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Olaim Punch

Un canto in gaelico irlandese dal titolo Ólaim puins (I drink punch) ma più conosciuto con il titolo di Olam Punch  è una drinking song che richiama The Jug of punch. Il tema però più che essere un elogio al bere, loda la vita del mendicante.
Nelle canzoni popolari celtiche si leva talvolta un canto di protesta contro “il sistema”: uno spirito libero vagabonda per il paese, mendicante senza radici, suonatore ambulante che si dedica occasionalmente a lavori stagionali, e più spesso vive al di fuori dalla società civile. (continua)

ASCOLTA The Chieftains & Punch Brothers, Lark in the clear air + Olam Punch in Voice of the Ages 2012

ASCOLTA Danù con il titolo di “An Deirc” in “All things considered” 2002 (su Spotify) mantengono il ritornello ma aggiungono ulteriori strofe (vedi testo)

I
Ólaim puins is ólaim tae
Is an lá ina dhiaidh sin ólaim toddaí
Ní bhím ar meisce ach uair sa ré
Mo ghrása an déirc is an té do cheap í
II
Lá má bhím le híota tréith
Bím lá ‘na dhiaidh ag glaoch na gcannaí
Lá le fíon is arís gan bhraon
Mo ghrása an déirc is an té do cheap í
III
aAr mo theacht a luí ar thréad
An bhuí san fhéith is na héimhe ag leanaí
Báisteach fhill is rinn ar ghaoth
Ó, táim le déirc ní baol do mo gharraí
IV
Is sámh a bhím i mo luí le gríin
Gan suim sa saol ach sclíip is starraíocht
Gan cháin gan chíos ach m’intinn saor
Nach fearr í an déirc ná céird is ealaín!

TRADUZIONE IN INGLESE (da qui)
I
I drink punch and I drink tea/And the following day I drink toddy/ I’m only drunk but once a month/ Thanks for charity, and from anybody
II
Everyone considers all life’s ways
Thinks of the clergy, thinks of buying
Thinks of the army, its power and sway/ But sure charity is the trade I’m trying
III
Some farmed land now I see
The golden meadow and lambing sheep
There’s a driving rain and a cutting breeze
Never a threat to my crops, for none I keep
IV
Now under the sun I’m happy still
Never a care in the world, just joy replayed
No tax nor worry, but my own free will
Charity sure beats craft or trade
V
If one day I’m cursed with drought
The following day I’ll be ordering toddy
One day with wine, the next without
Thanks for charity, and from anybody
Traduzione italiano di Cattia Salto
I
Bevo il punch (1) e bevo il tè
e il giorno dopo bevo il toddy (2)
mi ubriaco solo una volta al mese
grazie alla carità della gente
II
Ciascuno valuta tutte le strade della vita; pensa a farsi prete o darsi al commercio o pensa all’esercito, la sua forza e il dominio, ma di certo la carità e l’affare che fa per me.
III
Ora guardo ai campi coltivati,
i campi dorati e le pecore che si accoppiano
c’è una pioggia battente e un venticello gelido
ma non ho preoccupazioni per il raccolto e nessuno da mantenere
IV
Ora sotto il sole sono ancora felice
non m’importa di niente; solo gioia ripetuta, niente tasse, nè preoccupazioni, ma solo la mia libera volontà, la carità di sicuro batte l’artigianato o il commercio
V
Se un giorno sono maledetto dalla siccità, il giorno seguente ordinerò del toddy, un giorno con vino, quello dopo senza,
grazie alla carità della gente

NOTE
1) il punch irlandese è il whisky bevuto con un po’ di acqua calda (con fetta di limone e chiodi di garofano, zucchero a piacere)
2) il toddy è il tè “corretto” con whisky o rhum e aromatizzato con cannella, chiodi di garofano e scorza di limone (zucchero e miele a piacere) per combattere i primi sintomi d’influenza! (per la ricetta qui)

FONTI
http://ontanomagico.altervista.org/i-did-in-my-way-.html
http://www.celticlyricscorner.net/danu/andeirc.htm
https://mudcat.org/thread.cfm?threadid=53007
http://www.irishgaelictranslator.com/translation/topic21661.html

Bannocks of Barley

IL BANNOCK SCOZZESE

La preparazione di questa alternativa del pane cotto in forno è antichissima, perchè per ottenere il primo pane nella storia probabilmente si schiacciarono tra due pietre i chicchi dei primi cereali coltivati,  e con l’aggiunta di acqua si cossero in strati sottili su delle pietre piatte poste sul fuoco (o tra la cenere). L’ulteriore variante fu poi la cottura nella padella in ghisa dei traveiller e dei primi pionieri d’oltreoceano.
Il bannock scozzese ha uno spessore maggiore rispetto alle varianti tipo piadina o gallette (come di chiamano in Bretagna) o alle miacce della Valsesia perchè si stende un po’ spesso, circa alto uno o due dita; storicamente è stato il pane dei pionieri americani e canadesi, che però aveva già il suo equivalente tra i popoli nativi i quali lo preparavano con la farina di mais (o con il grano integrale). Le farine d’un tempo erano quelle d’avena o d’orzo che meglio si adattano ai climi estremi del Nord, un pane preparato in fretta e senza lasciarlo lievitare, anche se nel tempo con l’aggiunta di un po’ di lievito, si trasforma in focaccia e con una manciata di uvetta diventa addirittura un dolce. Una cottura ancora alternativa è quello della frittura.
Il problema della cottura sulla fiamma viva di un fuoco da campo è la distribuzione del calore perchè se il fuoco è troppo vivo, si rischia di bruciare la crosta e di lasciare l’interno poco cotto (il mio consiglio è d’imparare direttamente da chi ha già esperienza). In mancanza di padella l’impasto un po’ più denso viene avvolto intorno a un bastoncino di legno e cotto sopra le fiamme.

LA RICETTA DELLE ISOLE ORCADI

I Bannock d’orzo hanno un sapore caratteristico un po’ dolciastro e sono cotti sulla piastra/padella invece che nel forno, perfetti per la vita da campo dei rudi montanari scozzesi (e del rancio dei guerrieri scozzesi).
La ricetta presa da Elizabeth’s kitchen diary è molto semplice: 2 tazze di farina d’orzo, 1 tazza di farina di grano, 1 cucchiaino di bicarbonato di sodio e 1 di crema di tartaro (ok oggi possiamo usare tranquillamente lo lievito in polvere), un pizzico di sale. L’aggiunta dello lievito rende più appetibile ai palati moderni questo tipo di pane, ma un tempo si doveva trattare di una semplice miscela di farina e acqua, io uso il lievito istantaneo in polvere sciolto nel latticello, ma fate un po’ come vi pare, anche il bicarbonato può andare. Come per tutti gli impasti che devono restare morbidi si devono maneggiare il meno possibile.
Fare una fontanella con tutti gli ingredienti secchi, aggiungere tanto latticello quanto basta per ricavare una palla, (usando la stessa tazza dosare 3/4 di latticello, l’aggiunta della parte liquida è da fare però a occhio, in base alla consistenza da dare all’impasto) spianare la pasta con un po’ di farina dando la forma rotonda -si può fare un unico “pane tondo” (con il segno della croce impresso con il manico di legno) o tagliarlo in quarti.
Scaldare una padella di ghisa (senza ungerla, ma c’è chi la unge)  fino a farla diventare ben calda. Cuocere per circa 5/10 minuti su ogni lato senza scordare i bordi.
Per gustarlo al meglio tagliate il bannock ancora caldo aprendolo in due e spalmateci sopra il burro. Servire caldo con formaggio tipo fontina o asiago (che non è la stessa cosa del formaggio delle Orcadi, ma .. è da provare con i formaggi italiani a pasta semi molle anche quelli erborinati)

LA RICETTA STORICA

Un’altra versione (qui) aggiunge invece le due farine d’orzo e d’avena, sale, un po’ di burro e del latte e suggerisce un curioso procedimento per amalgamare gli ingredienti: sbriciolare il burro nelle farine come quando si prepara la pasta frolla (burro freddo che si consiglia di grattugiare per amalgamare più velocemente) e poi mettere a mollo nel latte in modo che risulti ben bagnato ma non troppo e lasciare riposare 15 minuti. Presumo che questo tipo di preparazione sia dovuta al fatto che si macinino “in casa” i chicchi (usando un frullatore, o il vecchio macinino del caffè) e che quindi non si ottenga una vera e propria farina. Come sia dopo l’ammollo si impasta con della farina d’avena e si procede spianando in forma tonda. Per la cottura in padella indica 15 minuti per lato

IL BANNOCK BISCOTTINO

Diciamolo francamente, la cottura in forno è migliore, l’impasto si cuoce bene anche all’interno, senza rischio di bruciacchiature e mezze cotture come in padella. Così elaborando appena un poco la ricetta precedente si ottengono dei gustosi (per il palato scozzese) biscottini (oatcake) da abbinare a un accostamento agrodolce, tipo formaggio e marmellata (o a burro/formaggio e miele).
La ricetta (qui) una miscela farina di grano (2 tazze) e d’avena (1 tazza), poco zucchero  e lievito, il solito pizzico di sale, burro a temperatura frigo, latte e yogurt (o il latticello se avete appena preparato il burro fresco). Procedere come al solito per la preparazione della pasta frolla (parte secca + burro  grattugiato) poi quando il burro è tutto sbriciolato aggiungere la parte liquida e mescolare con un cucchiaio di legno e poi continuare a impastare aggiungendo della farina fino a quando l’impasto non è più appiccicoso. Invece di usare gli stampini, modellare la pasta come un salame e tagliare a fette spesse 1 cm circa, se invece vogliamo fare dei biscottini rettangolari modellare un salamino più lungo e sottile (come per gli gnocchi). Cuocere a 200° per 10-15 min

IL BANNOCK LIEVITATO

Ed eccoci arrivare alla versione pane dolce lievitato, nella ricetta del Selkirk Bannock (qui e qui) si usa una farina forte (500 gr), lievito di birra, acqua o latte tiepido per attivare la lievitazione, un etto abbondante di burro (100-150 gr), 50/100 gr di zucchero e  uvetta a piacere.
Un tempo era preparato con la farina d’orzo, ma per farlo lievitare bene è preferibile la farina di grano; questo dolce più ricco è probabilmente il Bride bannock (bonnach Bride) descritto da Alexander Carmichael, che le donne sposate preparavano per la festa di Imbolc.

E mentre stiamo ai fornelli ascoltiamoci un po’ di musica tradizionale scozzese

Bannocks o’ bear meal

Sulla melodia tradizionale The Killogie nel 1688 Lord Newbottle scrisse una poesiola satirica, con il titolo di “Cakes o’ Croudy” (Crowdie è una densa pastella di farina e acqua preparata per la cottura sulla piastra). In Scozia questo tipo di satira si dice Pasquil proprio come le nostre “pasquinate” in cui il popolo sfoga il suo malumore verso i potenti. Trasformata da Robert Burns in una canzone giacobita per la raccolta dello “Scots Musical Museum” (1796). Anche James Hogg ha pubblicato un testo simile a quello di Burns con il titolo  “Cakes o’ Croudy”  (“Jacobite Relics”, 1819) che prende anche il titolo di Bannocks o Barley: nella canzone si rende omaggio ai guerrieri dei clan scozzesi (i Montanari della Scozia alta e delle Isole) che combatterono per cercare di rimettere sul trono l’ultimo pretendente della casa Stuart
lads wi the bannocks o’ barley (i ragazzi che mangiano panini d’orzo)

Non posso fare a meno di notare che anche i ribelli irlandesi del 1798 furono associati all’orzo “L’orzo che si muove nel vento”:  pare che sulle fosse comuni dove venivano seppelliti i “croppy boys“, crescesse l’orzo, germogliato dalle razioni di cibo che si portavano in tasca; così lo spirito del nazionalismo irlandese non poteva essere distrutto e tornava a rinasce.

Al momento in rete di Bannocks o Barley si trovano le versioni classiche nelle variazioni di Haydn, oppure nel The Complete Songs of Robert Burns, Vol. 6 (qui)

ASCOLTA Daniela Bechly su Spotify la versione classica su arrangiamento di F.J. Haydn; il testo è però “Argyle is my name” (testo qui)
ASCOLTA in verisone marcia del Gloucester Regiment detta anche “Kinnegad Slashers” (una variante di Brian O’Linn e per questo viene archiviata talvolta come melodia irlandese)

The Kinnegad Slashers
Bannocks o’ Barley Meal

LA VERSIONE DI ROBERT BURNS
Bannocks o’ bear meal (1),
Bannocks o’ barley,
Here’s to the Highlandman’s
Bannocks o’ barley!
I
Wha in a brulyie
Will first cry ‘ a parley’?
Never the lads
Wi the bannocks o’ barley!
II
Wha, in his wae days,
Were loyal to Charlie (2)?
Wha but the lads
Wi the bannocks o’ barley!


LA VERSIONE DI JAMES HOGGS
I
Bannocks o’ bear meal,
Bannocks o’ barley,
Here’s to the Highlandman’s
Bannocks o’ barley!
Wha in a bruilzie
will first cry ” a parley ?”
Never the lads
wi’ the bannocks o’ barley !
II
Wha was it drew
the gude claymore for Charlie ?
Wha was it cowed
the English lowns rarely ?
An’ clawed their backs
at Falkirk (3) fairly ?
Wha but the lads
wi’ the bannocks o’ barley !
III
Wha was’t when hope
was blasted fairly,
Stood in ruin (4)
wi’ bonny Prince Charlie?
An’ ‘neath the Duke’s (5)
bluidy paw dreed fu’ sairly ?
Wha but the lads
wi’ the bannocks o’ barley !
Traduzione italiano di Cattia Salto
Panini (tortino) di farina d’orzo (1),
panini d’orzo
per gli Highlanders
panini d’orzo!
I
Chi nella lotta
griderà per primo “tregua”?
Nessuno dei ragazzi
che mangia panini d’orzo!
II
Chi nei giorni del dolore
fu fedele a Carletto (2)?
Chi se non i ragazzi
che mangiano panini d’orzo?!


Traduzione italiano di Cattia Salto
I
Panini (tortino) di farina d’orzo,
panini d’orzo
per gli Highlanders
panini d’orzo!
Chi nella lotta
griderà per primo “tregua”?
Nessuno dei ragazzi
che mangia panini d’orzo!
II
Chi ha sferrato il colpo con il suo valoroso spadone per Carletto?
Chi ha intimidito
le canaglie inglesi?
E artigliato finalmente
le loro schiene a Falkirk (3)?
Chi se non i ragazzi
che mangiano panini d’orzo?!
III
Chi fu, quando la speranza
venne spazzata via,
ad ergesi tra le rovine (4)
con il bel Carletto?
E sotto la zampa insanguinata
del Duca (5) tremò pieno di rimpianto?
Chi se non i ragazzi
che mangiano panini d’orzo?!

NOTE
1) bear (che si pronuncia proprio come la parola inglese per “orso” è un tipo particolare d’orzo coltivato nell’antichità nelle isole Orcadi, usato sia per la panificazione che per la birra. Gli storici presumono che sia arrivato nelle isole (Orcadi e Shetland) insieme ai vichinghi, è seminato in primavera e raccolto in estate ( per la sua rapida crescita è detto anche l’orzo dei 90 giorni).
2) il nostro Bonny Prince
3) la battaglia di Falkirk fu la più grande battaglia della Rivolta giacobita combattuta il 17 gennaio 1746 tra gli Inglesi e i sostenitori di Charles Edward Stuart  (vedi) già nel 1298 si era dispitata un’altra battaglia tra gli Inglesi e i ribelli scozzesi di William Wallace, vinta da Edoardo I a caro prezzo. Purtroppo, però, anziché riprendere l’avanzata verso sud,  il principe Carlo Edoardo preferì fermarsi a Inverness con l’intenzione di svernarvi.
4) Christian Souchon nella sua traduzione suggerisce ” si sacrificò fino alla morte”
5) il Duca di Cumberland chiamato dagli amici “il macellaio”, e paragonato ad un orso sanguinario:  gli scozzesi furono sconfitti pochi mesi dopo la vittoria di Falkirk nella battaglia di Culloden, anche quel giorno pioveva era il 16 aprile 1746 continua

FONTI
http://www.cobbler.plus.com/wbc/poems/translations/bannocks_o_bear_meal.htm
http://chrsouchon.free.fr/bannock.htm
http://chrsouchon.free.fr/croudy.htm
http://abcnotation.com/tunePage?a=www.campin.me.uk/Flute/Webrelease/Flute/09Duet/09Duet/0002

RICETTE
http://ontanomagico.altervista.org/alimentazione.html
http://ontanomagico.altervista.org/cereali.htm
http://outlanderkitchen.com/2014/08/13/bannocks-castle-leoch/
https://www.elizabethskitchendiary.co.uk/2013/04/orkney-beremeal-bannocks.html/
https://honey-guide.com/2013/11/24/bere-and-beremeal-bannocks/

https://www.bbcgoodfood.com/recipes/1129665/selkirk-bannock
https://foodanddrink.scotsman.com/food/a-history-of-the-selkirk-bannock-including-recipe-for-making-your-own/

Saltamartin Rampino (asino) e Papà del Gnoco

Saltamartin Rampino era il nome dell’asino  cavalcato da Papà del Gnoco nel Carnevale veronese, descritto da Giuseppe Peruffi. Ma l’opera più completa sull’argomento è quella di Alessandro Torri, studioso veronese vissuto tra il 1780 e il 1861 che nel 1818 pubblicò una raccolta di documenti, intitolata Cenni storici intorno all’origine e descrizione della festa che annualmente si celebra in Verona l’ultimo venerdì del Carnovale comunemente denominata Gnoccolare. (vedi)

PAPÀ GNOCO

E’ un rubicondo Babbo Natale con una livrea color panna cotta bordata di rosso con decori sempre in rosso applicati qua e là in modo da creare un effetto damascato, ai piedi calde babbucce con pon-pon,  in testa una tuba che sfida il gusto più roccocò, un mantello rosso alla Mandrake, e in mano un forchettone dorato come schettro, su cui è infilzato un grande gnocco trapuntato:  durante la sfilata, assieme ai suoi servitori, i gobeti o macaroni, cavalca l’asino aprendo la parata dei carri allegorici.

SANTA ASINA

L’asina e Gesù statual lignea nella  chiesa di Santa Maria in Organo – Verona

Sempre a Verona  nella chiesa di Santa Maria in Organo è custodita la statua della Muletta, una statua lignea del XIII secolo raffigurante Cristo sul dorso di un asinella.
Una leggenda vuole che questa statua lignea, arenatasi davanti alla porta della chiesa quando esisteva ancora il ramo dell’Adige ora interrato, dopo varie vicissitudini fosse raccolta e portata finalmente in chiesa. 
Secondo una tradizione popolare parallela, la statua conserva al suo interno la pelle dell’asino che portò Cristo a Gerusalemme attraverso la porta d’oriente. L’asino della domenica delle palme ebbe a capitare a Verona e fu ospitato proprio con tutti gli onori. Alla sua morte l’animale emise un raglio di grande intensità che fu udito da tutta la città.
E alla morte dell’animale furono resi grandi onori e le reliquie raccolte con devozione vennero deposte nel ventre della Musseta lignea. (tratto da qui)
Va da sè che Cristo e Mula furono entrambi equamente venerati dal popolo nelle processioni della Domenica delle Palme e del Corpus Domini (e la mula era teatralmente trascinata su delle ruote). La leggenda narra che ad un certo punto le autorità religiose di Verona si presero d’imbarazzo per la venerazione tributata dal popolo alla Santa Asina al punto da proibire la processione e da relege la sua statua in una zona secondaria della chiesa.

Sorge spontaneo domandarsi se in origine l’asina fosse cavalcata da un Dioniso in trionfo invece di un Cristo benedicente se come rilevato dallo stesso Dario Fo la mano che scolpì i due soggetti pare non sia la stessa; così il popolo nelle processioni primaverili riviveva le celebrazioni al mitico inventore del Vino con canti, musica e  entusiastiche grida “evoè” ( e banchetti).

LA PIETRA DELLO GNOCCO

In Irlanda hanno la pietra dell’Eloquenza a Verona invece c’è una pietra che, come nelle più belle favole, s’imbandisce magicamente; si trova in piazza San Zeno dove sorge la chiesa del santo patrono Zeno (eretta forse sul suo sepolcro). Il quartiere di San Zeno, esterno alle mura cittadine fino al ‘300, era  un quartiere popolare, i cui abitanti vivevano attorno all’elemosina e alle attività della basilica. La  leggenda vuole che un ricco benefattore Tommaso Da Vico nel suo testamento redatto nel 1531 lasciasse una donazione per dar da mangiare ai poverelli del quartiere (una volta l’anno) gnocchi, cacio e vino. Nel testamento ovviamente non c’è traccia del lascito ma viene descritto il luogo in cui l’illustre Da Vico avrebbe dovuto essere sepolto “vicino alla chiesa di San Zeno, adiacente al grande tavolo di pietra dove banchettavano i poveri, nel giorno di venerdì gnocolar” (l’ultimo giorno di Carnevale) (continua)

Relazione Dell’annuo Baccanale O Sia Gnoccolar Di Verona (1759): una tavola imbandita di gnocchi con commensali

Il luogo era in epoca romana una necropoli e si rinvengono ancora resti lapidei ornati con fregi, così è per la tavola menzionata “una grande tavola di marmo su un basamento formato da una trabeazione rovesciata, mentre il piedistallo è costituito da un’ara cilindrica decorata a bassorilievo con tre vittorie alate con trofei, accostate a fiori a sei petali e alternate a coppie di figure in tre edicole. È evidente che si tratta di reperti romani, riutilizzati per farne una tavola pubblica, a scopo benefico. Dietro la tavola, addossato al muro perimetrale di San Procolo, c’è anche il mausoleo di Tommaso da Vico del 1531. ” (tratto da qui)
Nel luogo è anche conservata una tomba romana ipogea con un sarcofago romano, senza iscrizione, dal coperchio rotto,ma non credete all’iscrizione non c’è il corpo di re Pipino, figlio di Carlo Magno, un tempo la vasca era piena d’acqua limpidissima con rinomate proprietà curative o addirittura miracolose, in quanto di provenienza ignota.

PECCATI DI GOLA

Quando si dice Verona si dice Pandoro eppure in origine si chiamava “Nadalin” e la sua ricetta risale al 1260 e la forma è quella di una Stella come la cometa dei Re Magi ma anche il Sole dell’Imperatore
LA RICETTA

Il Natalin dal Blog di Silva Avanzi Rigobello

La mia metà veneta da parte materna mi garantisce gnocchi fatti in casa quasi tutte le domeniche, ma leggendo qua e là sul Carnevale veronese mi sono imbattuta in un condimento che non conoscevo, così scrive Olivia Chierighini “Mia nonna li preparava con burro fuso, poco zucchero, cannella, scorza di cedro candito tagliato finissimo e Grana Padano grattugiato. La prima volta che ho tentato di proporli ai parenti lombardi, hanno fatto una faccia assai perplessa, ma voi provate fiduciosi: avete mai provato un piatto della tradizione veneta che non sia favoloso?”
LA RICETTA

I MACCHERONI

Ma a voler cercare il pelo nell’uovo non bisogna tacere che gli gnocchi prima di Colombo (e fino a tutto il Settecento) si facevano senza patate, e ancora si fanno solo con la farina gli «gnochi de malga».
Erano chiamati  maccheroni da cui certa poesia del XVI secolo prende il nome.
Così il Boccaccio scrive a proposito del paese di Bengodi
ed eravi una montagna tutta di formaggio parmigiano grattugiato, sopra la quale stavan genti che niuna altra cosa facevan che far maccheroni e raviuoli, e cuocergli in brodo di capponi, e poi gli gittavan quindi giù, e chi più ne pigliava più se n’aveva; e ivi presso correva un fiumicel di vernaccia, della migliore che mai si bevve, senza avervi entro gocciol d’acqua.
I nostri gnocchi sono tondi e rotolano da una montagna di parmigiano per tuffarsi nel burro fuso
La ricetta storica qui
La ricetta del Paese di Bengodi qui
La ricetta della Lessinia di Giuseppe Peruffi qui

continua

FONTI
https://lamiaverona.jimdo.com/briciole/da-vico-e-il-bacanal/
http://luigi-pellini.blogspot.it/2009/06/il-culto-dellasino.html
http://www.larena.it/home/altri/speciali/la-citt%C3%A0-da-scoprire-3/5%C2%AA-puntata/%C3%A8-il-tavolo-su-cui-da-vico-serviva-gli-gnocchi-1.2730545

Una fetta di dolce della dodicesima notte

IL DOLCE DELLA BEFANA

La sera del 5 gennaio il corteo di Frau Holle riprende la via del ritorno per rientrare nel suo Regno, ma in Germania (come in buona parte dell’Europa eccezzione fatta per l’Italia) la sua festa è stata soppiantata dalla tradizione dei Re Magi. Sono loro a dare il nome ad un dolce speciale preparato per concludere le festività natalizie (la dodicesima notte) che cambia nome e ricetta a seconda delle regioni (con rimandi uno all’altro per quanto riguarda la preparazione e gli ingredienti).
Tutti questi dolci hanno mantenuto una caratteristica, di contenere nell’impasto una monetina o un fagiolo. La moneta stava come segno di buona sorte (a ricordo delle invocazioni per ottenere i favori della Dea dell’Abbondanza), il fagiolo ha invece una valenza più ambigua, ricordo di oscuri rituali che trovavano ancora un eco nell’elezione del Re Fagiolo durante il Natale medievale: è il Re del Disordine dei Saturnalia, ma anche il capro espiatorio che veniva immolato per il bene della comunità, un tributo in sangue agli spiriti della Terra per il Solstizio d’Inverno.

IL FAGIOLO MAGICO

Robert Graves – poeta, saggista e romanziere britannico contemporaneo – nel suo “The White Goddess” (La Dea bianca) ci racconta che per gli antichi i fagioli contenevano le anime dei morti, e per questa ragione evitavano di mangiarli. Il rimestarsi delle viscere e la flatulenza altro non sarebbero che il tormento delle anime imprigionate nel ventre che protestano per esser liberate.
Principio del caos e quindi utilizzato nei Saturnali per eleggere il Re del Disordine il fagiolo è collegato al mondo infero. Simbolo dell’amore ( le donne romane portavano un ciondolo con la sua forma) era collegato all’immortalità, visto che basta metterlo nell’acqua per farlo ritornare fresco.


Il fagiolo che esisteva in Europa nei tempi antichi è di un tipo specifico detto fagiolo dall’occhio (originario dall’Africa), più piccolo è bianco con una macchia di colore scuro («occhio»), in corrispondenza del punto di inserzione sul baccello. Per i Romani i fagioli erano un cibo della plebe, ma quando arrivarono i nuovi fagioli dall’America conquistarono soprattutto la tavola del ricco per la loro rarità, per rientrare nella tradizione alimentare comune non appena si diffusero con abbondanza. (continua)

IL DOLCE VITTORIANO

Nelle isole britanniche il dolce prende il nome di Twelfh Cake un dolce  a base di frutta secca (uva passa) e frutta candita che richiede una lunga lievitazione.
Sebbene sia un dolce medievale la prima ricetta storica risale al 1803 ed è stata scritta da John Mollard, in effetti i precedenti ricettari settecenteschi non danno istruzioni per la “Torta dodicina” (o “Torta della dodicesima notte” o ancora “Torta della mezzanotte”) perchè si dava per scontato che si sarebbe utilizzato la ricetta della torta nunziale, (vedi)  (che  in Irlanda è ancora la torta nunziale tradizionale).

RICETTA DEL 1803: Prendere Kg 3,175 di farina e metterla a fontana sulla spianatoia, aggiungere 1 cucchiaio da cucina abbondante di lievito e un pochino di latte tiepido. Iniziare ad impastare aggiungendo poi 450 gr. di burro a pezzetti, 600 gr di zucchero. Lasciar lievitare e solo dopo un’oretta aggiungere 2 kg di uvetta, 15 gr di cannella in polvere, 10 gr. di chiodi di garofano sempre in polvere, canditi a piacere. Porre l’impasto in una teglia ben imburrata e cuocere *. Una volta cotta la torta, sfornare, lasciar raffreddare e ricoprire con glassa colorata o bianca e con corone di zucchero
From John Mollard, The Art of Cookery. (London 1803).
(*nelle ricette vittoriane tutte le massaie sapevano come cuocere le torte, questa è una torta che richiede una lunga cottura a basse temperature – cioè 170-180 gradi, per almento 1 ora, ma l’unico modo per sapere se è cotta è la prova stecchino)
Per la ricetta moderna qui

la torta preparata da Ivan Day: una decorazione in stile Regency con piume del Principe di Galles, la rosa d’Inghilterra, il cardo della Scozia e il trifoglio d’Irlanda. Le decorazioni sono di “gum paste” (da  qui)
La torta della dodicesima notte della regina Vittoria, The Illustrated London News

La torta è pronta per essere sontuosamente rivestita con pasta di zucchero (detta anche fondente) lasciata bianca o color rosa-barocco e riccamente guarnita con ulteriori decorazioni in pasta di zucchero (o pasta di gomma) e  ghiaccia reale. Un tempo si utilizzavano degli stampi di legno oggi sono praticissimi quelli in silicone, ma per usare la sac à poche occorre un bel po’ di pratica e abilità.
Torte gigantesche e decorazioni elaborate con statue in pasta di zucchero o di mandorle a riprodurre scene pastoral divennero comuni nel Settecento-inizi Ottocento messe in bella mostra nelle vetrine delle pasticcerie più alla moda.

Le fonti letterarie e cronachistiche inglesi menzionano un “torta con il fagiolo” solo a partire dal XIV secolo a imitazione delle usanze nella corte francese  “La Roi de la Feve” (vedi), le due torte quella francese e quella inglese sono completamente diverse, essendo la seconda una variante più tradizionale dei pasticci in crosta medievali (vedi). Sebbene nel primo periodo Tudor si festeggiasse la Dodicesima notte con un ballo in maschera e una specie di gioco di ruolo, basato su dei personaggi stereotipati da impersonare, la tradizione prese piede solo nel Seicento.
La commedia “La Dodicesima Notte” di William Shakespeare fu scritta proprio come intrattenimento per alludere a questa festa natalizia, basata sul sovvertimento dei ruoli, in cui Viola si traveste da uome e il servo Malvoglio si spaccia per nobile. Già nel ‘500 circolava una commedia toscana dal titolo “Gl’ingannati”:” messa in scena originariamente dagli accademici senesi in seguito ad un sacrificio goliardico accaduto la notte dell’Epifania: avendo ognuno degli uomini bruciato (o finto di bruciare) i pegni d’amore delle proprie donne, queste ultime avevano preteso un risarcimento. Gli accademici composero quindi in tre giorni una commedia, dedicandola alle gentildonne. Nel prologo è menzionata espressamente la “notte di beffana” (corrispondente appunto alla dodicesima notte dopo il Natale).” (da Wikipedia). La commedia ebbe un largo successo e una grande diffusione con traduzioni e adattamenti in tutta Europa e fu sicuramente il modello e l’ispirazione per Shakespeare.

Nel 1870 la Regina Vittoria rimosse la festa dal calendario ufficiale  reputandola “poco cristiana” e troppo “casinara” e così  la tradizione della Twelfh Cake è scomparsa definitivamente nel Novecento lasciando il posto al Christmas pudding.

CHRISTMAS REVEL

Nel Medioevo cristiano il periodo del Natale era caratterizzato dall’abbondanza di cibo e bevande, che seguiva il periodo di digiuno iniziato con la quarta domenica prima del Natale e che terminava con la vigilia. Iniziavano così allo scoccare delle mezzanotte del 24 dicembre i 12 giorni del Natale o il Christmas revel, una sequenza di banchetti e divertimenti, in cui anche i contadini asserviti al feudo avevano il loro momento di riposo: niente corvèe e un banchetto offerto dal loro Sire.
Abbiamo svariati resoconti di questi banchetti natalizi alla corte inglese (continua) festeggiamenti che si concludevano all’Epifania (ma che potevano durare fino al 2 febbraio).

“Twelfth Night Revels in the Great Hall Haddon Hall Derbyshire from Architecture of the Middle Ages 1838”, Joseph Nash

Dal Seicento ci giunge una fonte in forma di poesia “Now, now the mirth comes“: è Robert Herrick a descrivere in versi lo svolgimento della festa nella dodicesima notte. (vedi anche qui)

Twelfth Night- Robert Herrick 1648
I
Now, now the mirth comes
With the cake full of plums (1),
Where bean’s the king (2) of the sport here;
Beside we must know,
The pea also
Must revel (3), as queen, in the court here.
II
Begin then to choose,
This night as ye use,
Who shall for the present delight here,
Be a king by the lot (4),
And who shall not
Be Twelfth-day queen for the night here (5).
III
Which known, let us make
Joy-sops (6) with the cake;
And let not a man then be seen here,
Who unurged will not drink,
To the base from the brink,
A health to the king and the queen here!
IV
Next crown the bowl full
With gentle lamb’s wool (7),
And sugar, nutmeg, and ginger,
With store of ale, too;
And this ye must do
To make the wassail a swinger.
V
Give then to the king
And queen, wassailing,
And though with ale ye be wet here,
Yet part ye from hence
As free from offence
As when ye innocent met here.
Traduzione italiano di Cattia Salto
I
Adesso, adesso arriva l’allegria
con la torta piena d’uvetta
dove il Fagiolo è il Re di
questa Festa;
inoltre dovete sapere
che anche il pisello deve divertirsi, come regina, in questa dimora.
II
Inizia allora a scegliere,
com’è usanza di questa notte,
chi per questo momento dilettevole, sarà al posto del re
e chi non lo sarà
(chi) sarà la regina del dodicesimo giorno per questa notte
III
Come risaputo si facciano
bagatelle con la torta;
e allora  che non si abbia a vedere uomo che debba essere sollecitao per bere da cima a fondo,
alla salute del re e della regina
qui!
VI
Allora riempi la boccia fino all’orlo
con una dolce “lana d’agnello”;
aggiungi zucchero, noce moscata e zenzero e anche birra;
così si deve fare
per fare una grolla allegra
V
Date poi al Re
e alla Regina, che brindino
e sebbene con la birra vi dovete saturare, tuttavia vi allontanerete da qui, indenni dalla colpa
come quando innocentemente qui vi incontraste

NOTE
1) all’epoca con plum si indicava l’uva passa e non la prugna secca
2) va da sè che ci  fossero due dolci, uno per gli uomini (con un fagiolo nascosto all’interno) e uno per le donne (con un pisello nascosto all’interno) per eleggere il re e la regina della dodicesima notte. Se c’era un’unica torta con il fagiolo nell’impasto il primo che l’avesse  trovato avrebbe a suo piacere nominato il compagno da incoronare. Al posto del fagiolo nel Settecento-Ottocento si nascondeva una piccola statuetta del Bambin Gesù.
3) il re e la regina del Disordine avrebbero dettato legge durante i festeggiamenti impartendo ridicoli comandi a cui non si poteva disubbidire
4) il re della sorte
5)  è l’usanza medievale di iniziare ogni nuovo giorno al tramonto, così la dodicesima notte precede il dodicesimo giorno.
6) non sono proprio sicura della traduzione
7) il curioso nome di lana d’agnello si riferisce alla bevanda del wassail: nel Medioevo il liquido principale della grolla era birra calda aromatizzata con mele e spezie. Le ricette d’epoca prevedono la cottura in forno delle mele ridotte successivamente in purea e l’aggiunta di noce moscata, zenzero e zucchero. (continua)

L’ULTIMA CENA, IL BALLO E IL GIOCO DELLE CARTE

Al centro della festa oltre al cibo e alle bevande, i canti benaugurali, le danze e recite. Nell’Inghilterra della Reggenza non era insolito tra gli eventi sociali per la dodicesima notte, un gran ballo in maschera (Grand Christmas Ball, Children’s Ball o Family Ball) in cui si includevano anche i bambini.

HEY FOR CHRISTMAS: il resoconto di una movimentata dodicesima notte continua

Re e Regina Fagiolo sono seduti in alto sulla sinistra, sul fondo a destra un gruppo di orchestrali e al centro i mummers.

A inizi Ottocento la notte del 6 gennaio (oppure la sera della vigilia) iniziava con una cena in famiglia con amici e parenti, che metteva fine al Christmas Revel: dopo che era stato eletto dalla sorte il Re Fagiolo venivano distribuite delle carte speciali  che illustravano vari personaggi caricaturali, ritagliate dai giornali o comprate nelle pasticcerie insieme alle torte.
La festa però si poteva svolgere già nel pomeriggio al momento del tè in cui era servita la “torta del dodicesimo giorno”: da quel momento ci s’immedesimava nel personaggio estratto fino allo scoccare della mezzanotte: alla festa in maschera e al gioco partecipavano spesso anche i bambini.

Al centro la torta del fagiolo e sulla sinistra il cappello in cui sono riposti i biglietti da sorteggiare

Inizialmente i personaggi erano personaggi storici famosi o eroi leggendari che ricreavano una nobile corte al servizio del Re e della Regina, ma poi i loro nomi divennero buffi e assurdi come Prittle Prattle, Puddle Dock, Toby Tipple e Sir Tun Belly Wash. Il gioco del travestimento diventò successivamente gioco degli enigmi, un gioco da tavolo fatto con le carte dei vari personaggi abbinati ad un indovinello che rivelava il nome del personaggio stesso (vedi)
Le carte erano anche utilizzate per un divertente gioco delle coppie nel Ballo di Gala per la Dodicesima Notte

Al Christmas Ball troneggia sul tavolo del Buffet  una grande Twelft cake

A card drawing game developed in the 18th century, whereby each lady drew a card from the box held by a footman to the left of the entrance, and each gentleman drew a card from the same to the right. These cards were caricatures of Pairs. Thus Signor Croakthroat might by paired by Madame Topnote. The guests had to find their partner, and depending on the gaiety of the event, the amount of wine and negus consumed, and the inhibitions of the guests, the character roles had to be taken on in varying degrees of ‘spirit’ for the whole evening. Signor Croakthroat might, for example, be always clearing his throat, and singing musical scales, whilst Madame Topnote might enjoy making her fellow guests jump by occasionally emitting a loud high note! (tratto da qui)

I personaggi della Dodicesima notte Collezione Folgere, 1830

UNA FETTA DI BLACK BUN continua 

FONTI
https://www.hymnsandcarolsofchristmas.com/Text/Hone/january_6__epiphany.htm
https://whydyoueatthat.wordpress.com/2011/12/10/day-10-twelfth-night-cake/
http://www.historicfood.com/John%20Mollard’s%20Twelfth%20Cake.html
http://www.eatlocallyblogglobally.com/2010/11/recipe-for-dickensian-twelfth-cake.html
http://www.missfoodwise.com/2014/01/twelfth-cake.html/
https://guildhalllibrarynewsletter.wordpress.com/2014/01/02/twelfth-night-cake/
http://www.saburchill.com/history/articles/012.html
https://www.janeausten.co.uk/twelfth-night/

FRAU HOLLE, LA BEFANA NORDICA

In molte tradizioni europee troviamo la figura di una dea dell’abbondanza festeggiata nei primi giorni del nuovo anno, sebbene i nomi siano diversi, le loro storie sono comuni (vedi prima parte): nel mondo germanico era Frau Holle (denominata Frau Percht nelle regioni del Sud), la triplice Dea nella forma di Vecchia.

Elder of The Scar Clan, Joanna Powell Colbert

La buona Holla dagli occhi luminosi e dalle vesti candide come la neve era la Signora dell’Inverno, custode del focolare, protettrice della casa, degli animali domestici e dell’arte della filatura.
Nelle notti del Solstizio d’Inverno, ella scendeva sui campi innevati, per benedirli ed accertarsi che fossero fertili e pronti per le prossime semine. Cavalcava uno splendido corsiero bianco, e stormi di cicogne e rondini la precedevano e ne annunciavano l’arrivo. Al suo seguito v’erano invece bellissime divinità femminili, che volavano in groppa ai gatti, e le anime dei bimbi non nati o morti nei primi anni d’età.
In tal modo si recava a visitare ogni casa, entrando dalla cappa del camino, e spargeva i suoi doni di Luce e Fortuna su quelle in cui trovava armonia, pulizia ed ordine, così come su coloro che vi abitavano e che nella loro vita coltivavano le stesse buone virtù. Se invece trovava sporcizia, disordine e disarmonia, poteva anche maledirle, ed in ogni caso preferiva allontanarsene, ritirando la sua benedizione, la Fortuna e tutte le cose belle di cui era portatrice. (tratto da qui)

Frau Holle è associata con credenze e miti antichi: una dea paleolitica del mondo sotterraneo, signora del focolare, legata al culto delle acque e all’energia della terra. Figura in cui si sovrappongono e accomunano diverse divinità femminili norrene e germaniche, quali Hell sovrana del mondo sotterraneo, Frigg e Freya dea dell’amore e del matrimonio, Hertha dea della pace e della fertilità, la germanica Perchta, Berchta,  in una parola una Dea Madre. (continua)
La ritroviamo anche nell’immagine scandinava di Santa Lucia, come portatrice di Luce. La festa del nuovo anno era un tempo nelle terre e isole del Nord celebrato con un sacrificio alle Matronae, spiriti tutelari del luogo visualizzate in massi o acque lacustri, che sono soprattutto le antenate defunte della tribù. Nella festa si rinsaldavano i legami di sangue del clan e della stirpe (continua).

Le connotazioni negative di questa Signora metà Bianca e metà Nera viene dal Medioevo cristiano e dalla sua ossessione per il male e il diavolo (e la misoginia).

Il dipinto “Åsgårdsreien” del pittore norvegese Peter Nicolai Arbo raffigurante la caccia selvaggia, 1872, Galleria nazionale di Oslo (fonte Wikipedia): la controparte maschle del “Corteo delle fate” capeggiato dalla Grande Madre (continua)

LA BEFANA

Ritroviamo il mito in una fiaba dei fratelli Grimm, Madama Holle che prende anche il titolo italiano di Fata Piumetta che quando sprimaccia il suo cuscino fa nevicare sulla terra; due sorelle una chiara, l’altra scura sono sottoposte ad una prova da Frau Holle (una vecchia del mondo infero) e la prima viene premiata con una pioggia d’oro per la sua bontà e laboriosità, l’altra viene punita con una pioggia di pece per i suoi modi sgarbati, il comportamento collerico e la sua pigrizia.
Le fiabe sono un racconto che attingono agli archetipi e pescano nel mare oscuro dell’inconscio, ma i suoi personaggi sono stereotipati e duali: così Frau Holle, la megera in fondo al pozzo è la madre archetipa, la madre positiva, mentre la vedova sulla Terra è la matrigna, la madre negativa.
Ma soprattutto la fiaba descrive Frau Holle come l’epifana di una dea del focolare che premia i bambini buoni e le brave massaie che tengono la casa in ordine, le pazienti filatrici. E’ dalla laboriosità e dalla dedizione, che scaturisce l’abbondanza e la fortuna stessa, guarda caso il vocabolo tedesco Pech, che significa pece è sinonimo di sfortuna.

IL DOLCE DELLA BEFANA

La versione svizzera Dreikönigskuchen

La notte del 5 gennaio  il corteo di Frau Holle/ Berchta riprende la via del ritorno per rientrare nel suo Regno, ma in Germania (come in buona parte dell’Europa eccezzione fatta per l’Italia) la sua festa è stata soppiantata dalla tradizione dei Re Magi. Sono loro a dare il nome ad un dolce speciale preparato per concludere le festività natalizie (la dodicesima notte) che diventa a seconda delle tradizioni culinarie  DreikönigskuchenGalette Des Rois, Roscón De Reyes, Ciambella dei Re Magi  (solo in Piemonte la torta mantiene il nome di Fugassa d’la Befana)

Tutti questi dolci hanno mantenuto una caratteristica, di contenere nell’impasto una monetina o un fagiolo. La moneta stava come segno di buona sorte (a ricordo delle invocazioni per ottenere i favori della Dea dell’Abbondanza), il fagiolo ha invece una valenza più ambigua, ricordo di oscuri rituali che trovavano ancora un eco nell’elezione del Re Fagiolo durante il Natale medievale: è il Re del Disordine dei Saturnalia, ma anche il capro espiatorio che veniva immolato per il bene della comunità, un tributo in sangue agli spiriti della Terra per il Solstizio d’Inverno.

LA FESTA DEL RE

“La dodicesima notte”, Jan Steen (1668) – Museo di Stato, Kassel, Germania

Diversi dipinti fiamminghi illustrano con dovizia di particolari i commensali attorno al tavolo mentre festeggiano il Re Fagiolo: sono variamente intitolati “La dodicesima notte” o “il Re Beve” a causa dei numerosi brindisi fatti in suo onore e secondo i suoi ordini, i personaggi sono ritratti in pose sguaiate visibilmente ubriachi e satolli di cibo. Nel quadro  di Jan Steen è il bambino in piedi sulla panca ad aver trovato il fagiolo nella sua fetta di dolce, ha in testa una coroncina di carta ed sta bevendo un sorso di vino aiutato da una vecchia nonnina (forse una suora). Il gruppo di musicanti che circondano la tavola sono chiaramente dei poveri questuanti invitati ad entrare per cantare gli auguri di Buon Anno. Una tradizione ampiamente documentata nel wassailing britannico!

La versione francese Gâteau de Rois: tanta pasta sfoglia con un ripieno di crema frangipane

L’unico personaggio ad essere decisamente brillo e dalla posa scomposta è la madre, che dopo aver versato il vino nel bicchiere del figlioletto lo guarda bere con un sorriso beato sulle labbra, è lei la Regina della Festa designata dal bambino!
Nell’andare del tempo la festa è diventata  più un gioco di società e una festa per bambini che un baccanale. Dopo che il padrone di casa raffigurato da Jan Steen ha tagliato il dolce, servito in tavola dalla fatesca, in tante fette quanti sono i commesali, più una detta fetta del Buon Dio -o della Vergine -o dei Re Magi  (la part du bon Dieu) è stato il bambino a stabilire l’ordine con cui dovevano essere distribuite tutte le fette: Chi trova il fagiolo nella propria fetta verrà incoronato Re della Festa e potrà scegliere la sua Regina. Per alcuni l’usanza diventa anche la scusa per un festoso brindisi: il Re della Festa, dovrà, ovviamente, svuotare il suo bicchiere tutto d’un fiato, mentre gli altri scandiranno: «Le Roi (oppure la Reine) boit, le roi boit, le roi boit…» (tratto da qui)

continua  

FONTI
https://www.hymnsandcarolsofchristmas.com/Text/Hone/january_6__epiphany.htm
http://ontanomagico.altervista.org/solstizio-inverno.html
http://www.meiningermuseen.de/pages/startseite/programm/sonderausstellungen/rueckblick-ausstellungen/200910-frau-holle—mythos-maerchen-und-brauch-in-thueringen/fachbeitraege-zur-ausstellung.php
https://www.cavernacosmica.com/simbologia-del-sambuco/
http://www.lovingenergies.net/pt/Elderberry-Tree-of-the-Goddess-Holla/blog.htm
http://www.ilcerchiodellaluna.it/central_Dee_Befana.htm
http://www.lasoffittadellestreghe.it/shoponline/frau-holle-holda-dea-dellinverno/
https://wunderkammern.wordpress.com/2010/08/04/frau-holle/
http://storia-controstoria.org/personaggi-e-miti/frau-holle-divinita-femminile-della-terra-che-passo-dallinverno-allinferno/

LE RICETTE
http://ilblogdichiaraoscura.blogspot.it/2014/11/cucina-i-dolci-dei-re-magi-la-gallette.html
http://www.angiecafiero.it/2012/01/03/dreikonigskuchen-o-dolce-dellepifania-svizzera/
http://www.ricettedicultura.com/2013/01/galette-de-rois-per-lepifania.html
http://www.comoju.es/2010/01/roscon-de-reyes.html
http://www.angiecafiero.it/2012/01/03/ciambella-dei-re-magi-liguria-di-ponente/
https://occitania.land/it/blog/la-fugassa-della-befana-dolce
http://cuciniera.blogspot.it/2013/01/la-focaccia-della-befana.html

La vecchia Strina

In molte tradizioni europee troviamo la figura di una dea dell’abbondanza festeggiata nei primi giorni del nuovo anno, sebbene i nomi siano diversi, le loro storie sono comuni: a cominciare dalla dea romana Strenia.

Dea dell’Abbondanza, Rubens -1630: nella cornucopia fichi, uva e mele e molograni. La mammella messa a nudo della dea allude alla sua fertilità

STRENIA, L’ITALICA BEFANA

Il primo di gennaio nell’Impero romano ci si scambiava le strenae cioè i rami di alloro e di ulivo come portafortuna in onore alla dea italica Strenia, Strenna o Strenua, Strinia,  assorbita dai fondatori di Roma, dea del Bosco Sacro ma anche triplice dea (Dea della natura e degli animali, Dea della Luna, Dea degli Inferi) che come Grande Madre chiudeva e apriva il cerchio dell’anno (nascita, crescita e morte).
Lo scambio delle piante sacre  (a guarnire fichi e mele) il primo dell’anno era quindi benaugurale; anche la tavola di Capodanno era decorata con i rami d’alloro, offerti poi ai convitati, così come scrive Varrone.

LE PUPAZZE DI FRASCATI

Le Pupazze al miele sono dei grossi tipici biscotti dei Castelli Romani (Lazio), che rappresentano l’immagine della Grande Dea dalle molte mammelle, per tradizione sono trimammellute: due per il latte ed uno centrale per il vino, in omaggio al frutto più fecondo del territorio, l’uva. L’impasto molto semplice a base di farina, olio extravergine d’oliva, miele viene aromatizzato a seconda di chi lo prepara con la buccia d’arancia, il cacao, o la cannella, oppure la noce moscata; anche per le forme e le decorazioni i forni di Frascati si sbizzarriscono: una prosperosa contadinella con le braccia “a brocca” poggiate lungo i fianchi, oppure una leggiadra ballerina con tutù
RICETTA

Pupazza frascatana con tre mammelle

STRINA E STRINARI NELLA MAGNA GRECIA

Queste tradizioni di capodanno sopravvissero nella Befana e nella sua Festa, ma soprattutto nella festa della Strina praticata nel Meridione d’Italia in particolare in quella che fu  la Magna Grecia: in Calabria, Puglia meridionale e Sicilia gli “Strinari” e i “i figghi da Strina” andavano di casa in casa a chiedere dolci, frutta secca e qualche monetina, le questue rituali dette la strina, per augurare un felice anno nuovo alle famiglie. Il canto delle uova (come si diceva in Piemonte) sono le “Kalanda” (“calendae” nella vecchia lingua romana) che significa che sta per iniziare il mese e l’anno nuovo, cantati in tutta Grecia già nei tempi antichi quando prendevano il nome di  “Eiresioni”, i ragazzi portavano di casa in casa la nave di Dioniso.

IL CANTO DELLA STRINA NELLA GRECIA SALENTINA

Il Salentino faceva parte della Magna Grecia, le colonie greche nella penisola italiana ed ancora si parla griko, la lingua dell’etnia grico-salentina, che impropriamente viene detto dialetto salentino ma in realtà più simile al greco. Il canto della strina era un tipico canto di questua dei musicanti che andavano di masseria in masseria accompagnandosi con strumenti popolari spesso un po’ improvvisati. Grazie alla ricerca sul campo di Luigi Chiriatti compiuta tra il 1977 e il 1978 a  Corigliano d’Otranto (Lecce) possiamo accedere ad una raccolta di canti che testimoniano gli antichi rituali del mondo contadino.
Racconta Luigi Chiriatti “… mi spiegò che si trattava di un lungo canto di questua eseguito nel periodo che va da Santo Stefano al Capodanno, costituito da alcune strofe in dialetto e altre in grico. La Strina merita particolare interesse non soltanto perché è conosciuto solo a Corigliano, ma anche perché è ancora una delle poche testimonianze dei Manta della Grecia, cioè dei canti augurali che ancora oggi i ragazzi greci sono soliti cantare a Capodanno per ottenere qualche regalo.
Durante il periodo di Natale i contadini di Corigliano smettono i panni del duro lavoro quotidiano e si trasformano in fini musici e poeti e con i loro strumenti (organetto diatonico, “l’arpa a sonagli”, triangoli di ferro e altri strumenti percussivi) andavano di casello in casello come sacerdoti di antichi riti a benedire i campi, i raccolti, gli animali, le case, gli abitanti.
Oltre agli strumenti avevano con sé un grande paniere nel quale venivano sistemati i doni che ricevevano ogni volta che eseguivano la strina: uova, vino, farina, “bianche cuddhure” (formelle di formaggio fresco).
Tutti i doni raccolti erano successivamente consumati in un grande festino a cui partecipavano anche i parenti dei suonatori.
I contadini che vivevano nelle masserie erano moltissimi, non ascoltavano nessun’altra musica sia perché non avevano tempo, sia per mancanza di mezzi tecnici quali radio e affini e i cantori della Strina erano accolti con grandi manifestazioni di gioia.
Corigliano, oltre ad avere l’esclusiva del canto della Strina, si presentava anche come il paese con la più grande presenza di organetti diatonici del Salento. (tratto da qui)

Luigi e Antonio Costa (Registrazioni sul campo di Brizio Montinaro con la collaborazione del Canzoniere grecanico salentino)

LA STRINA CALABRESE

Anche in questa terra si cantava la strina con un rituale di questua legato però ad uno strumento particolare: il mortaio costruito con il bronzo o il ferro in cui si frantumavano i blocchi di sale (sazeri o murtali). Il rituale si ripeteva il 25 e 31 dicembre e il 6 gennaio per opera di un gruppo di “strinari” i quali riproponevano di anno in anno la stessa canzone aggiungendovi strofe benaugurali e maledizioni, e che finirono per cantare la nascita di Gesù. La strina di Lago (Vachitana) si è trasformata in una competizione cittadina con argomentazione a piacere sul paese (vedi) E’ il carattere satirico che l’accomuna a certe maschere del Carnevale.
Mimmo Toscano
Danilo Montenegro

LA VECCHIA SICILIANA DI NATALE

Vecchia, Vecchia strina, Strina, Vecchia di Natali o di Capudannu, Carcavecchia, Nunna vecchia sono le denominazioni locali più comuni di una maschera, un tempo presente in tutta la Sicilia nelle notti del 24, 31 dicembre e 6 gennaio e nel periodo di Carnevale-Quaresima, in cui assumeva la denominazione di Nanna, Sarramònica o Coraìsima. La Vecchia appare correlata alle strenne e, oggi in modo privilegiato ma non esclusivo, ai bambini. (tratto da qui)
Come sottolinea Fatima Giallombardo nel suo articolo “Le vecchie di Natale” la vecchia è una dea infera che vuole essere invocata con grida e schiamazzi, una Grande Dea, dispensatrice di abbondanza, il principio femminile della procreazione “il senso del rinnovamento perenne della vita (cosmica e umana)”.
Dallo storico Giuseppe Pitrè apprendiamo che la sera della festa si aggirava per le strade del paese la Vecchia di Natale o Strina, una donna anziana che porta regali ai bimbi che si sono comportati bene tutto l’anno. Essa è nascosta per preparare dolci e regali. Venuta la sera che precede la festa, i bimbi sono mandati a letto presto, perché deve passare la vecchia di Natale per lasciare i dolci, e poiché essa non vuole farsi vedere, passa avanti se li trova svegli. In quella notte essa cammina per le strade suonando una tromba  e tirandosi dietro una retina di muli carichi di dolci e giocattoli per distribuirli nelle case ove sono bambini. Entra a porte chiuse, perché le basta una piccola fessura per introdursi e prima di far giorno ritorna nella sua abitazione, che naturalmente si trova in luoghi solitari. (tratto da qui)
In suo nome si svolgevano questue rituali “i figghi da Strina” canto benaugurale legato all’elargizione comunitaria con relative minacce e maledizioni per coloro che si sottraggono al tributo
Il gruppo “Sicilia canta – Sicilia frana” nato a Ribera (prov di Agrigento) negli anni 70 per volontà di G.Nicola Ciliberto e Giuseppe Smeraglia a cui si unirono Enzo Argento e Vincenzo Ruvolo (vedi) fu tra i primi a recuperare il patrimonio popolare dei canti rituali

 La strina, la strina
la bedda matina.
S’un nni dati un cicireddu (1)
vostru maritu cci cadi l’aceddu.
S’un nni lu dati ora ora
vostru maritu vi ietta fora.
La strina! Buon anno!
La strenna, la strenna
la bella mattina.
Se non ci date un cece
a vostro marito cade l’uccello.
Se non ce lo date subito
vostro marito vi butta fuori.
La strenna! Buon anno!

NOTE
1) sta per  piccolo dono 

BUCCELLATI E VECCHIA STRINA

Dolci siciliani a base di pastafrolla e farciti con fichi, uva passa, noci e mandorle, ma anche datteri e miele; sono biscotti tipici per le feste natalizie in particolare per il Capodanno, periodo in cui la vecchia Strina portava i doni ai bambini. Si preparano in due varianti uno detto in dialetto “turtigliuna” per la forma attorciliata, l’altro il “cuccidatu” per la forma tondeggiante (a mo’ di bocconcino di pane).
A Gratteri non mancano mai sulla tavola natalizia e come sempre accade per i dolci di antica tradizione ogni famiglia ha la sua ricetta collaudata LA RICETTA
C’è chi li profuma con noce moscata, cannella, chiodi di garofano, baccelli di vaniglia e scorze di arancia, chi  li decora con glassa reale e zuccheri colorati tipo codette o palline, oppure pistacchi tritat, chi li splovera semplicemente con lo zucchero a velo, chi li intaglia artisticamente facendoli sembrare delle foglie, palmette o gigli come nella RICETTA di Monreale

il buccellato, un grande ciambellone di pasta frolla ripieno di fichi

Chi invece ne ricava un unico grande dolce tipo ciambellone decorato con frutta candita e pistacchi RICETTA – RICETTA  anche per il buccellato rotondo c’è un modo di integliare la superficie per far vedere il ripieno con delle apposite pinze

Il forte radicamento della tradizione di questa questua legata al Natale con particolare riferimento al primo di Gennaio fa riflettere su inevitabili richiami alla tradizione greca. In Grecia c’è però un santo e non una figura femminile a portare i doni ai bambini il 1 gennaio, è San Basilio, e per lui e preparata la “vassilopita”, cioè la pita di Vassilis (Aghios Vasileios è il nome greco di San Basilio), una torta molto semplice e soffice, aromatizzata con succo d’arancia, con la particolarità di contenere una monetina nell’impasto: chi la  trova avrà un anno fortunato e prospero. Un particolare che ritroveremo in molte altre tradizioni europee..

continua a domani

FONTI
http://terreceltiche.altervista.org/io-saturnalia/
http://www.romanoimpero.com/2010/10/culto-di-strenna-o-strenua.html
http://www.romanoimpero.com/2012/01/strenna-natalis-lepifania.html

https://www.lacucinaitaliana.it/news/eventi/la-pupazza-frascatana-il-biscotto-al-miele-con-tre-seni/
http://www.ominodizenzero.it/2012/10/la-pupazza-frascatana.html
http://www.siciliano.it/articolo.cfm?id=32
http://www.radioluce.it/2016/12/28/siciliani-e-sicilianita-strina-o-vecchia/
http://www.siciliafan.it/strina-vecchia-figura-tradizione-siciliana-meta-augurio-minaccia/
http://www.parenticomune.it/strina.pdf
http://www.stornellisalentini.com/2009/09/la-strina/
https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=44668

THE JEW’S GARDEN

“Little Sir Hugh”, “Fatal Flower Garden”, “Sir Hugh, or the Jew’s Daughter”  è una antica ballata registrata al numero 155 dal professor Francis James Child, una murder ballad incentrata  apparentemente su un “omicidio rituale“; siamo alle radici delle leggende metropolitane sui rapimenti dei bambini a sfondo religioso, così in Inghilterra la morte di Hugh di Lincoln nel 1255 riportata ne “The Annals of Waverly” scatena l’odio razziale contro gli Ebrei: il corpo del bambino viene ritrovato un mese dopo la sua scomparsa in un pozzo e la “vox populi” addita gli Ebrei; uno di loro sotto tortura confessa l’assassinio e per buona misura una ventina di ebrei sono impiccati con l’accusa di omicidio rituale (e ovviamente i loro beni sono incamerati dalla Corona).
Così scrive il cronista “This year [1255] about the feast of the apostles Peter and Paul [27 July], the Jews of Lincoln stole a boy called Hugh, who was about eight years old. After shutting him up in a secret chamber, where they fed him on milk and other childish food, they sent to almost all The cities of England in which there were Jews, and summoned some of their sect from each city to be present at a sacrifice to take place at Lincoln, in contumely and insult of Jesus Christ. For, as they said, they had a boy concealed for the purpose of being crucified; so a great number of them assembled at Lincoln, and then they appointed a Jew of Lincoln judge, to take the place of Pilate, by whose sentence, and with the concurrence of all, the boy was subjected to various tortures. They scourged him till the blood flowed, they crowned him with thorns, mocked him, and spat upon him; each of them also pierced him with a knife, and they made him drink gall, and scoffed at him with blasphemous insults, and kept gnashing their teeth and calling him Jesus, the false prophet. And after tormenting him in diverse ways they crucified him, and pierced him to the heart with a spear. When the boy was dead, they took the body down from the cross, and for some reason disemboweled it; it is said for the purpose of their magic arts
Manco a dirlo il bambino viene venerato e chiamato” il piccolo Ugo di Lincoln” (non proprio un santo ma nella Cattedrale viene approntato un piccolo santuario subito meta di pellegrinaggi)

ACCUSA DEL SANGUE

L’accusa del sangue così di moda nel mondo cristiano dell’Europa Medievale è basata sulla “dimenticanza” cristiana di un fondamento biblico condiviso dai primi Cristiani, dagli Ebrei e dai Musulmani e più in generale nel pensiero antico: il sangue è vita (anima della carne).
Anticamente per rinnovare la propria forza vitale si beveva sangue o si mangiava la carne delle vittime sacrificate agli dei; ma il Dio del credo monoteista orientale vietava ai suoi seguaci di cibarsi del sangue degli animali offerti in sacrificio; il sangue si appropria allora di un nuovo distintivo significato quello dell’alleanza tra Dio e l’uomo (o meglio il suo popolo): il sangue degli agnelli e la fuga degli Ebrei schiavi dall’Egitto.
Senonchè il sangue di Gesù sulla croce è il simbolo del “nuovo” patto (nel Vangelo è detto “il sangue del patto” ) cioè è il sangue che purifica il cristiano da ogni peccato, da cui il nuovo binomio Cristo = Agnello di Dio che “toglie i peccati dal mondo”

Nella Creazione Dio è decisamente vegetariano e vieta all’uomo e agli animali di nutrirsi di altri esseri viventi diversi dalle piante. Solo dopo il diluvio universale concede a Noè e alla sua famiglia di cibarsi di altri esseri viventi con il divieto di strappare la carne da un animale ancora vivo (Dio non consente di far soffrire inutilmente un animale senza averlo prima ucciso).
La Toràh vieta espressamente “di mangiare sangue” e le carni  kosher vengono macellate e trattate in modo da togliere loro tutto il sangue, la Chiesa invece liberalizza l’uso delle carni contenenti il sangue grosso modo nel 1400, con il Il Concilio di Basilea – Ferrara – Firenze – Roma   in cui si dichiarano definitivamente superate le pratiche giudaiche della circoncisione e del sabato, nonché il decreto di Gerusalemme sulle cose immolate, sul sangue e sulle carni sacrificate.
“La sacrosanta chiesa cattolica, quindi, dichiara apertamente che, da quel tempo, tutti quelli che osservano la circoncisione, il sabato e le altre prescrizioni legali, sono fuori della fede di Cristo, e non possono partecipare della salvezza eterna, a meno che non si ricredano finalmente dei loro errori. Ancora, comanda assolutamente a tutti quelli che si gloriano del nome di cristiani, che si deve cessare dal praticare la circoncisione sia prima che dopo il battesimo perché, che vi si confidi o meno, non si può in nessun modo praticarla senza perdere la salvezza eterna……..Crede fermamente, confessa e predica che ogni creatura Dio è buona e niente dev’essere respinto quando è accettato con rendimento di grazie (1 Timoteo 4,4); poiché, secondo l’espressione del Signore non ciò che entra nella bocca contamina l’uomo (Matteo 15,11). E afferma che la differenza tra cibi puri e impuri della legge mosaica deve considerarsi cerimoniale e che col sopravvenire del Vangelo è passata e ha perso efficacia. Anche la proibizione degli apostoli delle cose immolate ai simulacri, del sangue e delle carni soffocate (Atti 15,29) era adatta al tempo in cui dai giudei e gentili, che prima vivevano praticando diversi riti e secondo diversi costumi, sorgeva una sola chiesa. In tal modo giudei e gentili avevano osservanze in comune e l’occasione di trovarsi d’accordo in un solo culto e in una sola fede in Dio, e veniva tolta materia di dissenso. Infatti ai Giudei per la loro lunga tradizione potevano sembrare abominevoli il sangue e gli animali soffocati, e poteva sembrare che i gentili tornassero all’idolatria col mangiare cose immolate agli idoli. Ma quando la religione cristiana si fu talmente affermata da non esservi più in essa alcun Giudeo carnale, ma anzi tutti d’accordo erano passati alla chiesa, condividendo gli stessi riti e cerimonie del Vangelo, persuasi che per quelli che sono puri ogni cosa è pura (Tito 1,15), allora venne meno la causa di quella proibizione, e perciò anche l’effetto. Essa dichiara, quindi, che nessun genere di cibo in uso tra gli uomini deve essere condannato, e che nessuno, uomo o donna, deve far differenza di animali, qualunque sia il genere di morte che abbiano incontrato, quantunque per riguardo alla salute del corpo, per l’esercizio della virtù, per la disciplina regolare ed ecclesiastica, molte cose, anche se permesso, possano e debbano non mangiarsi. Secondo l’apostolo, infatti, tutto è lecito, ma non tutto conviene (1 Corinzi 6,12 e 1 Corinzi 10,22)”. [Sessione XI  del 4 febbraio 1442 del Concilio di Basilea – Ferrara – Firenze – Roma]
Da allora con la premessa che il cibo è un dono del Signore, la Chiesa  smette di questionare sui tipi di carne consentita e preferisce stilare le norme sull’astinenza e il digiuno.
Anche nel Corano il consumo della carne è permesso ma alcuni animali sono considerati impuri, l’uccisione dell’animale inoltre deve essere sacralizzata come rispetto della vita.
La giurisprudenza islamica, sulla scorta delle prescrizioni coraniche e della tradizione profetica, ha costruito una teoria generale in base alla quale viene regolamentato il regime alimentare del musulmano. Sono infatti considerati impuri e pertanto proibiti (harām): 1) alcune specie di animali e in particolare il maiale; 2) le carogne di animali; 3) gli animali che non siano stati cacciati o che non siano stati macellati secondo il metodo prescritto; 4) le vittime sacrificali; 5) il sangue; 6) i cibi divenuti impuri per contaminazione; 7) il vino e le bevande alcoliche.” (tratto da qui)

PASQUA DI SANGUE

Nonostante il grande rispetto degli ebrei verso il sangue come fonte della vita, i Cristiani (originariamente una delle tante sette ebraiche) diffondevano a piene mani le calunnie verso gli Ebrei e la Pasqua ebraica arrivando ad affermare che gli Ebrei a Pasqua rapivano i loro bambini  uccidendoli nei modi più atroci per utilizzarne il sangue a scopi rituali (cioè ci pucciavano il pane azzimo o ci facevano un energy-drink con il vino).
I miasmi della propaganda  politico-religiosa mi danno il voltastomaco e perciò qui mi fermo.

LA BALLATA

La leggenda metropolitana è ripresa un secolo più tardi da Geoffrey Chauces nei sui “Racconti di Cantebury” ( il racconto della Madre Priora) e la ballata “Sir Hugh or The Jew’s Daughter” circolò in forma orale in Gran Bretagna e negli Stati Uniti non necessariamente come  ballata antisemita. Il giardino che compare a volte nei titoli è il luogo del magico e del proibito e il giardino dell’Eden in cui il ragazzo viene tentato (tormentato) dal sesso e la morte è un passaggio metaforico che lo trasforma in uomo.
James Orchard Halliwell in Popular Rhymes and Nursery Tales of England (London, 1849) cita “Child Roland and the King of Elfland” come ballata antecedente: là i giovanetti giocano a palla nella città di  Carlisle e con un tiro maldestro la gettano “o’er the kirk he gar’d it flee”; i bambini che la vanno a cercare finiscono uno per volta in una terra incantata; così guardando ancora alle fiabe troviamo “la Principessa e il Ranocchio” in cui la ragazzina giocando con la palla la getta maldestramente nello stagno (o nella fontana o guarda caso un pozzo!) E la palla è tonda e dorata proprio come una mela di Avalon!

‘The Frog Prince’ – Old, Old Fairy Tales, Anne Anderson, 1935.

Ed ecco apparire il secondo elemento sempre tipico delle fiabe che raccontano di amore e di sesso (iniziazione sessuale): l’archetipo del “seduttore” o del “predatore sessuale”, sia esso il Principe Ranocchio o il Cavaliere Elfo o la Sirena/Fata.

Un altro punto fisso o per lo meno ripetuto spesso è quello del cattivo tempo, si descrive una giornata di pioggia o una nevicata o ancora una giornata nebbiosa, non certo il tempo più indicato per stare all’aperto e giocare a pallone, perchè si tratta di un codice letterario che avvisa gli ascoltatori che qualcosa di soprannaturale, funesto o magico sta per accadere.
Un altro punto cardine è quello dell'”oggetto del desidero” cioè una mela o un anello d’oro o una ciliegia; la mela è il classico simbolo della tentazione , l’anello  è al solito la ricompensa del matrimonio d’amore e la ciliegia rosso sangue la minaccia di morte se il ragazzo fallisce la prova.
E’ del tutto evidente che una ballata basata sull’archetipo “femmina fatale che seduce un giovanetto”  si connota in un certo punto storico di un “omicidio rituale” a sfondo antisemitico, ma nelle versioni americane la ragazza diventa “the jeweler’s daughter”, o più genericamente la figlia del Re o del Duca, o ancora la regina o più semplicemente una “lady”. In Scozia e in America diventa una “gipsy”.

In alcune versioni americane la donna è una parente del bambino, una zia a cui è stato affidato e che lo tiene malvolentieri o la stessa madre e il bambino è il figlio illegittimo.

Sam Lee in “Ground Of Its Own” 2012 con il titolo Jews Garden: e lo scacciapensieri ti entra in testa e non se ne va più..

o se preferite la versione live 2013

Steeleye Span in Commoners Crown, 1975 con il titolo di Little Sir Hugh che preferiscono la versione americana della ballata senza riferimento diretto alla figlia dell’ebreo


CHORUS
“Mother, mother, make my bed,
Make for me a winding sheet.
Wrap me up in a cloak of gold,
See if I can sleep.”
I
Four and twenty bonny, bonny boys playing at the ball.
Along came little Sir Hugh,
he played with them all.
He kicked the ball very high,
he kicked the ball so low,
He kicked it over a castle wall
where no one dared to go.
II
Out came a lady gay,
she was dressed in green.
“Come in, come in little Sir Hugh,
fetch your ball again.”
“I won’t come in, I can’t come in without my playmates all;
For if I should I know you would cause my blood to fall.”
III
She took him by the milk white hand, led him to the hall
Till they came to a stone chamber where no one could hear him call.
She sat him on a golden chair,
she gave him sugar sweet,
She lay him on a dressing board and stabbed him like a sheep.
IV
Out came the thick thick blood,
out came the thin.
Out came the bonny heart’s blood
till there was none within.
She took him by the yellow hair and also by the feet
She threw him in the old draw well fifty fathoms deep.
Traduzione di Cattia Salto *
CORO
“Madre o madre, fammi il letto
e preparami il sudario
avvolgimi in un manto dorato
che io possa riposare” (1)
I
24 bei ragazzi
giocavano a pallone (2)
giunse il piccolo sir Ugo
ed era il più bravo di tutti.
Calciava la palla verso l’alto
calciava la palla verso il basso
la calciò oltre il muro del castello
dove nessuno osava andare
II
Uscì una dama gaia,
vestita di verde (3)
“Entra, entra piccolo sir Ugo
per riprendere la palla”
“Non entro no;
non senza tutti gli altri calciatori
perchè se lo farò son certo che tu mi caverai il sangue”
III
Lo prese con la bianca mano
e lo portò in casa
fino alla segreta di pietra (4) dove nessuno lo avrebbe sentito gridare
lo mise su una sedia dorata
e gli diede delle gelatine (5)
lo stese su un asse da cucina (6) e lo accoltellò come una pecora
IV
Uscì il sangue, il sangue denso
e uscì quello fluente;
uscì il sangue del suo bel cuore
finchè non ne rimase più.
Lo prese dalla bionda testa e anche dai piedi
e lo gettò nel vecchio pozzo profondo 50 tese.

NOTE
* dalla traduzione di Riccardo Venturi (tratta da qui)
1) nelle versioni più antiche si aggiunge il particolare della madre del bambino alla ricerca del figlio scomparso e della miracolosa apparizione del suo spettro
2) il gioco della palla è un tipico passatempo dei ragazzi e delle giovinette nelle ballate medievali e veniva praticato nelle vie cittadine o nei parchi dei castelli
3) la dama verde vestita potrebbe benissimo essere una Fata
4) letteralmente una stanza di pietra, che suggerisce l’idea di una cantina
5) essendo nel medioevo vien da pensare a dei canditi o a gelè di frutta: sono i dolcetti che la “fata” ha usato per tentare il ragazzo e convincerlo ad entrare, come non pensare  ai lokum offerti a Edmund dalla strega bianca di Narnia? (la ricetta qui)
6) Riccardo Venturi traduce con “tavolo da cucire”, è piuttosto un grande tagliere che richiama per l’appunto il ceppo di legno su cui si tagliano le carni macellate

LA VERSIONE NURSERY RHYMES

La ballata ha una vasta tradizione come filastrocca per bambini ridotta a un paio di strofe, nella storia è la balia a uccidere il bambino, perfetta come ninna-nanna di Halloween

(il post è ancora in elaborazione con approfondimenti prossimamente)
FONTI
https://epub.uni-regensburg.de/27344/1/ubr13573_ocr.pdf
http://mudcat.org/thread.cfm?threadid=40854
http://www.poetrycat.com/frank-sidgwick/sir-hugh-or-the-jews-daughter
http://www.sacred-texts.com/neu/eng/child/ch155.htm
http://www.jewishvirtuallibrary.org/united-kingdom-virtual-jewish-history-tour
https://www.openstarts.units.it/dspace/bitstream/10077/12898/7/Scopel_2016_Prescrizioni_alimentari.pdf
http://bluegrassmessengers.com/the-jews-garden–mo-1903-williams-belden-a.aspx
http://www.tobarandualchais.co.uk/en/fullrecord/66258/7
http://www.tobarandualchais.co.uk/en/fullrecord/15412/7
http://www.tobarandualchais.co.uk/en/fullrecord/27597/7
http://www.tobarandualchais.co.uk/en/fullrecord/41240/7
http://www.tobarandualchais.co.uk/en/fullrecord/68905/7
http://www.musicanet.org/robokopp/scottish/4and20.htm
http://theanthologyofamericanfolkmusic.blogspot.it/2009/10/fatal-flower-garden-nelstones-hawaiians.html
http://www.ondarock.it/recensioni/2012_samlee_groundofitsown.htm
http://www.lizlyle.lofgrens.org/RmOlSngs/RTOS-FatalFlow.html
https://maxhunter.missouristate.edu/songinformation.aspx?ID=184
https://maxhunter.missouristate.edu/songinformation.aspx?ID=0335
https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=7550&lang=it
https://mainlynorfolk.info/steeleye.span/songs/littlesirhugh.html

OLD WOMAN FROM WEXFORD

Esilarante “comic ballad” della tradizione britannica trapiantata in America, che racconta la storia di un uomo il quale con uno stratagemma, uccide la moglie infedele; il tema è trattato in un gruppo di ballate diffuse in Irlanda, Scozia, Inghilterra e America con titoli diversi. La storia è giunta dall’Ottocento in una miriade di versioni e la località di provenienza dei protagonisti varia da Wexford a Belfast, Dublino o Kelso, ma anche Oxford . (prima parte)

MIDOLLO OSSEO IN CUCINA

L’avvio della storia inizia con la donna che si reca dal farmacista per chiedere una medicina o meglio un consiglio, su come fare per rendere cieco il marito e riceve come risposta: cucinagli del midollo osseo. Mentre noi siamo abituati alla preparazione “alla milanese” dell’ossobuco, questa ricetta prevede il consumo del midollo senza la carne, le ossa vengono cotte in acqua o arrostite in forno.
Non è ben chiaro come la signora della ballata lo cucinasse, ma la ricetta dello chef britannico Fergus Henderson mi sembra spettacolare (vedi)

LE VERSIONI IRLANDESI:OLD WOMAN FROM WEXFORD

Questa versione dell’Irlanda Sud-Est è sostanzialmente identica alla storia scozzese (vedi), anzi un po’ più asciutta e mancante di qualche passaggio. Qui possiamo immaginarci che il dottore si inventi uno stratagemma per prendere tempo con la donna e le consigli una ricetta bizzarra, ma che poi avverta il marito del pericolo. Il marito così finge di essere diventato cieco e a sua volta architetta un piano per uccidere la moglie. In questa versione la morale della storia sembrerebbe prendere le parti delle donne.

La canzone è stata divulgata al grande pubblico dai Clancy Brothers e Dubliners
ASCOLTA The Fables


I
Ah, there was an old woman from Wexford, in Wexford town did dwell;
She loved her husband dearly,
and another one twice as well.
With me right foll diddy foll dearo,
and me right foll tour a lee.
II
One day she went to the doctor
some medicine for to find;
She said, “Doctor give me something
for to make the old man blind.”
III
“Feed him eggs and marrowbone(1),
and make him suck them all;
It won’t be very long after, sure,
he won’t see you at all.”
IV
She fed him eggs and marrowbone,
and made him suck them all;
It wasn’t very long after, sure,
he couldn’t see the wall.
V
Says he, “I think I’ll drown myself,
but that might be a sin.”
Says she, “I’ll go to the water,
just to see you don’t fall in.”
VI
The old woman she stepped back
for to have a run and go;
The old man gently stepped aside,
and she went down below.
VII
She swam and swam and swam
until she could no further swim;
The old man grabbed a long,
black pole and pushed her further in.
VIII
Now eatin’ eggs and marrowbone
won’t make the old man blind;
But, if you want to drown him,
you must creep up close behind.
TRADUZIONE di CATTIA SALTO
I
C’era una vecchia da Wexford
che abitava a Wexford;
lei caramente amava suo marito
e un altro uomo due volte di più
con me a dritto fino a (non-sense)
con me a dritto fino a (non-sense)
II
Un giorno andò dal dottore
per prendere delle medicine
“Dottore datemi qualcosa
che possa accecare il mio vecchio”
III
“Dategli da mangiare uova e ossa con il midollo e fateglieli succhiare tutti
non ci vorrà molto, di sicuro,
prima che non ci vedrà più”
IV
Lei gli diede uova e ossa con il midollo
e glieli fece succhiare tutti
e non ci volle molto prima che
egli non vedesse più il muro
V
“Vorrei annegarmi,
ma temo che sarebbe un peccato”
“Verrò al fiume – lei dice-
solo per vedere che tu non ci cada dentro”
VI
La vecchia fece un passo indietro
per prendere la rincorsa;
e il vecchio  piano si spostò di lato
e lei cadde giù
VII
Lei nuotò e nuotò e nuotò
finchè non riuscì a nuotare più;
il vecchio prese un lungo palo scuro
e la spinse ancora più sotto
VIII
Mangiare uova e ossobuco
non fa diventare cieco un uomo;
ma se lo vuoi annegare
devi stargli più vicino

NOTE
1) In tempi non sospetti di mucca pazza una vecchia barzelletta irlandese raccontava di come mangiare il midollo osseo rendesse ciechi: basta ottenere un brodo facendo bollire delle ossa. Dopo averlo bevuto provate a guardare attraverso il buco tenendo in mano l’osso! Nella pozione malefica oltre al midollo ci sono anche le uova presumibilmente impastate con il midollo.

TIPPING IT UP TO NANCY

Questa versione sempre irlandese è la più dura ed amara, c’è una bel pugno di cattiveria mescolata al pizzico di ironia: il protagonista cornuto si chiama Martin e appena arrivati al fiume è lui per primo a spingerci la moglie dentro, l’ultima strofa è un amara riflessione sulla paternità della prole: dei nove figlioletti nessuno probabilmente è suo! Curiosamente sebbene la canzone provenga dall’Irlanda il ritornello conserva un riferimento topografico alla Scozia.

ASCOLTA Christy Moore in Whatever Tickles Your Fancy (1975) che è diventato uno standard per le versioni successive

ASCOLTA Quilty in I’m Here Because I’m Here, 2001


I
Oh, there’s been a woman in our town
A woman you ought know well
She dearly loved her husband
And another man twice as well
With me right finnickineerio(1)
Me tip finnick a wall
With me right finnickineerio
We’re tipping it up to Nancy
II
She went down to the chemist shop
Some remedies for to buy
Have you anything in your chemist shop
To make me old man blind?
III
Give him eggs and marrowbones
And make him suck them all
Before he has the last one sucked
He won’t see you at all
IV
She gave him eggs and marrowbones
And made him suck them all
Before he had the last one sucked
He couldn’t see her at all
V
If in this world I cannot see
Here I cannot stay
I’d drown myself, “Come on” says she
“And I’ll show you the way”
VI
She led him to the river
She led him to the brim
But sly enough of Martin
It was him that shoved her in
VII
She swam through the river
She swam through the brine
“Oh Martin, dear Martin
Don’t leave me behind”
VIII
“Oh Martin, dear Martin
Don’t leave me behind”
“Yerra shut up outa that ye silly aul fool
Ye know poor Martin is blind”
IX
There’s nine in me family
And none of them is my own
I wish that each and every man
Would come and claim his own
TRADUZIONE di CATTIA SALTO
I
C’era stata una donna nella nostra città, una donna che tu dovresti conoscere bene, lei amava tanto suo marito, ma un altro uomo due volte più
con me dritti a Finerio
il mio suggerimento ficcatelo nel muro,
con me dritti a Finerio
la facciamo pagare a Nancy

II
E’ andata dal farmacista
per comprare delle medicine
“Avete qualcosa nella vostra farmacia
che possa accecare il mio vecchio uomo?
III
“Dategli uova e ossa con il midollo
e fateglieli succhiare tutti
e prima che abbia succhiato l’ultimo
non ci vedrà più”
IV
Lei gli diede uova e ossibuchi
e glieli fece succhiare tutti
e prima che ebbe succhiato l’ultimo
lui non ci vide più
V
“Se a questo mondo non posso vedere,
qui non ci voglio stare
Andrò ad affogarmi” “Andiamo – lei dice- e ti mostrerò la strada”
VI
Lei lo guidò fino al fiume
e lo portò fino al bordo
ma quel furbone di Martin
fu lui a spingerla dentro
VII
Lei nuotò nel fiume
nuotò fino a riva
“O Martin, caro Martin
non lasciarmi sotto”
VIII
“O Martin, caro Martin
non lasciarmi sotto”
“Taci povera sciocca
e pazza
lo sai che il povero Martin è cieco”
IX
Ce ne sono nove nella mia famiglia
e nessuno di loro è mio
vorrei che ogni singolo uomo
venga e reclami il proprio

NOTE
1) probabile storpiatura di Fyvio, ovvero Fyvie, il Fife in Scozia, nome che presenta una grande varietà ortografica (Fernario, Finario, Fennario, Finerio ecc.), dalla parola scozzese fen = “palude, pantano, acquitrino. Il termine ricorre in una serie di ballate scozzesi (The Bonny Lass of Fenario o Fyve vedi). Qui indica un luogo dell’immaginario, paludoso, il posto perfetto per far sparire un cadavere.

continua

FONTI
http://mainlynorfolk.info/lloyd/songs/marrowbones.html
http://www.joe-offer.com/folkinfo/songs/455.html
http://www.wtv-zone.com/phyrst/audio/nfld/23/wexford.htm
http://www.wtv-zone.com/phyrst/audio/nfld/05/wexford.htm
http://www.wtv-zone.com/phyrst/audio/nfld/36/bones.htm
http://mudcat.org/thread.cfm?threadid=50419
http://sniff.numachi.com/pages/tiMARBONE2;ttMARBONE2.html

TESTI
Marrowbones
Auld Man and the Churnstaff
Tipping It Up To Nancy
Eggs and Marrowbones 4
Old Woman From Wexford
Old Woman From Wexford
Old Woman From Belfast

SHROVE TUESDAY&FRITTELLE

HERE WE COME A-SHROVEN

A Carnevale secondo le consuetudini delle questue rituali delle isole Britanniche ecco girare per il villaggio  la solita allegra brigata che canta
Shroven, shroven, here we come a-shroven
a piece of bread, a piece of cheese, a piece of your fat bacon
The roads are very dirty
My boots are very clean
I have a little pocket to put a penny in

L’occasione per i ricchi e benestanti era quella di fare beneficenza per sgravare la coscienza  e  purificarsi dai peccati ( ed esaurire le scorte di cibo “grasso” per l’imminente digiuno quaresimale).
Nel tempo la questua diventa quella dei bambini che preferiscono i dolci al posto di pane e salame e accompagnano il canto con delle minacce di ritorsione nel caso di rifiuto (come per il dolcetto o scherzetto di Halloween).
I’ve come a shro’in
voa a little pancaik
a bit of bread of your baikin’
oa a little truckle cheese o’ your mailin’:
if you gie me a little, I’ll ax o more,
if you don’t gi me notin’, I’ll rattle your door”
(Hertforshire shrovin)

ASCOLTA John Kikpatrick in Make No Bones, 2007 – We Be Come A-shroving (su Spotify)

The Pancake Bakery’, Pieter Aertsen (1560)

PANCAKE DAY o MARTEDÌ GRASSO?

Sulla scia delle crepes per la candelora, ecco la versione pancake per Carnevale, così nelle Isole Britanniche si festeggia la fine del Carnevale nel Martedì Grasso con il Pancake day. Tradizionalmente si celebra 47 giorni prima della Domenica di Pasqua e quindi il Pancake day può cadere tra il 3 febbraio e il 9 marzo.
La ricetta non è mai la stessa e occorre subito fare un distinguo anche se il termine è tradotto con “frittelle” non sono le nostre frittelle tradizionali per Carnevale (che peraltro si differenziano per nomi e preparazioni da Nord a Sud d’Italia) è quindi più corretto tradurre pancakes con frittelle americane in quanto diventate una
ricetta tipica degli Stati Uniti.

Queste “frittelle americane” ricordano le crepes ma sono più piccole e spesse con due differenze sostanziali: si aggiunge un po’ di lievito per far gonfiare l’impasto durante la frittura e la dose dell’impasto da cuocere per ogni frittella è grossomodo il triplo rispetto alla crepe. Per la verità le “frittelle” non sono fritte in modo letterale perchè non vengono immerse nell’olio caldo, ma sono cotte in una padella o piastra appena unta di grasso in modo che l’impasto non attacchi (un po’ di ricette qui)
La versione delle Isole Britanniche prende il nome di Scottish (Scotch) pancake: le ricette variano c’è chi ci mette il burro e chi no come pure le dosi di zucchero ma la base è una pastella di farina, zucchero, uova e latte. Se proprio vogliamo trovare un’origine di queste crepes o cialde o frittelle non c’è però bisogno di scomodare la Francia o la Germania e nemmeno la Grecia, basta guardare alle preparazioni tradizionali della cucina delle isole britanniche e al pane di Beltane (vedi).

Stillleben mit Zinntellern, Steinkrug und Waffeln, 1600

A seconda di come veniva cotto l’impasto base comune in tutte le ricette, prendeva una consistenza diversa, così vennero anche costruite delle apposite “padelle” detti testi e nascono i gaufre o waffle dei paesi germanici e scandinavi, preparati guarda caso per la festa della Candelora e del Martedì Grasso.

GOFRI A GO-GO

Nella tradizione montanara del Piemonte rispuntano con il nome di gòfri o gòffre dell’Alta Val Chisone e Alta Val Susa (ma anche di certe zone della Valle d’Aosta) anche in versione salata.
Un tempo ogni famiglia aveva la sua piastra di ghisa per cuocere sulla stufa a legna (o il fuoco del caminetto) queste cialde, croccanti all’esterno e morbide all’interno,  servite con abbondante miele colato sopra, con il caratteristico disegno a grata che vi resta impresso.
Gaufre [dal franco wafel «favo di miele»] sono i gofri piemontesi e le pizzelle ( o ferratelle) abruzzesi/molisane. Una variante ingegnosa è il canestrello canavesano (ofela o canestrel) di forma rotonda come un biscottino. Attenzione che con lo stesso nome s’indica anche un biscottino di pasta frolla a forma di fiore con un buco al centro e in effetti l’impasto è simile, si differenzia nella cottura il primo con i “ferri” il secondo nel forno (canestrelli di pasta frolla)

Pieter Bruegel: Combattimento fra Carnevale e Quaresima – 1559 Dettaglio: una donna sta preparando i “gaufre”, le uova sono molto grandi più probabilmente uova d’oca che di gallina

Nella versione più povera la pastella è di sola farina, acqua e lievito di birra e sale con il lardo per ungere la pistra (e il gòfri piemontese era un tempo il sostituto del pane) l’impasto però si arricchisce di uova, zucchero, olio (o burro e latte (e anche in alcune versioni aromatizzato con scorza di limone, vaniglia o rum).
Lasciato a lievitare si mette un po’ di pastella all’interno dei ferri che vengono chiusi e girati in modo regolare sul piano riscaldato. Per il canestrello l’impasto è invece più consistenze come una pasta frolla e viene fatto raffreddare in frigo sotto forma di palline. C’è anche la variante al cacao o con le nocciole macinate fini.

La ricetta della Valsusa
La ricetta del Canavese
La ricetta abruzzese

varietà di canestrelli piemontesi: più spessi e con grigliature rilevate i Canestrelli di Vaie; sottili e con grigliatura leggera quelli di Montanaro; simili a monete medievali quelli di Tonengo di Mazzè, croccanti, sottilissimi e impressi con stemmi di famiglia quelli di Borgofranco d’Ivrea.

FONTI
https://h2g2.com/edited_entry/A698565
https://traditionalcustomsandceremonies.wordpress.com/2015/02/28/custom-survived-east-hendred-shroving/
http://www.girovagate.com/2011/02/il-martedi-grasso-londra-e-il-pancake.html

http://www.babyledweaning.com/2012/its-pancake-day-my-old-grand-mothers-recipe-for-scottish-scotch-pancakes/
http://www.bbc.co.uk/scotland/food/pancake_day_in_scotland.shtml
http://www.alimentipedia.it/pancakes-allo-sciroppo-acero.html
https://www.greenme.it/mangiare/vegetariano-a-vegano/1577-chiacchiere-castagnole-e-sanguinaccio-ricette-vegan

http://www.alimentipedia.it/waffle-waffel-gaufre.html
http://ontanomagico.altervista.org/pane-beltane.htm
http://ontanomagico.altervista.org/imbolc-la-festa-celtica-delle-calende-di-febbraio.html

WHEN GOOD KING ARTHUR RULED

Il leggendario Re britannico è protagonista di una rappresentazione di Mummers che si svolgeva per il Solstizio d’Inverno, era più precisamente una danza delle spade.

SEPPELLIRE IL RE

.. the song When Good King Arthur Ruled This Land is sung as a dirge for the (temporarily) dead sword dancer in the Ampleforth Play, one of the mummers’ plays which is most appropriate for celebrating the rebirth of the Sun on the Winter Solstice or Christmas. It is also an appropriately ridiculous song to sing as a dirge for burying the wren, because it is just so silly. That dirges were sung for burying the wren is recorded in folklore reports about the custom of Hunting the Wren in Manx Island and elsewhere according to the Golden Bough by James George Frazer, MacMillan & Co. Ltd., London, 1919-1920 (12 vol. edition).” (tratto da qui)

Così anche nella nursery rhymes “When Good King Arthur Ruled This Land” si narra della condivisione comunitaria “simbolica” di un bag-pudding preparato nientemeno che dallo stesso re Artù.
Si tratta del tipico dolce natalizio di antica tradizione, il budino di Natale (Plum o Figgy Pudding).
Anche le ricette del Christmas pudding risalgono al XVI sec ma in epoca medievale conteneva carne, frutta e spezie. continua


I
When good king Arthur ruled this land (1),
He was a goodly king;
He stole three pecks of barley-meal,
To make a bag-pudding (2).
II
A bag-pudding the king did make,
And stuffed it well with plums:
And in it put great lumps of fat,
As big as my two thumbs.
III
The king and queen did eat thereof,
And noblemen beside;
And what they could not eat that night,
The queen next morning fried.
Traduzione italiano di Cattia Salto
I
Quando il buon re Artù governava questo paese
era un buon re;
egli rubò tre stai di farina
per fare un budino.
II
Un budino il re preparò
e lo farcì bene con delle prugne:
e ci mise dei bei pezzi di grasso
grossi come i miei pugni
III
Il re e la regina lo mangiarono
e anche i nobili;
e ciò che non riuscirono a mangiare quella notte
la regina frisse il giorno dopo

NOTE
1) Lo scricciolo, il piccolo, insignificante uccellino che sverna nelle nostre campagne, è stato tenuto in grande considerazione presso le popolazioni degli Antichi Celti.
In un precedente post ho già riportato le speculazioni di Robert Graves sulla lotta tra Re Agrifoglio e Re Quercia,  una variante di questa lotta è rappresentata dal pettirosso e lo scricciolo, nascosti tra le foglie dei due rispettivi alberi. Lo scricciolo rappresenta l’anno calante, il pettirosso l’anno nuovo e la morte dello scricciolo è un passaggio di morte-rinascita. (vedi)
Animale sacro la cui uccisione era considerata tabù e portatrice di sventura, ma non durante il tempo di Yule perchè in ultima analisi lo scricciolo non era altro che un simbolo solare e la sua uccisione un sacrificio al sole.
Lo scricciolo era anche il simbolo della regalità e nel Medioevo cristiano tutto il rituale della sua morte finì con il sovrapporsi con la morte-sacrificio di Gesù,(vedi) ma anche con la mitica figura di Re Artù.
2) è il budino di Natale una tipica ricetta britannica diffusa anche come dolce natalizio nella sua versione americana per la ricetta qui

FONTI
http://piereligion.org/burywren.html
http://www.monkseatonmorrismen.co.uk/ampleforth/
http://www.mamalisa.com/?t=es&p=1533