  vedrà un bel sole, l’Orso si sveglierà ma si girerà immediatamente dall’altra  parte, cambiando fianco, per riaddormentarsi perché l’inverno durerà ancora a  lungo; in caso di pioggia nella medesima giornata della Festa, si potrà dire  che la primavera non tarderà ad arrivare.

Sono “i giorni della merla“, quelli per tradizione più freddi dell’anno, ma anche gli ultimi rigori dell’inverno, che vanno dal 30-31 gennaio al 1-2 febbraio, in cui scorgono i primi timidi segnali dell’arrivo della primavera. Se l’orso al suo risveglio trova il cielo notturno “chiaro” (plenilunio) rientra nel suo giaciglio, perché l’inverno durerà ancora quaranta giorni. Se invece il cielo è “scuro” (novilunio), allora l’Orso uscirà dal suo riparo ad annunciare l’inizio della primavera.
“Il tempo del Carnevale è profondamente caratterizzato da maschere animali che con la loro uscita pubblica nella comunità predicono il corso della nuova annata agraria, suggerendo al contadino una strategia cognitiva relativa ai lavori agricoli che favoriscono il risveglio della natura. L’orso carnevalesco si risveglia dal letargo nella notte che trascorre tra l’uno e il due di febbraio. In funzione della fase lunare che osserva in cielo stabilisce se l’inverno è al termine e la primavera sta per incominciare, oppure se deve ritornare nella tana per altri quaranta giorni nell’attesa che l’inverno continui il suo corso, sapendo che la primavera giungerà in ritardo. La luna piena che l’orso osserva nella notte folklorica canonica addita come il primo plenilunio di primavera sia ancora lontano e la Pasqua sia tardiva, bassa. L’osservazione celeste indica, dunque, il sopraggiungere di un’annata agraria negativa e il contadino dovrà ancora custodire e razionare le riserve alimentari perché l’inverno non è ancora terminato e i futuri raccolti saranno estremamente incerti. Se invece l’orso lunare osserverà, nella stessa data d’inizio febbraio, l’assenza della luna nel cielo notturno, il novilunio, uscirà definitivamente dal letargo”. (tratto da “Dei selvatici. Orsi, lupi e uomini selvatici nei carnevali del Piemonte”)

SANT’ORSO

Sant’Orso, Collegiata di Sant’Orso, Aosta: impugna il tirso e ha un uccellino sulla spalla

Sant’Orso era un monaco irlandese che predicò in Valle d’Aosta e morì (guarda caso!) il 1 febbraio 529 (quando gli antichi Celti festeggiavano Imbolc): “Il suo culto, oltre che ad Aosta dove l’antica chiesa di san Pietro è diventata la Collegiata di san Pietro e sant’Orso, si estese anche nella diocesi di Vercelli, Ivrea e altre zone dell’Italia Nord- Occidentale.” Nel continuare a leggere l’agiografia del Santo (qui), più avvolta nella leggenda che nella storia , apprendiamo che oltre a vivere da eremita, Orso era seguito da un uccello che volentieri si appoggiava alla sua spalla; si prendeva cura di una vigna (e con il vino guariva i malati) ha fatto scaturire una sorgente colpendo la roccia con il suo bastone (la “Fontana di Sant’Orso Aosra regione Busséyaz). Comandava ai fiumi e aveva il dono della profezia.

Uomo Selvaggio con bastone da Folle.
XVI secolo. Thiers, frontale della casa degli artigiani (Gaignebet- Lajoux, 1986)

Ne abbiamo più a sufficienza per accomunare il santo all’uomo selvatico, il folle, dotato dei doni divini della preveggenza e della guarigione
Il tratto della Follia implica, come per il Selvaggio, il tratto dell’alterità. Il Selvaggio vive in un modo altro, non segue regole razionali, dettate dalla ragione comune. E’ quindi irrazionale, Folle. Ma il Folle conosce ciò che la ragione non può conoscere. Possiede i divini doni della follia. Secondo Platone “ i beni più grandi ci provengono mediante una follia che ci viene data per concessione divina” ( Fedro, 244A) e inoltre “ la follia che proviene da un dio è migliore dell’assennatezza che proviene dagli uomini” (Fedro, 244D). (tratto da qui)

Così il Selvaggio comprende la lingua degli uccelli che sono inviati dalla divinità, messaggeri divini; comunicare con gli uccelli era pratica sacerdotale degli àuguri romani, ma anche dei druidi celtici e come non pensare ai corvi di Odino che volano per il mondo e riferiscono al dio ciò che è accaduto? A intendere gli uccelli è una divinità o un folle, dotato di particolari poteri, invaso dalla divina follia.
Il riferimento al vino e all’acqua dotati di poteri taumaturgici sono ulteriori rimandi al mito l’uno collegato ai rituali dionisiaci, l’altro al genius loci, la divinità tutelare del fiume

IL BUCO DI SANT’ORSO

Nella Collegiata di Sant’Orso per entrare in contatto con i poteri curativi del Santo occorre recarsi nella Cripta: dietro all’altare e sotto  alla statua marmorea del Santo (a cui manca purtroppo il bastone originario) è stata ricavato un passaggio piuttosto stretto, scavato nella roccia viva, dentro il quale strusciavano le donne sterili ma anche coloro che soffrivano di mal di schiena. La pratica faceva parte del rituale cristiano del Musset.
Nella Chiesa “alta” ai piedi dell’altare maggiore è incastrato un mosaico, di datazione incerta,  (che era stato ricoperto nei rifacimenti della pavimentazione e fortunosamente riportato alla luce) dalla struttura compositiva complessa e ricco di simbolismi, con al centro una lotta tra il Bene e il Male, l’uomo e la bestia.

Fiera di Sant’Orso

E’ la grande fiera dell’artigianato tipico e d’eccellenza valligiano che si svolge ad Aosta il 30 e 31 gennaio, nel Medio Evo la fiera si raggruppava intorno alla Collegiata di Sant’Orso, oggi è tutto il centro cittadino racchiuso tra le mura romane a diventare spazio espositivo e di mercato: lavorazione del legno e della pietra ollare, ferro battuto e cuoio, tessitura della lana, merletti e vimini. Musica e folklore, degustazione di vini e prodotti tipici, il momento più gogliardico è quello della Veillà nella notte bianca fra il 30 e 31 gennaio con la gente che passa per le cantine del borgo affollate di maschere (sono i crotti dei privati che aprono al pubblico festaiolo per mangiare, bere e ascoltare della buona musica tradizionale), gli artigiani che continuano ad esporre la loro merce fino a tardi, le strade illuminate a festa, i capannelli attorno alle esibizioni folkloristiche e ai gruppi musicali. Una splendida occasione per visitare la città romana e medievale di Aosta
La manifestazione è anticipata dalla Foire de Saint-Ours de Donnas, che ha luogo nel borgo storico del vicino paese di Donnas,  due settimane prima.

FONTI
L’uomo selvatico di Massimo Centini
http://www.selvaggi-america-europa.unito.it/galleria_selvaggio_ok.htm
http://www.selvaggi-america-europa.unito.it/galleria_orsi_europa.htm
http://www.selvaggi-america-europa.unito.it/ai_confini_.htm
https://archeologando.wordpress.com/2016/01/07/santorso-di-aosta-tra-storia-leggenda-e-tradizione-alla-ricerca-di-un-simbolo-senza-tempo/

in giro per Aosta
http://www.warmcheaptrips.com/2016/05/itinerario-aosta-cosa-vedere.html
http://www.duepassinelmistero.com/Collegiatasantorso.htm

ESCI FUORI ORSO!

In Piemonte nella Bassa Valle di Susa si svolge nei primi giorni di Febbraio, in concomitanza con la Festa di Santa Brigida, un rito che ha come protagonista la maschera dell’orso: la caccia e il ballo dell’orso, un animale con una sua precisa valenza simbolica nell’ambito della cultura celtica e alpina. La caccia all’Orso della Candelora è nota nelle terre di Carinzia austriaca, ma ci sono esempi anche nei Pirenei e abbiamo notizie di una danza rituale medievale tra l’orso e la donna nel capitolare di Incmaro di Reims  (turpia ioca cum urso).

il terribile orso di Urbiano e i bravi cacciatori

Mompantero di Urbiano è la frazione di una piccola località della Val di Susa,  alle pendici del monte Rocciamelone, uno scenario incontaminato con una manciata di caratteristiche borgate  lungo il pendio bordato dal torrente Cenischia.
La sera della vigilia di Santa Brigida i cacciatori vanno alla ricerca dell’orso, caccia ritualizzata in un un corteo notturno, cui prendono parte gli abitanti del luogo, e l’indomani l’orso incatenato è trascinato dai cacciatori per le vie del paese: la maschera (un vestito di pelli) è inseparabile dal grosso imbuto, un megafono contadino che amplifica le urla dell’orso e annuncia il risveglio della natura dopo il letargo invernale.

L’Orso è picchiato ripetutamente dal bastone dei cacciatori, ma anche ubriacato dal vino (somministrato sempre con l’imbuto) nel tentativo di stremarne la forza, il corteo è seguito dalle fanciulle del paese nei costumi tradizionali. Sarà proprio la bella del paese a domare definitivamente l’orso con un ballo, è la vittoria del bene sul male, della civiltà sullo stato bestiale, l’orso è evidentemente “il portatore di tutti i mali “, capro espiatorio con il quale la comunità allontana da sè malattia e peccato, relegandolo nel corpo della bestia.

Mentre l’orso è l’equivalente simbolico  dell’Uomo Selvatico, la figura della fanciulla è più ambigua: un tempo lontano poteva essere stato il sacrificio dei valligiani per ingraziarsi la benevolenza della dea Artio, oppure la danza essere il surrogato di un’unione totemica, uno sposalizio sacro tra l’orso e la tribù. C’è anche da riflettere su ancora più remote connessioni, quando nell’età della pietra la donna era considerata portatrice di un’energia magica. Un’ultima lettura ma che infine più si avvicina al mito medievale del Salvaggio, rappresentato come rapitore o predatore di giovani fanciulle. E’ il maschio nella sua piena energia sessuale coincidente con la fertilità e quindi propiziatore delle unioni matrimoniali. E’ l’antenato diventato elemento fecondate della terra impersonificato nella maschera carnevalesca.

da Muri, Canton Berna, circa 200 d. C. La statuetta è un esempio arte gallo-romana

Si prenda la statuetta bronzea ritrovata nei pressi di Berna e raffigurante la dea Artio. La donna nutre l’orso con la frutta raccolta in un cesto posto accanto a lei, l’orso invece sembra uscire dal bosco (tratteggiato in un albero dallo stile molto moderno), a sottolineare la sua appartenenza al mondo selvaggio della Natura. L’iscrizione non lascia dubbi sul nome della Dea – “Deae Artioni” ossia Alla Dea Artio.
La radice del nome è associata al nome celtico dell’orso, arth, art, artos, (la stessa radice del nome di re Artù) era la dea della caccia, dell’abbondanza, degli animali e delle piante, legata ai boschi e alla natura.
Da segno di turpitudine (secondo l’ottica della Chiesa) la danza si trasforma per i valligiani in una riconciliazione tra il selvatico e il consorzio umano (natura e cultura), diventando un atto di rifondazione, un riconsolidamento del “centro” che però riassorbe nel suo interno l’opposto, lo spirito della montagna.

La bestia finalmente soggiogata dalla fanciulla viene alla fine lasciata libera. L’identità della persona che indossa la maschera ( un elaborato costume fatto di pelli di capra cucito addosso) è tenuta segreta e oggetto di discussione tra i paesani.

LA FESTA OGGI
Pro Loco e  Comune di Mompantero si sono mobilitati per rendere sempre più appetibile ai turisti questo rituale medievale, così per la sera della vigilia, mentre i bambini gridano “Fòra l’ours” andando a bussare di porta in porta,  organizzano un percorso eno-gastronomico nelle vie di Urbiano chiamato “Mingia e Beiva” (questa tradizione ha sostituito la processione con fiaccole guidata dai cacciatori). Il giorno dopo al mattino si svolgono le celebrazioni religiose nella piccola cappella di Urbiano (dedicata a Santa Brigida) con la benedizione e la distribuzione del pane della carità e nel pomeriggio l’atteso ballo dell’orso.
Il giorno è occasione di previsioni sull’andamento della stagione, recita infatti il proverbio “se l’orso fa seccare la sua paglia,- e quindi c’è bel tempo- non esce più per 40 giorni -cioè continua l’inverno”.

L’ORSO CELTICO

Non a caso la festa si svolge agli inizi di febbraio in occasione della festa di Santa Brigida, Santa Patrona della Frazione Urbiano, è la festa di Imbolc dedicata a Brigit, come gli Irlandesi chiamavano la dea diventata poi Santa Brigida di Kildare.
Nella Val di Susa fu assai forte la predicazione celtica del “martirio bianco” (uno sparuto numero di monaci bianco vestiti alla ricerca di terre solitarie e inesplorate su cui fondare monasteri) come quello che alle soglie del Medioevo i monaci irlandesi andavano praticando sul continente europeo; Giona di Susa, il primo biografo di San Colombano non mancò di sottolineare la famigliarità del Santo con l’orso, così l’orso è la bestia ammansita con l’uso della predicazione come i seguaci dei culti pre-cristiani, è il Druido sconfitto dalla luce della “vera fede”, ma sono anche le cerimonie ursine dei culti antichi legate al risveglio dell’orso, i balli dell’orso con la vergine del villaggio che già Incmaro vescovo di Reims denunciava nel suo capitolare (852-53) inglobate nelle feste religiose dei cristiani.

L’orso presso i celti era il simbolo del re-guerriero, incarnazione del coraggio e della forza; una creatura che muore (con il letargo invernale) e risorge vincitore, diventato animale totemico della casta dei guerrieri -si pensi ai  sacri guerrieri-belva di Odino, i berserkir (letteralmente « pelle d’orso »)
La  furia primitiva dell’orso, tuttavia, non era irrazionale e istintiva, bensì era sintomo della profonda saggezza del guerriero che, liberatosi nel cammino iniziatico dalla paura, sapeva affrontare sia la sua parte oscura e violenta (finalizzandola alla lotta) sia la strada che conduceva all’Aldilà. In questa prospettiva egli si travestiva da orso (o anche da lupo) non per spaventare il nemico,ma perché credeva veramente che l’animale-divinità-totem-orso avesse preso possesso di lui, guidasse i suoi passi e ispirasse la sua battaglia: si trattava evidentemente di un rituale sciamanico afferente a contenuti archetipici molto più antichi del ricordo storico. Non a caso l’orso divenne protagonista delle insegne araldiche medievali e dell’onomastica nobiliare guerriera, particolarmente in Germania e nella Francia meridionale, come metafora della potenza e del coraggio del casato di cui era rappresentante. (tratto da qui)

continua: Sant’Orso – Valle d’Aosta

FONTI
Uomini e orsi: morfologia del selvaggio a cura di Enrico Comba e Daniele Ormezzano 2015 (archivio digitale)

ALL THE SHEEP HAVE MILK

THA BAINN’ AIG NA CAORAICH UILE

Per Imbolc ho selezionato l’ascolto di un canto che è una sorta di invocazione (preghiera di ringraziamento) per l’abbondanza del latte che sgorga dalle mammelle delle pecore (aggiungo io ai primi parti di febbraio).

ATTIVITA’ DEL GIORNO
Confezionare la croce di Brigid da appendere all’entrata. Fare e accendere candele, fare il sapone, piantare bulbi, preparare il burro, lo yogurth o del formaggio fresco. Cucinare il pane dandogli la forma di treccia, o meglio ancora le crepes che in Bretagna sono tradizionali della Candelora, e si preparano nella Francia nord occidentale con la farina di grano saracen (galette). In Piemonte sono tradizionali delle cialde molto simili alle varianti bretoni chiamate variamente “miacce” nella Valsesia, “amiasc” nella Valle Vighezzo o “miassa” nel Canavesano. (per le ricette qui)

ASCOLTA

Gàidhlig (Scottish Gaelic)
I
Tha bainn’ aig na caoraich uile
Tha bainn’ aig na caoraich uile
Tha bainn’ aig na caoraich uile
‘S galan a’chaora chruim
II
Ubh oirr’ cho mòr ri gamhain
Ubh oirr’ cho mòr ri gamhain
Ubh oirr’ cho mòr ri gamhain
‘S e cho sleamhain ris an im

TRADUZIONE INGLESE
I
All the sheep have milk
All the sheep have milk
All the sheep have milk
And the one with the crooked horn has a gallon
II
She has an udder as big as a milk cow’s
She has an udder as big as a milk cow’s
She has an udder as big as a milk cow’s
And it’s as slippery as butter
TRADUZIONE ITALIANO
I
Tutte le pecore hanno il latte
Tutte le pecore hanno il latte
Tutte le pecore hanno il latte
e quella con il corno storto ne fa un gallone
II
Ha una mammella grande come quella di una mucca da latte
Ha una mammella grande come quella di una mucca da latte
Ha una mammella grande come quella di una mucca da latte
ed è scivolosa come burro

NOTE
1) la pecora dal corvo storto è in realtà un alambicco per distillare whisky illegale continua

FONTI
http://www.gaolnaofa.org/library/music/tha-bainn-aig-na-caoraich-uile/