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LA DANZA DELLA PIOGGIA NELL’EUROPA MEDIEVALE

Durante il medioevo, la credenza in stregoni e streghe in grado di influire sul tempo atmosferico, attribuiva a persone speciali dette tempestari, la capacità di navigare nell’aria e di scatenare la grandine o la bufera: finno (ovvero scandinavo) o stregone ovvero iettatore (come direbbero i marinai meridionali) erano sinonimo di maleficio; tra le difese possibili vi erano gli scongiuri, indossare corallo o ambra e fare le corna.

tempestari
D’altro canto nel mondo contadino erano ancora ampiamente praticati in primavera i rituali di magia simpatica, in cui con danze a canti si invocava la benefica pioggia.

Una di queste musiche è arrivata fino ai nostri giorni perchè venne riportata in un libro scritto da Giorgio Mainerio nella seconda metà del 1500.

Giorgio Mainerio (Parma 1535-1582), è un personaggio a dir poco strano: sacerdote e mansionario nella cattedrale di Udine si aggiudicò nel 1576 il posto di maestro di cappella nel Duomo di Aquileia. Fu però anche indovino e adepto della magia o quanto meno studioso di scienze occulte (il tribunale dell’Inquisizione avviò un’indagine su di lui senza però giungere a prove conclusive per istruire il processo)

IL PRIMO LIBRO DEI BALLI

Il libro, pubblicato nel 1578, raccoglie 22 balli scritti per fornire ai musicisti dell’epoca un prontuario di tutti i ritmi di danza disponibili, e arricchisce la musica popolare con abbellimenti e variazioni di matrice colta. Erano gli anni della moda delle raccolte a stampa di danze, già inaugurata nel 1529 dalla pubblicazione di Pierre Attaingnant.
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Consort Veneto (tutto il cd)

SCHIARAZULA MARAZULA

E’ la musica da danza più famosa della raccolta di Mainerio, insieme all’Ungaresca, e deve la sua popolarità, ancora ai tempi nostri, alla rielaborazione di Angelo Branduardi che, con il titolo di “Ballo in fa diesis minore“, la trasformò in una danza macabra (vedi) aggiungendo un testo di sua composizione su ispirazione delle tante danze macabre di matrice trecentesche (proprio l’epoca della peste nera guarda caso!).

calorersIn realtà la melodia ha tutto un altro contesto e si riferisce alle musiche e danze rituali del mondo contadino secondo le consuetudini arcaiche legate alla magia simpatica. In un documento friulano del 1624 il brano apparve in una causa del Tribunale della Santa Inquisizione con l’accusa di servire come accompagnamento musicale di un rituale magico per invocare la pioggia. E’ padre Bernardino Morra di Palazzolo della Stella in provincia di Udine a scrivere una lettera-denuncia all’inquisizione lamentandosi che dei cantori notturni non lo lasciassero dormire in pace “certe donne superstiziose.., per impetrar la pioggia dal cielo la notte di Pentecoste alle cinque hore di notte in circa andavano processionando e lustrando la villa di dentro e fuori cantando a due chori certa sua canzone che incomincia “schiarazzola marazzola a marito ch’io me ne vo’ et quello che segue si come son donzella che piova questa sera””
I termini utilizzati dal sacerdote, processionando e lustrando, sono chiaramente riferiti a rituali di purificazione pre-cristiani che la Chiesa stessa aveva trasformato, non riuscendo a debellarli, nelle Rogazioni primaverili ovvero le processioni della comunità con i sacerdoti e le loro croci in testa, per benedire i campi e assicurare l’abbondanza del raccolto. (vedi)

Così Massimo Centini nel suo libro “Magia e medicina popolare in Piemonte” (2007) scrive “un interessante esempio della persistenza di pratiche connesse agli antichi culti di fertilità è presente nella critica mossa dal Sinodo di Ivrea (1602) nei confronti delle processioni attraverso la campagna costituite solo da donne, con lo scopo di assicurare un buon raccolto.. Queste processioni “non sempre sono in onore e commemorazione dei santi, se ne organizzano di speciali, come propiziatrici per il buon andamento annuale della campagna, oppure per la buona fortuna dell’alpeggio durante la stagione estiva. E allora essenzialmente le donne, non si limitano a vestire gli abiti della festa, ma aggiungono ornamenti particolari: fiocchi, nastri e collane, e sulla testa una specie di copricapo molto alto di forma piramidale, che è tutto quanto fittamente coperto di fiori finti multicolori” A tal proposito il parallelo con le portatrici del Bran è automatico, le vestigia di un antico culto matriarcale alla Grande Dea praticato ancora oggi come processione folkloristica. (vedi)

LE ROGAZIONI DELLA CHIESA CATTOLICA

A istituire le Rogazioni fu Papa Gregorio alla fine del VI secolo e le chiamò “Litania Maggiore“, siamo alle soglie del Medioevo quando Roma non era più in grado di contenere le invasioni dei Barbari e in Primavera arrivavano le orde pronte per la battaglia: così con la processione si pregava principalmente per invocare la protezione di Dio dalla guerra! Attraverso la liturgia si istituì una volta per tutte il rituale (rigorosamente in latino) di purificazione della campagna, per proteggere la terra coltivata dai fenomeni negativi (quindi in generale pestilenze, calamità naturali).

A fulgure et tempestate… Libera nos, Domine!
A flagello terraemotus… Libera nos, Domine!
Ut fructus terrae dare et conservare digneris… Te rogamus, audi nos! continua

Le Litanie Minori che si conservarono molto più a lungo delle Litanie Maggiori hanno invece un’origine gallicana: come ricorda Alfredo Cattabiani nel suo “Calendario” fu san Mamerto, vescovo di Vienne a istituirle nel V secolo e si svolgevano durante i tre giorni precedenti l’Ascensione. Sono la continuazione istituzionalizzata dalla Chiesa cattolica degli Ambarvali dell’Antica Roma (andare in giro per i campi) ossia le processioni dedicate alla dea Cerere che si concludevano con un sacrificio animale. Dalla Gallia si diffusero in tutta Europa e nel IX secolo venne introdotto il canto delle Litanie di Santi.

Le rogazioni si svolgevano il 25 aprile ma vennero (e sono ancora) praticate anche nel mese di maggio.

I BENANDANTI

carola-stregheEvidentemente la Chiesa non era riuscita a debellare gli antichi rituali che ancora si osservavano nelle campagne nel 1500, così decise di passare alle maniere forti (torture e roghi) e alla “caccia alle streghe”!!
Nel suo saggio “I Benandanti , Stregoneria e culti agrari tra Cinquecento e SeicentoCarlo Ginzburg ricostruisce la storia di una congrega friulana che professava alla luce del giorno (e più spesso sotto i raggi della luna) i rituali magici pre-cristiani. Per la lustrazione dei campi i benandanti preferivano fare ricorso all’antico rituale e non a quello della Chiesa così cantavano in dialetto “schiarazzola marazzola” e soprattutto danzavano! A leggere tra le carte dei processi sembrerebbero i benandanti degli esorcisti “senza licenza” che nei sabba duellavano armati di finocchio contro gli stregoni (le forze negative e demoniache) e le loro canne di sorgo.

LA DANZA DELLA PIOGGIA

Mainerio già in odor di stregoneria (fosse o meno un simpatizzante dei benandanti) ebbe modo di ascoltare tale canto propiziatorio e ne trascrisse la musica armonizzandola in modo da conservarne il carattere arcaico nonché l’atmosfera esoterica. Il testo originale è andato perduto, della danza neppure si conoscono passi e coreografia, ma quanto fascino emana la musica!
Possiamo solo presumere si trattasse di una danza sacra, di quelle che si ballano con semplici passi ripetitivi spesso accompagnati da giravolte, per aiutare nell’esperienza estatica, la perdita del se cosciente (forse preludio di viaggi astrali)

LA MUSICA

Un brano perfetto per essere suonato con la ghironda, la viola dei mendicanti
ASCOLTA Short Tailed Snails la versione è verosimilmente quella che si sarebbe ascoltata nel Medioevo nei castelli e palazzi (è in medley con una country dance dal titolo Nonsuch)

ASCOLTA Phil Norman in versione danza sacra

LA RICOSTRUZIONE DELLA DANZA

PER LA PIOGGIA (e la fertilità dei campi): una danza in tondo, fatta di passo semplice (s) e passo doppio (d) con il battito delle mani a richiamare il frastuono:

SCHEMA (alternando le oscillazioni)
dddd
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OSSERVAZIONI: le mie personali osservazioni mi portano a riflettere prima di tutto sulla struttura della musica che è suddivisa in due parti e non in tre. Viene così più spontaneo e naturale (e soprattutto automatico) suddividere la danza in DUE PARTI.

Un’altra osservazione sui PASSI: è vero che in epoca più tarda i passi della danza sono stati resi più uniformi (vedi appunto per il passo dei branles rinascimentali) ma non così era nei primi trattati quattrocenteschi; è lecito presumere perciò che anche il passo base di questa danza, ricordiamoci un reperto del passato medievale, non fosse poi così uniforme: seguendo il tempo ritmico la sequenza di passi a mio avviso più adeguata (che viene spontaneo fare) è il passo semplice seguito da quello di piva cioè 1-2 / 1-2-3.

Un’ultima osservazione per quanto riguarda le danze sacre e estatiche (e senza scomodare i dervishi) una giravolta è quasi di rigore!

RICOSTRUZIONE DANZA DI CATTIA SALTO:
parte A) sp sp sp sp
s=passo semplice e p=passo piva
parte B) d* d* ssV
in cui d=passo doppio prima in avanti e poi indietro e ssV è la combinazione che viene definita nelle danze medievali e le contraddanze con l’abbreviazione di SET cioè si apre di piede sinistro a sinistra e si congiunge con il destro -passo semplice laterale- poi si apre con il piede destro a destra e si unisce con il sinistro e quindi si esegue una giravolta completa su se stessi facendo perno sulla spalla sinistra (in quattro tempi).

CAMBIO DI DIREZIONE
Volendo fare degli abbellimenti si potrebbe dividere la parte A in AA1 con un cambio di direzione tra le sue parti (si apre sempre a sinistra e quindi nella parte A1 si cambia aprendo di piede destro), ma a mio avviso con il velocizzarsi della musica il cambio di direzione è solo una complicazione non necessaria; piuttosto si potrebbe cambiare direzione dopo ogni ripetizione quini si inizia verso sinistra AB e si cambia verso destra per il successivo AB quindi si ricambia direzione ritornando a sinistra e così via.

LA CADENZA
Un’ultima osservazione in merito alla parte B dove ho messo l’* ci vuole una “cadenza” per dirla con i trattatisti di danza del cinquecento cioè una mossa particolare per chiudere la frase musicale: il colpo di mani (tre colpi ripetuti sul quarto passo di chiusura) ma anche di piedi battuti in terra ad evocare il tuono della pioggia!

RITUALE MAGICO PER INVOCARE LA PIOGGIA

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Curiosi di conoscere un rituale per evocare la pioggia? Provate con questo
 "Quasi sempre veniva eseguito in riva ad uno stagno o ruscello, si raccoglieva l’acqua in un calderone e poi la si agitava con dei rametti. Mentre agitavano l’acqua, le streghe invocavano lo spirito della pioggia chiedendo abbondanti piogge per la fertilità dei campi. Successivamente, con i rametti, si mescolava il liquido per nove volte in senso orario e subito dopo per nove volte in senso antiorario. Poi scuotevano l’ acqua ancora e ripetevano il processo per tre volte. Si spruzzava l’ acqua nell’aria come se stesse effettivamente piovendo. Il rituale veniva ripetuto in sequenze dispari (1-3-7-9-13…). Il rito veniva concluso gettando l’acqua del calderone sulla terra. Da li a poco si era certi che la pioggia sarebbe giunta abbondante. Se nei giorni successivi la condizione meteorologica desiderata non si presentava, il rito veniva ripetuto ancora, cercando di soddisfare gli spiriti della natura con i giusti tributi. Questa è la struttura di base dell’antico rituale, che presente varianti nei diversi paesi, per esempio in alcune tradizioni era richiesto che le fanciulle operanti fossero vergini, o che l’acqua venisse versata sul corpo di una vergine; i nomi degli spiriti e delle divinità erano differenti a seconda dei costumi del popolo. Il rito poteva presentare l’aggiunta di ingredienti che avevano il potere di attrarre le nubi ect… (tratto da qui)

FONTI
http://luigi-pellini.blogspot.it/2013/05/le-rogazioni-riti-pagani-assorbiti-dal.html
http://www.latunicastracciata.net/giorni_ciliegio/28_GC.html
http://lastoriaviva.it/schiarazula-marazula-un-ballo-medioevale-odiato-dallinquisizione/
http://imslp.org/wiki/Il_Primo_Libro_de_Balli_(Mainerio,_Giorgio) http://www.labirintomagico.it/wp-content/uploads/2012/09/Carlo-Ginzburg-I-benandanti-Stregoneria-e-culti-agrari-tra-Cinquecento-e-Seicento-1.pdf