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CANTÈ J’EUV NEL BASSO PIEMONTE

cantareuovaIl rito di questua delle uova, più spiccatamente pasquale è quello piemontese di CANTÈ J’OV – CANTÈ J’EUV.

Il “cantare le uova” è una questua primaverile che affonda le radici nel territorio piemontese. Un tempo erano solo i giovani del paese, che di notte giravano tra le cascine chiedendo cibo, vino e anche dei soldi con cui organizzare il pranzo del lunedì di Pasquetta. Era l’occasione per fare scorpacciate di uova (simbolo di fertilità) e bisboccia, ma anche di cantare e suonare tanta musica!
Molte comunità mantengono ancora vive queste tradizioni soprattutto nel Monferrato (geografico), nelle Langhe e nel Roero.

LA QUESTUA QUARESIMALE DELLE UOVA

Hieronimus_Bosch_IL_CONCERTO_NELL_UOVO_XVI_secNella settimana di Pasqua dopo il tramonto, un gruppo di giovani partiva a piedi dal paese, capitanati da un falso fraticello elemosiniere e andava vagando per la campagna di cascina in cascina, a chiedere le uova in cambio di una canzone benaugurale.

Una mescolanza di sacro e profano memore di rituali ancor più antichi, quando si credeva che la terra avesse bisogno di essere ridestata dal sonno dell’inverno! La visita era funzionale anche al ripristino delle convivialità interrotte durante l’inverno, quando il freddo e la neve isolavano la comunità dentro alle rispettive abitazioni. I prodotti ricavati dalla questua sarebbero serviti per imbandire un pranzo comunitario il lunedì dell’Angelo (Pasquetta) o più prosaicamente a riempire la pancia dei questuanti che evidentemente non se la passavano molto bene economicamente.

 

La canzone era una specie di filastrocca in dialetto piemontese: “Suma partì da nostra cà, ca i-era n’prima seira, per venive a salutè, devè la bun-ha seira…” (Siamo partiti dalle nostre case che era da poco sera, per venirvi a salutare e darvi la buona sera). Questo l’inizio. Poi seguivano altre strofe, molte altre strofe, in cui si invitava il padrone di casa a uscire e consegnare un po’ di uova. Il padrone il più delle volte usciva per davvero, magari assonnato nel primo sonno, con i pantaloni ancora in mano, e faceva scivolare una dozzina d’uova in una cesta portata a braccio da uno strano figuro, il fratucìn (che era poi nient’altro che un ragazzo vestito da frate). Dunque succedeva di tutto un po’ in quei cortili di cascina illuminati solo dalla luna, quando c’era: i cantori cantavano, il padrone, o la padrona, di casa per lo più stava al gioco e, dopo essersi fatta attendere un po’, si affacciava all’uscio con le uova in mano, quindi potevano accadere molte cose: che i cantori ringraziassero, sempre con il canto, la padrona per poi riprendere il cammino verso un’altra cascina, oppure che il padrone di casa, ormai ben desto, facesse entrare in casa o in cantina i ragazzi, offrendo loro un bicchiere di buon vino rosso e tagliando il salame fatto in casa. Erano rare le volte in cui il padrone di casa non voleva proprio saperne di uscire: in quei casi i ragazzi se ne andavano maledicendo la cascina e i suoi abitanti, in particolare gli animali e il raccolto. (tratto da qui)

Per quanto i versi fossero improvvisati c’erano delle strofe “pronte all’uso” da adattare alla famiglia presso la quale si cantavano le uova (una buona parola per le vedove, un complimento per la padrona e per le belle figlie), a cui seguivano le strofe benaugurali per la salute delle persone e delle bestie della cascina, la prosperità dei raccolti e l’arrivederci al prossimo anno.
A discrezione del padrone di casa ai giovani veniva offerto pane e salame, un bicchiere di vino; le ragazze da marito spiavano i giovanotti stando dietro l’uscio, eppure i giovanotti più intraprendenti riuscivano a corteggiare la ragazza prescelta, un gioco di sguardi alla finestra, un bigliettino o un fiorellino, ma anche un oggetto più personale come un fazzoletto, potevano passare rapidamente di mano, e forse nella confusione generale qualcuno riusciva a scambiarsi un bacio. Ma se le luci restavano spente e gli abitanti della casa facevano finta di dormire, allora si cantavano le strofe delle maledizioni e si arrivava anche alla vendetta.

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RITO PROPIZIATORIO?

Ovviamente si, come tutte le questue rituali del mondo contadino strettamente connesse con il ciclo calendariale dell’anno agricolo.
Le uova sono simboli di rinascita è la primavera risorgente, e attraverso il dono ci si propizia la salute e soprattutto un buon raccolto, è la cosiddetta “magia simpatica” o più precisamente imitativa. E’ significativo che i questuanti vadano in giro a notte inoltrata, a “risvegliare” gli abitanti delle cascine con il canto: il simbolismo è evidente, il lungo sonno invernale è terminato, è arrivata l’ora di rimettere in circolo le forze racchiuse nella promessa di un uovo, il seme della vita che ricomincia a germinare.

Significativa la presenza della luna piena a illuminare la notte perchè Pasqua cade proprio quando c’è la prima luna piena dopo l’equinozio di primavera, ovvero la seconda luna piena dell’anno agrario, è la luna delle gemme e quello che si celebra con la questua delle uova è una specie di festino in onore alla dea ovvero alla terra, ma anche alla Luna che con i suoi raggi ha potere su ciò che sulla terra vive e si riproduce. La figura del frate del resto è chiaramente fittizia, un contentino alla Chiesa visto che la questua si svolgeva durante i riti pasquali, perchè i questuanti erano in realtà portatori di uno spirito benefico, più antico del dio cristiano.

In Langa la questua pasquale era vietata alle donne (andare per la campagna in piena notte con dei giovanotti focosi e chiaramente un po’ alticci?) che avevano l’occasione di svolgere la loro questua a Maggio.

LA TRADIZIONE OGGI

La tradizione si era praticamente estinta quando nel 1965 uno sparuto gruppetto di musicisti volle riproporla: Antonio Adriano con il “Gruppo spontaneo di Magliano Alfieri” e il “Brun” dei Brav’om da Prunetto fecero da detonatori e da allora la tradizione non si è più interrotta.

Oggi la questua è come si suole dire “defunzionalizzata” ma è stata riproposta a partire dal 2000 nel Roero come una sorta di Festival/Manifestazione denominata Cantè j’euv Roero: in pratica già a partire da gennaio/febbraio i singoli gruppi musicali questuano nel loro paese e poi partecipano alla kermesse finale ricca di spettacoli, canti e danze. L’intento è quello di promuovere turisticamente i piccoli centri delle provincie di Cuneo, ma anche di Asti e d’Alessandria. Così il rito si è trasformato in sagra popolare e in una sorta di “rappresentazione” del mondo contadino.

LA QUESTUA DI CASAL CERMELLI

La questua delle uova veniva praticata a Casal Cermelli nella sera del sabato santo da un gruppo di musicanti che partivano da Rocca Grimalda (Alto Monferrato) all’inizio della Quaresima sostando ogni sera in località diverse (la pratica sembra essere stata avviata all’inizio del ‘900). Oggi la questua inizia già di venerdì, e i cantori (giovani di ambo i sessi, ma anche gli anziani del paese) si spostano su un carro tirato dal trattorino, mentre il sabato sera vede i musicanti, composti per lo più dal locale gruppo Calagiubella, ritrovarsi nella piazza principale del paese a suonare attorno al falò. Sebbene i ruoli sociali si siano per lo più modificati e le famiglie di contadini siano ben poche rispetto a quelle visitate durante la questua, in quelle due notti si rinsalda e ritualizza l’appartenenza del singolo alla comunità locale basandola sulla terra, sul lavoro della terra e i frutti di questo lavoro.

ASCOLTA Vincenzo “Chacho” Marchelli accompagnato all’organetto (com’era l’usanza di un tempo) e da una brigata di allegri musicanti, peccato che la registrazione sia un po’ alla buona


ORIGINALE PIEMONTESE
In questa casa, gentil casa,
ui sta dra brava gente:
l’han senti’ cante` e sune`
e l’han visca` lo chiaro.
In questa casa
ui sta dra gent tant cumplimentosa:
l’ha senti` cante` e sune`
e a se l’e` nascosa.
E dem di ovi, dem di ovi
dir voster galeini
chi m’on dic i vostr auzei
chi n’ei dir cassi peini!
E dem di ovi, dem di ovi
dra galeina griza
chi m’on dic i vostr auzei
chi i teni intra camiza! (1)
E dem di ovi, dem di ovi
dra galinetta neigra
chi m’on dic i vostr auzei
chi _ ra(2) seira!
E dem di ovi, dem di ovi
dra galeina bianca
chi m’on dic i vostr auzei
ch’l’e` tit u di’ ch’la canta!
E adess chi m’ei dac j ov
nui a v’ringrasioma
se in’autr ani a soma al mond
nuiatri a riturnoma.(3)

TRADUZIONE ITALIANO
In questa casa, una casa ospitale,
ci sta della brava gente,
hanno sentito cantare e suonare
e hanno acceso la luce.
In questa casa ci sta della gente molto complimentosa,
hanno sentito cantare e suonare
e non si sono nascosti.
Datemi le uova, datemi le uova
delle vostre galline,
che i vostri vicini mi hanno detto
ne avete piene le casse.
Datemi le uova, datemi le uova
della gallina grigia,
che i vostri vicini mi hanno detto tenete nella camicia.
Datemi le uova, datemi le uova
della gallinella nera,
che i vostri vicini mi hanno detto
… fino a sera.
Datemi le uova, datemi le uova
della gallina bianca,
che i vostri vicini mi hanno detto
che canta tutto il giorno.
E adesso che mi avete dato le uova,
noi vi ringraziamo
se il prossimo anno siamo ancora vivi, noi ritorneremo.

NOTA
(1) modo di dire che significa tenere in palmo di mano, accudire con molta attenzione
(2) Non si capisce cosa dice Chacio e anche la trascrizione è lacunosa, credo che la frase sia scurrile. La strofa è anche sostituita con
O se voli dene d’ov
De la galìnha neira
i-è pasàiè Carlevè sumà la primavèira
(in italiano:O se volete darci delle uova della gallina nera, è passato Carnevale, siamo alla primavera)
3) espressione tipica nei canti di questua nei quali i cantori danno “l’arrivedersi” e sanciscono così la volontà di mantenere una consuetudine dura a morire

Le varianti di questo canto prevedono anche la richiesta di altri beni di conforto al posto delle uova
e s’in vóri nènt dém d’ióv démi ina galéina
o diŗ pöu e du salàm o diŗ böu vij d’cantéina
(in italiano: e se non volete darmi le uova, datemi una gallina o due salami e del buon vino di cantina)

A TAVOLA

Cestino_UovaLA FRITTATA D’ERBETTE

Cosa mettere con le uova, se non le erbette fresche appena spuntate: le punte giovani d’ortica e il fiore di tarassaco, la profumata melissa e la mentuccia selvatica; il luppolo selvatico appena scottato, i fiori d’acacia e le punte di meliloto.

GALINA GRISA

OLTREPÒ PAVESE

La questua rituale pasquale si svolge anche nel paese di Romagnese (provincia di Pavia, alta Val Tidone) nella sera del sabato santo. I cantori (i giovani ma anche gli anziani) si dividono in squadre che compiono diversi percorsi per tutte le cascine e frazioni del territorio comunale. Accompagnati da una fisarmonica cantano le strofe benauguranti della “gallina grigia” in cambio delle uova. Un tempo il rituale era il pretesto per raggranellare qualche lira e fare baldoria con il vino comprato vendendo le uova e per mangiare una frittata per la Pasqua.
La questua è però inserita in un ciclo pasquale con la processione del Cristo (rappresentato da un uomo incappucciato) che porta la croce il giovedì, la processione della statua del Cristo morto il venerdì sera che segue un itinerario prefissato per la valle mentre ardono alti i falò sulle colline.

Si stralcia da “Il ciclo pasquale di Romagnese e la Galina griza” qui
Scritto da Paolo Ferrari e Claudio Gnoli con la collaborazione di Alessandro Castagnetti

romagneseUn testo del canto e la notazione musicale sono riportati in uno studio dedicato al paese di Enrico e Milla Crevani [Romagnese e la sua storia, la Nazionale, Parma 1970]. Citelli e Grasso [1987] hanno registrato alcuni cantori delle frazioni che ne eseguono qualche strofa, e riportano che “in passato tutte le quaranta frazioni di Romagnese riuscivano ad organizzare una propria squadra di questuanti; le compagnie si ritrovavano una settimana prima di Pasqua per decidere il percorso e per provare la canzone”. Nel 2005 il gruppo Voci di confine, comprendente diversi elementi della zona di Romagnese, ha inciso un’esecuzione dell’intero canto nel suo secondo disco, intitolato appunto “La galena grisa”. È interessante osservare che il loro giovane leader, Paolo Rolandi, abbia fatto molta fatica a convincere i cantori ad eseguire il canto per il disco: a loro infatti la cosa sembrava fuori luogo, perchè la Galina griza si canta solo a Pasqua!
« Süza süza, gh’è chì ‘l galante de la vostra galina griza. E la negra, e la bianca püra che la canta (bis)…
Osserviamo che il rifiuto di un’offerta ai cantori era un tempo stigmatizzato con molta durezza, cosa che oggi non avviene quasi più se non con accenni benevoli e poco insistenti. D’altra parte va detto che nei tempi della povertà contadina, la questua non aveva solo una funzione simbolica, come avviene oggigiorno, ma rappresentava la possibilità di consumare un buon pasto nutriente dopo il periodo di ristrettezze della Quaresima. Cosí scrivono i Crevani nel testo citato:”I menestrelli ricevevano una volta, in cambio della gratuita serenata, molte uova, che, cotte in una gigantesca frittata, venivano consumate poi in allegra baldoria alla fine del giro. […] E guai se qualcuno si arrischiasse a fare il sordo o a non svegliarsi! Tutta la notte sentirà sbraitare sempre più forte il consueto ritornello… con qualche variante: In co dell’orto gh’è fiorí la rama, dentro dentro questa casa gh’è la gente grama Se la padrona non mi da il cocon crapa la ciosa e tüt i so [ciuson]


In co de l’orto gh’è fiorí la fava,
dentro dentro in questa casa
c’è la gente brava [bis].
E se lei la sarà brava
la mi darà le uova [bis].
E dami delle uova
della vostra gallina [bis].
In co de l’orto gh’è fiorí la rosa,
dentro dentro questa casa
c’è la mia morosa [bis].
In co de l’orto gh’è fiorí la vessa(1)
dentro dentro questa casa
c’è la mia belessa [bis].
Met la scala al casinôt,
öv dei zü a vot a vot [bis],
meta la scala a la cascina,
öv dei zü a la ventina [bis],
La luna, la luna cavalca i monti
questa l’è l’ora di fare i conti(3)
e una micca e una rubiöla
la farízam föra [bis]!
E ch’la ma scüza sciura padrona
sa l’um cantà da spresia [bis],
la cantrum mej dal vegn indré
suta la sua finestra [bis].
TRADUZIONE ITALIANO
In fondo all’orto è fiorita la fava
e in questa casa
c’è della gente brava.
E se lai sarà brava
mi darà della uova.
Dammi delle uova
della vostra gallina.
In fondo all’orto è fiorita la rosa
e dentro a questa casa
c’è la mia fidanzata.
In fondo all’orto è fiorita la veccia(1)
e dentro al questa casa
c’è la mia bella.
Metti la scala al casotto,
e porta giù un bel po’ di uova(2),
metti la scala alla cascina
e porta giù una ventina di uova.
La luna cavalca i monti
è questa l’ora di fare i conti(3)
e un panino e una robiola
la facciamo fuori.
E che mi scusi signora padrona
se abbiamo cantato alla buona,
la canteremo meglio nel tornare indietro sotto alla sua finestra

NOTE
1) veccia dentellata, in latino vicia bythinica: erba foraggera imparentata con la fava, ma non adatta all’alimentazione umana
2) tradotto a senso
3) è l’ora cioè di tirare fuori soldi o generi alimentari

FONTI
Tutti in festa: antropologia della cerimonialità di Laura Bonato
http://ontanomagico.altervista.org/equinozio-primavera.htm
http://www.cantejeuv.com/cenni_storici.html http://www.vecchiopiemonte.it/storia/curios_stor/uova.htm http://myblog.langood.it/2010/12/07/cante-jeuv-la-questua-delle-uova/ http://www.prolococasalcermelli.it/plcc/in-evidenza/details/37-cante-jov?pop=1&tmpl=component
http://www.agrispesa.it/territorio/cantare-uova-sere-quaresima http://blog.frazionesantanna.com/?p=760
http://langhe.net/7562/cante-jeuv-festa-cantar-uova/ http://www.amicicastelloalfieri.org/antonio_it.html http://www.scriverefotografare.com/2013/05/e-dateci-le-uova-della-gallina-grigia.html
http://www.sebastianus.org/wp-content/uploads/2014/04/Etnografia-5.pdf

IL CANTAR MAGGIO NEL BASSO PIEMONTE

Nei rituali di primavera del mondo contadino gruppi di questuanti musicisti andavano di casa in casa per cantare il Maggio, fermandosi nell’aia delle cascine: gli abitanti della casa offrivano da bere, mentre il coro intonava delle strofe, dedicate alla donna, al capo di casa, alle figlie giovani cui si augurava un felice matrimonio.

Caratteristica un tempo in tutto l’Astigiano, il Monferrato e le Langhe era la questua femminile del Cantè Magg, quando gruppi di ragazzine portavano in processione l’erburin (l’alberello) e/o una bambolina adornata con fiori: di casa in casa intonavano strofe che annunciavano il ritorno di maggio e in cambio dei doni (per lo più uova) ringraziavano con le strofe benaugurali. Alla regina del Maggio si univa anche un Re del Maggio e la coppia di bambini era detta gli “Sposini”: la Dea Fanciulla e l’Uomo Verde riuniti per rinnovare la vita e la fertilità della Terra. continua

La tradizione è consolidata anche in un  rito più spiccatamente pasquale quello  piemontese di CANTÈ  J’OV – CANTÈ J’EUV.
Il “cantare le uova” è una questua primaverile che affonda le radici nel territorio piemontese e in particolare quella terra storicamente appartenuta al dominio dei Marchesi del Monferrato.
Un tempo erano solo i giovani del paese, che di notte giravano tra le cascine chiedendo cibo, vino e anche dei  soldi con cui organizzare il pranzo del lunedì di Pasquetta. Era l’occasione  per fare scorpacciate di uova (simbolo di fertilità) e bisboccia, ma anche di cantare e suonare tanta musica!
Molte comunità mantengono ancora vive queste tradizioni  soprattutto nel Monferrato (geografico), nelle Langhe e nel Roero. Nel paese di Romagnese (PV), l’unico che ha conservato un ciclo pasquale nel territorio delle quattro province, la questua si svolge la sera del sabato Santo, influenzato dall’uso di “cantar le uova”  nell’alessandrino. continua

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LA QUESTUA DEL MAGGIO

Mentre la questua quaresimale delle uova era riservata ai giovanotti la questua del Maggio era prerogativa delle fanciulle.
La questua si svolgeva la mattina (o nel primo pomeriggio) del primo maggio: la Sposa di Maggio con le sue ancelle girava per il paese chiedendo le offerte (sia uova che danaro). L’usanza si è interrotta in molti paesi tra la prima e la seconda guerra mondiale ed è stata ripresa intorno agli anni 60-70.

Casal Cermelli (provincia di Alessandria) negli Anni 40-50 alle bambine si sono uniti anche i maschietti per portare il ramo fiorito di biancospino decorato con nastri e fiocchi, un uccellino di pezza e una bambolina.

ASCOLTA Tre Martelli in Giacu Trus 1985: Ben vena magg


Guardé cula fijeta(1)
cl’è an cima al arburen
Ca l’ha il scarpötti biònchi
ei cauzete a canaren(2)
RIT
Ben vena magg
e poi turna al meis ad Mağ
Guardé sur caminet
cha jie di carùzen(3)
da fej la riverenza
a sijura madamin
Padrouna padrouna
padrouna dir pulè
oh dami j ovi freschi
e i lendi ai lasa sté
Ben vena magg
e poi turna al meis ad Mağ
TRADUZIONE ITALIANO di Cattia Salto
Guardate quella fanciulla
in cima al ramo,
ha le scarpette bianche
e le calzette gialle
RITORNELLO
Ben venga Maggio
e poi ritorna il mese di Maggio, guardate sul camino
c’è della fuliggine
da fare i complimenti
alla signora.
Padrona,  padrona
padrona del pollaio,
dammi le uova fresche
e quelle vecchie lasciale stare.
Ben venga Maggio
e poi ritorna il mese di Maggio, 

NOTE
garlan-may-day1) si descrive una girlanda di un tralcio verde fiorito sorretta da un asta con al centro  una bella bambolina  con il vestito bianco da sposa.

Si tratta della “piccola Bride” la dea triplice celtica la fanciulla del grano confezionata dalle donne a Imbolc (il primo febbraio) con il grano avanzato dall’ultimo covone della mietitura dell’anno passato, ossia la giovane Fanciulla della Primavera, un forte simbolo di rinascita nel ciclo di morte-vita in cui si perpetua la Natura: nella bambolina si era trasferito lo spirito del grano che non moriva con la mietitura.
Le bamboline di Brigid venivano anche vestite con un abito bianco o decorate con pietre, nastri e fiori e portate in processione per tutto il paese passando di porta in porta affinchè ciascuno lasciasse un dono. continua
2) forse sta per canarin= canarino a indicare il tipico colore giallo-canarino
3) il termine si ritrova nel dialetto veneto

ASCOLTA Ariondassa


I
Entroma ant’ is palasi
che l’ è csi bel antrè
Ai dioma a la padrouna
c’ am lasa ‘n po’ canté
RITORNELLO
Magg, Magg, Magg,
turnirà la fin di Magg
Io sono Maggio
e sono il più bello
Fiorellin d’amor
che canta sul cappello
Uccellin d’amor
che canta sulla rama
Siura padrouna
padrouna dir pulé
c’ am daga j ovi freschi
e i lendi ai lasa sté
II
Chi cl’ é ‘sta bela fija(1)
c’ansima dl’ arburii
E cl’ à la vesta bianca
e ‘l scarpi d’ maruchii
III
E s’in voi nènt cröddi
che Mağ a l’è rivà
Sfacév da cùla fnèstra
ch’l’alber l’è piantà
TRADUZIONE ITALIANO
I
Entriamo in quel palazzo
che è così bello entrare
E domandiamo alla padrona
che ci lasci un po’ cantare RITORNELLO
Maggio, Maggio, Maggio,
tornerà la fine di Maggio.
Io sono Maggio
E sono il più bello,
fiorellino d’amore
che canta sul cappello.
Uccellino d’amore
che canta sul ramo.
Signora Padrona,
padrona del pollaio
ci dia le uova fresche
e quelle vecchie le lasci stare.
II
Chi è questa bella ragazza
sopra di quel albero
che ha il vestito bianco
e le scarpe di pelle fine.
III
E se non volete credere
che Maggio è arrivato
affacciatevi da quella finestra
che l’albero è piantato 

IL  CARLIN DI MAGGIO

QUATTRO PROVINCE
Il Carlin di maggio (personificazione del  Calendimaggio) passa di casa in casa con il suo gruppo di cantori e musicanti  per annunciare la venuta della Primavera, portare gli auguri di felicità/prosperità  e fare una questua.

Gh'é chi l'Carlin di maggio 
con l'erba e con la foglia,
 la rosa e la viola...

La zona in cui è diffusa questa tradizione è quella delle  Quattro Province – area omogenea per conformazione e cultura (Alessandria – Pavia – Piacenza – Genova) dove si cerca di preservare  il grande patrimonio di canti tradizionali della tradizione contadina.

Il rituale è ancora vivo sull’appennino pavese e piacentino a Marsaglia un paese nel comune di Corte Brugnatella (Pc) nella val Trebbia ha inizio la sera del 30  aprile, o meglio nel tardo pomeriggio, fino a notte fonda (le tre o le quattro del mattino)! La gente si raduna nella piazza del paese per formare  il corteo dei canterini e dei musicisti, seguiti a ruota dagli abitanti del paese (e dai foresti cioè quelli che vengono da fuori) e passa di casa in casa fino alle frazioni sparse e alle cascine più isolate. Un tempo questa brigata di allegri festanti era  composta esclusivamente dagli uomini, mentre le donne in attesa di maritarsi  stavano nelle case ad aspettare l’arrivo dei .. corteggiatori.

L’albero simbolo del Carlin non  è il biancospino (non ancora fiorito) ma il Maggiociondolo dai caratteristici fiori gialli ricascanti a grappolo e il giallo e il verde sono nel tempo diventati i colori dominanti  della festa, ricorrenti nei vestiti dei questuanti.

ASCOLTA Tendachent  (ex “La Ciapa Rusa” degli anni 80!) in Ori Pari 2000 (per inciso un ottimo cd) Traccia 5 Carlin di Maggio – Il  canto della zona è di tipo polifonico (ricorda i canti degli alpini per  intenderci). Alcune strofe richiamano la questua delle uova pasquale detta “La galina grisa“. (vedi)
Il Carlin  si annuncia portatore del maggio e con il chiasso prodotto, sveglia la  padrona di casa che va a prendere le uova e da anche da bere del buon vino ai  suonatori.
La frase finale dice:  “viva la chioccia con tutti i suoi  pulcini, muoia la volpe con tutti i suoi volpini” una specie di  invocazione alla prosperità come ringraziamento per le generose offerte della  padrona di casa!


«Gh’ê chì Carlin di maggio(1)
con l’erba e con la foglia,
la rosa e la viola.
(ritornello) bella venga il maggio…
O sentì a tramescà:
la padrona la s’ê levà (rit)
O sentì a mov a mov:
la padrona la pôrta i ov (rit.)
Mtè la scâla al cascinôt,(2)
trè sü i ov a vôtt a vôtt  (rit.)
Mtè la scâla alla cascina,(2)
trè sü i ov alla  ventina (rit.)
Maggio giocondo,
tu sei il più bel del mondo,
maggio di primavera!
Se non volete credere
che maggio l’è arrivato
affacciatevi al balcone.
I prati verdeggianti
per consolar gli amanti,
per consolar gli amanti.
Guarda gli uccelli
che van per la riviera,
maggio  di primavera.
Dentro questa casa
se gh’ê fiorì la fava(2)
ci sta una  donna brava,
dentro questo giardino
se gh’ê fiorì la rosa
ci sta  la mia morosa
La m’â fat vëd ona rôba scüra(3),
a m’â fat truvà pagüra.
Fateci del bene se ne potete fare,
non possiamo più cantare:
la luna passa i monti.
Tira fora u pisadù,
dà da beive  ai sunadù (rit.)
In pace vi troviamo,
in pace vi lasciamo,
vi diam  la buona sera
e ce ne andiamo via;
campa la ciossa
con tutti i pulastrin,
crepa la volpe
con tutti i suoi vulpin!»
TRADUZIONE ITALIANO
E’ arrivato il Carlin del Maggio
con l’erba e con la foglia,
la rosa e la viola.
(ritornello) bella venga il maggio…
Ho sentito il trambusto:
la padrona si è alzata.
Ho sentito i passi:
la padrona porta le uova.
Metti la scala al casotto,
e porta giù un bel po’ di uova
metti la scala alla cascina
e porta giù una ventina di uova.
Maggio gioioso,
tu sei il più bello del mondo,
maggio di primavera!
Se non volete credere
che maggio è arrivato
affacciatevi al balcone
I prati verdeggianti
per consolar gli amanti,
per consolar gli amanti.
Guarda gli uccelli
che vanno per le rive,
maggio  di primavera.
Dentro questa casa
è fiorita la fava
ci sta una  donna brava,
dentro questo giardino
è fiorita la rosa
c’è la mia fidanzata.
Mi ha fatto vedere una cosa scura
e mi ha fatto prendere paura.
Fateci del bene se ne potete fare,
non possiamo più cantare:
la luna passa i monti.
Tira fuori la bisaccia
e dai da bere ai suonatori.
In pace vi troviamo,
in pace vi lasciamo,
vi diamo  la buona sera
e ce ne andiamo via.
Viva la chioccia
con tutti i suoi  pulcini,
muoia la volpe
con tutti i suoi volpini

NOTE
Non è proprio il mio dialetto ma credo di essere riuscita a tradurre correttamente
1) il ramo fiorito di maggiociondolo
2) stesse strofe nel canto della “galina grisa”
3) ogni malizia è lecita nel pensare a cosa passa essere quella “cosa” nera!!

FONTI
http://www.prolococasalcermelli.it/plcc/cantar-maggio
http://www.sebastianus.org/wp-content/uploads/2014/04/Etnografia-5.pdf
http://www.appennino4p.it/marsaglia


APPROFONDIMENTO: Una disamina più panoramica della tradizione del Maggio

Nord Italia
Italia centrale
Italia del Sud