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TO BE A SPALPEEN

Spailpin (in inglese “spalpeen“) letteralmente ‘little scythe’ è “un bracciante assunto alla giornata o stagionale“, una figura molto comune nell’Irlanda rurale dal 17 al 20° secolo. A quei tempi la maggior parte dei contadini erano “tenant farmers” ossia mezzadri; avevano in uso una piccola e miserabile casetta di pietra, fango e paglia con un altrettanto piccolo pezzo di terra, appena grande abbastanza da sfamare una famiglia, in cambio dell’affitto pagato al proprietario, in genere latifondista. Quando sopraggiungevano le annate cattive (o quando arrivò la Grande Carestia dal 1840-1879) la maggior parte di questa gente non riusciva a pagare l’affitto e così o veniva buttata in mezzo alla strada, oppure mentre la moglie restava a casa e cercava di sopravvivere con i figli, il marito andava a lavorare come bracciante stagionale.
L’alternativa alla fame era andare per mare, arruolarsi come soldato, emigrare!

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LA DIASPORA IRLANDESE

Già nel 1845 con il primo calo della produzione di patate si verificò un picco dell’emigrazione, ma a partire dal 1846 l’esodo fu senza precedenti: una massa enorme di persone denutrite e ammalate cercava una qualsiasi imbarcazione per andare in Canada (nelle colonie inglesi) e nei porti dell’est degli Stati Uniti o in Australia.
Le chiamavano “coffin-boats” (in italiano: navi-bara) per l’alto tasso di mortalità a bordo! Partivano i giovani, lasciando a casa i vecchi genitori o le giovani fidanzate e a volte anche le giovani spose che restavano in attesa del loro ritorno o di potersi imbarcare a loro volta!
La maggior parte degli “spalpeen” proveniva dalle contee di Cork, Connemara e Kerry: alcuni si spingevano fino in Inghilterra ma i più si spostavano per l’Irlanda nelle contee di Limerick, Waterford, Galway e Leinster.
A seconda di quale era il punto di vista, il bracciante poteva essere considerato uno sfaticato, che conosceva tutti i trucchi per lavorare il più lentamente possibile, e un bellimbusto che cercava di sedurre l’ereditiera di turno. Oppure un lavoratore forte e robusto che veniva spremuto dal datore di lavoro e circondato dalle attenzioni affettuose delle donne della fattoria.

THE SPAILPIN FANACH

“The Spailpin Fanach” (in Inglese “The Rambling Laborer” o “The Roving Worker“) pubblicata a Dublino nel 1791 (*), e però antecedente alla Grande Carestia e risale probabilmente alla fine del 1600 all’epoca del “flight of the Wild Geese“(3). L’origine della melodia secondo William Chappel risale al 1758 con il titolo “The Girl I left behind me” (vedi) Si conoscono molte e diverse versioni testuali diffuse anche in America che variano nel significato, andando dal lamento per una misera vita fatta di fatica e stenti, alla canzone comica condita con caustico irish-humour.

PRIMA VERSIONE
Il protagonista, probabilmente un mezzadro sfrattato originario di Coolagh o Coolock, e tutto sommato datato di una certa cultura (molti contadini irlandesi sapevano leggere ed erano poeti e musicisti), per sfamare la sua famiglia deve andare a mendicare il lavoro come bracciante giornaliero (poteva trovare lavoro come scavatore o nella raccolta dell’orzo o delle patate, o più in generale come uomo di fatica). Preferisce scegliere la strada dell’arruolamento in terra straniera invece di vagare senza meta e senza fine, perchè privato del suo contesto originario e trattato con disprezzo nella propria patria. Mentre in altre canzoni si accoglie la strada come una forma di liberazione dai vincoli e dai condizionamenti del consorzio civile, qui si sottolinea il disagio e il peso, l’amarezza dell’emarginazione sociale; emarginazione che è anche un profondo disagio esistenziale, il vuoto nel cuore di chi non ha o non ha trovato uno scopo nel mondo e che è il grande male di vivere (in ogni epoca), disagio che a volte comprende un intero popolo (il popolo degli sconfitti dai bianchi, dai ricchi, dai più forti), il protagonista esprime con il suo lamento il dolore di tutta la gente sradicata e allontanata dal posto in cui viveva, privata del proprio “centro” e condannata alla strada (o all’emigrazione) e alla vita vagabonda.
ASCOLTA Seán Ó Sé & Ceoltóirí Chualann in An Poc ar Buile (ristampa 2010 della prima registrazione risalente agli anni 1960)

ASCOLTA Dervish in Live In Palma 2002

GAELICO IRLANDESE
I
Go deo deo arís ní raghad go Caiseal,
Ag díol ná ag reic mo shláinte,
Ná ar mharagadh na saoire im shuí cois balla,
Im scaoinse ar leataoibh sráide,
Bodairí na tíre ag teacht ar a gcapaill,
Dá fhiafraí an bhfuilim hírálta,
“Ó téanam chun siúil tá an cúrsa fada”
Seo ar siúl an Spailpín Fánach.
II
Im Spailpín Fánach fágadh mise,
Ag seasadh ar mo shláinte,
Ag siúl an drúchta go moch ar maidin,
‘S ag bailiú galair ráithe,
Ní fheicfear corrán im’ láimh chun bainte,
Súiste ná feac beag rainne,
Ach bratacha na bhFranncach os cionn mo leapan,
Is píce agam chun sáite.
III
Mó chúig céad slán chun dúiche m’athar,
‘Gus chun an oileáin ghrámhair,
Is chun buachaill na Cúlach os díobh nár mhiste,
In aimsir chasta an ghárda,
Ach anois ó táimse im chadhan bhocht dhealbh,
Imeasc na ndúichí fáin seo,
‘Sé mo chumha croí mar fuair mé an ghairm,
Bheith riamh im Spailpín Fánach.
IV
Is ró-bhreá is cuimhin liom mo dhaoine bheith sealad,
Thiar ag droichead Gháile,
Fé bhuaí, fé chaoraí, fé laoi bheaga gheala,
Agus capaill ann le h-áireamh,
Acht b’é toil Chríost é gur cuireadh sinn asta,
‘S go ndeaghamhar i leath ár sláinte,
‘S gurbh é bhris mo chroí i ngach tír dá rachainn,
“Call here, you Spailpín Fánach.”

TRADUZIONE INGLESE
I
I’ll never go again to Cashel(1),
Selling myself in hire,
selling my freedom by the Wall(2)
Sitting by the roadside.
Rude Boorish men from everywhere
Coming with their horses,
“come away with me the road is long”
the road of the wandering worker.
II
I will quit this itinerant laboring
Hiring myself out
Walking over night to early morning
Weary of endless journeying
I would not see a sickle in my hand for reaping
A flail for threshing nor a small spade handle/But rather, the colors of the French(3) flying over my head
And a pike(4) in my hand to thrust forth
III
Five hundred farewells to the land of my father
And to my beloved island
And to the boys of Coolagh(5), sure there was no harm in them
During the times we tangled with the Garda(6)
But now, since I am in my poor destitute cell
In the midst of my own native land, outcast
My heart is full of woe, that I ever go the calling
To be a wandering laborer
IV
I well remember my people were at one time,
Over at the bridge at Gáil(7)
With cattle, with sheep, with little white calves
And plenty of horses
But it was the will of God(8) that we were evicted
And we were left with only our health
And what broke my heart everywhere I went
“Call here, you Spailpín Fánach(9)”
traduzione italiano di Cattia Salto
I
Non andrò mai più a Cashel(1)
a vendermi per un lavoro,
a vendere la mia libertà al Muro(2), seduto sul ciglio della strada,
con rudi e rozzi uomini dappertutto che vengono con i loro cavalli “vieni via con me, lungo è il cammino”, il cammino del bracciante itinerante.
II
Non mi resta che questo lavoro itinerante per darmi al lavoro stagionale, per camminare tutta la notte fino al mattino presto, stanco di un viaggio senza fine. Eppure non vedrò una falce in mano per il raccolto, una frusta per la trebbiatura né una vanga corta
ma piuttosto la bandiera della Francia(3) sventolare sulla mia testa e una picca(4) in mano per sventrare.
III
Cinquecento addii alla terra di mio padre
e alla mia amata isola
e ai ragazzi di Coolagh (5) di certo non c’era niente di male in loro ai tempi in cui ci scontravamo con la polizia(6),
ma ora che sono nella mia povera e miserabile solitudine,
reietto dal centro della mia terra natia,
con il cuore pieno di dolore, sempre sono alla ricerca di essere richiesto come bracciante itinerante.
IV
Mi ricordo bene come era la mia gente un tempo,
oltre il ponte di Galway(7),
con il bestiame, le pecore, i piccoli vitelli bianchi e un mucchio di cavalli di cui prendersi cura.
Ma è per volontà di Dio(8) che siamo stati sfrattati
e ci hanno lasciato solo con la nostra salute,
e ciò che spezzava il cuore ovunque andassi “chiama qui, Spailpín Fánach(9) ”


NOTE
*) in History of Ireland di Geoffrey Keating, Michael C. O’Laughlin
1) Cashel si trova nelle midlands meridionali d’Irlanda
2) luogo deputato al mercato per le contrattazioni
3) molti irlandesi piuttosto che servire sotto le armi degli Inglesi preferivano andare ad arruolarsi presso gli eserciti stranieri, dal 1691 al 1793 era inoltre precluso per legge l’arruolamento dei cattolici irlandesi nell’esercito inglese. Nel 1690 il trattato di Limerick permise agli Irlandesi della fazione giacobita di seguire il deposto re Giacomo II in Francia, e si stima che tra il 1690 e il 1730, 120.000 irlandesi salpassero per il continente europeo per prestare servizio militare in Francia, Spagna, Austria, Paesi Bassi, Russia. (the flighy of wild geese)
4) con le picche si armavano i soldati a piedi per arginare gli assalti della cavalleria creando una barriera di lance più elaborate nella punta. La picca venne sostituita più efficacemente dalla baionetta sul finire del 1600 e rimase nel Settecento l’arma dei ribelli o delle milizie perché richiedeva un addestramento più ridotto e semplificato rispetto al fucile e alla baionetta oltre che ad essere di più facile reperimento.
5) “buachaill na Cúlach”: la maggior parte delle traduzioni lascia il nome in Gaelico, in un sito ho trovato il termine Coolock (un sobborgo a Nord di Dublino): andando a indagare è emerso il nominativo di Coolagh (contea Galway) (qui)
6) probabile riferimento alla Ribellione Irlandese del 1641-1642. Nel 1641 il raccolto fu scarso e a causa della recessione vennero aumentati gli affitti della terra, la rivolta contro i coloni protestanti scoppiò nell’Ulster ma divampò con la formazione di un governo autonomo l’Irlanda confederata. Quando Oliver Cromwell invase l’Irlanda l’annientamento fu totale (1649)
7) Gáil, Gaillimh è il nome in gaelico di Galway, trova riscontro quindi anche il riferimento a Coolagh come paese originario del protagonista che si trova a poca distanza
8) anche in Irlanda a fine Ottocento sono scoppiate le lotte per la terra (Land War), configurate come un movimento di protesta contro il latifondo e la mezzadria. Solo nel 1879 esplose la cosiddetta questione agraria, sostenuta da una figura carismatica e illuminata, Charles Stewart Parnell (vedi).
9) l’uso del termine è in questo contesto chiaramente spregiativo: “spalpeen” è l’equivalente di “sfaticato”, “perdigiorno”, “mascalzone”.

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SECONDA VERSIONE
Questa versione è un po’ più confusa testualmente il bracciante si lamente per la sua condizione precaria, ma anche si vanta delle sue prodezze amorose. Il tono generale del racconto è più umoristico rispetto alla prima versione.

ASCOLTA Boys of the Lough in “Farewell and remember me” 1987

ASCOLTA Liadan in Traditional Music and Song 2007

I
Is Spailpin aerach tréitheach mise is bígí soláthar mná dhom,
Mar a scaipfinn an síol faoi dhó san Earrach in éadan na dtaltaí bána,
Mar a scaipfinn an síol faoi dhó san Earrach in éadan na dtaltaí bána,
Mo lámha ar an gcéachta a’m i ndiaidh na gcapall
agus réapfainnse cnoic le fána.
II
Is an chéad lá in Éirinn dár liostáil mise, ó bhí mé súgach sásta,
Is an dara lá dár liostáil mise ó bhí mé buartha cráite,
Ach an tríú lá dár liostáil mise, thabharfainn cúig céad punt ar fhágáil,
Ach dtá dtugainn sin is ar oiread eile ní raibh mo phas le fáil agam.
III
Is mo chúig céad slán leat, a dhúthai m’athar, is leis an oileán grámhar,
Is leis an scata fear óg atá ‘mo dhiaidh ag baile
a dhéanfadh cabhair orm in am an ghátair,
Tá Bleá Cliath dóite is tógfar Gaillimh, beidh lasair a’ainn ar thinte cnámha,
Beidh fíon agus beoir ar bord ag m’athair, sin cabhair ag an Spailpín Fánach.
IV
Agus bhí mise lá breá thíos i nGaillimh is chuaigh an abhainn le fána,
Bhi an breac is an eascainn is an beairtín slat ann is chuile ní dá bhreátha,
Bhí na mná óga ann muinte mánla is iad a bhí tanaí tláithdheas,
Ach dheamhan bean óg dár shuigh mise léi nach gcuirfinn an dubh ar a mbán di.
V
Agus b’fhaide liomsa lá a mbeinn i dteach gan charaid
ná dhá bhliain déag is ráithe,
Mar is buachaillín aerach meanmach mise a
gus’ bhréagfainn an bhruinneall mhánla,
Is dhá bhean déag a bhí ag éad is ag iomaí liom,
ag súil le tairfe mo láidhe,
B’é paidir na caillí nuair a théinn thar a’ táirseach,
‘Now behave your self, a Spailpín Fánach’.

TRADUZIONE INGLESE
I
I am an airy, talented spalpeen – provide me with a woman!
For I would sow the seed twice in the autumn over the fallow fields,
Oh I would sow the seed twice in the autumn over the fallow fields,
My hand on the plough, following the horses, ploughing the slope of the hillside.
II
The first day in Ireland that I was enlisted,
I was happy and well satisfied.
And the second day that I was enlisted, I was worried shaken.
But the third day that I was enlisted, I would have given five hundred pounds to leave,
And I would have gived that and anything else, but I was not able to get my pass.
III
And my five hundred farewells to you, my father’s district,
and to the beloved island,
And to the crowd of young men behind me at home who’d help me in time of need,
Dublin is burnt away and Galway will be taken, we’ll have flames on bonfires,
My father will have wine and ale on his table, such a help to the Wandering Man.
IV
And one fine day I was down in Galway and the river was flowing down, The trout and the eel and the pack of sticks were there
and all such fine things,
The young women there were polite and gentle and they were slender, amiable and nice,
But any woman I’d spend the night with, I’d have her convinced that black was white!
V
A week in house without a sweetheart would seem to me longer than a long year and a season,
For I am a lively spirited young fellow and I’d woo the gentle beauty,
And it was twelve women who were envying and contending for me,
all hoping to benefit from my spade,
It was the prayer of the old woman as I crossed the threshold,
‘Now behave your self, you Wandering Man’.
Traduzione italiano di Cattia Salto
I
Sono un allegro e abile bracciante stagionale -datemi una donna
perchè spargerei il seme due volte  in autunno nella terra a maggese
perchè spargerei il seme due volte  in autunno nella terra a maggese
con le mani sull’aratro, mentre seguo i cavalli e spacco la terra sul pendio delle collina.
II
Il primo giorno che ero arruolato in Irlanda
ero felice e soddisfatto,
il secondo giorno che ero arruolato ero tormentato,
ma il terzo giorno che ero arruolato avrei dato 500 sterline per andarmene,
avrei dato questo e quello, ma non riuscivo a prendere il mio permesso per andarmene.
III
Cinquecento volte addio alla contea di mio padre
e alla mia amata isola,
alla folla di giovani uomini che ho lasciato dietro in città e che mi avrebbero aiutato nel momento del bisogno. Dublino è in fiamme, Galway è sorta in ribellione,
accenderemo i falò
e ci sarà vino e birra alla tavola di mio padre con l’aiuto del bracciante senza meta
IV
Un bel giorno ero a Galway
il fiume correva per il pendio,
c’erano trote e anguille e un sacco di pesci
e c’erano un sacco di belle cose,
le giovani fanciulle erano educate e gentili ed erano sinuose,
amabili e graziose
ma non c’era donna con cui trascorrere la notte che non avrei convinto dell’incontrario
V
E’ più lunga una settimana in una casa senza una innamorata, che un anno e una stagione,
perchè io sono un vivace giovanotto abile a corteggiare le belle fanciulle. C’erano 12 donne gelose che erano in competizione per me tutte nella speranza del servizio della mia vanga;  la raccomandazione della vecchia mentre varcavo la soglia era “Ora comportati bene, tu bracciante senza meta.”

FONTI
http://history1800s.about.com/od/irelandinthe1800s/ig/19th-Century-Ireland/Ireland-Farming.
htm
http://theseoservices.info/?p=188
http://songoftheisles.com/2014/01/13/an-spailpin-fanach/ http://mudcat.org/thread.cfm?threadid=2623
http://mudcat.org/thread.cfm?threadid=52685 http://www.daltai.com/discus/messages/12465/13095.html?1100019164 http://thesession.org/discussions/26313
http://thesession.org/tunes/5760

https://www.joeheaney.org/en/spailpin-fanach-an-seosamh-o-clochartaigh/

FAREWELL MY LOVE AND REMEMBER ME

Read the post in English

“Farewell My Love and Remebre Me” anche con il titolo “Our Ship Is Ready”, “The Ship Is Ready To Sail Away” o “My Heart is True”, ma anche semplicemente “Emigrant Farewell” è la trasposizione nella tradizione popolare irlandese di una broadside ballad dal titolo Remember Me, pubblicata a Dublino c.1867, e archiviata nelle “Bodleian Library Broadside Ballads”.

Il tema è quello dell’addio dell’emigrante  che è costretto a separarsi dalla sua fidanzata; lui lascia il suo cuore in Irlanda e la donna e il paese diventano tutt’uno nello straziante ricordo.

Nelle note dell’album di Sarah Makem, “Ulster Ballad Singer” 1968 è scritto in  merito alla canzone: “la melodia di Sara è frequentemente usata per i canti dell’addio prorpio come la melodia The Pretty Lasses of Loughrea era usata in tutto il paese per i lament o i canti dei condannati  [canzoni della forca]. Le due versioni stampate più famose della melodia di Sarah sono  “Fare you well, sweet Cootehill Town” (Joyce, O.I.F.M.S., p 192) e “The Parting Glass” (Irish Street Ballads. p 69). Ma finchè non sarà inventato un sistema di notazione per riportare gli intervalli di tempo nell’interpretazione di un cantante folk, la versione di questa melodia su disco è basilare per lo studio”

ASCOLTA The Boys of the Lough in Farewell and Rember Me, 1987 (strofe I, III variante, I)

Un arrangiamento un po’ swing
Pauline Scanlon in Hush 2006 (strofe I, III)
ASCOLTA La Lugh in Senex Puer 1999 (su Spotify)
melodia triste e cupa al piano con pochi accenni al violoncello


I
Our ship is ready to bear(1) away
Come comrades o’er the stormy seas
Her snow-white wings they are unfurled
And soon she will swim in a watery world
(chorus)
Ah, do not forget, love, do not grieve
For my heart is true and can’t deceive
My hand and heart, I will give to thee
So farewell my love and remember me
II
Farewell to Dublin’s hills and braes
To Killarney’s lakes and silvery seas
‘Twas many the long bright summer’s day/When we passed those hours of joy away(2)
III (3)
Farewell to you, my precious pearl
It’s my lovely dark-haired, blue-eyed girl
And when I’m on the stormy seas
When you think on Ireland, remember me
IV
Oh, Erin dear, it grieves my heart
To think that I so soon must part
And friends so ever dear and kind
In sorrow I must leave behind
Extra Rhymes La Lugh
V
It’s now I must bid a long adieu
To Wicklow and its beauties too
Avoca’s braes where lovers meet
There to discourse in absence sweet
VI
Farewell sweet Deviney, likewise the glen
The Dargle waterfall and then
The lovely scene surrounding Bray
Shall be my thoughts when far away
Traduzione italiana Cattia Salto
I
La nave è pronta a salpare, venite, compagni, sul mare in tempesta;
le sue ali bianche come la neve sono spiegate,
e presto navigheremo sul mondo delle acque.
Coro
Non piangere, amore, non ti rattristare,
perchè il cuore è sincero e non mente;
ti darò la mia mano e il mio cuore,
così, addio amore mio e ricordati di me.
II
Addio alle colline di Dublino e alle valli,
fino ai laghi argentei di Killarney;
dove delle molte lunghe giornate estive,
abbiamo speso le ore in allegrezza.
III
Addio a te, mia perla preziosa
sei la mia amata ragazza dai capelli scuri e occhi azzurri
e quando sono sugli oceani in tempesta
e quando tu ripensi all’Irlanda, ricordami
IV
Oh amata Irlanda, il mio cuore piange,
a pensare che così presto io devo partire;
e gli amici mai così cari e gentili,
nel dolore devo lasciare alle spalle.
V
E ora devo dare l’addio
a Wicklow e anche alle sue bellezze
le colline di Avoca dove si incontrano gli amanti
per parlare in dolce solitudine
VI
Addio dolce Deviney, e valle
la cascata di Dargle e poi
il bel paesaggio che circonda Bray
sarete nei miei pensieri quando sarò lontano

NOTE
1) anche scritto come “sail away”
2) oppure
Where’s many the fine long summer’s day
We loitered hours of joy away
3)The Boys of the Lough variante strofa
Farewell my love as bright as pearl
my lovely dark-haired, blue-eyed girl
and when I am seal in the stormy seas
I’ll hope in Ireland, you’ll think on me
( in italiano:
addio amore mio luminosa come una perla
la mia bella dai capelli neri e gli occhi azzurri
e quando navigo nel mare in tempersta
spererò che tu in Irlanda penserai a me)

continua: “Old Cross of Ardboe”

FONTI
http://www.wtv-zone.com/phyrst/audio/nfld/03/ready.htm
http://www.musicanet.org/robokopp/eire/fareyewe.htm
http://mudcat.org/thread.cfm?threadid=22322

PRATIES THEY GROW SMALL: THE IRISH FAMINE SONG

Anche conosciuta con il titolo di “The Famine Song” (la canzone della carestia), da non confondere con “The Famine is over” cantato dalle tifoserie di calcio per “invitare” gli irlandesi trasferitisi in Scozia e Inghilterra durante gli anni del 1840, a ritornare a casa; una canzone marcatamente razzista vedi.

Praties” è l’anglicizzazione della parola gaelica “pratai“, per patate, un ortaggio arrivato in Irlanda nel 1590 (dall’America) e ben presto diffusosi per tutta l’isola. Le patate diventarono l’alimento principale per la maggior parte della popolazione irlandese, specialmente per i più poveri, perchè economiche, facili da coltivare e a lunga conservazione. Nei primi anni del XIX secolo un terzo della popolazione, concentrata nel Munster e nel Connacht, sopravviveva grazie al raccolto di patate.

LA GRANDE CARESTIA

Nel 1846 l’intero raccolto delle patate (dieta base degli irlandesi) andò tutto distrutto a causa di un fungo, la peronospera; sopravvenne “la grande carestia” (1845-1849 che alcuni storici prolungano fino al 1852) che durò per vari anni e dimezzò quasi la popolazione; chi non moriva di fame era fortunato se riusciva a partire per l’Inghilterra o la Scozia, ma più massiccia fu la migrazione in America (l’emigrazione non iniziò propriamente durante la grande carestia, ma già a partire dal 1815).

In base al raffronto tra il censimento del 1841 e quello del 1851, si stima che almeno un milione e mezzo di persone morirono, altrettante emigrarono; è probabile tuttavia che i morti e gli emigranti siano stati molti di più.
Il governo inglese non seppe far fronte all’emergenza, in primo luogo sottovalutandone la gravità e poi non fermando l’esportazione del grano e di tanto altro cibo che cresceva – o pascolava – in abbondanza su una terra ricca e fertile, riservato però ai mercati inglesi e non certo alla portata delle persone meno abbienti.

Per rendere l’idea per ogni battello che arrivava pieno di viveri per gli affamati, ne partivano sei caricati di grano o bestiame, diretti in Inghilterra: infatti il governo piuttosto che bloccare le esportazioni (per non danneggiare i grandi proprietari terrieri quasi tutti inglesi), preferiva acquistare il grano dall’America per distribuirlo tramite delle commissioni locali; l’operazione eseguita peraltro tra grandi difficoltà e disorganizzazione, sfociò in tumulti che vennero soffocati con l’instaurazione della legge marziale. Nel frattempo il grano irlandese era scortato dai militari fino ai porti con grande dispiego di forze ed una pronta efficienza!

La tragicità della situazione iniziò a profilarsi nella primavera del 1846 con i primi casi di “fevers” le febbri (cioè tifo e febbri ricorrenti) che portavano alla morte, a cui si sommarono dissenteria e scorbuto e per finire la violenta epidemia di colera nel 1849. Grazie all’assistenza dello stato nell’Ovest del paese (la parte più colpita) circa un migliaio di persone vennero occupate nei lavori pubblici che consistevano nel ripulire i campi dalle pietre e costruire quei muretti che fanno tanto Irlanda o furono ospitati nelle “workhouses” ossia gli “ospizi per i poveri”, gestiti da istituti che assumevano mano d’opera in cambio di vitto e alloggio; l’aiuto più consistente fu quello delle “soup kitchens” (ossia le mense popolari), ma i fondi stanziati finirono ben presto e agli irlandesi poveri non restò altro da fare che morire di fame.

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Contadini affamati che cercano di entrare in una workhouse

EMIGRAZIONE – LA DIASPORA IRLANDESE

Emigrants_leave_IrelandL’alternativa al lasciarsi morire di fame era quella dell’emigrazione.

Già nel 1845 con il primo calo della produzione di patate si verificò un picco dell’emigrazione, ma a partire dal 1846 l’esodo fu senza precedenti: una massa enorme di persone denutrite e ammalate cercava una qualsiasi imbarcazione per andare in Canada (nelle colonie inglesi) e nei porti dell’est degli Stati Uniti o in Australia. Le chiamavano “coffin-boats” (navi-bara) per l’alto tasso di mortalità a bordo! Non partivano però tutti i membri della famiglia, perché solo nei rari casi in cui intervenivano i loro ex-locatari, non potevano permettersi di pagare il prezzo del biglietto per tutti i componenti (peraltro numerosi)

Tantissime canzoni irlandesi esprimono così tutto il dolore e lo strazio della separazione.

The praties they grow small

patateE’ nel contesto della “grande carestia” che si può comprendere appieno la carica di desolazione, il lamento e la disperazione contenuti nella canzone “The praties they grow small“: da una parte milioni di persone denutrite, malate, affamate, gettate in mezzo alla strada perchè non erano più in grado di pagare gli affitti; dall’altra il “laissez faire” del governo inglese che colse l’occasione della carestia per “risolvere” il problema del sovrappopolamento e della povertà in Irlanda.

Opportunismo basato su considerazioni discutibili, c’è chi invoca la selezione naturale e chi invece il genocidio.


ASCOLTA Carolyn Hester live


I
Oh the praties they grow small,
over here
Oh the praties they grow small
And we dig them in the fall
We eat them skins and all,
over here
II
Oh I wish that we were geese,
night and morn, night and morn
Oh I wish that we were geese
but they fly and take release
and we’ d live and die in peace,
eating corn.
III
Oh, we’re trampled into the dust,
over here,
Oh, we’re trampled into the dust
But the Lord in whom we trust
Will give us crumb for crust,
over here
traduzione italiano di Cattia Salto
I
Le patate crescono piccole (1)
qui da noi
le patate crescono piccole
le raccogliamo in autunno (2),
e le mangiamo con tutta la buccia (3)
qui da noi
II
Vorrei che fossimo tutti delle oche (4) notte e giorno, notte e giorno
Vorrei che fossimo tutti delle oche
per volare e riposare
così vivremo e moriremo in pace, mangiando grano
III
Siamo nella polvere
qui da noi
siamo nella polvere ma il Dio (5) in cui crediamo ci ripagherà con della mollica per ogni crosta
qui da noi.

NOTE
1) simbolo di penuria che una conseguenza della peronospera, il fungo infatti fa marcire la patata rendendola immangiabile.
2) il periodo in cui di maturazione della patata è da luglio e per tutto settembre, a seconda di quando si piantano i tuberi.
3) per riempiri di più la pancia
4) le oche, in genere messe all’ingrasso per Natale, si rimpinzano di grano, non così gli irlandesi perché il loro grano è riservato all’esportazione
5) Nell’ultima strofa la desolazione è completa: i contadini irlandesi sono stesi a terra, resi deboli dalla fame e dalle malattie, l’unica speranza è rivolta a Dio -e non al governo- perché da buoni cattolici rivolgono la loro speranza nella Divina Provvidenza, la sola che potrà far cessare la carestia (dimenticando il detto “Aiutati che il ciel t’aiuta“)

APPROFONDIMENTO
http://www.wolfetonesofficialsite.com/famine.htm

http://www.independent.ie/irish-news/famine-potato-returns-irish-lumper-not-seen-for-170-years-makes-comeback-29116314.html

A STÓR MO CHROÍ

Non si trovano molte notizie in rete in merito al brano che è dato per antico, tuttavia la versione testuale in inglese è attribuita a Brian Higgins (1882-1963) patriota irlandese e attivista repubblicano, autore di molti canti patriottici e poesie con lo pseudonimo di Brian na Banban. Questa però non è una rebel song quanto piuttosto un canto d’amore, o meglio un doloroso canto sull’emigrazione (una grande soul song) che abbraccia tutti gli irlandesi che hanno dovuto lasciare la loro terra per trovare un lavoro. Il brano scritto da Higgins risale al Novecento (anni venti o poco prima) e non è ben chiaro se sia una traduzione in inglese di un canto gaelico risalente alla “grande carestia“, che nella metà dell’Ottocento dimezzò la popolazione irlandese.

20214Come spesso nei canti che affrontano il tema dell’emigrazione è la donna rimasta a casa (madre, moglie o figlia) che incarna l’Irlanda a piangere per l’uomo lontano, in terra straniera.

La scrittura testuale oltre a dichiarare un grande amore per la propria terra d’origine, rivela anche una certa ricercatezza linguistica nella scelta delle rime alternate, senza fare ricorso all’anglo-irlandese colloquiale, giusto qualche parola in gaelico con significati legati agli affetti, punteggia le strofe quasi come una cifra stilistica.
Si tramandano comunque diverse versioni testuali con piccole modifiche sulle parole più che sulla struttura delle frasi e dei loro significati (vedi ad esempio).
A metà degli anni sessanta Sarah & Rita Keane hanno registrato (nell’album Claddagh) la versione diventata standard tra i gruppi e gli interpreti della musica tradizionale irlandese e più in generale della musica celtica.

Per l’ascolto ho selezionato quella che ritengo la migliore interpretazione, quella della statunitense Bonnie Raitt in collaborazione con The Chieftains.

Bonny Raitt & The Chieftains in “Tears of Stones”, 1999

La venatura blues della splendida voce, l’intensa interpretazione, il sapiente uso del dobro e le poche note di basso, e tutto il discreto e delicato tappeto strumentale che i Chieftains sanno tessere, rendono questo brano fuori dal tempo!

Dervish in “Harmony Hill” – 1993 (il gruppo irlandese ci lascia una versione più tradizionale).

Stupenda questa versione strumentale dei Lunasa gruppo folk irlandese fondato nel 1997 e già così innovativi nel loro album d’esordio
Lunasa in “Lunasa” 1998


I
A Stór Mo  Chroí (1) when you’re far away

from the home that you’ll soon be living
It’s many a time by night and by day
That your heart will be sorely grieving.
For the stranger’s land may be bright and fair,
And rich in its treasures golden.
You’ll pine, I know, for the long ago
And the love that is never olden.
II
A Stór Mo Chroí, in the stranger’s land

There is plenty of wealth and wailing.
While gems adorn the rich and the grand
There are faces with hunger paling.
The road is weary, and hard to tread
And the lights of their cities blind you.
Won’t you turn a stór to Erin’s shore
And the love that you left behind you.
III (2)
A Stór Mo Chroí, when the evening sun

Over the mountain and meadow is falling,
Won’t you turn away from the throng and list
And maybe you’ll hear me calling.
For the sound of a voice that is sorely missed
For somebody’s speedy returning.
Aroon aroon, won’t you come back soon
To the one that will always love.
tradotto da Cattia Salto
I
Amore mio quando sarai lontano,
via dalla casa che tra poco starai per lasciare,
più di una volta notte e giorno
il tuo cuore sarà in grande lutto.
Perché la terra straniera può essere luminosa e bella,
e ricca di promesse dorate.
Ma tu ti struggerai, lo so, per il tempo andato
e l’amore che non invecchia mai.
II
Amore mio in terra straniera
c’è un sacco di ricchezza e di lamenti.
Mentre gemme adornano i ricchi e i grandi
ci sono volti sbiancati dalla fame.
La strada è faticosa, ed è difficile da calcare,
e le luci della loro città  ti accecano. Non ti volterai, tesoro mio, sulle rive dell’Irlanda, e verso l’amore che ti sei lasciato alle spalle.
III
Amore mio quando il sole della sera sulle montagne e i prati tramonta,
non ti allontanerai dalla folla e dai doveri
e forse mi sentirai mentre ti chiamo.
Per il suono di una voce che si è persa in gran parte
per il veloce ritorno di qualcuno.
Mio caro non vuoi tornare presto
da chi che ti amerà per sempre?
NOTE
1) letteralmente: Tesoro del mio cuore
2) Stofa alternativa
A Stor Mo Chroi, when the evening’s mist
In the mountain and meadow is falling,
Oh turn, A Stor, from the throng and list
And maybe you’ll hear me calling.
For the sound of a voice that you seldom hear
For somebody’s speedy returning.
Aroon, aroon, Oh, won’t you come back soon
To the one who really loves you.