Archivi categoria: MUSICA PIEMONTESE

MORTE OCCULTATA: RE GILARDIN

Così come il professor Child anche il nostro Costantino Nigra riporta il tema della Morte occultata da un racconto delle vecchie contadine di Castelnuovo.

VERSIONI SCANDINAVE continua
VARIANTI SCANDINAVE continua
VERSIONI ISOLE BRITANNICHE E AMERICA continua
VERSIONI FRANCIA (Bretone, francese e occitana) continua
VERSIONE PIEMONTE continua

IL DONO DELLA FATA

rackham_fairyC’era un cacciatore che cacciava spesso per la montagna. Una volta vide sotto una balza una donna molto bella e riccamente vestita. La donna, che era una fata, accennò al cacciatore di avvicinarsi e lo richiese di nozze. Il cacciatore le disse che era ammogliato e non voleva lasciare la sua giovane sposa. Allora la fata gli diede una scatola chiusa, dicendogli che dentro v’era un bel dono per la sua sposa; e gli raccomandò di consegnare la scatola a questa, senza aprirla. Il cacciatore partì colla scatola. Strada facendo, la curiosità  lo spinse a vedere che cosa c’era dentro. L’aperse, e ci trovò una stupenda cintura, tinta di mille colori, tessuta d’oro e d’argento. Per meglio vederne l’effetto, annodò la cintura a un tronco d’albero. Subitamente la ‘cintura s’infiammò e l’albero fu fulminato. Il cacciatore, toccato dal folgore, si trascinò fino a casa, si pose a letto e morì

Nella versione bretone e piemontese della storia si pone maggiormente l’accento proprio sulla seconda parte della storia, quello della Morte Occultata, caratteristica che permea un po’ tArthur_Rackham_1909_Undine_(7_of_15)utte le versioni della ballata nelle lingue romanze:  Comte Arnau (nella versione occitana), Le Roi Renaud (quella francese) e Re Gilardin (quella piemontese). La relazione tra il cavaliere-re e la fata-sirena è più sfumata rispetto alle versioni nordiche, sembra prevalere una visione più “cattolica”  e intransigente in merito alle relazioni sessuali… … infatti la fata scompare e il cavaliere ritorna dalla guerra ferito a morte.

RE GILARDIN

Il gruppo alessandrino La Ciapa Rusa (fondatori Maurizio Martinotti e Beppe Greppi) raccolse sul campo -tra le tante ricerche etnografiche presso gli anziani cantori e i suonatori della tradizione musicale delle Quattro province, il canto popolare Re Gilardin. (per la precisione in Alta Val Borbera -area appartenente dal punto di vista della tradizione musicale alle Quattro Province, una zona pedo-montana a cavallo di quattro diverse province Al, Ge, Pv e Pc.)
La ballata di origine alto medievale, era già stata raccolta e pubblicata in diverse versioni da Costantino Nigra nel suo “Canti popolari del Piemonte”

La Ciapa Rusa nel 1982 ne fa un primo arrangiamento.
In questa prima versione è allestita una sorta di  rappresentazione drammatica sul modello  delle compagnie dei guitti di un tempo con la voce narrante (Alberto Cesa) il re (Maurizio Martinotti), la madre, la vedova, il chierichetto in chiesa. Ci possiamo immaginare tutta la sceneggiata più tragica che comica – virata in horror con il morto che strappa un ultimo bacio alla sua vedova!!

ASCOLTA La Ciapa Rusa in “Ten da chent l’archet che la sunada l’è longa – Canti e danze tradizionali dell’ alessandrino” 1982.

La lingua usata è un italiano piemontizzato o viceversa, si confronti con la traduzione, sembra più un linguaggio “letterario” che dialettale.

Nel 1997 il gruppo rifondatosi con il nome di Tendachent (restano Maurizio Martinotti – ghironda e canto, Bruno Raiteri -violino e viola- e Devis Longo – canto, tastiere e fiati) ripropone ancora la ballata nel primo album della  nuova formazione “Ori pari“, 2000, con un sound più progressive (ora il gruppo è definito folk-rock progressivo nord-italiano)

TESTO (Da una registrazione originale di Maurizio Martinotti in alta Val Borbera)
Re Gilardin, lü ‘l va a la guera
Lü el va a la guera a tirar di spada
O quand ‘l’è stai mità la strada(1)
Re Gilardin ‘l’è restai ferito
Re Gilardin ritorna indietro
Dalla sua mamma vò ‘ndà a morire
O tun tun tun, pica a la porta
O mamma mia che mi son morto
O pica pian caro ‘l mio figlio
Che la to dona ‘l g’à ‘n picul fante(2)
O madona la mia madona(3)
Cosa vol dire ch’i cantan tanto?
O nuretta, la mia nuretta
I g’fan ‘legria ai soldati
O madona , la mia madona
Disem che moda ho da vestirmi
Vestiti di rosso, vestiti di nero
Che le brunette stanno più bene
O quand l’è stai ‘nt l üs de la chiesa
D’un cirighello si l’à incontrato
Bundì bongiur an vui vedovella
O no no no che non son vedovella
g’l fante in cüna e ‘l marito in guera
O si si si che voi sei vedovella
Vostro marì l’è tri dì che ‘l fa terra
O tera o tera apriti ‘n quatro
Volio vedere il mio cuor reale
La tua boca la sa di rose(4)
‘nvece la mia la sa di terra
TRADUZIONE DI CATTIA SALTO
Re Gilardino va alla guerra
va alla guerra a tirar di spada
e quando si è trovato a metà strada(1)
Re Gilardino è stato ferito
Re Gilardino ritorna indietro
vuole andare a morire vicino alla sua mamma
Tum-Tum batte alla porta
“O mamma mia sono morto”
“Batti piano, caro figliolo
che la tua signora ha un piccolo in fasce(2)”
“O signora, mia signora(3)
perchè cantano tanto?!”
“O mia nuorina, la mia piccola nuora
sono i soldati che fanno baldoria”
“O signora, mia signora
ditemi in che modo mi devo vestire”
“Vestiti di rosso, vestiti di nero
che addosso alle brunette stanno meglio”
E quando è stata sulla porta della chiesa
ha incontrato un chierichetto
“Buon giorno a voi vedovella”
“O no no non che non sono vedovella
ho il bambino nella culla e il marito in guerra”
“O si si che voi siete vedovella
Vostro marito è da tre giorni sotto terra”
“O terra apriti in quattro
voglio vedere il mio cuore di re”
“La tua bocca sa di rose(4)
invece la mia sa di terra!”

NOTE
1) inevitabile il richiamo dantesco “nel mezzo del cammin di nostra vita” (con corollario di bosco), in questo contesto il trovarsi a metà strada allude ad un cambiamento che muta per sempre la vita del re, ovvero dell’eroe.
2) probabilmente il figlio è nato mentre il re era in guerra e quindi egli apprende della sua paternità nel momento della morte!
3) è la nuora che parla per chiedere il motivo del trambusto e nelle risposte le si occulta il vero motivo dei preparativi: si sta allestendo il funerale del re
4) è il re defunto che parla alla moglie, ma anche la saggezza popolare, i tempi della sepoltura lacrimata sono ancora a venire.. Nella versione francese (e occitana) di Re Renaud invece la terra si spalanca e la bella viene inghiottita

TRADUZIONE INGLESE (tratta da qui)
King Gilardin was in the war,
Was in the war wielding his word. (bis)
When he was in the middle in the street(1),
King Gilardin was wounded.
King Gilardin goes back home,
At his mother’s house he wanted to die.
Bang, bang! He thumped at the door.
“O Mother, I am near to die.”
“Don’t thump so hard, my son,
Your wife has just given birth to a boy(2).”
“My Lady my mother-in-law(3)
What does all their singing mean?”
“O my daughter-in-law,
They want to entertain the soldiers.”
“My Lady my mother-in-law
Tell me, how shall I dress?”
“Dress in red or dress in white,
It fits brunettes perfectly .”
When she came to the church gate,
She encountered an altar boy:
“A wish you a good day, new widow.”
“By no means am I a new widow,
I’ve a child in its cradle and a husband at war.”
“O yes, you are a new widow,
Your husband was buried three days ago.”
“O earth, open up in four corners!
I want to see the king of my heart.”
“Your mouth has a taste of rose(4),
Whereas mine has a taste of earth.”


FONTI
https://minimazione.wordpress.com/2007/08/22/re-gilardin-alla-guerra/
http://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=1048
http://chrsouchon.free.fr/chants/italren.htm
http://www.nspeak.com/allende/comenius/bamepec/multimedia/saggio1.htm
http://www.traditionalmusic.co.uk/child-ballads-v2/child8-v2%20-%200371.htm
http://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=2499&lang=en

MORAN D’INGHILTERRA

La ballata Lord Baker/Lord Bateman classificata dal professor Child al numero 53 proviene molto probabilmente dall’area Inghilterra-Scozia, ma  si è diffusa in varie parti d’ Europa, la ritroviamo in particolare nei paesi  scandinavi, Spagna e Italia.

enide1La versione riportata da Costantino Nigra al numero 42,  (Canti popolari del Piemonte, Torino, 1888) e già riprodotta sulla “Rivista contemporanea” dell’ottobre 1862- si intitola Moran d’Inghilterra così come raccolta nel Canavese. Si ritrova con il nome di Morando, Morano un non meglio precisato Lord d’Inghilterra che dopo essersi sposato con la figlia del Sultano la lascia per partire per la guerra. Dopo sette anni è la dama che gira a cavallo tutto il paese (a volte la Francia, a volte l’Inghilterra) per ritrovare il marito, evidentemente smemorato, in procinto di sposarsi con un’altra!!

La versione piemontese ha perso la prima parte della ballata così come narrata in Scozia (vedi),  in cui il protagonista maschile è prima fatto prigioniero dai Mori o dai Turchi (a seconda delle versioni) , ma conserva i sette anni di separazione e l’arrivo della dama proprio alla vigilia delle nozze.
La ballata ha avuto un’ampia eco in Andalusia (La boda inter- rompida), Catalonia  (Il Conte Sol) e nelle Asturie (Gerineldo) terre di confino con i temibili Mori, un termine utilizzato in passato per definire i musulmani berberi ossia dell’Africa settentrionale. Furono i Mori nell’Alto Medioevo a conquistare  gran parte della penisola iberica: Il termine “Moro” è a lungo servito all’epoca a tracciare una netta linea demarcativa non solo religiosa ma anche “etnica” fra gli abitanti cristiani dell’Europa e i musulmani. “Moro” si è infatti sovrapposto alla parola mediterranea, attestata anche nel greco, che indica qualcosa di scuro (come una mora), scuro di carnagione o di colore bruno in generale (es. “capelli mori”), caratteristica questa sostanzialmente presente nell’elemento berbero. Secondo Mario Alinei, esistendo diversi toponimi in ambito celtico, dall’Atlantico al Mediterraneo, il termine potrebbe derivare o essersi incrociato con l’originale dei galiziani mouras (mora), mouros (moro), termini, indicanti i megaliti, connessi a una radice celtica *mrvos che significa “morto, essere soprannaturale, gigante”. (tratto da Wikipedia) e nel termine si comprendeva sia tribù arabe che si erano spostate man mano verso l’Africa settentrionale che i Berberi africani i quali a loro volta andarono arabizzandosi.


La fia del Sultan(1)
l’è tan na fia bela
tan bela cum’a l’è,
savio pa a chi dé-la.
S’a l’àn dài-la a Moran,
Moran de l’Inghiltera.
Prim dì ch’a ‘l l’à spuzà
no fa che tan bazè-la;
segund dì ch’a ‘l l’à spuzà
Moran la vol chitè-la(2);
ters dì ch’a ‘l l’à spuzà
Moran n’i’n va a la guera.
La bela a j’à bin dit:
Moran, quand e turnei-ve?
Se turno pa ‘n set agn,
vui, bela, meridei-ve.
Bela spetà set agn,
Moran mai pi vegnéiva.
La bela munta a caval,
girà tuta Inghiltera(3).
‘T al prim ch’a s’è scuntrà,
l’è d’un marghè di vache.
Marghè, bel marghè,
d’chi sunh-ne custe vache?
Ste vache sun d’Moran,
Moran de l’Inghiltera.
Marghè, bel marghè,
Moran à-lo la dona?
Ancoi sarà quel giurn
ch’Moran na spuza vuna;
Marcèisse ‘n po’ pi fort,
rivrei l’ura dle nosse.
Bela spruna ‘l caval,
ruvà l’ura dle nosse.
Ant una sana d’or
a j’àn smunu da dèive.
Mi bèive bèivo pa
fin ch’la sana sia mia
Mi bèive bèivo pa
fin ch’sì j’è n’auta dona;
Mi bèive bèivo pa
fin ch’sia mi padruna.
Moran l’ambrassa al col,
Moran de l’Inghiltera
Padruna sì sempre stà,
sì lo serè-ve ancura!
TRADUZIONE ITALIANO di Cattia Salto
La figlia del sultano
è una figlia tanto bella
tanto bella com’è,
non sanno a chi darla.
L’hanno data a Moran,
Moran d’Inghilterra.
Il primo giorno che l’ha sposata
non faceva che baciarla;
il secondo giorno che l’ha sposata
Moran la vuol lasciare;
il terzo giorno che l’ha sposata
Moran va in guerra.
La bella gli dice
“Moran quando ritornate?”
“Se non ritorno in sette anni,
voi, bella sposatevi”.
La bella attese sette anni,
Moran non ritornava più.
La bella monta a cavallo
e gira tutta l’Inghilterra
Il primo che incontrò
è un bel mandriano di mucche.
“Mandriano, bello,
di chi sono queste mucche?”
“Queste mucche sono di
Moran d’Inghilterra”
“Mandriano, bel mandriano
Moran ha la donna?”
“Oggi sarà il giorno in cui
Moran ne sposerà una;
se marciaste più veloce
arrivereste all’ora delle nozze.”
La bella sprona il cavallo
e arriva all’ora delle nozze.
In una tazza d’oro
le hanno offerto da bere
“Io bere non bevo
finchè questa tazza non sarà mia
Io bere non bevo
finchè qui ci sarà un’altra donna;
Io bere non bevo
finchè non sarò io padrona.”
Moran l’abbraccia al collo,
Moran d’Inghilterra
“Padrona sei sempre stata
e lo sarete ancora!”

NOTE
1) oppure la bella di Sian (Persia)
2) in altre versioni “no fa che caressè-la” o “fasia che bastoné-la”
3) in altre versioni Fransa

ASCOLTA La Lionetta Moran Dell’Inghilterra, nella versione manca la parte finale il cui la bella ritrova il marito in procinto di risposarsi.

E’ la bella di Sian(1)
Che è una gran bella fanciulla
Suo padre la vuole dare in moglie vuoi darla a Muran dell’Inghilterra
Ma è il primo giorno che l’ha sposata Moran non fa altro che baciarla
Ma è quel giorno che faceva due Muran vuoi già bastonarla
Ma è quel giorno che faceva tre Muran la vuoi già lasciare
La bella ha aspettato sette anni Muran non tornava più
La bella si è comprata un cavallo
Che costava cinquecento scudi
Gli ha messo una sella d’oro
E le briglie piene di stelle
La bella è salita a cavallo
E si è messa a correre

terza parte continua 

LA RAGAZZA GUERRIERA

“Jackaroe ” è un’appalachian ballad dalle origini sconosciute arrivata in America con gli emigranti irlandesi e scozzesi e rimasta intatta in un’enclave culturale racchiusa come quella dei coloni montanari. Appare in stampa in epoca più recente nella raccolta English Folk Songs From the Southern Appalachians (1917)  di Olive Dame Campbell e Cecil Sharp.

Tratta un tema non proprio insolito nelle ballate popolari d’Europa: quello della donna che si traveste da uomo per affrontare le avversità della vita o per inseguire l’innamorato partito per la guerra (vedi cross-dressing ballad) o per mare, come pure tante ballate sulla donna guerriero che al momento della separazione dal fidanzato in procinto di partire per la guerra, proclama di volersi travestire da soldato per stare al suo fianco. Un modello riportato anche nella tradizione popolare italiana con il titolo di “La ragazza guerriera”.

TITOLI: Jack Monroe”, “Jack Munro,” “Jackie Monroe,” “Jack-A-Roe,” “Jackaroe,” “Jackaro,” “Jackie Frazier,” “Jack the Sailor,” “Jack Went A-Sailing,” “The Love of Polly and Jack Monroe,”

ASCOLTA Bob Dylan (live 1993)
ASCOLTA Grateful Dead

ASCOLTA Wendy Lewis & Steve Gilbert


There was a wealthy merchant,
in London he did dwell
He had a lovely daughter,
the truth to you I’ll tell.
She had sweethearts a-plenty,
and men of high degree
If none but Jack the Sailor,
her true lover could be.
(“Daughter, oh daughter,
your body I will confine
If none but Jack the Sailor,
would ever suit your mind”
“This body you imprison,
my heart you can’t confine
If none but Jack the Sailor,
would have this heart of mine”)**
Jackie’s gone a-sailing,
with trouble on his mind
To leave his native country,
his darling girl behind.
She went into the tailor,
and dressed in man’s array
And step on board a vessel,
convey herself away
“Before you step on board Sir,
your name I’d like to know”
She smiled all her countenance,
“They call me Jack-A-Row,”
“Your waist is light and slender,
your fingers neat and small
Your cheeks too red and rosy,
to face the cannonball”
“I know my waist is slender,
my fingers they are small
It would not make me tremble,
to see ten thousand fall”
The war soon being over,
she went and looked around
Among the dead and wounded,
her darling boy she found.
She picked him up on her arms,
and carried him to town
And sent for her physician,
to quickly heal his wounds.
This couple they got married,
so well did they agree
This couple they got married,
so why not you and me?
TRADUZIONE ITALIANO di Alberto Tiraferri*
C’era un ricco mercante
che abitava a Londra,
aveva un amore di figlia,
vi dirò la verità.
Aveva un sacco di spasimanti,
uomini di alto rango
ma non c’era che Jack il marinaio
che poteva essere il suo solo amore.
(“Figlia, o figlia
ti terrò confinata se nessuna altro che Jack il marinaio sarà nei tuoi pensieri”
“Hai imprigionato il mio corpo,
ma non puoi confinare il mio cuore
e nessun altro che Jack il marinaio
potrebbe avere il mio cuore)**
Ora Jackie se n’è andato per mare
con l’animo tormentato,
a lasciare il paese natio
e la ragazza che ama.
Lei andò da un sarto
ad acconciarsi con abiti maschili,
e salì a bordo di un vascello
per mettersi in viaggio
“Prima che saliate a bordo, signore,
vorrei sapere il vostro nome.”
Lei sorrise con tutto il viso,
“Mi chiamano Jackaroe”.
“La vostra vita è fragile e snella,
le vostre dita son piccole e delicate,
le vostre gote troppo rosse e colorite
per affrontare le palle di cannone.”
“Lo so che la mia vita è snella,
che le mie dita sono piccole e delicate,
ma non tremerei a veder cadere diecimila uomini.”
Presto finita la guerra,
cercò dappertutto,
e tra i morti ed i morenti
trovò il suo amato ragazzo
Lo tirò su con le sue braccia
e lo portò in città,
e fece chiamare un medico
che gli guarì presto le ferite
Questa coppia si sposò,
stavano così bene insieme,
questa coppia si sposò,
perché no dunque tu e io?

*dal volume “Joan Baez, Ballate e folksongs”Newton Compton Editori, Roma 1977
** strofa aggiuntiva

LE VERSIONI PIEMONTESI: LA RAGAZZA GUERRIERA

La versione è nota anche come ‘E l’han taglià i suoi biondi capelli’,  ed è ambientata nella I guerra mondiale: la ragazza si traveste da soldato e supera le prove del tenente sospettoso. E’ certamente una rielaborazione di una antica ballata diffusa in tutta l’Italia settentrionale (dal Piemonte alla Lombardia) che Costantino Nigra classifica al numero 48. Varie versioni della ballata si ritrova anche nella tradizione popolare dell’Italia centrale

E l’ha tagliaa i suoi biondi capelli
la si veste da militar
lee la monta sul cavallo
verso il Piave la se ne va.
Quand fu giunta in riva al Piave
d’on tenente si l’ha incontraa
rassomigli a una donzella
fidanzata di un mio soldà.
‘Na donzella io non sono
nè l’amante di un suo soldà
sono un povero coscritto
dal governo son staa richiamaa.
Il tenente la prese per mano
la condusse in mezzo ai fior
e se lei sarà una donna
la mi coglierà i miglior.
I soldati che vanno alla guerra
non raccolgono mai dei fior
ma han soltanto la baionetta
per combatter l’imperator.
Il tenente la prese per mano
la condusse in riva al mar
e se lei sarà una donna
la si laverà le man.
I soldati che vanno alla guerra
non si lavano mai le man
ma soltanto una qualche volta
con il sangue dei cristian.
Il tenente la prese per mano
e poi la condusse a dormir
ma se lei sarà una donna
la dirà che non può venir.
I soldati che vanno alla guerra
lor non vanno mai a dormir
ma stan sempre su l’attenti
se l’attacco lor vedon venir.
Suo papà l’era alla porta
e sua mamma l’era al balcon
per vedere la sua figlia
che ritorna dal battaglion.
L’è tre anni che faccio il soldato
sempre a fianco del mio primo amor
verginella ero prima
verginella io sono ancor.

LA VERGINE GUERRIERA

BritomartLa ragazza si offre al posto del padre/fratello per andare in guerra, un ribaltamento dei ruoli che non si spiega facilmente all’interno di una mentalità conservatrice come quella popolare in cui è l’uomo a fare la guerra perchè più forte.
La figura della donna-guerriera  appartiene però all’immaginario archetipo corrispondente alla femmina adolescente forte e coraggiosa che non perde la sua femminilità, anzi la preserva per l’uomo che riuscirà a sposarla (in genere dopo aver superato alcune prove). Non a caso in alcune versioni piemontesi della ballata si sottolinea la verginità della ragazza che resta tale pur a stretto contatto con il mondo maschile.

ASCOLTA Dòna Bèla, formazione piemontese/provenzale con la voce di Renat Sette. “Canti dal piemonte ala Provenza”


TESTO IN DIALETTO PIEMONTESE
“Perchè piansi vui pari
perchè piansi mai vui?
Piansi pr’andà la guera
e g’andaro mi per vui
Prunteme d’in caval
c’am posa ben purtè
e demi in servitur
c’am posa ben fidè”
Soi pari a la finestra,
so mari a lu balcun
i uardu la so fia vestita da dragun(1)
Quand l’è stacia a la guera
cun la spada al so fianc
“se vi dig siur capitani
son chi ai vost cumand”
A j’era d’ina vegia an cap al batajun
l’a dicc “l’è ‘n mur na dona e nenta da dragun
Si la vurei cunos minela ant al giardin
se la sarà ina fija la farà in bel mazulin”
TESTO IN PROVENZALE
“Digatz me, lo sordat, vos agradan li flors?”
“Per anar a la guerra, me fau de bona odor”
Se la voletz conoisser, menatz-la au mercat
s’aquo es una filha, se comprarà de gants
“Digatz-me, lo sordat, perquè compratz des gants?”
“Per portar a ma frema, qu’aquo es elegant”
Se la voletz conoisser, fetz-la dormir ‘mbe vos
veiretz se se despuelha quand serà davant vos
“Digatz-me, lo sordat, vos desabilhatz pas?”
“Per dormir amb’un jove, vau mielhs qu’o fagui pas”
La bela fiha forta , n’a mostrat sa valor
es anada a la guerra, a sauvat son onor.
TRADUZIONE ITALIANO DI CATTIA SALTO
“Perchè piangete padre,
perchè mai piangete voi?
Piangete per andare alla guerra,
andrò io per voi,
preparatemi un cavallo
che mi possa portare bene
e datemi un servitore
di cui mi possa ben fidare.”
Suo padre alla finestra
e la madre al balcone
guardano la loro figlia vestita da cavaliere .
Quando è stata alla guerra
con la spada al fianco
“se vi dico signor capitano
sono qui ai vostri comandi”.
C’era una vecchia in cima al battaglione ha detto “E’ una donna e non un cavaliere. Se la volete riconoscere portatela nel giardino se è una ragazza farà un bel mazzolino (di fiori)”
“Ditemi soldato vi piacciono i fiori?” “Per andare a fare la guerra ci vuole un buon odore.”
Se la volete riconoscere portatela al mercato ,
se è una ragazza si comprerà dei guanti.
“Ditemi soldato, perchè comprate i guanti?”
“Per portarli alla mia signora che le piace essere elegante”.
Se la volete riconoscere fatela dormire con voi
e vedrete se si spoglia quando sarà davanti a voi
“Ditemi soldato non vi spogliate?”
“”Per dormire un bravo ragazzo è meglio che non fatichi”
La bella figlia forte ha mostrato il suo valore
è andata alla guerra a salvare il suo onore.

NOTE
1) (dragone= soldato a cavallo)

Dall’area piemontese-provenzale la ballata scende verso il centro italia

ASCOLTA La Macina – La guerriera

FONTI
http://terreceltiche.altervista.org/maidens-the-sea/
http://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=2253
http://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=2252

http://sniff.numachi.com/pages/tiJCKSAIL2;ttJCKSAIL2.html
http://www.latramontanaperugia.it/public/documents/LA%20RAGAZZA%20GUERRIERA.pdf

CANTÈ J’EUV NEL BASSO PIEMONTE

cantareuovaIl rito di questua delle uova, più spiccatamente pasquale è quello piemontese di CANTÈ J’OV – CANTÈ J’EUV.

Il “cantare le uova” è una questua primaverile che affonda le radici nel territorio piemontese. Un tempo erano solo i giovani del paese, che di notte giravano tra le cascine chiedendo cibo, vino e anche dei soldi con cui organizzare il pranzo del lunedì di Pasquetta. Era l’occasione per fare scorpacciate di uova (simbolo di fertilità) e bisboccia, ma anche di cantare e suonare tanta musica!
Molte comunità mantengono ancora vive queste tradizioni soprattutto nel Monferrato (geografico), nelle Langhe e nel Roero.

LA QUESTUA QUARESIMALE DELLE UOVA

Hieronimus_Bosch_IL_CONCERTO_NELL_UOVO_XVI_secNella settimana di Pasqua dopo il tramonto, un gruppo di giovani partiva a piedi dal paese, capitanati da un falso fraticello elemosiniere e andava vagando per la campagna di cascina in cascina, a chiedere le uova in cambio di una canzone benaugurale.

Una mescolanza di sacro e profano memore di rituali ancor più antichi, quando si credeva che la terra avesse bisogno di essere ridestata dal sonno dell’inverno! La visita era funzionale anche al ripristino delle convivialità interrotte durante l’inverno, quando il freddo e la neve isolavano la comunità dentro alle rispettive abitazioni. I prodotti ricavati dalla questua sarebbero serviti per imbandire un pranzo comunitario il lunedì dell’Angelo (Pasquetta) o più prosaicamente a riempire la pancia dei questuanti che evidentemente non se la passavano molto bene economicamente.

 

La canzone era una specie di filastrocca in dialetto piemontese: “Suma partì da nostra cà, ca i-era n’prima seira, per venive a salutè, devè la bun-ha seira…” (Siamo partiti dalle nostre case che era da poco sera, per venirvi a salutare e darvi la buona sera). Questo l’inizio. Poi seguivano altre strofe, molte altre strofe, in cui si invitava il padrone di casa a uscire e consegnare un po’ di uova. Il padrone il più delle volte usciva per davvero, magari assonnato nel primo sonno, con i pantaloni ancora in mano, e faceva scivolare una dozzina d’uova in una cesta portata a braccio da uno strano figuro, il fratucìn (che era poi nient’altro che un ragazzo vestito da frate). Dunque succedeva di tutto un po’ in quei cortili di cascina illuminati solo dalla luna, quando c’era: i cantori cantavano, il padrone, o la padrona, di casa per lo più stava al gioco e, dopo essersi fatta attendere un po’, si affacciava all’uscio con le uova in mano, quindi potevano accadere molte cose: che i cantori ringraziassero, sempre con il canto, la padrona per poi riprendere il cammino verso un’altra cascina, oppure che il padrone di casa, ormai ben desto, facesse entrare in casa o in cantina i ragazzi, offrendo loro un bicchiere di buon vino rosso e tagliando il salame fatto in casa. Erano rare le volte in cui il padrone di casa non voleva proprio saperne di uscire: in quei casi i ragazzi se ne andavano maledicendo la cascina e i suoi abitanti, in particolare gli animali e il raccolto. (tratto da qui)

Per quanto i versi fossero improvvisati c’erano delle strofe “pronte all’uso” da adattare alla famiglia presso la quale si cantavano le uova (una buona parola per le vedove, un complimento per la padrona e per le belle figlie), a cui seguivano le strofe benaugurali per la salute delle persone e delle bestie della cascina, la prosperità dei raccolti e l’arrivederci al prossimo anno.
A discrezione del padrone di casa ai giovani veniva offerto pane e salame, un bicchiere di vino; le ragazze da marito spiavano i giovanotti stando dietro l’uscio, eppure i giovanotti più intraprendenti riuscivano a corteggiare la ragazza prescelta, un gioco di sguardi alla finestra, un bigliettino o un fiorellino, ma anche un oggetto più personale come un fazzoletto, potevano passare rapidamente di mano, e forse nella confusione generale qualcuno riusciva a scambiarsi un bacio. Ma se le luci restavano spente e gli abitanti della casa facevano finta di dormire, allora si cantavano le strofe delle maledizioni e si arrivava anche alla vendetta.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

RITO PROPIZIATORIO?

Ovviamente si, come tutte le questue rituali del mondo contadino strettamente connesse con il ciclo calendariale dell’anno agricolo.
Le uova sono simboli di rinascita è la primavera risorgente, e attraverso il dono ci si propizia la salute e soprattutto un buon raccolto, è la cosiddetta “magia simpatica” o più precisamente imitativa. E’ significativo che i questuanti vadano in giro a notte inoltrata, a “risvegliare” gli abitanti delle cascine con il canto: il simbolismo è evidente, il lungo sonno invernale è terminato, è arrivata l’ora di rimettere in circolo le forze racchiuse nella promessa di un uovo, il seme della vita che ricomincia a germinare.

Significativa la presenza della luna piena a illuminare la notte perchè Pasqua cade proprio quando c’è la prima luna piena dopo l’equinozio di primavera, ovvero la seconda luna piena dell’anno agrario, è la luna delle gemme e quello che si celebra con la questua delle uova è una specie di festino in onore alla dea ovvero alla terra, ma anche alla Luna che con i suoi raggi ha potere su ciò che sulla terra vive e si riproduce. La figura del frate del resto è chiaramente fittizia, un contentino alla Chiesa visto che la questua si svolgeva durante i riti pasquali, perchè i questuanti erano in realtà portatori di uno spirito benefico, più antico del dio cristiano.

In Langa la questua pasquale era vietata alle donne (andare per la campagna in piena notte con dei giovanotti focosi e chiaramente un po’ alticci?) che avevano l’occasione di svolgere la loro questua a Maggio.

LA TRADIZIONE OGGI

La tradizione si era praticamente estinta quando nel 1965 uno sparuto gruppetto di musicisti volle riproporla: Antonio Adriano con il “Gruppo spontaneo di Magliano Alfieri” e il “Brun” dei Brav’om da Prunetto fecero da detonatori e da allora la tradizione non si è più interrotta.

Oggi la questua è come si suole dire “defunzionalizzata” ma è stata riproposta a partire dal 2000 nel Roero come una sorta di Festival/Manifestazione denominata Cantè j’euv Roero: in pratica già a partire da gennaio/febbraio i singoli gruppi musicali questuano nel loro paese e poi partecipano alla kermesse finale ricca di spettacoli, canti e danze. L’intento è quello di promuovere turisticamente i piccoli centri delle provincie di Cuneo, ma anche di Asti e d’Alessandria. Così il rito si è trasformato in sagra popolare e in una sorta di “rappresentazione” del mondo contadino.

LA QUESTUA DI CASAL CERMELLI

La questua delle uova veniva praticata a Casal Cermelli nella sera del sabato santo da un gruppo di musicanti che partivano da Rocca Grimalda (Alto Monferrato) all’inizio della Quaresima sostando ogni sera in località diverse (la pratica sembra essere stata avviata all’inizio del ‘900). Oggi la questua inizia già di venerdì, e i cantori (giovani di ambo i sessi, ma anche gli anziani del paese) si spostano su un carro tirato dal trattorino, mentre il sabato sera vede i musicanti, composti per lo più dal locale gruppo Calagiubella, ritrovarsi nella piazza principale del paese a suonare attorno al falò. Sebbene i ruoli sociali si siano per lo più modificati e le famiglie di contadini siano ben poche rispetto a quelle visitate durante la questua, in quelle due notti si rinsalda e ritualizza l’appartenenza del singolo alla comunità locale basandola sulla terra, sul lavoro della terra e i frutti di questo lavoro.

ASCOLTA Vincenzo “Chacho” Marchelli accompagnato all’organetto (com’era l’usanza di un tempo) e da una brigata di allegri musicanti, peccato che la registrazione sia un po’ alla buona


ORIGINALE PIEMONTESE
In questa casa, gentil casa,
ui sta dra brava gente:
l’han senti’ cante` e sune`
e l’han visca` lo chiaro.
In questa casa
ui sta dra gent tant cumplimentosa:
l’ha senti` cante` e sune`
e a se l’e` nascosa.
E dem di ovi, dem di ovi
dir voster galeini
chi m’on dic i vostr auzei
chi n’ei dir cassi peini!
E dem di ovi, dem di ovi
dra galeina griza
chi m’on dic i vostr auzei
chi i teni intra camiza! (2)
E dem di ovi, dem di ovi
dra galinetta neigra
chi m’on dic i vostr auzei
chi _ ra(3) seira!
E dem di ovi, dem di ovi
dra galeina bianca
chi m’on dic i vostr auzei
ch’l’e` tit u di’ ch’la canta!
E adess chi m’ei dac j ov
nui a v’ringrasioma
se in’autr ani a soma al mond
nuiatri a riturnoma.(4)

TRADUZIONE ITALIANO
In questa casa, una casa ospitale,
ci sta della brava gente,
hanno sentito cantare e suonare
e hanno acceso la luce.
In questa casa ci sta della gente molto complimentosa,
hanno sentito cantare e suonare
e non si sono nascosti.
Datemi le uova, datemi le uova
delle vostre galline (1),
che i vostri vicini mi hanno detto
ne avete piene le casse.
Datemi le uova, datemi le uova
della gallina grigia,
che i vostri vicini mi hanno detto tenete nella camicia.
Datemi le uova, datemi le uova
della gallinella nera,
che i vostri vicini mi hanno detto
… fino a sera.
Datemi le uova, datemi le uova
della gallina bianca,
che i vostri vicini mi hanno detto
che canta tutto il giorno.
E adesso che mi avete dato le uova,
noi vi ringraziamo
se il prossimo anno siamo ancora vivi, noi ritorneremo.

NOTA
(1) le galline sono di vari colori qui manca la strofa con la gallina rossa (la galena rusa) e per fare la rima la strofa diventa: Chi m’an dicc i vocc avzein c’l è tit un dì c’la pussa (in italiano: che mi hanno detto i vostri vicini che è tutto il giorno che spinge)
(2) modo di dire che significa tenere in palmo di mano, accudire con molta attenzione
(3) Non si capisce cosa dice Chacio e anche la trascrizione è lacunosa, credo che la frase sia scurrile. La strofa è anche sostituita con
O se voli dene d’ov
De la galìnha neira
i-è pasàiè Carlevè sumà la primavèira
(in italiano:O se volete darci delle uova della gallina nera, è passato Carnevale, siamo alla primavera)
(4) oppure S’à scampromma an sanità ‘n atr an a turneroma (in italiano: Se scamperemo in salute torneremo l’anno prossimo),  espressioni tipiche nei canti di questua nei quali i cantori danno “l’arrivedersi” e sanciscono così la volontà di mantenere una consuetudine dura a morire

Le varianti di questo canto prevedono anche la richiesta di altri beni di conforto al posto delle uova
e s’in vóri nènt dém d’ióv démi ina galéina
o diŗ pöu e du salàm o diŗ böu vij d’cantéina
(in italiano: e se non volete darmi le uova, datemi una gallina o due salami e del buon vino di cantina)

Nel malaugurato caso che i contadini facessero finta di niente lasciando la casa al buio e i questuanti fuori dalla porta ecco pronte le strofe delle maledizioni

ORIGINALE PIEMONTESE
O sin vori nen dem jovi, nuiaunc andoma via,
j’’ei lassà ra corda ar pus av ra portoma via.
‘Nt sta casa gentil casa u j’è canta ra sueta
j’ei der fiji da maridé j’amniji ra cagheta.
TRADUZIONE ITALIANO
O se non volete darci delle uova, noi andiamo via
Se avete lasciato la corda al pozzo noi ve la portiamo via.
In questa gentil casa ha cantato la civetta
se avete delle figlie da maritare che le venga la caghetta

A TAVOLA

Cestino_UovaLA FRITTATA D’ERBETTE

Cosa mettere con le uova, se non le erbette fresche appena spuntate: le punte giovani d’ortica e il fiore di tarassaco, la profumata melissa e la mentuccia selvatica; il luppolo selvatico appena scottato, i fiori d’acacia e le punte di meliloto.

GALINA GRISA

OLTREPÒ PAVESE

La questua rituale pasquale si svolge anche nel paese di Romagnese (provincia di Pavia, alta Val Tidone) nella sera del sabato santo. I cantori (i giovani ma anche gli anziani) si dividono in squadre che compiono diversi percorsi per tutte le cascine e frazioni del territorio comunale. Accompagnati da una fisarmonica cantano le strofe benauguranti della “gallina grigia” in cambio delle uova. Un tempo il rituale era il pretesto per raggranellare qualche lira e fare baldoria con il vino comprato vendendo le uova e per mangiare una frittata per la Pasqua.
La questua è però inserita in un ciclo pasquale con la processione del Cristo (rappresentato da un uomo incappucciato) che porta la croce il giovedì, la processione della statua del Cristo morto il venerdì sera che segue un itinerario prefissato per la valle mentre ardono alti i falò sulle colline.

Si stralcia da “Il ciclo pasquale di Romagnese e la Galina griza” qui
Scritto da Paolo Ferrari e Claudio Gnoli con la collaborazione di Alessandro Castagnetti

romagneseUn testo del canto e la notazione musicale sono riportati in uno studio dedicato al paese di Enrico e Milla Crevani [Romagnese e la sua storia, la Nazionale, Parma 1970]. Citelli e Grasso [1987] hanno registrato alcuni cantori delle frazioni che ne eseguono qualche strofa, e riportano che “in passato tutte le quaranta frazioni di Romagnese riuscivano ad organizzare una propria squadra di questuanti; le compagnie si ritrovavano una settimana prima di Pasqua per decidere il percorso e per provare la canzone”. Nel 2005 il gruppo Voci di confine, comprendente diversi elementi della zona di Romagnese, ha inciso un’esecuzione dell’intero canto nel suo secondo disco, intitolato appunto “La galena grisa”. È interessante osservare che il loro giovane leader, Paolo Rolandi, abbia fatto molta fatica a convincere i cantori ad eseguire il canto per il disco: a loro infatti la cosa sembrava fuori luogo, perchè la Galina griza si canta solo a Pasqua!
« Süza süza, gh’è chì ‘l galante de la vostra galina griza. E la negra, e la bianca püra che la canta (bis)…
Osserviamo che il rifiuto di un’offerta ai cantori era un tempo stigmatizzato con molta durezza, cosa che oggi non avviene quasi più se non con accenni benevoli e poco insistenti. D’altra parte va detto che nei tempi della povertà contadina, la questua non aveva solo una funzione simbolica, come avviene oggigiorno, ma rappresentava la possibilità di consumare un buon pasto nutriente dopo il periodo di ristrettezze della Quaresima. Cosí scrivono i Crevani nel testo citato:”I menestrelli ricevevano una volta, in cambio della gratuita serenata, molte uova, che, cotte in una gigantesca frittata, venivano consumate poi in allegra baldoria alla fine del giro. […] E guai se qualcuno si arrischiasse a fare il sordo o a non svegliarsi! Tutta la notte sentirà sbraitare sempre più forte il consueto ritornello… con qualche variante: In co dell’orto gh’è fiorí la rama, dentro dentro questa casa gh’è la gente grama Se la padrona non mi da il cocon crapa la ciosa e tüt i so [ciuson]


In co de l’orto gh’è fiorí la fava,
dentro dentro in questa casa
c’è la gente brava [bis].
E se lei la sarà brava
la mi darà le uova [bis].
E dami delle uova
della vostra gallina [bis].
In co de l’orto gh’è fiorí la rosa,
dentro dentro questa casa
c’è la mia morosa [bis].
In co de l’orto gh’è fiorí la vessa(1)
dentro dentro questa casa
c’è la mia belessa [bis].
Met la scala al casinôt,
öv dei zü a vot a vot [bis],
meta la scala a la cascina,
öv dei zü a la ventina [bis],
La luna, la luna cavalca i monti
questa l’è l’ora di fare i conti(3)
e una micca e una rubiöla
la farízam föra [bis]!
E ch’la ma scüza sciura padrona
sa l’um cantà da spresia [bis],
la cantrum mej dal vegn indré
suta la sua finestra [bis].
TRADUZIONE ITALIANO
In fondo all’orto è fiorita la fava
e in questa casa
c’è della gente brava.
E se lai sarà brava
mi darà della uova.
Dammi delle uova
della vostra gallina.
In fondo all’orto è fiorita la rosa
e dentro a questa casa
c’è la mia fidanzata.
In fondo all’orto è fiorita la veccia(1)
e dentro al questa casa
c’è la mia bella.
Metti la scala al casotto,
e porta giù un bel po’ di uova(2),
metti la scala alla cascina
e porta giù una ventina di uova.
La luna cavalca i monti
è questa l’ora di fare i conti(3)
e un panino e una robiola
la facciamo fuori.
E che mi scusi signora padrona
se abbiamo cantato alla buona,
la canteremo meglio nel tornare indietro sotto alla sua finestra

NOTE
1) veccia dentellata, in latino vicia bythinica: erba foraggera imparentata con la fava, ma non adatta all’alimentazione umana
2) tradotto a senso
3) è l’ora cioè di tirare fuori soldi o generi alimentari

FONTI
Tutti in festa: antropologia della cerimonialità di Laura Bonato
http://ontanomagico.altervista.org/equinozio-primavera.htm
http://www.cantejeuv.com/cenni_storici.html http://www.vecchiopiemonte.it/storia/curios_stor/uova.htm http://myblog.langood.it/2010/12/07/cante-jeuv-la-questua-delle-uova/ http://www.prolococasalcermelli.it/plcc/in-evidenza/details/37-cante-jov?pop=1&tmpl=component
http://www.agrispesa.it/territorio/cantare-uova-sere-quaresima http://blog.frazionesantanna.com/?p=760
http://langhe.net/7562/cante-jeuv-festa-cantar-uova/ http://www.amicicastelloalfieri.org/antonio_it.html http://www.scriverefotografare.com/2013/05/e-dateci-le-uova-della-gallina-grigia.html
http://www.sebastianus.org/wp-content/uploads/2014/04/Etnografia-5.pdf

DONNA LOMBARDA: UNA MURDER BALLAD DAL PIEMONTE

Donna Lombarda (Dona Bianca) è forse la più famosa delle ballate italiane, diffusa anche in Francia e Canada francese (Quebec). La ballata tramandata fino ai giorni nostri attraverso un’infinità di varianti regionali narra la storia di una giovane moglie istigata dall’amante ad avvelenare il marito e di un neonato che miracolosamente comincia a parlare per rivelare l’intrigo. Una tipica murder ballad di area celtica con tanto di evento soprannaturale!

Costantino Nigra la ritiene originaria del Piemonte e, secondo la convinzione del tempo che le ballate popolari antiche riportassero i fatti di cronaca risalenti al Medioevo, identifica la donna nella regina dei Longobardi, Rosmunda; ecco la leggenda, come dalla cronaca riportata anche da Paolo Diacono nella Historia Longobardorum: la figlia dei re dei Gepidi (l’antica Pannonia) presa in sposa dai re dei Longobardi Alboino come “trofeo di guerra” organizzò la congiura che uccise il marito nel 572 per favorire il suo amante Elmichi. Tuttavia il tentativo di usurpazione non ebbe successo e Rosmunda e Elmichi fuggirono a Ravenna (insieme a parte del tesoro longobardo). A Ravenna i due si sposarono ma la bella Rosmunda non aveva perso il vizietto dell’infedeltà, così poco dopo tentò di uccidere il secondo marito con il classico sistema tanto reclamizzato nelle ballate: il cibo avvelenato. Elmichi si accorse del veleno mentre beveva dalla coppa e costrinse Rosmunda a bere minacciandola con la spada, i due morirono così uccisi dalla stessa pozione!

Queen Eleanor - Anthony Frederick Augustus Sandys 1858
Queen Eleanor – Anthony Frederick Augustus Sandys 1858

GUIDA ALL’ASCOLTO DONNA LOMBARDA

Che la ballata sia così antica, ossia risalga alle soglie del Medioevo è opinabile, è incontestabile invece la sua diffusione in area popolare dal Nord al Sud dell’Italia. Le versioni testuali e melodiche mutano e i testi sono adattai ai vari dialetti o resi in un italiano per così dire “popolare”, raccolte e classificate qui solo in piccola parte.

VERSIONI NORD-ITALIA

La ballata nella versione Piemontese con il titolo di “Dona Bianca” è ridotta all’osso limitata ai dialoghi tra i protagonisti della storia: la moglie infedele, l’amante, il marito e il bambino prodigio (perchè parla dalla culla pur essendo neonato). Eppure in poche parole si delinea un antico contesto nobiliare: il marito ritorna dalla caccia passatempo preferito dagli aristocratici, il giardino dove trovare il serpentello è di un nobiluomo, lo stesso nome della donna diventato Madonna Bianca, nell’accezione medievale del termine “Signora” moglie di un “domine”.

ASCOLTA La Lionetta (il brano compare in diverse registrazioni del gruppo, la prima è nell’Album “Danze e Ballate dell’Area Celtica Italiana” Shirak, 1978) La versione viene da Asti dove é stata raccolta da R. Leydi e F. Coggiola


O vòstu v’tti o dona Bianca
o vòstu v’nial ballo cun mi
O si si si che mi a v ‘niria
ma j’o paura del me mari
Va n ‘tei giardino del mio galante(1)
la ié la testa dal serpentin
E ti t lu pie t lo piste in póer
e poi t’iu bute hit’un bicier ad vin
E so mari veti cà d’la cassa
o dona Bianca jo tanta sei
Ma va di là ‘nt’ la botejera
la jé un bicier dal vin pi bum
El cit enfant l’era ant’la cuna
papa papa beiv pò lulì
che la mamina vói fete muri
O beivlu ti o dona Bianca
se no t’lu fas beive a fil da spà
O si si si che mi lo bevria
ma jó paura d’ie mie masnà(2)
TRADUZIONE ITALIANO DI CATTIA SALTO
Vuoi venire dama Bianca,
vuoi venire al ballo con me?
O si si che io verrei
ma temo mio marito
Va nel giardino del mio galante
là c’è la testa di un serpentello
e tu la prendi e la riduci in polvere
e poi la metti in un bicchiere di vino
E il marito viene a casa dalla caccia
O dama Bianca ho tanta sete
Ma va di là nella cantina
c’è un bicchiere del vino più buono
Il piccolo neonato che era nella culla
Papà, papà non berlo
perchè la mamma vuol farti morire
Bevilo tu o dama Bianca
altrimenti ti costringo a berlo a fil di spada
O si si che lo berrei,
ma temo per i miei bambini

NOTE
1) galante sta per gentiluomo, un nobile cortigiano; in altre versioni il giardino è della madre o del padre della donna
2) la donna cerca di sfuggire alla morte invocando il suo ruolo di madre. La ballata però non è completa, possiamo solo immaginare che la donna, costretta con la spada a bere dal calice, muoia avvelenata!

In quest’altra versione proveniente dalla terra delle Quattro Province il contesto è più prosaico e popolare invece dell’invito al ballo di corte l’uomo chiede di fare sesso e il marito è di ritorno dal lavoro nei campi; il finale è però più completo sia nella descrizione della morte della donna per avvelenamento che nella frase moraleggiante di chiusura.

ASCOLTA Barabàn in Baraban 1994, versione testuale raccolta sul campo dalla voce di Angelina Papa (1908), mondina di Sannazzaro de’ Burgondi (Pavia)


Dona lombarda dona lombarda
fuma a l’amur fuma a l’amur
Mi no mi no o sciur cavaliere
che mi ‘l marito gh’i l’ò giamò
Là int’al giardino del mio bèl padre
si gh’è la testa dal serpentìn
la ciaparemo la pistaremo
fum ‘na butiglia dal noster bon vin
A vegn a cà ‘l sò marì d’in campagna
dona lombarda g’ò tanta set
O guarda lì int’la cardensola
gh’è una butiglia dal noster bon vin
L’è salta sù ‘l fantulìn de la cüna
bevalo nein bevalo nein
Cosa vuol dire dona lombarda
al noster bon vin l’è un po’ tulberì
Sarà la pulvara d’la cardensola
cà la fà ‘gnì un po’ tulberì
Dona lombarda dona lombarda
al noster bon vin t’la bévare ti
La prima guta che lu ‘l g’a dato
le la cumìncia a cambià i culur
secunda guta che la beviva
in tèra morta sì l’è cascà
Dona lombarda dona lombarda
arrivederci in paradìs(3)
tà s’ta scardiva de fag’la ai alter
e ta t’le fada di ‘m bèla per tì
(traduzione italiano qui)
“Donna Lombarda, Donna Lombarda
facciamo all’amore, facciamo all’amore.”
“Io no, io no, signor cavaliere
che io il marito ce l’ho già.”
“Là nel giardino del mio bel padre
c’è la testa di un bel serpentin.
La prenderemo, la pesteremo
in una bottiglia del nostro buon vino.”
Viene a casa suo marito dai campi
“Donna Lombarda, ho tanta sete”
“Oh, guarda lì nella credenza
c’è una bottiglia del nostro buon vino”
E’ saltato su il bambino dalla culla:
“Non berlo, non berlo!”
“Cosa vuol dire, Donna Lombarda,
che il nostro buon vino è un po’ torbido?”
“Sarà la polvere della credenza
che lo fa diventare un po’ torbido”
“Donna Lombarda, Donna Lombarda
il nostro buon vino bevitelo tu!”
Alla prima goccia che lui le diede
lei iniziò a cambiare colore.
Alla seconda goccia che lei bevve
cadde in terra, morta.
“Donna Lombarda, Donna Lombarda
arrivederci in Paradiso!
Credevi di farla agli altri
e te la sei fatta da sola.”

NOTE
3) il termine vuole indicare un generico Aldilà più che il paradiso della religione cattolica

ASCOLTA Davide Bortolai in Ballate Lombarde 2007 (un rifacimento molto simile alla versione francese dei Malicorne)

La versione proveniente da Venezia è diventata una specie di versione “standard” sovra-regionale così da Giovanna Daffini si passa (sempre nel contesto della canzone di protesta) ai romani Francesco De Gregori & Giovanna Marini, e al cantautore e polistrumentista Fabrizio Poggi originario di Voghera che dopo un esordio nel folk americano con i Chicken Mambo si è dedicato al mondo del folklore lombardo e più particolarmente della provincia di Pavia

ASCOLTA Giovanna Iris Daffini detta “la Callas dei Poveri” nella rielaborazione testuale di Gualtiero Bertelli (fondatore del Canzoniere Popolare Veneto)

ASCOLTA Francesco De Gregori & Giovanna Marini in “Il fischio del vapore” – 2002 resa alla maniera di Giovanna Daffini

ASCOLTA Fabrizio Poggi & Turututela in Canzoni popolari 2002

Le tre versioni testuali sono abbastanza simili, si riporta quella di Gualtiero Bertelli:
“Amami me che sono re non posso amarti tengo marì”
“Tuo marito fallo morire, t’insegnerò come devi far
Vai nell’orto del tuo buon padre taglia la testa di un serpentin
Prima la tagli e poi la schiacci e poi la metti dentro nel vin”
Ritorna a casa il marì dai campi” Donna Lombarda oh che gran sé”
“Bevilo bianco bevilo nero bevilo pure come vuoi tu”
“Cos’è sto vino così giallino, sarà l’avanzo di ieri ser”
Ma un bambino di pochi mesi sta nella culla e vuole parlar
“O caro padre non ber quel vino Donna Lombarda l’avvelenò”
“Bevilo tu o Donna Lombarda tu lo berrai e poi morirai”
“E per amore del Re di Spagna io lo berrò e poi morirò”
La prima goccia che lei beveva lei malediva il suo bambin
Seconda goccia che lei beveva lei malediva il suo marì

VERSIONI CENTRO-ITALIA

ASCOLTA Angelo Branduardi & Scintille di musica (area mantovana). La versione di Branduardi è molto ridotta rispetto alla registrazione di Bruno Pianta raccolta da Andreina Fortunati di Villa Garibaldi (MN), 1975 (per la versione estesa qui) Il canto è accompagnato dalla ghironda, un tipico strumento popolare venuto dal Medioevo


Donna lombarda, donna lombarda,
Ameme mì.
Cos volt che t’ama che ci ho il marito
Che lu ‘l mi vuol ben.
Vuoi vhe t’insegna a farlo morire
T’insegnerò mi.
Va co’ dell’orto del tuo buon padre
Là c’è un serpentin.
Vien cà il marito tutto assetato
Và a trar quel vin(4).
Ed un bambino di pochi anni
Lu l’ha palesà.
O caro padre non bere quel vino
Che l’è avvelenà.
Donna lombarda, bevi quel vino,
che l’è avvelenà. (5)
TRADUZIONE ITALIANO
“Donna lombarda,
amate me”
“Cosa vuoi che t’ami, che ho il marito
che mi vuole bene?”
“Vuoi che ti insegni a ucciderlo?
Ti insegnerò io a ucciderlo.
Vai in fondo all’orto del tuo buon padre,
là c’è un serpentello.”
Viene a casa il marito tutto assetato,
va a prendere del vino.
Ma un bambino di pochi anni
l’ha rivelato (il piano).
“O caro padre, non bere quel vino
che è avvelenato.”
“Donna lombarda, bevete quel vino,
che è avvelenato.”

NOTE
4) Branduardi salta la parte dove la donna pesta la testa del serpentello e la mette nella bottiglia dal vino più buono, come pure il fatto che il marito nota come il vino sia più torbido
5) il finale che è stato “tagliato” da Branduardi dice:


“Sol per amore del re di Francia,
sol per amore, del re di Francia io lo beverò
e poi morirò.”
Ogni goccino che lei beveva,
ogni goccino,che lei beveva: ”addio marì,
ciao marì”.
La s’intendeva da farla agli altri
la s’intendeva, da farla agli altri
la s’ l’è fata a le’
la s’ l’è fata a le’.
TRADUZIONE ITALIANO
“Lo berrò solo per amore del re di Francia,
Lo berrò solo per amore del re di Francia,
e poi morirò.”
Ogni goccino che beveva
ogni goccino che beveva:”addio, marito.
Ciao marito.”
Credeva proprio di farla agli altri
credeva proprio di farla agli altri
ma se l’è fatta a sé stessa
ma se l’è fatta a sé stessa

 

ASCOLTA Caterina Bueno (area pistoiese-maremmana)

ASCOLTA Franco Pacini
ASCOLTA Riccardo Tesi & Maurizio Geri

La versione è stata raccolta nel 1979 da Franco Pacini nel pistoiese (dalla voce di Regina Innocenti) e venne proposta da Caterina Bueno, che all’epoca continuava a scoprire e a coltivare giovani musicisti di formazione sia popolare che classica.

– Donna lombarda, perché non m’ami?
Donna lombarda, perché non m’ami? –
– Perché ho marì.
Perché ho marì. –
– Se ciài il marito, fallo morire,
se ciài il marito, fallo morire,
t’insegnerò;
t’insegnerò:
Laggiù nell’orto del signor padre,
Laggiù nell’orto del signor padre
che c’è un serpèn
che c’è un serpèn
Piglia la testa di quel serpente,
piglia la testa di quel serpente,
pestàla ben,
pestàla ben.
Quando l’avrai bell’e pestata,
quando l’avrai bell’e pestata,
dagliela a be’,
dagliela a be’
Torna il marito tutto assetato,
torna il marito tutto assetato:
chiede da be’,
chiede da be’.
– Marito mio, di quale vuoi?
Marito mio, di quale vuoi?
Del bianco o il ne’?
Del bianco o il ne’? –
– Donna lombarda, darmelo bianco.
Donna lombarda, darmelo bianco:
ché leva la se’
ché leva la se’.
Donna lombarda, che ha questo vino?
Donna lombarda, che ha questo vino
Che l’è intorbé,
Che l’è intorbé?
– Saranno i troni dell’altra notte,
saranno i troni dell’altra notte,
che l’ha intorbé
che l’ha intorbé
S’alza un bambino di pochi mesi,
s’alza un bambino di pochi mesi:
– Babbo non lo be’
che c’è il velen
– Donna lombarda, se c’è il veleno,
Donna lombarda, se c’è il veleno,
lo devi be’ te,
lo devi ber te’.

LOMBARD WOMAN
La traduzione in inglese di Stefano Mengozzi:
 "Where are you going, Lombard woman? 
Take a walk with me!" 
"I'd like to walk with you, 
but I'm afraid of my husband." 
"Your husband is old, we'll make him die! 
At the end of my garden, 
you'll find a stone, with a snake underneath. 
Kill the snake, and offer the poison 
to your husband as a drink." H
er husband comes home saying: 
"Give me a drink, I'm so thirsty! 
Take that glass of wine from the cabinet." 
The baby speaks from the cradle: 
"Don't drink it, she is betraying you! 
That is the snake's blood!" 
"You drink it, Lombard woman, 
you drink it, I'm not thirsty anymore!" 
After the first sip, she begins to turn pale, 
After the second, she commends her children to God, After the third, "May the king's son be put to death, He was the cause of my ruin."

LA VERSIONE FRANCESE

Con il titolo di L’empoisonneuse (in italiano L’avvelenatrice) o Dame Lombarde la ballata attraversa le Alpi e arriva in terra francese, le due versioni riportate hanno stessa melodia (anche se gli arrangiamenti non possono essere più diversi) e testi simili.

ASCOLTA Véronique Chalot in J’ai Vu Le Loup, 1978. Atmosfere medievali, oniriche e ipnotiche con la voce da fata incantatrice


Allons au bois, charmante dame
allons au bois;
Nous trouverons le serpent verde,
nous le tuerons.
Dans une pinte de vin rouge
nous le mettrons;
Quand ton mari viendra de chasse,
grand soif aura.
Tirez du vin, charmante dame,
tirez du vin!
– Oh, par ma foi, mon amant Pierre(1),
n’y a de tiré.
L’enfant du brés jamais ne parle,
a bien parlé:
– Ne buvez pas de ça, mon père,
vous en mourrez!
– Buvez ça vous, charmante dame,
buvez ça vous.
– Ah, par ma foi, mon amant Pierre,
n’a point de soif
Elle n’a pas bu demi-verre,
s’est renversée
Elle n’en a pas bu le plein verre,
a trépassé
TRADUZIONE ITALIANO di Cattia Salto
“Andiamo nel bosco, bella dama
andiamo nel bosco
e troveremo un serpente verde
e lo uccideremo.
Dentro a un litro di vino rosso
lo metteremo;
quando tuo marito tornerà dalla caccia
avrà tanta sete.”
“Mescete il vino, bella dama,
mescete il vino”
“In fede mia, al mio amato Pierre
non lo mescerò.”
Il bambino in fasce che non parla
si mette a parlare
“Non bere, padre mio
voi morrete!”
“Bevete voi, bella dama
bevete voi”
“In fede mia il mio amato Pierre
non ha sete.”
Bevve nemmeno mezzo bicchiere
che stramazzò
bevve nemmeno un bicchiere pieno
che morì

NOTE
1) nella versione francese vediamo un vero e proprio triangolo con amante e marito che sono amici e vanno a caccia insieme. La donna si tradisce perchè rifiuta di servire il vino avvelenato all’amante

Traduzione inglese (tratta da qui)
“Let us go to the woods, Dame Lombarde, let us go to the woods;
We will find the green serpent, and we shall slay it.
In a pint of red wine we shall place it;
When your husband returns from hunting, such thirst he will have.
Pour some wine, Dame Lombarde, pour some wine!”
“Oh, by my faith, my friend Pierre took none.”
The cradle baby never speaks, but he spoke well:
“Do not drink of it, my father—you’ll die of it.”
“You all shall drink, Dame Lombarde, drink of it.
By my faith, my friend Pierre is not thirsty.”
She drank less than half a glass, and fell over.
She did not finish a full glass, and crossed over.

ASCOLTA Malicorne in Colin 1975

ASCOLTA Audrey Le Jossec-Nicolas Quemener Quartet
Allons au bois, Dame Lombarde, allons au bois
Nous exactement le serpente verde, nous le tuerons
Dans une pinte de vin rouge, nous le mettrons
Quand tonnellata mari viendra de chasse , grand soif aura
Du Tire vin Dame Lombarde, du tire vin
Eh! Par ma foi, mon amant Pierre, n’y un tiré de
L’enfant du bré, jamais ne parle , un parlé bien
Ne buvez pas de ça, mon père , vous en mourrez
Buvez-en vous, Dame Lombarde, buvez-en vous
Eh! Par la foi, mon amant Pierre, n’ai punto de soif
Elle n’a pas bu demi- verre , s’est renversée
Elle n’a pas bu le verre plein, un trépassé

FONTI
https://homepage.univie.ac.at/helmut.satzinger/Wurzelverzeichnis/donnalomb.html
http://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=en&id=42932 http://goccedinote.blogspot.it/2012/05/donna-lombarda-testo-commento-e-video.html http://www.aess.regione.lombardia.it/percorsi/ canto_narrativo/canti/donna_lombarda/home.htm http://www.canzonierescout.it/g34.pdf http://www.umbc.edu/eol/magrini/mag-mus2.html http://www.webalice.it/macchiavelli/da_xoom/ donna_lombarda_malcapi_TTBB.pdf http://www.jstor.org/discover/10.2307/739356?uid=3738296&uid=2129&uid=2&uid=70&uid=4&sid=21103845500141 http://media.smithsonianfolkways.org/liner_notes/folkways/FW04482.pdf

DA BROOMFIELD HILL A BELLA CIAO

Un gentiluomo sfida una fanciulla da marito: egli è certo che lei perderà la sua virtù se si recherà nel bosco o nella brughiera! La scommessa che l’uomo è sicuro di vincere, si basa sul presupposto che quando una donna indugia per la brughiera o nel bosco, è perchè sta cercando qualcuno con cui fare sesso; forse persiste tutt’ora nella mentalità di certi maschi, il concetto che una donna seppur stuprata sia comunque responsabile della violenza subita(chiamiamolo “concorso di colpa”?) Ma la fanciulla fa ricorso alla magia e fa cadere l’uomo in un sonno innaturale; in molte versioni è espressamente citato l’uso della ginestra come pianta magica. (continua prima parte)

Così nella versione delle Isole Britanniche (Broomfield hill Child ballad #43), nella penisola italiana i titoli diventano La bevanda sonnifera, La mia mama l’è vechierela, La bella Brunetta.

 The Girl at the Well (Peasant Girl) (ca. 1831) George W. Simson Un cavaliere offre dei soldi in cambio di una notte d’amore a una procace fanciulla del popolo che si reca alla fontana per prendere l’acqua. La ragazza risponde che prima deve sentire il consiglio della madre, la quale le dice di accettare, e le prepara un sonnifero da far bere al focoso cavaliere. Quando il cavaliere le richiede di dormire ancora una notte con lui, la madre suggerisce alla figlia di rifiutare perchè se la prima volta è stata lei che è riuscita ad ingannarlo, alla seconda potrebbe essere invece il cavaliere ad ingannare lei!

ASCOLTA (su Spotify) La Ciapa Rusa in ” Ten Da Chent L’Archet Che La Sunada L’e Longa” 1982, gruppo di musica e canto tradizionale del Monferrato (Piemonte Sud-orientale)


“Dandu c’avni o lali là là
bela brunetta là li la là
solin soletta per la città o la li la là”
“E mi a vengo dalla fontana”
a prender l’acqua da far disnà”
E da là i pasa o lali là là
sgnur cavaliere là li la là
na preia ‘n t l’acqua ià ben tirà o la li la là
“che stia fermo, sgnur cavaliere
che l’acqua ciara m’la spurcherà”
“E ‘ntant l che ‘acqua o lali là là
che si rischiara là li la là
noi parleremo ‘n pochin d’amor o la li la là:
vi donaria 100 scudori
d’una notina a dormir con me !”
“Lo ‘ndaru dilu o lali là là
la mia mama là li la là
se sto consiglio me lo darà o la li la là”
“o sent’ an po’ la me cara mama
snur cavaliere cosa m’ha dì
me donaria 100 scudori
d’una notina dormir con me”
“o vatne pura, cara la me fia
100 scudoni i’en bon per ti
noi i daromma una bevanda
tutta la notte lui dormirà”
Tutta la notte c’al dorme e ronfa
e dell’amor s’a mai ricordà
E si s’nu ven-na e la mattina
Sur cavaliere sügava i’öcc!
“Cosa ‘l piura sgnur cavaliere
piura forse i suoi denà”
“mi piur pa i miei denari
piur la notte che i’è pasà
vi donaria un altro tanto
‘naltra notina dormir con me”
“L’andaru dijlu la mia mama
se l’è contenta me venerò”
“o senta ‘n po’ la mia cara mama
sgnur cavaliere cosa m’à dì
me donaria un altro tanto
‘n altra notina dormir con me”(17)
“e quan che ‘l pum (18), l’è tacà a la pianta
da tüti quanti l’è rimirà
e quan che ‘l pum a l’è cascà ‘n tera
da tüti quanti l’è rifüdà”
TRADUZIONE  DI CATTIA SALTO
“Da dove vieni,
bella brunetta,

sola soletta per la città?”
Vengo alla fontana
a prendere l’acqua 
per far da mangiare
E da là passa
il signor cavaliere
e ha tirato una pietre nell’acqua prendendo la mira
Stia fermo signor cavaliere
che mi sporcherà l’acqua ora limpida
E intanto che l’acqua
ritorna limpida,
noi due parleremo un poco d’amore,

vi donerò 100 scudi
per dormir con me una notte

Andrò a dirlo
alla mia mamma

per chiederle consiglio
Senti un po’ cara mamma,
cosa che il signor cavaliere mi ha detto:
mi donerebbe 100 scudi
per dormir con me una notte

Vai pure cara la mia figlia,
100 scudi sono buoni per te,
gli daremo una bevanda
e tutta la notte lui dormirà
E tutta la notte lui dorme e russa
e dell’amore si è scordato ormai.
Venuto il mattino il signor cavaliere
si asciugava gli occhi (dal pianto)
Perchè piangete signor cavaliere
piangete forse per i vostri soldi?
Non piango mica per i miei soldi,
piango per la notte che è passata.
Vi donerei un’altra volta tanto
se un’altra notte dormite con me” ”
Andrò a dirlo alla mia mamma
se è contenta io verrò
Sentite un po’ cara mamma,
cosa mi ha detto il signor cavaliere,
mi donerebbe un’altra volta tanto
se un’altra notte dormirò con lui“(17)
Quando la mela(18)
è appesa all’albero da tutti quanti è ammirata,
ma quando la mela casca in terra
da tutti quanti è scartata”

NOTE
17) qui manca la risposta della madre
18) la mela attaccata alla pianta simboleggia la verginità della ragazza. La strofa è un commento moraleggiante che potrebbe essere o della madre o del narratore: anche se la ragazza non ha perso la propria virtù, si comprometterebbe però agli occhi dei propri compaesani e nessuno la vorrebbe più (la calunnia è un venticello..)

ASCOLTA La Macina versione anconetana

Una versione veneto-trentina (La mia nona l’è vecchierella) è diventata filastrocca per bambini, ovviamente privata di ogni riferimento sessuale, per cui è la nonna ad offrire alla ragazza dei soldi per andare alla fontana a prendere l’acqua per la cena.
La ballata inizia così: La mia nona l’è vecchierella, la me dis ciao, la me fa ciao, la me dis ciao, ciao, ciao per tor l’acqua per far disnà.
I bambini, cantando il ritornello, si battevano le mani gli uni contro gli altri, prima mano destra su destra, poi sinistra su sinistra e poi entrambe le mani su quelle opposte del bambino di fronte.

ASCOLTA Patrizia Ercole, Angela Zecca, Ivan Siri

ASCOLTA anche questo arrangiamento dall’appennino bolognese rilegge la ballata come antesignana del notissimo canto sociale “O Bella Ciao” (e per districarsi nel magma del “chi ha scritto prima cosa” leggere l’articolo di Franco Fabbri qui)
“Ecco, la storia della Bella ciao delle mondine inizia da qui. Quando Giovanna Daffini, mondina e cantastorie, cantò davanti al microfono di Gianni Bosio e Roberto Leydi una Bella ciao nella quale ai noti versi del partigiano che ha “trovato l’invasor” era sostituita la descrizione di una giornata di lavoro delle mondine, non parve vero di aver rintracciato l’anello mancante fra un inno di lotta, espressione della più alta coscienza antifascista, e un precedente canto di lavoro proveniente dal mondo contadino. Nonostante qualche incongruenza e qualche sospetto, la versione venne accettata. E il Nuovo Canzoniere Italiano nel 1964 partecipò al Festival di Spoleto con lo spettacolo dal titolo Bella ciao. In quegli anni dei primi governi di centro-sinistra si compie quella che Bermani, riprendendo il concetto da Hobsbawm, chiama “l’invenzione di una tradizione”. Bella ciao, una canzone cantata durante la Resistenza da sparse formazioni emiliane, e da membri delle truppe regolari durante l’avanzata finale nell’ltalia centrale viene sempre più frequentemente preferita nelle manifestazioni unitarie a Fischia il vento, canto di larghissima diffusione fra tutte le formazioni partigiane, riconosciuto nell’immediato dopoguerra come l’inno della Resistenza. Fischia il vento ha il “difetto” di essere basata su una melodia russa, di contenere espliciti riferimenti socialcomunisti (“il sol dell’avvenir”), di essere stata cantata soprattutto dai garibaldini. Bella ciao è più “corretta”, politicamente e perfino culturalmente, anche se molti partigiani del Nord non la conoscevano nemmeno. Era poi un canto delle mondine, no?
No. Nel maggio del 1965 arriva una lettera all’Unità. La scrive Vasco Scansani, da Gualtieri, lo stesso paese della Daffini. Dice di essere lui l’autore della Bella ciao delle mondine, e di averla scritta nel 1951, basandosi sulla versione partigiana. Dice che la Daffini gli ha chiesto le parole, nel 1963. Allarmatissimi i ricercatori del Nuovo Canzoniere Italiano interrogano Scansani e la Daffini: si rendono conto, nella confusione delle testimonianze, che il mondo dei cantori popolari è più complesso e contaminato di quanto non credessero, che ci sono esigenze di repertorio, desiderio di compiacere il pubblico, e di compiacere gli stessi ricercatori. Parte un nuovo studio, si individuano tracce di Bella ciao in vari canti popolari, non si esclude che fossero parte anche del repertorio delle mondine: ma no, quella versione della Daffini è posteriore alla Bella ciao dei partigiani. La storia, come ho anticipato, non è finita: nel 1974 salta fuori un altro preteso autore di Bella ciao, ma di una versione del 1934: è Rinaldo Salvadori, ex carabiniere, che avrebbe scritto una canzone, La risaia, per amore di una ragazza marsigliese che andava anche a fare la mondina. Il testo, con versi come “e tante genti che passeranno” e “bella ciao”, glielo avrebbe messo a posto Giuseppe Rastelli (futuro autore di Papaveri e papere, politicamente “più nero che rosso”), e la Siae dell’epoca fascista ne avrebbe rifiutato il deposito.  (Franco Fabbri)

FONTI
http://mysongbook.de/msb/songs/b/broomfie.html http://mainlynorfolk.info/lloyd/songs/thebroomfieldhill.html http://71.174.62.16/Demo/LongerHarvest?Text=ChildRef_43 http://www.tobarandualchais.co.uk/en/fullrecord/32542/ 8;jsessionid=812324A683FEF6C1CE8605902FA08E7B http://mudcat.org/thread.cfm?threadid=37413 http://www.mudcat.org/thread.cfm?threadid=17084http://womenarepersons.blogspot.it/2011/11/broomfield-hill-historical-analysis.html http://www.corostelutis.it/content/la-bella-brunetta-1 http://consiglio.basilicata.it/consiglioinforma/ files/docs/17/32/39/DOCUMENT_FILE_173239.pdf http://www.erbatisana.it/laboratorio-di-erboristeria/la-cenere-in-laboratorio/rimedio-con-la-cenere-della-ginestra
http://www.daltramontoallalba.it/civilta/ginestra.htm http://www.lavocedelserchio.it/vediarticolo.php?id=9831&page=0&t_a=la-ginestra-e-le-sanzioni
http://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=722&lang=it

VERSIONE ITALIANA: L’INGLESA (UN’EROINA NIGRA# 13)

TITOLI: L’inglesa, L’inglesina, Un’eroina, Munglesa, La testa del sor conte, Rimira il mio castel.

Lady Isabel and the Elf Knight è diventato il titolo con cui per convenzione si definisce un tema ben preciso della narrazione popolare attraverso il canto, il tema del predatore. La ballata richiama per certi versi The Elfin Knight (Child ballad #2 vedi), anche qui ci sono l’elfo e il corno, ma la storia è decisamente un racconto alla Barbablù, l’archetipo del predatore innato della psiche femminile (inizio prima parte)

In quest’ultima parte si tratta della versione della ballata diffusa in Italia. Il testo della ballata è riportato da Costantino Nigra al numero 13 (in Canti popolari del Piemonte, 1888). Come sempre sono numerose le varianti regionali della ballata, diffusa ampiamente nel Nord d’Italia e fino all’Abruzzo e il Lazio, ma tutte parlano di un’eroina che uccide il marito sposato da poco mentre sono ancora in “viaggio di nozze”. Nigra riporta alcune versioni raccolte a Torino, il Canavese, Alba, le montagne del Parmigiano. In tutte, c’è un conte, e c’è lei, “figlia di un cavalier”. La sera la chiede in moglie, la notte la sposa, la mattina partono. E’ interessante notare come il matrimonio in fretta e furia sia però stato combinato con il consenso dei genitori, nelle versioni anglosassoni è invece la fanciulla che sceglie di seguire il predatore quasi di nascosto dalla famiglia (la donna della penisola italiana è più sottomessa ai genitori, meno incline a fare di testa sua? Alla fine infatti sempre volta il cavallo per ritornare nella gabbia dorata della famiglia).
Nella versione del Monferrato riportata dal gruppo La Lionetta il conte confessa di aver già ucciso una cinquantina di mogli che sono (si presume) seppellite dentro le mura del suo castello, e anche a lei riserverà la stessa sorte. La donna imperturbabile chiede al Conte di prestarle la spada con il pretesto di voler tagliare una frasca per fare ombra al cavallo! Un pretesto decisamente assurdo; senonchè le versioni italiane provengono dalla Francia dove il conte costringe la donna a spogliarsi e poi affogarsi in un fiume (come per la versione C raccolta da Child in Inghilterra e Scozia), ma lei gli chiede di bendarsi perche un gentiluomo non deve guardare una donna mentre si spoglia! Così bendato lo afferra bruscamente e lo getta nel fiume. Ed è qui che nelle versioni francesi entra in ballo il ramo, lui a tentoni afferra una frasca, ma lei con la spada la taglia e l’uomo affoga. Nelle versioni italiane si salta lo strip-tease per passare direttamente alla frasca tagliata, però per un motivo completamente diverso.

Non in tutte le versioni sono menzionate le precedenti mogli già uccise, ma si mostra l’aspetto predatorio dell’uomo che, spinto dalla gelosia, sarebbe pronto a uccidere una moglie non meno che sottomessa; così per evitare una vita di violenze e soprusi la dolce mogliettina lo trafigge al cuore, o come in alcune varianti diffuse in territorio piemontese, gli stacca la testa come nei modelli scandinavi. E proprio questa testa mozzata e il ramo tagliato dalla ragazza ci ricollegano alla ballata medievale di Heer Halewijn, proviene dalle Fiandre.

Lan Awn Shee scrive in merito nel suo Blog: L’isola di Man
lens2333511_99f4-f6a50Nel folto della foresta, Heer Halewijn comincia a cantare la sua canzone magica. La principessa la sente e, cadendo preda della sua malia, disobbedisce agli ordini dei genitori e fugge di casa dopo aver indossato i suoi vestiti migliori e i suoi gioielli più preziosi, rubando dalla stalla del padre il migliore destriero. Quando però, dopo aver a lungo galoppato nel bosco, la giovane incontra il cavaliere e viene da questi portata sotto l’albero dal quale pendono impiccate le sue precedenti vittime, l’incanto della musica svanisce e resta solo la consapevolezza di essere nelle mani di un assassino. Heer Halewijn, colpito dalla bellezza della principessa e dalla ricchezza dei suoi abiti, le concede l’onore di scegliere di che morte morire. Lei allora, con prontezza di spirito, gli chiede di essere uccisa con la spada e aggiunge: «Non faresti meglio a spogliarti? Non vorrei che gli schizzi del mio sangue ti macchino i vestiti…» Ignaro della trappola, Heer Halewijn abbassa la guardia per svestirsi e, in men che non si dica, la principessa lo decapita con la sua stessa spada.

Orbene l’ungherese Lajos Vargyas analizza alcune versioni europee del canto, dove il conte per riposare pone la testa sul grembo della ragazza. I due sono fermi sotto all’albero dove penzolano i cadaveri delle donne già impiccate. Quest’immagine non è rara nella mitologia ungherese e slovena: ad esempio San Ladislao raffigurato in grembo a una donna, mentre sono sotto a un albero al quale sono state appese delle armi insanguinate. Ma l’albero è l’albero della vita, diffuso in numerose favole e leggende siberiane la cui origine si perde nella notte dei tempi. E così la ballata avrebbe viaggiato dall’Asia all’Europa, attraverso le migrazioni dei magiari, per arrivare, sebbene ormai decostruita, fino alla penisola italiana: quella rama o frascolina di cui si parla nella versione piemontese e che la fanciulla si accanisce a tagliare, non è altro che il ramo destinato a vedere penzolare il suo cadavere, reciso in un impeto di ribellione, insieme con la testa del conte!

ASCOLTA La Lionetta in Danze e Ballate dell’area celtica italiana 1978 nello note dell’album scrivono ” Ballata diffusa in tutta l’Italia settentrionale e centrale. Appartiene al filone della “Balladry” europea e la medesima storia ricorre in testi anglo-scozzesi, francesi, spagnoli , tedeschi, olandesi scandinavi, ungheresi e slavi. La musica su cui abbiamo basato il nostro arrangiamento é tratta dalle ricerche di R. Leydi e F. Coggia sull’astigiano su cui abbiamo sviluppato una nostra propria ricerca melodica che si risolve, ad esempio, nella danza centrale e nell’intervento sulla melodia portante della ballata.”

El fieul dij signuri cunti a s’vuria marie
Va chiame d’una Munfreina(1), la fia d’un cavajé.
saba la va ‘mpromet-la, di dumègna la va spusè
L a’ meina sinquanta via sensa mai parlé-je ansem.

Prima vota eh ‘a j a parlà-je, s a j a ben cosi parlà:
Guardé là, bela munfreina, cui castel tan ben murà
Mi sinquanta e due Munfrèine mi là drin j’ó già meinà
Le sinquanta e due Munfrèine mi la testa j’ó cupa.

N’autertant farai, Munfreina, quand che vui n ‘a sari là
O scuté, lo signur cunte, prèsté-me la vostra spà.
O di un po’, bela Munfreina, coza mai na vóli fa?
Vói tajé na frascolina per fé umbra al me caval.

Quand la bela l’à ‘biù làspeja, ant el cór ai l’à piantà
O va là, lo signur cunte, o va là ‘nt i cui fossà!
L’à virà al cavai la brila, andare l’é riturnà.
El primier eh a na riscuntra, so fradei n a rìscuntrà.

O dì ‘n pò, bela Munfreina, l’è d’asse che ‘t trave sì
J’ó trova i sassin di strada, l’àn massà-me marì

NOTE
1) l’inglesina diventa una ragazza del Monferrato (territorio tra Alessandria, Asti, Cuneo e Vercelli assogettato al marchese Aleramo poco prima dello scoccare dell’anno mille).

TRADUZIONE ITALIANO DI CATTIA SALTO
Il figlio del signor conte si voleva sposare
voleva una Monferrina, la figlia di un cavaliere
sabato va con le promesse e domenica va a sposarla
L’ha portata per 50 strade senza mai parlale insieme.

La prima volta che le parlò, sapeva bene cosa dirle
“Guardate là bella monferrina quel castello dalle belle mura
là dentro ho già portato 52 monferrine
e le 52 monferrine la testa ho mozzato.

Altrettanto farò, Monferrina, quando voi sarete là”
“Sentite signor Conte, prestatemi la vostra spada”
“E dite un po’ bella Monferrina cosa mai ne volete fare?
“Voglio tagliare un ramoscello, per fare ombra al mio cavallo”

Quando la bella ha preso la spada nel cuore glie l’ha piantata
“Valà signor Conte, vai là in quel fosso!”
Ha girato il cavallo per la briglia e indietro è ritornata.
Il primo che ha incontrato è stato suo fratello.

“Dì un po’ bella Monferrina perchè ti trovi qui?”
“Ho incontrato i banditi che hanno ucciso mio marito”

TRADUZIONE INGLESE
The count son wants to marry and he goes to ask
goes to ask a “Munfreina” she is the knight’s daughter
on Saturday they were engaged and on Sunday they were married
He took her around for 50 miles and never said a word
first time he spoke he spoke these words:
“Look there,fair “munfreina” this castle
I already took 52 “munfreine” there
of 52 “munfreine” I cut off the head
When you will be there I’ll do the same with you”
“listen, Count,give me your sword”
“Oh, fair munfreina, what you want to do with it?”
“I want to cut off a branch for giving some shade to my horse”
when she had the sword she put it through his heart
“go, go, count in those deep ravines”
she turned her horse and went back
the first man she met was her brother
“oh tell me fair munfreina ,how long have you been there?”
“We met the bandits and they killed my husband”

ASCOLTA Lino Straulino e la Munglesa 2009, ancora una versione piemontese: qui si parla proprio di testa mozzata (recensione del cd qui)

ASCOLTA Fabrizio Poggi e Turututela in una versione lombarda ma molto italianizzata

Su c’era il figlio di un conte che voleva prendere sposa
e lui voleva l’inglesina che era figlia di un cavalier
la sera la promessa e al mattino se la sposò
e poi prese i suoi cavalli e per la Francia lui se ne andò
cosa sospiri bella, cosa sospiri tu
e io sospiro la mia mamma che mai più la rivedro’
se tu sospiri questo ne hai tutte le ragioni
ma se tu sospiri altro il pugnal le prepara’
mi presti signor conte mi presti il suo pugnal
voglio tagliare un ramoscello per far ombra al mio caval
e con il pugnale in mano nel cuor glielo pianto’
e poi prese il suo cavallo e verso casa lei ritornò

TRADUZIONE IN INGLESE
The son of the count would fain to marry,
Marry an English girl, daughter of a knight.
He proposed to her in the morning, married her in the evening
And early next morning he left for France.
Spoke not a word for five hundred kilometers.
Five hundred more, and the little English girl started sighing.
“Why are you sighing, O English woman?”
“I sigh for my mother, who I’ll ne’er see again.”
“If that’s why you sigh, you are right to sigh.
Sigh for another and my knife, it will kill.”
“Sir Count, would it please you to lend me your knife?
I’ll cut down that branch to give shade to my horse.”
Instead of the branch, she cut off his head,
Which rolled down the hill and into the creek.

(traduzione di Stefano Mengozzi)

ASCOLTA Canzoniere del Progno da Illasi provincia di Verona

ASCOLTA Gruppo di canto Azulejos Bologna

ASCOLTA Andrea Capezzuoli trio

FONTI
http://www.nspeak.com/allende/comenius/bamepec/multimedia/essay5.htm
http://isoladiman.altervista.org/herrhal/herrhal.htm
http://www.umbc.edu/eol/magrini/mag-mus4.html
http://labachecadellepartiture.blogspot.it/2007/07/uneroina.html
html http://www.cantarstorie.com/index.php/bibliografia/96-luca-bonavia-rimira-il-mio-castel-la-versione-ossolana-della-ballata-delleroina-in-almanacco-storico-ossolano-2002-p-177-ed-grossi-domodossola-2001
http://books.google.com/books?id=yQ_XAAAAMAAJ&lpg=PA41&ots=NmBRLXRZIR&dq=%22What%20the%20Parrots%20tell%20us%22&pg=PA41#v=onepage&q=%22What%20the%20Parrots%20tell%20us%22&f=false

LA CARMAGNOLE E L’ALBERO DELLA LIBERTA’

La danza tipica intorno al palo della libertà era la Carmagnole che era anche il canto  della Rivoluzione francese.

Il primo albero della libertà venne piantato a Parigi nel 1790, ne seguirono molti altri in Francia e in Italia  e nei vari paesi fin dove arrivò la rivoluzione francese; di solito erano piantati  nella piazza principale della città: si trattava di un pioppo (il latino “populus” nel duplice  significato di popolo) o di una quercia, ma più spesso di un palo coronato dal berretto frigio rosso e decorato con nastri e bandiere, utilizzato per le cerimonie civili e i festeggiamenti. Anche il berretto frigio era un simbolo rivoluzionario: era il cappello che nell’antica  Roma veniva dato dai padroni agli schiavi liberati (vedi   Saturnalia).

L’albero era l’emblema della libertà repubblicana ma anche della rivoluzione sociale e al posto del berretto si finì per issare la bandiera rossa.

LibertyTreePlanting
Jean-Baptiste Lesueur (1749-1826)

Ancora nei secoli successivi e in particolare tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, vennero occasionalmente piantati alberi della libertà per festeggiare conquiste repubblicane o sociali. Così ad esempio in Italia in molti comuni del Piceno (Marche) l’albero sormontato da un drappo rosso veniva issato negli anni 50-60 come simbolo del movimento socialista e delle lotte agrarie, per festeggiare la giornata dei lavoratori. Ancora oggi a Porchia si ripete la tradizione e l’albero di trenta metri, rigorosamente un pioppo, viene portato in un punto ben preciso della Piazza del paese, lo stesso da più di settant’anni.

VIDEO l’albero del Maggio a Porchia (Ascoli Piceno)

Se in una piazza di paese collocato in posizione centrale sopravvive un albero secolare probabilmente fu piantato ai tempi della rivoluzione francese!

LA POLITICA DELL’ALBERO

L’albero divenne per i giacobiti, l’allegoria della libertà, un gesto rivoluzionario ma nello stesso tempo ancorato al popolo e ai suoi rituali agrari del Calendimaggio (vedi), l’albero era l’aperta sfida verso i privilegi della classe dominante (ancora feudale) e la rivendicazione contadina alla terra.
albero-libertà-danzaI primi alberi innalzati nell’inverno del 1790 dai contadini del sud-ovest della Francia furono i “mais insurrectionnaires“, il simbolo della rivolta, e successivamente “l’albero della libertà ebbe un ruolo centrale nelle manifestazioni di giubilo che salutarono l’abbattimento della monarchia di luglio (tanto a Parigi quanto nelle altre province francesi) riemergendo in corrispondenza del riaccendersi delle speranze per la nascita di un nuovo ordine che imprimessero al recupero di questo simbolo un carattere fortemente egualitario e popolare” (Gianluca Vagnarelli tratto da qui)

L’albero fu “istituzionalizzato” e diventò l’emblema del nuovo potere politico per passare poi nella tradizione socialista di fine Ottocento: “Rispetto alle originarie istanze sovvertitrici questo marchio assume, con le leggi che ne codificano la liturgia, un significato ufficiale e istituzionale. E’ questo il primo elemento di dissomiglianza rispetto all’albero del primo di maggio che verrà adottato dalla tradizione socialista che, per quanto inserito nel contesto di una celebrazione destinata ad affermarsi in molti pesi, non assumerà mai il valore di un rituale legalmente formalizzato” (Gianluca Vagnarelli tratto da qui).
Si rimanda all’ottima trattazione di Gianluca Vagnarelli per l’approfondimento. (qui)

Gianluca Vagnarelli “Dall’albero della libertà all’albero del primo maggio: origine e simbolismo rivoluzionario di un rito laico” in “L’albero del maggio. Memoria e simbolismo politico di un rito laico” Edizioni ISML, Ascoli Piceno, 2012 pp 91-101

LA CARMAGNOLE E LA CANAPA

Probabilmente la forma musicale è  precedente al canto e alcuni ipotizzano che la melodia, unitamente  alla danza, provenisse da Marsiglia, e forse originariamente dal Piemonte, per l’esattezza dalla città di Carmagnola (vicino a Torino).
Carmagnola sotto il dominio dei Marchesi di Saluzzo, era  la principale produttrice di canapa nonchè il più importante mercato della penisola italiana! Era di canapa l’abbigliamento degli operai stagionali  settecenteschi che da San Bernardo di Carmagnola si spostavano al porto di Marsiglia per fabbricare corde. continua
Così la canzone prese il nome dalla tipica giacca dei lavoratori, detta la carmagnola.

IL CANTO

La Carmagnole iniziò a circolare nel 1792 e ben presto  divenne l’inno dei Sanculotti

 I
Madam’ Véto(1) avait promis
Madam’ Véto avait promis
De faire égorger tout Paris
De faire égorger tout Paris
Mais le coup a manqué
Grâce à nos canonniers
Refrain
Dansons la carmagnole
Vive le son vive le son !
Dansons la carmagnole
Vive le son du canon(2) !
II
Monsieur Véto(1) avait promis
Monsieur Véto avait promis
D’être fidèle à son pays
D’être fidèle à son pays
Mais il a manqué
Ne faisons plus quartier
III
Antoinette avait résolu
Antoinette avait résolu
De nous faire tomber sur le cul
De nous faire tomber sur le cul
Mais son coup a manqué,
Elle a le nez cassé
IV
Son mari se croyant vainqueur
Son mari se croyant vainqueur
Connaissait peu notre valeur
Connaissait peu notre valeur
Va, Louis, gros paour,
Du temple dans la tour
V
Les Suisses(3) avaient promis
Les Suisses avaient promis
Qu’ils feraient feu sur nos amis
Qu’ils feraient feu sur nos amis
Mais comme ils ont sauté
Comme ils ont tous dansé
VI
Quand Antoinette vit la tour
Quand Antoinette vit la tour
Elle voulut faire demi-tour
Elle voulut faire demi-tour
Elle avait mal au cœur
De se voir sans honneur
VII
Lorsque Louis vit fossoyer
Lorsque Louis vit fossoyer
À ceux qu’il voyait travailler
À ceux qu’il voyait travailler
Il disait que pour peu
Il était dans ce lieu
VIII
Le patriote a pour amis
Le patriote a pour amis
Toutes les bonnes gens du pays
Toutes les bonnes gens du pays
Mais ils se soutiendront
Tous au son du canon
IX
L’aristocrate a pour amis
L’aristocrate a pour amis
Tous les royalistes à Paris
Tous les royalistes à Paris
Ils vous les soutiendront
Tout comme de vrais poltrons
X
La gendarmerie avait promis
La gendarmerie avait promis
Qu’elle soutiendrait la patrie
Qu’elle soutiendrait la patrie
Mais ils n’ont pas manqué
Au son du canonnier
XI
Amis, restons toujours unis
Amis, restons toujours unis
Ne craignons pas nos ennemis
Ne craignons pas nos ennemis
S’ils viennent nous attaquer,
Nous les ferons sauter
XII
Oui, je suis sans-culotte(4), moi
Oui, je suis sans-culotte, moi
En dépit des amis du roi
En dépit des amis du roi
Vivent les Marseillais
Les Bretons et nos lois
XIII
Oui, nous nous souviendrons toujours
Oui, nous nous souviendrons toujours
Des sans-culottes des faubourg
Des sans-culottes des faubourg
À leur santé, nous buvons,
Vivent ces francs lurons

TRADUZIONE ITALIANO
I
Madame Veto aveva promesso
di far sgozzare tutta Parigi
Ma le è andata male
grazie ai nostri artiglieri
Ritornello
Balliamo la carmagnola
viva il suono, viva il suono
balliamo la carmagnola
viva il suono del cannone!
II
Monsieur Veto aveva promesso
di essere fedele al suo paese
ma ha mancato
dobbiamo essere senza pietà
III
Antonietta aveva deciso
di farci cadere sul sedere
ma le è andata male
e si è rotta il naso
IV
Suo marito che si credeva vincitore
conosceva poco il nostro valore
va, Luigi, grande pauroso
dal tempio alla torre.
V
Gli Svizzeri avevano promesso
che avrebbero sparato sui nostri amici
ma come hanno saltato!
come hanno danzato tutti!
VI
Quando Antonietta vide la torre,
volle tornare indietro,
aveva la nausea
a vedersi senza onore.
VII
Quando Luigi vide scavare la fossa
a coloro che vedeva lavorare,
egli diceva che per poco
sarebbe stato in quel luogo
VIII
Il patriota ha per amici
tutte le brave persone del paese,
ma essi si sosterranno
tutti al suono del cannone.
IX
L’aristocratico ha per amici
tutti i monarchici a Parigi
Essi li sosterranno
come dei veri codardi
X
La gendarmeria aveva promesso
che avrebbe sostenuto la patria
ma essi non sono mancati
al suono del cannoniere
XI
amici, restiamo sempre uniti
non temiamo i nostri nemici
se vengono ad attaccarci,
noi li faremo saltare
XII
Si, io sono un sanculotto, io
a dispetto degli amici del re
Viva i Marsigliesi
i Bretoni e le nostre leggi
XIII
Si, noi ci ricorderemo sempre
dei sanculotti dei sobborghi,
alla loro salute, noi beviamo,
Viva questi franchi gagliardi.

(traduzione tratta da vedi)

NOTE
1) Luigi XVI e Maria Antonietta vengono  indicati con i soprannomi di Monsieur Véto e Madam’ Véto, per l’abuso del veto a danno dell’Assemblea Costituente.
2) sono i cannoni della Presa delle Tuileries, il 10 agosto 1792: i parigini guidati dai giacobini insorgono per la seconda volta in pochi mesi, invadendo le Tuileries; il 22 settembre 1792 venne proclamata la Repubblica.
3) i Cento Svizzeri della Guardia Reale sono stati massacrati o dispersi dai  Rivoluzionari durante la presa del Palazzo delle Tuileries.  Una parte dei soldati era stata corrotta ed era passata con i Rivoluzionari
4) “senza culottes” ovvero i braghettoni  al ginocchio che erano ancora indossati dai nobili francesi: i nuovi intellettuali e borghesi portavano invece i pantaloni!

La Carmagnole ebbe un successo clamoroso, era cantata non solo in Francia ma anche dalle truppe napoleoniche in marcia per tutti i territori “liberati” (nonostante Napoleone la proibisse appena salito al potere – 1799). A Napoli i seguaci dei Borboni scrissero un canto dei sanfedisti come risposta polemica alla Carmagnola. vedi

Del resto il testo stesso della “Carmagnole” fu modificato a seconda delle circostanze  ad esempio la Carmagnole de la prise de Toulon (1793) canta
Tant d’fier-à-bras qu’en sav’ si long (bis)
Ont d’la pele au cu d’vant Toulon (bis)
V’là donc tous ces fendans
Dehors quand j’somm’ dedans.
Chantant la carmagnole
Dansant au son (bis)
Du canon.
Si les Anglais vant’ leur valeur
La nôtre on l’voit vaut ben la leur
Faut ben qu’la trahison
Tremble d’vant la raison
Qui chant’ la carmagnole
Et danse au son (bis)
Du canon.

e la versione splatter di La Carmagnole de Fouquier-Tinville dice:
Fouquier-Tinville avait promis (bis)
De guillotiner tout Paris (bis)
Mais il en a menti
Car il est raccourci.
Vive la guillotine !
Pour ces bourreaux
Vils fléaux !
Sans acte d’accusation (bis)
Avec précipitation (bis)
Il fit verser le sang
De plus d’un innocent.

Alla fine lo stesso Bonaparte la vietò, ma il popolo continuò ad amare sia la canzone, la musica che la danza della Carmagnola! Infatti è proprio la continua rielaborazione del testo che si adatta al susseguirsi (o al precipitare) degli eventi per restare nel cuore del popolo

LA DANZA

Si danzava attorno all’albero della libertà alternandosi tra maschi e femmine e presumibilmente durante la danza si intrecciavano i nastri intorno al palo oppure poteva trattarsi di una farandola, una delle più antiche danze che in epoca medievale era diventata anche la danza della nobiltà. E’ la Francia (e in particolare la Provenza) ad aver mantenuto la farandola come danza per eccellenza della festa popolare.

carmagnole-93c06

Queste sono le indicazioni per la danza riportate in Wikipedia (vedi)
Prima strofa: GIROTONDO mani unite 2 passi laterali a sx e 2 saltelli sul posto 1 passo laterale a dx e 2 saltelli sul posto 2 passi laterali a sx e 2 saltelli sul posto 1 passo laterale a dx e 2 saltelli sul posto
Seconda strofa: AVANTI E INDIETRO quattro passi in avanti prendere il nastro quattro passi indietro
Strofe seguenti: come prima strofa
RITORNELLO: INTRECCIO Gli uomini si spostano di due posizioni verso destra e le donne di due posizioni verso sinistra, ricordando che gli uomini fanno passare sotto il proprio nastro la donna alla destra e passano invece sotto il nastro della donna successiva. All’ultima strofa i partecipanti convergono al centro per rilasciare i nastri e tornano a formare un cerchio largo tenendosi per mano.

D’altra parte nel territorio delle Quattro Province la danza è ancora ricordata da qualche anziano (zona Val Borbera) Ecco la testimonianza raccolta da Francesco Guerrini: «Ero un bambino quando la vedevo ballare, erano in sei, quattro donne e due uomini, si mettevano su due file di fronte, in ogni fila c’era un uomo che teneva le mani delle due ballerine di fianco a lui; all’inizio andavano avanti e indietro e poi nei balletti gli uomini facevano passare le ballerine una dopo l’altra sotto le braccia alzate senza mai staccare le mani».(tratto da qui) Così come descritta sembra più una danza di fila, un misto di giga a due e perigordino.

Una proposta di ricostruzione (Yvonne Vart et Alain Riou) ci viene dalla compagnia francese Réverences

FONTI
http://www.ascolistoria900.com/Edizioni_ISML/Estratto.pdf
http://www.ascolistoria900.com/index.php?option=com_content&view=article&id=171&Itemid=107
https://fr.wikipedia.org/wiki/Carmagnole_(danse)
http://www.scoop.it/t/piceno/?tag=porchia http://www.circuito.biz/il-ritorno-della-canapacanvas-presenta-una-fibra-antica-incredibilmente-innovativa http://www.guerrasullealpi.com/canzoni-di-guerra/la-carmagnola/ http://www.palaisgalliera.paris.fr/fr/oeuvre/veste-dite-carmagnole http://www.appennino4p.it/danze
http://www.ilportaledelsud.org/carmagnola.htm
http://terradipalma.blogspot.it/2012/09/il-periodo-repubblicano-nella-terra-di.html

(Cattia Salto aprile 2014, integrazione settembre 2014 e giugno 2015)

RATTLIN’ BOG: THE EVERLASTING CIRCLE

Come il gioco della campana conosciuto dai bambini di tutti i continenti, anche la “canzone del ciclo eterno” è una goccia di antica sapienza sopravvissuta ai nostri giorni: oltre che gioco mnemonico è anche scioglilingua che diventa sempre più difficile articolare all’aumentare della velocità.

Alcuni dicono sia irlandese, altri che sia una melodia irlandese su di un testo scozzese, (o viceversa), altri ancora dicono che sia del Sud dell’Inghilterra o del Galles, o di origini bretoni, ma la canzoncina è talmente popolare che a nessuno importa discutere sulla paternità delle origini. Più probabilmente è una filastrocca collettiva e archetipa di quelle che si ritrovano nei vari paesi europei, proveniente da una antichissima preghiera-canto, di quelle che si praticavano nelle celebrazioni rituali primaverili, ovvero quanto è sopravvissuto dell’insegnamento antico, per metafore, del ciclo vita-morte-vita.

albero celtaL’ALBERO COSMICO

Non si può non pensare all’albero cosmico come simbolo universale, ossia il punto di inizio assoluto della vita. Nel linguaggio simbolico, questo punto è l’ombelico del mondo, inizio e fine di tutte le cose, ma viene spesso immaginato come un asse verticale che, situato al centro dell’universo, attraversa il cielo, la terra e il mondo sotterraneo.

Come sintetizza con chiarezza Greta Fogliani nel suo “Alle radici dell’Albero cosmico” “Di per sé, l’albero non è propriamente un motivo cosmologico, perché è innanzi tutto un elemento naturale che, per i suoi attributi, ha assunto una funzione simbolica. L’albero, in quanto tale, si rigenera sempre con il passare delle stagioni: perde le foglie, secca, sembra morire, ma poi ogni volta rinasce e recupera il suo splendore.
Per queste sue caratteristiche, esso diventa non solo un elemento sacro, ma addirittura un microcosmo, perché nel suo processo di evoluzione rappresenta e ripete la creazione dell’universo. Inoltre, proprio per la sua estensione sia verso il basso sia verso l’alto, questo elemento ha finito inevitabilmente per assumere una valenza cosmologica, andando a costituire il perno dell’universo che attraversa cielo, terra e oltretomba e che funge da collegamento tra le zone cosmiche.”

GUIDA ALL’ASCOLTO
Dalle molteplici declinazioni pur mantenendo la stessa struttura, le melodie variano a seconda della provenienza, una polka in Irlanda, una strathspey in Scozia e una morris dance in Inghilterra.. Gli irlandesi non potevano non trasformarla in una drinking song come gioco-pretesto per abbondanti bevute (chi sbaglia beve).
Insomma paese che vai verso che trovi, ognuno ci ha aggiunto del suo.

RATTLIN’ BOG

MELODIA “STANDARD”: è quella irlandese che è una polka più o meno veloce, l’ho chiamata così perchè è quella che va per la maggiore, almeno per quanto riguarda le registrazioni che si trovano su You Tube.

ASCOLTA The Corries (molto comunicativi con il pubblico)
ASCOLTA Irish Descendants

ASCOLTA The Fenians
ASCOLTA Rula Bula sempre più demenziale


CHORUS
Oh ho the rattlin'(1) bog,
the bog down in the valley-o;
Rare bog, the rattlin’ bog,
the bog down in the valley-o.
I
Well, in the bog there was a hole,
a rare hole, a rattlin’ hole,
Hole in the bog, and the bog
down in the valley-o.
II
Well, in the hole there was a tree(2),
a rare tree, a rattlin’ tree,
Tree in the hole, and the hole in the bog,
and the bog down in the valley-o.
III
On the tree … a branch,
On that branch… a twig (3)
On that twig… a nest
In that nest… an egg
In that egg… a bird
On that bird… a feather
On that feather… a worm!(4)
On the worm … a hair
On the hair … a louse
On the louse … a tick
On the tick … a rash
 

TRADUZIONE ITALIANO
Oh la buona palude,
la palude giù nella valle
preziosa palude, la buona palude,
la palude giù nella valle
STROFE
Nella palude c’è un buco
nel buco c’è un albero
sull’albero c’è un ramo
sul ramo un rametto
sul rametto un uovo
nell’uovo un uccello
sull’uccello una piuma
sulla piuma un verme
sul verme un capello
sul capello un pidocchio
sul pidocchio una zecca
sulla zecca un eczema

 

NOTE
1) rattling si traduce genericamente come “fine” cioè “molto buono/bello”
2) qui hanno saltato il seme.
3) gli Irish Descendants dicono “limb”
4) nella versione che circola a Dublino (anche se non unica, ad esempio si trova anche in Cornovaglia) diventa a
flea

MAYPOLE SONG

ASCOLTA Paul Giovanni dal film Wicker Man

In the woods there grew a tree
And a fine fine tree was he
And on that tree there was a limb
And on that limb there was a branch
And on that branch there was a nest
And in that nest there was an egg
And in that egg there was a bird
And from that bird a feather came
And of that feather was
A bed
And on that bed there was a girl
And on that girl there was a man
And from that man there was a seed
And from that seed there was a boy
And from that boy there was a man
And for that man there was a grave
From that grave there grew
A tree
In the Summerisle(1),
Summerisle, Summerisle, Summerisle wood
Summerisle wood.

NOTE
1) Summerisle è l’isola immaginaria dove si svolge il film

PREN AR Y BRYN

La versione gallese ha due percorsi associativi che hanno come centro l’albero, viene da pensare all’albero cosmico, l’albero della vita: l’albero che sta sulla collina che è nella valle accanto al mare. Così dice il refrain, mentre la seconda catena parte dall’albero e va al ramo, al nido, all’uovo, all’uccello alle piume, e al letto. E qui si ferma a volte aggiungendo una pulce per poi ritornare indietro all’albero.

Le versioni meno fanciullesche della canzone una volta arrivate al letto proseguono con considerazioni molto più carnali (la donna e l’uomo e poi il bambino che cresce e diventa adulto e dal braccio alla sua mano pianta il seme, dal quale cresce l’albero). Ancora viene in mente un modo divertente per insegnare le parole delle cose ai bambini, sempre però trasmettendo il messaggio che tutto è interconnesso e noi facciamo parte del tutto.

ASCOLTA cantata da un bambino gallese

ASCOLTA Dafydd Iwan/Edward in Cwm-Rhyd-Y-Rhosyn 2 (2010) su Spotify per ascoltarla tutta
1. Ar y bryn roedd pren, o bren braf
Y pren ar y bryn a’r bryn ar y ddaear a’r ddaear ar ddim
Ffeind a braf oedd y bryn lle tyfai y pren
.
2. Ar y pren daeth cainc, o gainc braf
Y gainc ar y orn a’r pren ar y bryn a’r bryn ar y ddaear a’r …..
3. Ar y gainc daeth nyth…
4. Yn y nyth daeth wy…
5. Yn yr wy daeth cyw…
6. Ar y cyw daeth plu…
7. O’r plu daeth gwely…
8. I’r gwely daeth chwannen…

TRADUZIONE INGLESE
1, What a grand old tree, Oh fine tree.
The tree on the hill, the hill in the valley, The valley by the sea.
Fine and fair was the hill where the old tree grew.
2, From the tree came a bough, Oh fine bough !
3, On the bough came a nest, Oh fine nest !
4, From the nest came an egg, Oh fine egg !
5, From the egg came a bird, Oh fine bird !
6, On the bird came feathers, Oh fone feathers !
7, From the feathers came a bed, Oh fine bed !
8, From the bed came a flea

The flea from the bed,
The bed from the feathers,
the feathers on the bird,
The bird from the egg,
The egg from the nest,
The nest on the bough,
The bough on the tree,
The tree on the hill,
the hill in the valley,
And the valley by the sea.
Fine and fair was the hill where the old tree grew.

IN MES’ AL PRÀ

E’ la versione regionale italiana collezionata anche da Alan Lomax nel suo giro per l’Italia nel 1954. Di origine italiane Lomax era il nome dei Lomazzi emigrati in America nell’Ottocento.
Nel luglio del 1954 Alan arriva in Italia con l’intento di fissare su nastro magnetico la straordinaria varietà delle musiche della tradizione popolare italiana. Un viaggio di scoperta, dal nord al sud della penisola, a fianco del grande collega italiano Diego Carpitella che ha prodotto oltre duemila registrazioni in circa sei mesi di lavoro sul campo..

240px-Amselnest_lokilechIn questa versione dall’albero si passa man mano ai rami al nido e all’uovo e quindi all’uccellino. Il contesto è fresco, molto primaverile e pasquale.. per spiegare l’origine della vita e rispondere alle prime curiosità dei bambini sul sesso..

Un video trovato in rete proveniente dalla tradizione lombardo-emiliana.


In mes al prà induina cusa ghʼera
In mes al prà induina cusa ghʼera
ghʼera lʼalbero, lʼalbero in   mes al prà,
il prà intorno a lʼalbero
e lʼalbero piantato in mes al prà
A tac a lʼalbero induina cusa ghʼera,
A tac a lʼalbero induina cusa ghʼera,
ghʼera i broc(1),   i broc a tac a lʼalbero
e lʼalbero   piantato in mes al prà
A tac ai broc induina cusa ghʼera,
a tac ai broc induina cusa ghʼera,
ghʼera i ram, i ram a tac ai broc,
i broc a tac a lʼalbero e lʼalbero piantato in mes al prà.
A tac ai ram induina cusa ghʼera,
a tac ai ram induina cusa ghʼera,
ghʼera le   foie, le foie a tac ai ram,
i ram a tac ai broc, i broc a tac a lʼalbero e lʼalbero   piantato in mes al prà.
In mes a le foie induina cusa ghʼera,
in mes a le foie induina cusa ghʼera,
ghʼeraʼl gnal, il   gnal in mes a le foie,
le foie a tac ai ram, i ram a tac ai broc,
i broc a tac a lʼalbero e lʼalbero   piantato in mes al prà.
Dentrʼindal gnal induina cusa ghʼera,
dentrʼindal gnal induina cusa ghʼera,
ghʼera gli   uvin, gli uvin dentrʼindal gnal,
il gnal in mes a le foie, le foie a tac ai ram,
i ram a tac ai broc, i broc a tac a lʼalbero e lʼalbero   piantato in mes al prà.
Dentrʼagli uvin induina cusa ghʼera,
dentrʼagli uvin induina cusa ghʼera,
ghʼera gli   uslin, gli uslin dentrʼagli uvin,
gli uvin dentrʼindal gnal,   il gnal in mes a le foie,
e foie a tac ai ram,
i ram a tac ai broc, i broc a tac a lʼalbero e lʼalbero piantato   in mes al prà.

TRADUZIONE ITALIANO
In mezzo al prato indovina cosa c
ʼera
c
ʼera lʼalbero, lʼalbero in mezzo al prato,
il prato intorno all
ʼalbero
e l
ʼalbero piantato in mezzo al prato.
Attaccato allʼalbero indovina cosa cʼera
cʼerano i brocchi, (1)
i brocchi attaccati allʼalbero
Attaccato ai brocchi indovina cosa c’era,
cʼerano i rami, i rami attaccati ai  brocchi,
i brocchi attaccati allʼalbero
Attaccato ai rami indovina cosa cʼera
cʼerano le foglie, le foglie attaccate ai rami, i rami attaccati ai brocchi,
i brocchi attaccati allʼalbero
In mezzo alle foglie indovina cosa cʼera
cʼera il nido, il nido in mezzo alle  foglie,
le foglie attaccate ai rami, i rami attaccati ai brocchi, i brocchi attaccati allʼalbero
Dentro al nido indovina cosa cʼera,
cʼerano gli ovetti, gli ovetti dentro al nido,
il nido in mezzo alle foglie, le foglie attaccate ai rami, i rami attaccati ai brocchi, i brocchi attaccati allʼalbero
Dentro agli ovetti indovina cosa cʼera
cʼerano gli uccellini, gli uccellini dentro agli ovetti, gli ovetti dentro a nido,
il nido in mezzo alle foglie,
le foglie attaccate ai rami,
i rami attaccati ai brocchi,
i brocchi attaccati allʼalbero
e lʼalbero piantato in mezzo al prato
 

NOTE
1) è l’equivalente italiano del branch inglese: anche se in disuso il termine italiano “brocco” indica un ramo irto di spine e quindi per estensione un troncone di ramo, insomma i grossi rami che si dipartono dal tronco centrale dell’albero!

THE GREEN GRASS GROWS ALL AROUND

Ovvero “The tree in the wood”, c’è un che di grembo, di riposo tombale in quel “e l’erba verde cresce tutt’intorno” ..

ASCOLTA Luis Jordan

ASCOLTA una versione per bambini

There was a tree
All in the woods
The prettiest tree
That you ever did see
And the tree in the ground
And the green grass grows all around, all around
The green grass grows all around.
And on that tree
There was a branch
The prettiest branch
That you ever did see
And the branch on the tree
And the tree in the ground
And the green grass grows all around, all around
The green grass grows all around.
And on that branch
There was a nest
The prettiest nest
That you ever did see
And the nest on the branch
And the branch on the tree
And the tree in the ground
And the green grass grows all around, all around
The green grass grows all around.
And in that nest
There was an egg
The prettiest egg
That you ever did see
And the egg in the nest
And the nest on the branch
And the branch on the tree
And the tree in the ground
And the green grass grows all around, all around
The green grass grows all around.
And in that egg
There was a bird
The prettiest bird
That you ever did see
And the bird in the egg
And the egg in the nest
And the nest on the branch
And the branch on the tree
And the tree in the ground
And the green grass grows all around, all around
The green grass grows all around.
And on that bird
There was a wing
The prettiest wing
That you ever did see
And the wing on the bird
And the bird in the egg
And the egg in the nest
And the nest on the branch
And the branch on the tree
And the tree in the ground
And the green grass grows all around, all around
The green grass grows all around.
And the green grass grows all around, all around
The green grass grows all around!

FONTI
http://www.instoria.it/home/albero_cosmico.htm
http://www.wtv-zone.com/phyrst/audio/nfld/27/bog.htm
http://thesession.org/tunes/583
http://www.joe-offer.com/folkinfo/songs/610.html
http://mudcat.org/thread.cfm?threadid=57991
http://www.anpi.it/media/uploads/patria/2009/2/39-40_LEO_SETTIMELLI.pdf

IL TESTAMENTO DELL’AVVELENATO

Un filo rosso collega i vari paesi di quel territorio che possiamo chiamare Europa, che un tempo antico fu unito se non politicamente almeno culturalmente, dalle storie cantate dai giullari e menestrelli girovaghi.

Questo filo racconta la  storia di un figlio morente, perchè è stato avvelenato, che ritorna dalla madre per morire nel suo letto e lasciare il testamento; con tutta  probabilità la ballata parte dall’Italia, passa per la Germania per arrivare  in Svezia e poi diffondersi nelle isole britanniche fino a sbarcare in  America. Com’è noto ai più, Bob Dylan  ha trasformato la ballata tradizionale scozzese “Lord Randal” nella folksong americana d’autore “A Hard Rain’s  a-gonna Fall” durante il “Folk Revival” degli anni 60-70, mantenendovi la metrica e il messaggio, pur sviluppando un argomento diverso (l’ha trasformata in una canzone contro la guerra in cui  sarà tutta l’umanità ad essere avvelenata dalle radiazioni atomiche e dalle  piogge acide)

Così c’insegna Riccardo VenturiAl pari di ‘Sir Patrick Spens’ e ‘Bessy Bell and Mary Gray’, è di solito difficile aprire un’antologia della  letteratura inglese alla sezione “Ballate” senza trovarvi il ‘Lord Randal’. Questa ballata può avere avuto origine molto  lontano dalle brughiere e dai lochs, e molto vicino  a casa nostra. Il veleno, infatti,  è un’arma assai strana nelle fiere ballate britanniche, dove ci si ammazza a  colpi di spada; è un mezzo subdolo,  ‘femminile’ di uccidere, e non a caso è stato sempre considerato, a  livello popolare, proprio degli italiani.  ”

avvelenatoLA VERSIONE ITALIANA:  IL TESTAMENTO DELL’AVVELENATO
“L’avvelenato”, o “Il testamento dell’Avvelenato”, è una ballata italiana attestata per la prima volta in un repertorio di canti popolari pubblicato nel 1629 a Verona da un fiorentino, Camillo detto il Bianchino. È stata poi riprodotta anche da Alessandro d’Ancona nel suo saggio ‘La Poesia Popolare Italiana’, Livorno, 1906 (vol. II, p. 126): l’autore esprime l’opinione che il testo originale fosse toscano e ne riporta alcune versioni provenienti dall’area comasca e lucchese.

Ad oggi si contano quasi 200 versioni regionali della ballata dell’Avvelenato. La ballata è costituita dal solo dialogo tra madre e figlio senza rendere nota la ragione per la quale il figlio, che in alcune regioni si chiama Enrico, in altre Peppino in altre ancora, come in Canton Ticino, Guerino, viene avvelenato da una dama; forse ne è la moglie e in alcune versioni in effetti è dichiarata come tale (ad esempio nel Veneto).

L’avvelenamento avviene per mezzo di un’anguilla. L’anguilla era un cibo molto apprezzato nel Medioevo, e consumato anche in zone lontane dal mare in quanto si poteva conservare a lungo viva. Ma si sa l’anguilla ha un aspetto serpentino e in effetti il capitone (cioè l’anguilla con la grossa testa) è spesso paragonato, almeno in Italia, al pene maschile.
A prima vista l’avvelenamento potrebbe trattarsi di una vendetta da parte della moglie o dell’amante a causa di un tradimento e viene spontaneo il parallelo con un altro filo rosso tracciato per l’Europa quello della “Morte Occultata” (vedi) anzi le due ballate si potrebbero dire originate da una stessa antica fonte mitologica: l’eroe va a caccia nel bosco e viene avvelenato da una misteriosa dama, quindi ritorna a casa e lascia il suo testamento.
Secondo l’interpretazione di Giordano Dall’Armellina in chiave archetipa ecco che intravediamo l’insegnamento-rito di passaggio che veniva impartito anticamente tramite il racconto “Le lezioni relative alla morte occultata sono sicuramente più antiche e propenderei per una derivazione da queste per lo sviluppo delle versioni italiane ed europee in genere, relative al testamento dell’avvelenato. Per questa versione comasca si potrebbe ritenere che l’eroe sia andato a caccia con la sua cagnola. Deve dimostrare di essere un vero uomo, ovvero di essere passato nel mondo degli adulti, e di poter procacciare cibo attraverso la caccia come era consuetudine nelle società arcaiche. Tuttavia, l’eroe fallisce e incontra la sua dama che gli offre un’anguilla arrosto avvelenata. La dama è in realtà la morte, ma il suo senso di frustrazione per la prova fallita gli fa vedere nella dama/morte il volto della donna amata la quale, in una specie di transfert, lo umilia e lo punisce nella virilità offrendogli il suo stesso sesso rappresentato da un’anguilla avvelenata. Se non si passa nel mondo degli adulti il pene perde del tutto la sua forza ed è quindi rifiutato dalla donna che lo vuole invece garante come generatore della vita e della famiglia. In mancanza di queste garanzie, in una società dove generare tanti figli era la prova di massima virilità, la morte prende il sopravvento. Nella morte è coinvolta anche la cagnola; ritenuta colpevole in egual misura dal padrone per non averlo aiutato nella caccia, mangerà l’altra mezza anguilla. Alle fine, nel testamento, all’ultima domanda provocatrice della mamma, l’avvelenato lancerà una maledizione augurando la forca alla dama, che essendo la morte, non può morire. Tuttavia è anche una maledizione verso la donna amata per la quale si è sottoposto alla prova, fallita, di virilità. Nell’evoluzione della ballata si sono persi i contatti con le radici più profonde e rimane una storia di presunti tradimenti dove in ogni caso è una donna, derivazione della strega-morte, a compiere l’omicidio.
Il ritorno dell’eroe morente dalla mamma va visto come il ritorno alla madre terra che accoglierà il figlio di nuovo nel proprio grembo. Una figura paterna avrebbe disturbato, nell’inconscio collettivo, la visione archetipica dell’abbraccio consolatorio della Grande Madre.”

Le melodie sono quanto mai varie e spaziano dal lamento alla musica da danza o quanto meno allegra

ASCOLTA La Piva dal Carner (diventati poi BEV, Bonifica Emiliana Veneta), 1995. La versione emiliana. Qui il protagonista è un cavaliere cortese di nome Enrico
ASCOLTA Musicanta Maggio (sempre di area emiliana)

Dov’è che sté ier sira, fiól mio Irrico?
Dov’è che sté ier sira, cavaliere gentile?
Sun ste da me surèla, mama la mia mama
sun ste da me surèla che il mio core sta male.

Che t’à dato da cena, fiól mio Irrico?
Che t’à dato da cena, cavaliere gentile?
Un’anguillina arosto, mama la mia mama
un’anguillina arosto che il mio core sta male.

Dove te l’ha condita, fiól mio Irrico?
Dove te l’ha condita, cavaliere gentile?
In un piattino d’oro, mama la mia mama
in un piattino d’oro che il mio core sta male.

Che parte è stè la tua, fiól mio Irrico?
Che parte è stè la tua, cavaliere gentile?
La testa e non la coda, mama la mia mama
la testa e non la coda che il mio core sta male.

Andè a ciamèr al prete, mama la mia mama
andè a ciamèr al prete che il mio core sta male.
Sin vot mai fèr dal prete, fiól mio Irrico?
sin vot mai fèr dal prete, cavaliere gentile?

Mi devo confessare, mama la mia mama
Mi devo confessare, che il mio core sta male
m’avete avvelenato mama la mia mama.
m’avete avvelenato e il mio core sta male.

E in questo sito ho trovato la traduzione in inglese (olè)

The will of the poisoned man
Where were you yesterday evening, my son Enrico?
Where were you, o gentle knight?
I went to see my sister, o mother
I went to see my sister and my heart is sick.

What did she give you for dinner, Enrico my son?
What did she give you for dinner, o gentle knight?
A small roasted eel, o mother
A small roasted eel and my heart is sick.

Where did she prepare it, my son Enrico?
Where did she prepare it, o gentle knight?
In a gold saucer, o mother
In a gold saucer, and my heart is sick.

Which part was yours, Enrico my son?
Which part was yours, o gentle knight?
The head and not the tail, o mother
The head and not the tail and my heart is sick.

Go call the priest, o mother
Go call the priest and my heart is sick.
Wherefore do you need the priest, Enrico my son?
Wherefore do you need the priest, o gentle knight?

I must be confessed, o mother
I must be confessed, and my heart is sick.
You poisoned me, o mother
You poisoned me and my heart is sick.

Where did she prepare it, my son Enrico?
Where did she prepare it, o gentle knight?
In a gold saucer, o mother
In a gold saucer, and my heart is sick.

Which part was yours, my son Enrico?
Which part was yours, o gentle knight?
The head and not the tail, o mother
The head and not the tail and my heart is sick.

Go call the priest, o mother
Go call the priest and my heart is sick.
Wherefore do you need the priest, my son Enrico?
Wherefore do you need the priest, o gentle knight?

I must be confessed, o mother
I must be confessed, and my heart is sick.
You poisoned me, o mother
You poisoned me and my heart is sick.

ASCOLTA la versione dal Veneto
ASCOLTA i Gufi, area lombarda
ASCOLTA Nanni Svampa (fondatore dei Gufi), 1969

IL TESTAMENTO DELL’AVVELENATO (come cantato da Nanni Svampa)
Dove sii staa jersira
figliol, mio caro fiorito e gentil?
Dove sii staa jersira?

Son staa da la mia dama
signora mamma, mio core sta mal!
Son staa da la mia dama.
Ohimè ch’io moro, ohimè!

Cossa v’halla daa de cena
figliol, mio caro fiorito e gentil?
Cossa v’halla daa de cena?

On’inguilletta arrosto
signora mamma, mio core sta mal!
On’inguilletta arrosto.
Ohimè ch’io moro, ohimè!

L’avii mangiada tuta
figliol, mio caro fiorito e gentil?
L’avii mangiada tuta?

Non n’ho mangiaa che meza
signora mamma, mio core sta mal!
Non n’ho mangiaa che meza.
Ohimè ch’io moro, ohimè!

Cossa avii faa dell’altra mezza
figliol, mio caro fiorito e gentil?
Cossa avii faa dell’altra mezza?

L’hoo dada alla cagnola,
signora mamma, mio core sta mal!
L’hoo dada alla cagnola.
Ohimè ch’io moro, ohimè!

Cossa avii faa de la cagnola
figliol, mio caro fiorito e gentil?
Cossa avii faa de la cagnola?

L’è morta ‘dree a la strada,
signora mamma, mio core sta mal!
L’è morta ‘dree a la strada.
Ohimè ch’io moro, ohimè!

La v’ha giust daa ‘l veleno
figliol, mio caro fiorito e gentil,
la v’ha giust daa ‘l veleno?

Mandee a ciamà ‘l dottore
signora mamma, mio core sta mal!
Mandee a ciamà ‘l dottore.
Ohimè ch’io moro, ohimè.

Perchè vorii ciamà ‘l dottore
figliol, mio caro fiorito e gentil?
Perchè vorii ciamà ‘l dottore?

Per farmi visitare
signora mamma, mio core sta mal!
Per farmi visitare.
Ohimè ch’io moro, ohimè!

Mandee a ciamà ‘l notaro
signora mamma, mio core sta mal!
Mandee a ciamà ‘l notaro.
Ohimè ch’io moro, ohimè!

Perchè vorii ciamà ‘l notaro
figliol, mio caro fiorito e gentil?
Perchè vorii ciamà ‘l notaro?

Per fare testamento
signora mamma, mio core sta mal!
Per fare testamento.
Ohimè ch’io moro, ohimè!

Cossa lassee alli vostri fratelli
figliol, mio caro fiorito e gentil?
Cossa lassee alli vostri fratelli?

Carozza coi cavalli
signora mamma, mio core sta mal!
Carozza coi cavalli.
Ohimè ch’io moro, ohimè!

Cossa lassee alle vostre sorelle
figliol, mio caro fiorito e gentil?
Cossa lassee alle vostre sorelle?

La dote per maritarle
signora mamma, mio core sta mal!
La dote per maritarle.
Ohimè ch’io moro, ohimè!

Cossa lassee alli vostri servi
figliol, mio caro fiorito e gentil?
Cossa lassee alli vostri servi?

La strada d’andà a messa
signora mamma, mio core sta mal!
La strada d’andà a messa.
Ohimè ch’io moro, ohimè!

Cossa lassee alla vostra dama
figliol, mio caro fiorito e gentil?
Cossa lassee alla vostra dama?

La forca da impicarla
signora mamma, mio core sta mal!
La forca da impicarla.
Ohimèèèè ch’io mooooooro, ohiiiiiiiimè!

In ultimo su Spotify da ascoltare la versione piemontese di Donata Pinti, quella mantovana di Angelo Branduardi, oppure nella pagina di Giordano Dall’Armellina ancora due mp3 il primo di Giordano Dall’Armellina con testo tratto dallo spartito musicale dalla raccolta del Bolza “Fonti Lombarde I, Canti di Como, Verese, Somma Lombardo”; il secondo del gruppo anconetano La Macina, sempre accompagnato dal testo. vedi

Paolo Galloni ci testimonia la seguente storia che ci permette di rintracciare “Il testamento dell’avvelenato” anche nelle zone dell’Appennino Parmigiano o Piacentino con il nome de “Il figliol rico“:
Lord Randal è stata una bella canzone tra le tante fino al 1995. Nell’estate di quell’anno in un mercatino di seconda mano ho trovato un disco intitolato ‘Canti popolari della Valle dei Cavalieri’; il nome evocativo si riferisce all’alta val d’Enza, che separa l’Appennino parmigiano da quello reggiano. Era una raccolta di canzoni registrate dalla viva voce degli anziani di lassù. Uno dei titoli, eseguito da due anziane sorelle del paese di Carbonizza, si chiamava ‘Il testamento dell’avvelenato’. Fin dalle prime note ha rivelato qualcosa di famigliare. Invece di perdere tempo in spiegazioni, riporto le prime due strofe:
In dove t’è stè ier sira, figliol mio Rico?
In dove t’è stè ier sira, cavaliere gentile?
Son stè da me soréla, mama la mia mama
Son sté da me sorella, che il mio cuore sta male

Cosa t’ha dato da cena, figliol mio Rico?
Cosa t’ha dato da cena, cavaliere gentile?
Un’anguillina arrosto, mama la mia mama
Un’anguillina arrosto, che il mio cuore sta male

Rico riferisce anche di averne gettato una porzione alla cagnetta, la quale “è già morta e sotterrata”. Diverso e inquietante è l’epilogo: Sono la cara mamma e la sorellina ad aver pianificato l’avvelenamento del povero Rico. Le due ballate hanno la stessa trama (con tanto di anguilla) e, questo è il dato più sorprendente, la medesima struttura arcaica. In entrambi i casi i ritornelli formulari stanno al termine delle singole frasi e non delle strofe, come è tipico delle ballate ‘moderne’. Ascoltando Rico e Randal ho pensato -e penso tuttora- che certe canzoni hanno viaggiato come le merci e come i microbi, ma a differenza delle prime non costano nulla, a differenza dei secondi possono aiutare a guarire.”

ILLUSTRAZIONE
http://www.behance.net/gallery/Lord-Randal-poem/5305557

FONTI
vedi nella seconda parte

continua seconda parte: la versione inglese