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OMBRA GAJA

Gruppo di musica tradizionale del canavese scritto inizialmente con la grafia di Umbra Gaja e poi corretto in Ombra Gaja (ci spiega Vittorio Bertola: la o in piemontese si pronuncia come l’italiana u e come il dittongo francese ou; mentre il suono della o italiana e francese è rappresentato con ò;  la u in piemontese si pronuncia chiusa come in francese, e come nel suono tedesco ü ) si traduce in italiano ombra allegra,  a chiazze cioè l’ombra sotto a un pergolato d’uva o le fronde di un nocciolo, un fico o un sambuco tutti alberi tipici del mondo contadino canavesano.
Il gruppo fondato nel 1997 da Rinaldo Doro e Simone Boglia assume fin dagli esordi lo stile peculiare del quintët canavesano, uno stile musicale a cinque parti, perfetto per reinterpretare quasi classicamente la musica tradizionale del Piemonte,  ma anche per innestarsi nel solco della tradizione con composizioni proprie. I due amici già nei Tre Martelli e fondatori dell’Ariondassa si avvalgono per il progetto della collaborazione di giovani ma dotati musicisti di formazione classica.

Scrive Rinaldo Doro: “La Valchiusella è la “patria” di una formazione musicale chiamata localmente “Ël Quintët”, ovvero un gruppo di strumenti a fiato (generalmente ottoni, ma non mancano le ance o la fisarmonica) di origine arcaica. Il “Quintët” suona ballabili: Valzer, Polche, Mazurche, “Monferrine” ma anche “Marce” per i coscritti o “Fanfare” (famosa quella dei “Partënt”, gli emigranti che lasciavano il paese). Perchè “Quintët”? La parola non presuppone solamente il numero dei componenti, ma la caratteristica esecuzione musicale: “Musica a Cinque Parti”. Abbiamo il “Canto”, eseguito dalla tromba o dal clarinetto, il “Contraccanto” che suona le terze o una melodia che affianchi il “Canto”, gli “Accompagnamenti” tenuti dai genis (flicorni) che eseguono le parti dell’accordo e il “Basso”, che suona la fondamentale e tiene la “quadratura” ritmica del gruppo.
Melodie come “La Mazurca ‘d Doru” o “Una Volta ero Bella (Mazurca dao Piën d’Alàs)”, che vengono eseguite a Brosso dal “Quintët” locale, non hanno assolutamente nulla da invidiare come livello compositivo a brani classici o “colti” più famosi. Questo è lo Spirito, la Vita, il “Blues” del Canavese che i nostri vecchi hanno saputo creare e ai quali noi dobbiamo il rispetto e il dovere di perpetuarne la “Memoria Musicale”tratto da qui

Nel “Demo ’98” è racchiusa infatti tutta la loro filosofia, con Rinaldo Doro (Organetto,  Ghironda) e Simone Boglia (Piffero, Flauti, Cornamusa) suonano il violino di Laura Messina e il violoncello di Loredana Guarnieri.
ASCOLTA Suite di Scottish composte da Rinaldo Doro, Scottish del Fré, del Ciaplé, del Suclàt, cioè del fabbro, dello stovigliaio (quello che faceva le stoviglie in terracotta, gli abitanti di Montanaro erano infatti chiamati ‘ciaplé’ o ‘pignaté’) e del falegname, i tipici doppi lavori dei contadini canavesani.
ASCOLTA Arrangiamento del valzer “L’umbra gaia” composto da Tullio Parisi fisarmonicista del gruppo folk Astrolabio.
ASCOLTA La Polca Veglia, Polca ‘d Giaculin, due polke tradizionali tratte dal repertorio canavesano dei “quintet” con l’aggiunta delle percussioni di Diego Zanetto

ASCOLTA Dèrapage, bourrée a tre tempi composta da Rinaldo Doro

Il primo album “Mude, trumbe e quintet” nasce nel 1999 da una ricerca rigorosa che si avvale della collaborazione di Amerigo Vigliermo già fondatore del  Centro Etnologico Canavesano di Bajo Dora (To). Per la registrazione
Linda Murgia subentra al violoncello e si aggiunge il flauto traverso di Carla Forneris. Graditi ospiti gli ottoni  dei Patelavax (in italiano “picchiatori di mucche”) di Nomaglio.

ASCOLTA Scottish di Masserano

L’anno successivo Ombra Gaja attiva una collaborazione con la cantante jazz Laura Conti  (canavesana d’origine) facendo uscire un “Demo 2000” promozionale alla nuova line-up con la new entry al violino di Delia Ferraris  seguito dall’album “A l’arbat dël sol” (2001) (su Spotify) per l’etichetta Folkclub Ethnosuoni; al violoncello questa volta si presenta Simone Comiotto tra gli ospiti Adelina Accame (arpa) , Massimo Caserio (cori), Chiara Marola (violino) , Aldo Mella (contrabbasso) , Enzo Zirilli (percussioni).
Fin dagli esordi il gruppo è richiesto in tutto il Piemonte e tiene concerti anche in Francia, Svizzera, Belgio e Germania; ma il sodalizio con la cantante è di breve durata e Laura Conti  ritorna a collaborare con Maurizio Verna.

La formazione entra in una specie di stasi, scambiandosi il nome con gli Esprit Follet progetto musicale parallelo di Rinaldo Doro e Sonia Cestonaro, diventando quasi un progetto secondario seppur raro e prezioso, con una rifondazione di quest’ultimo anno di cui si attendono gli sviluppi.

LA BALLATA LIRICA PIEMONTESE

Riallacciandomi all’introduzione già presentata nella categoria “la ballata europea” colgo l’occasione per analizzare più da vicino due ballate dell’album “A l’arbat dël sol

CASSINA SOLA

Ballata lirica proveniente dal canavese dal repertorio del Coro Bajolese di Amerigo Vigliermo dalla testimonianza di Guido Camosso di Rueglio: malinconico canto di sirena della contadinella che richiama il fidanzatino perchè sente la sua mancanza e ha bisogno di averlo vicino. In poche righe e con una melodia suadente, si trasmette tutto il sentimento della solitudine.
ASCOLTA il Coro Bajolese con l’introduzione di Amerigo Vigliermo che presenta  il “portatore”  della ballata

ASCOLTA I Cantambanchi, live dallo  speciale Rai del 1979
Renato Scagliola (voce), Franco Contardo (voce e tamburello), Giancarlo Perempruner (voce, strumenti autocostruiti), Laura Ennas (voce, chitarra), Claudio Perelli (voce, chitarra, tastiere), Francesco Bruni (voce, chitarra, percussioni), Davide Scagliola (batteria, percussioni), Claudio Zanon (flauto traverso). La versione non comprende la IV e V strofa

ASCOLTA Ombra Gaja & Laura Conti in “A l’arbat dël sol” (2001) la versione è priva della IV strofa


I
Son sì dësconsolà
ënt una cassina sola (1).
Quänd gnërà-lo ‘l mè amor
ch’a vėn-a consolemi?
II
S’i l’hon sëntì na vos
travers na colina lontana,
s’a fussa ‘l mè amor
ch’a vėn da la cassina.
III
S’a fussa ‘l mè amor
a gnërìa pa cantando
ma gnërìa con gli occhi a bass (2)
e ‘l cuore sospirando.
IV
S’a fussa ‘l mè gentil galant(3)
s’a l’è gentil di vita (4)
guardèji sul capel
c’ha jà la margherita
V
E maledet col dì,
quell’ora che mi son nata,
trovarmi sempre sì
per esser consolata.
Traduzione italiano di Cattia Salto
I
Sono così addolorata
da sola in una cascina.
Quando arriverà il mio amore
a consolarmi?
II
Ho sentito una voce
da una collina lontana
che sia il mio amore
che viene verso la cascina?
III
Se fosse il mio amore
non verrebbe mica cantando
ma verrebbe con gli occhi bassi
sospirando nel cuore.
IV
Se fosse il mio innamorato
sarebbe elegante
guardate sul cappello
che ha una margherita
V
Maledetto quel giorno,
quell’ora che sono nata
per trovarmi sempre così
da confortare.

NOTE
1) il significato è ambivalente “da sola in una cascina” ma potrebbe anche voler dire “in una cascina isolata”
2) la ragazza trasmetto nel fidanzatino la sua stessa impazienza e solitudine
3) letteralmente “il gentile galante”
4) gentil di vita cioè di gusti raffinati, eleganti  

LA BELA BARGIROLA

Dalla raccolta “Canti popolari del Piemonte” (1888) Costantino Nigra classifica la ballata al numero 55 con il titolo di “La sposa porcaja” e ne riporta alcune versioni testuali (vedi). La ballata narra di un gentiluomo partito per la guerra, che affida la moglie alla madre raccomandandosi di trattarla bene. In realtà la suocera ha in odio la giovanetta e la manda ad accudire i maiali, facendole mangiare gli scarti della tavola e lasciandola al freddo (vessandola anche con vari lavori faticosi qui non riportati). Passano sette anni in cui la fanciulla non ride e non canta, il primo giorno che riprende a cantare, suo marito che è ritornato dalla guerra la sente e l’incontra nei boschi; messo a conoscenza delle angherie che lei ha sopportato, passa la notte con la moglie meditando sui cambiamenti che ci saranno dall’indomani: sarà la suocera a servire la nuora.  Nigra rintraccia la diffusione della ballata in Francia, Provenza e Catalogna.
Il tema della ballata è tipico delle fiabe con la bella sventurata vittima della  Cattiva suocera (la regina cattiva).

ASCOLTA  Coro Bajolese una versione rimaneggiata rispetto al Nigra (versione C) la versione proviene da Frassinetto all’inizio della Val Soana ed è stata raccolta da Amerigo Vigliermo nel 1994.

ASCOLTA Ombra Gaja & Laura Conti in “A l’arbat dël sol” (2001) Bela Bargirola a chiudere con una bourré: in versione ulteriormente ridotta rispetto al testo del Coro Bajolese.

Variante versione C
I
Gentil galant a n’in va a la guèra,
a l’è stait set ani a riturnè
an riturnand për cule muntaniole
l’à sentì la vus dla sua mojè
“alon alon o bela bargirola (1)
alon alon a la vostra mezun” (2)
“j’e set agn che ‘l me marì l’è ‘n guèra
e mi a táula sun mai pi andè
II
J’ù da fè cun na trista madona
che ‘l pan dël brën  mi fa mangè (3)
j’e set agn che ‘l me marì l’è ‘n guera
ai piè del foco sun pa pi ‘ndè
J’ù da fè cun na trista madona
che fuori al freddo mi fa restar”
“alon alon o bela bargirola
alon alon a la vostra mezun
III
Se fuisa nen che fuisa la me mama
con questo pugnale la pugnalerei”
a la matina ben da bunura
mare madona la va a ciamè
“O no no mia mare madona
i me pors vu pa pi larghè
dël me marì sun sì an cumpagnia
cun chiel ancura vöi ripozè”
Traduzione italiano di Cattia Salto
I
Gentile Galante è andato  alla guerra e ci ha messo sette anni per ritornare, nel ritornare per quelle colline, ha sentito la voce della moglie “Andiamo bella pastorella,
andiamo a casa vostra” “sono sette anni che mio marito è in guerra e io a tavola non sono più andata
II
Ho da fare con una cattiva donna
che il pane di crusca mi fa mangiare, da sette anni ho il marito  in guerra e accanto al fuoco non sono più andata, ho da fare con una donna cattiva che fuori al freddo mi fa restare” “Andiamo bella pastorella,
andiamo a casa vostra
III
Se non fosse mia madre
con questo pugnale la pugnalerei”
Al mattino  di buon ora
la suocera la va a chiamare
“O no, no suocera mia
non voglio più governare i porci, sono qui in compagnia di mio marito e con lui ancora voglio riposare”

NOTE
1) nella versione del Nigra è la bela porcairola (bella porcaia cioè l’addetta alla cura dei maiali) il Nigra nelle note riporta anche  la variante Bela  Bargeirola, da bargé= pastorella
2) il verso è una specie di refrain, mantenuto come tale nella versione della Corale
3) Laura dice qualcosa di diverso ma poco chiaro come senso (dice in dialetto: che quando bevo non mi fa mangiare), ho preferito la trascrizione come nel Nigra

FONTI
http://www.folkclubethnosuoni.com/html/schede/lconti_ombragaia.html
http://web.tiscali.it/umbragaja/bioITA.html
https://www.valchiusella.org/folclore-e-leggende/la-musica/

Ariondassa e un sorso di vino

Il gruppo Ariondassa nasce nel 1996 da  quattro musicisti presenti da oltre 25 anni nel campo del folk piemontese: i canavesani Simone Boglia (piffero, gralla[1] , cornamusa, clarinetto, flauti) e Rinaldo Doro (organetto diatonico, ghironda); gli alessandrini Vincenzo Marchelli (canto, organetto diatonico)  e Lorenzo  Boioli – l’ultimo bohémien finito a Serravalle Scrivia  – (piffero, gralla, cornamusa, flauti), sono letteralmente una costola dei Tre Martelli.

Sancisce il sodalizio l’album “Il tabernacolo dell’onesto peccato” (2001), l’atmosfera è quello della piola, una live performance dopo un abbondante pasto con specialità gastronomiche piemontesi e il vino che scorre nelle vene;   sono canti di osteria, quelli legati al lavoro della povera gente o quelli dei cantastorie, nati nelle tavolate del dopo pasto, nei “pranzi dei coscritti” o nelle “crote” dove si conservava il vino per tutto l’anno, “per godere il lento ritmo del tempo che fu“. Ballate che raccontano storie illustrate con i teloni dipinti (dal professor Boioli) come facevano un tempo i musicisti ambulanti. Tra gli ospiti Bruno ‘Brav om’ Carbone l’ultimo cantastorie ‘originale’ delle Langhe.

ASCOLTA il ‘Brav om’  di Prunetto, Bruno Carbone, che ad ottant’anni suonati gira ancora per le Langhe con la sua fisa: canta la sua terra, le leggende che la caratterizzano, il cibo tipico, le abitudini, i colori dei vigneti e dei noccioleti, le Rocche del Roero, il vento che arriva dal mare, le storie d’amore. Testi antichi, che ripete da decenni, ma anche versioni nuove, improvvisate o scritte, nella musica e nelle parole. (continua) cantato in italiano “Il Contadino” il brano è di Bruno Carbone e G. Marenco

ASCOLTA Vincenzo Marchelli è un figlio d’arte, innamorato del Canto Popolare, gran ballerino di danze tradizionali, voce autorevole del Canto Piemontese, le numerose collaborazioni con musicisti d’Oltralpe lo portano a calcare i migliori palcoscenici d’Europa; la canzone “i Calzolai e i muratori” (E ij ciavatin e ij murador) è sul lavoro della monda e mescola il sudore dei campi con il sudore del ballo, è tratta dai canti raccolti sul campo dal Coro di Bajo Dora

Grande risalto nelle esibizioni live agli strumenti poveri, realizzati con materiale di recupero come le ravi (piccole zucche ornamentali lasciate seccare), la fruja (sonaglietto di latta e legno), le tacchenettes (due ossa bovine o suine) o le ocarine e i fischietti in terracotta .

da sinistra in alto Simone Boglia, Robert Amyot, Lorenzo  Boioli , da sinistra in basso Rinaldo Doro, Emanuela Bellis ,Vincenzo Marchelli  

Ai magnifici quattro si uniscono ben presto Emanuela Bellis (ghironda) e Robert Amyot (canto, cornamuse, clarinetto, flauti e percussioni).

Il secondo album Del Piemont als Pirineus – dal piemonte ai Pirenei (2004) è stato registrato dal vivo a Barcellona (da ascoltare su Spotify) testimonianza del gemellaggio con i catalani El Pont d’ Arcalis (forse il più famoso gruppo di Catalunya). “Dal Piemonte ai Pirenei” è il progetto-spettacolo che ha fatto incontrare queste due formazioni protagoniste della musica tradizionale in Piemonte e in Catalogna . Due musiche con una radice comune, una sola tradizione. Il suono della montagna pireanica e quello delle montagne e pianure piemontesi scoprono un denominatore comune e  ritrovano una continuità di voci, di danze, di lingua, di strumenti. Nel novembre 2003 lo spettacolo è stato registrato dal vivo a Barcellona ed è diventato un  CD, con undici musicisti.” (tratto da qui)

ASCOLTA La desgràcia d’un pobre home, voci Jordi Fàbregas e Vincenzo Marchelli

della ballata tradizionale catalana esistono varie versioni testuali (qui, qui e qui)


La desgràcia d’un pobre home
té una filla per casar,

‘namorada d’un gitano
no la’n pot desolbidar.

Traduzione italiano di Cattia Salto
La disgrazia di un pover’uomo
che tiene una figlia da sposare
innamorata di un gitano
che non riesce a dimenticare

Altri gruppi con cui hanno condiviso repertori ed esperienze musicali sono stati le Kanta (trio vocale bretone – gallese) e La Kinkerne (storico gruppo della Savoia, formato nei primissimi anni ’70 da Jean – Marc Jacquer, il più grande ricercatore – custode della tradizione musicale delle Alpi).

Nel 2005 pubblicano “In cerca di Grane” Simone Boglia, Lorenzo Boioli, Rinaldo Doro, Vincenzo Marchelli, Robert Amyot, Emanuela Bellis e come ospiti l’intero gruppo corale dei Calagiubella, Sylvie Berger, Maurizio Verna e Eraldo Mania, rispettivamente alla voce, alla chitarra acustica e al basso tuba. Anche quest’album è ascoltabile su Spotify (qui) Così scrive Roberto Sacchi nella sua recensione per lo storico Folk Bulletin: “Dopo aver acquistato il disco, e prima di ascoltarlo, è fondamentale leggere le venti righe che lo presentano, scritte giusto all’inizio del libretto, altrimenti si rischierebbe di avere una visione parziale o errata del contenuto. In questa breve introduzione, gli autori dichiarano che il disco vuole essere un omaggio allo spirito “goliardico e vitale che anima il nostro gruppo” e a come questo spirito abbia funzionato da collante di fronte alle mille disavventure (le “grane”, appunto) che possono capitare in anni e anni di concerti, fra Italia, Savoia, Catalogna, Belgio, Svizzera e Usa. Ecco che allora ha un senso la scelta stilistica di privilegiare l’immediatezza alla rarefazione, lo sberleffo alla riflessione, l’allegria alla meditazione.” (continua)
Un approfondimento in merito “alla tradizione vivente” era già stato pubblicato su questo blog per il rituale dei canti di questua sull’arrivo della Primavera a cui rimando per l’approfondimento (vedi)

Per anni la formazione resta invariata con l’aggiunta nel 2006 di Andrea Peasso: contrabbasso e Sonia Cestonaro  oboe, ciaramella, tarota, arpa diatonica, gralla, zufoli e ocarina. Pochi anni dopo però Simone Boglia lascia il gruppo.

Nel 2011 è la volta del loro ultimo album dal titolo “Campagne Grame” – ascoltabile su Spotify (il gruppo si scioglie nel 2015). Così scrivono nelle note: Una volta i nostri vecchi dicevano che, quando i raccolti andavano male o la tempesta rovinava tutto il seminato, erano tempi di “campagne grame”. E dicevano anche che “la terra è bassa”, difficile da lavorare e massacrante per la fatica sopportata. Ma le “campagne grame” pare che non abbandonino l’uomo moderno: crisi a livello mondiale, guerre per l’ acqua o il petrolio, mafie internazionali, ingordigia economica, pressapochismo e indolenza… pare che questo mondo sia destinato alle più terribili conseguenze, se non ci si ferma in tempo e si torna ad uno stile di vita più lento e consapevole della priorità di un uso oculato delle risorse naturali. In mezzo a tutto ciò, cosa può fare l’Ariondassa? Quello che sappiamo fare meglio: cantare e suonare la musica del nostro paese, della nostra terra. Non vogliamo fare un museo delle “Belle Cose Andate Perdute” (e forse mai esistite!), ma continuare ad essere un gruppo di ricerca e riproposta della Musica della Gente. Sono solo Canti e Musiche… ma che forza ha un Canto sulla bocca della Gente! Sogni, lacrime, speranze, illusioni, amori perduti o ritrovati… tutto questo nel Canto Popolare e tutto questo dedicato a voi… per cantare con noi e superare queste “campagne grame”… Grazie!

ASCOLTA Ombre da “Campagne Grame” 2011 il testo è una poesia di Nino Costa mentre la musica è composta da Rinaldo Doro

Nino Costa in Ròba Nòstra, 1938
I
J’ani a chërso: la vita a j’ambaron-a
e ‘l temp a cor parèj d’ un can da cassa;
tuti ij di i é ‘n sagrin ch’a në scopassa,
tuti ij di i é ‘n bel seugn ch’ a n’ abandon-a.
II
Aso vej e bast neuv(1)! ….La stra l’é dura
e ‘l cheur l’é strach: le pen-e a l’han frustalo,
j’ombre, lontan-e sl’ orisont, a calo
e l’aria tut antorn ven già pi scura…
III
Ma fin ch’as sent canté da ‘n lontanansa
na lòdola (2) ‘nt ël cél, seren-a e àuta,
fin che sla tèra i é ‘n cunòt ch’a biàuta (3)
e fin che drinta ‘l cheur i é na speransa,
IV
sì ch’a-i n’anfà se ‘l temporal ch’a monta
an manda ‘ncontra nìvole ‘d tempesta:
i é sempre ‘l pòst për na canson da festa
contra ij maleur che nòstr destin an pronta.
Traduzione italiano di Cattia Salto
I
Gli anni crescono accumulati dalla vita,
il tempo corre come un cane da caccia,
tutti i giorni c’è un dispiacere che ci strapazza, tutti i giorni c’è un bel sogno che ci abbandona.
II
Asino vecchio e  basto nuovo! .. La strada è dura
il cuore è stanco, i dispiaceri l’hanno frustato, le ombre lontane  sull’orizzonte scendono e l’aria tutt’intorno vien già più scura.
III
Ma finchè si sente cantare in lontananza
un’allodola in cielo, serena e in alto,
fichè sulla terra c’è una culla che dondola
e finchè nel cuore c’è una speranza.
IV
cosa c’importa se il temporale in arrivo ci manda incontro nuvole di tempesta.
c’è sempre posto per una canzone della festa.
contro i malanni che il nostro destino ci prepara

NOTE
1) detto proverbiale: se all’asino metti un basto nuovo sempre asino è
2) l’allodola è un animale che racchiude molti simbolismi vedi
3) Cunòt (Culla da braccio) Era la carrozzina per bambini di una volta. Le ruote erano rappresentate dal braccio materno sotto cui la si portava.  biàuta vuol dire “su e giù”

Ma ascoltiamoli live (Rinaldo Doro, Vincenzo Marchelli, Lorenzo  Boioli, Emanuela Bellis, Andrea Peasso e Sonia Cestonaro)  in una bella ripresa audio-video del 2009
Spazzacamino è un loro “classico”  nel montaggio video si mostrano anche le tavole dipinte per raccontar la storia
Sigolin con il Marchelli alla fruja


e dal loro ultimo concerto live senza più Boglia e Boioli nell’estate 2015 La Teresina:

tag Ariondassa

continua

FONTI
http://www.mustrad.org.uk/reviews/ariondas.htm
https://www.rivistailcantastorie.it/cantastorie-e-liscio/
http://lasentinella.gelocal.it/ivrea/cronaca/2015/02/16/news/boglia-primo-piffero-e-appassionato-musicista-di-talento-1.10880669
http://www.comune.serravalle-scrivia.al.it/news.php?Id=559
http://www.inchiostrofresco.it/blog/2014/11/21/mostra-personale-lorenzo-boioli-nelle-sale-espositive-serravalle-scrivia/
http://www.folkclubethnosuoni.com/html/schede/ariondassa.html
http://www.folkclubethnosuoni.com/html/schede/ariondassa2.html
http://www.sav.org/ariondassa/index-i.html
http://www.cantut.cat/canconer/cancons/item/108-la-desgracia-d-un-pobre-home-el-gitano
http://www.parsifal.be/product/cd/ariondassa-campagne-grame/

Rinaldo Doro

Classe ’59 Rinaldo Doro è massimo esponente della musica tradizionale piemontese, polistrumentista, virtuoso suonatore di organetto e ghironda, compositore, appassionato di storia sociale ed etnomusicologia, etnomusicologo autodidatta (socio-ricercatore del Centro Etnologico Canavesano), giornalista-collaboratore della fanzine Nobody’s Land di Franco Vassia (la prima rivista al mondo di Progressive Rock), conferenziere e scrittore esperto di strumenti tradizionali che ha collezionato in grande quantità.
Dal cuore caldo e generoso, instancabile viaggiatore è un portatore sano di cultura tradizionale.

L’ANIMA ROCK

Originario di Chivasso (To) si avvicina alla musica dodicenne con lo studio del pianoforte classico, impara a suonare la ghironda e l’organetto, ma è musicista curioso e versatile che si destreggia tra dulcimer, nyckelarpa, arpa celtica. tin whistle, cornamusa e violino . In quegli anni di giovinezza conduce una sorta di doppia vita dividendosi tra il mondo rock e quello folk.
E’ tastierista per qualche anno  dei Luna Incostante (inizi anni ottanta – fine anni novanta) formazione rock-wave dell’underground torinese, e dei torinesi The Sick Rose (garage rock nel suo revival anni Ottanta), fondatore nel 1989 dei Green Children gruppo folk-rock dalla breve vita con cui incide l’album The Awakening (1990),   e soprattutto fondatore dei Calliope (1989) gruppo di musica prog con cui incide l’album “La Terra dei Grandi Occhi” su musiche di sua composizione.
Il terzo album dal titolo “Il Madrigale del Vento” (1995) è un concept album ispirato ai canti di Crociata medievali: il lavoro che più si avvicina a una suite orchestrale.

IL CUORE POPOLARE

Nel 1978 incontra Amerigo Vigliermo, l’etnomusicologo autodidatta di Bajo Dora a cui RaiTeche dedicò una serie di documentari nel 1980 (vedi) e ne diventa discepolo e sommo erede. Negli anni di ricerca sul campo e di viaggi Rinaldo ha collezionato un centinaio di strumenti musicali etnici d’antan: un flauto di sambuco di 100 anni, alcune raganelle in legno, dei corni, un tamburino di Cogne, cornamuse e ghironde ottocentesche, organetti semitonici di inizio Novecento. Così come colleziona spartiti di musica tradizionale, compone musiche nell’alveo della tradizione, e accumula un vasto repertorio di musica da bal folk di area piemontese, occitana, francese, bretone che interpreta con sensibilità e maestria.


Lo scrittore

Iniziando proprio dalla sua vastissima collezione di spartiti di musica tradizionale piemontese e dalla lacuna editoriale in merito, Rinaldo Doro ha voluto dare un volto anche agli autori ed esecutori di queste musiche; “Sonador da Coscrit e da Quintët” è pubblicato nel 2014 con il sottotitolo, che è tutto un programma, “Ricerca sulla musica popolare in Canavese e Valle d’Aosta seguendo il sentiero tracciato da Amerigo Viglierno”, oltre trecento pagine di interviste e aneddoti, tabelle e descrizione di strumenti musicali,  cento spartiti di musiche inedite, fotografie dagli album di famiglia. In allegato il Cd con le registrazioni sul campo di  Amerigo Vigliermo risalenti al 1974, tra le quali «La Corenta ‘d Rueglio», «La Pòlca dël Fernèt», «Ël Vals ëd Dòro» suonati dai Quintët ëd Breuss, J’oton ëd la Val Ciusela, Ij trombi ëd Rovej, che racchiudono tutto lo “stile” d’esecuzione.

Rinaldo è riuscito a cogliere l’ultima eco della “memoria vivente” canavesana d’inizi Novecento, andando a rintracciare e intervistare i protagonisti e le loro famiglie “parlare con i familiari, con i protagonisti ancora viventi di questo mondo, cambia improrogabilmente il tuo modo di vedere e sentire, il modo di approcciarsi a questa cultura. Ora, non posso più fare a meno di difendere a spada tratta questa Gente. Gente che ci lascia l’ultimo esempio di Civiltà. Quella contemporanea, mi spiace dirlo, non la riconosco come Civiltà. Nel senso più nobile della parola, non posso farlo. Ho trascorso non so più quante ore con il registratore in mano a parlare con quelle persone, con quelle famiglie. Mi sono arricchito nell’animo e posso dire di avere avuto affetto in cambio da loro. Si sono create amicizie profonde, mi sento (con privilegio) di essere anch’io parte di quel loro mondo, trattato alla pari. Per me, è un enorme regalo!”  (tratto da qui)

“Muda ‘d Palas”

Così scrive Doro a commento della foto “Palazzo Canavese (TO), Marzo 1979: da sx a dx, Anita Mosca, Quinto Bonino, Elvio Giovannini, Florido Mosca, Aristide Mosca detto “Palasòt”, Giuliana Mosca. Ovvero, la “Muda ‘d Palas”, gli esecutori originali della “Polca del Fernét”. “Muda” vuol dire “cambio”, perché durante le serate da ballo si sostituivano i suonatori man mano che la stanchezza sopraggiungeva, cioè… si dava la “muda”, il cambio. Ciò avveniva soprattutto per i suonatori di basso, sempre sotto “pressione”. “Palasòt” è stato il suonatore più famoso (nel suo genere) di tutto il Canavese.”

Nel suo secondo libro “Le Monferrine di Cogne” (2016) Rinaldo Doro analizza le danze monferrine tutt’oggi praticate in quel di Cogne, culla verde ai piedi del Gran Paradiso a cavallo tra Valle d’Aosta e Piemonte. “Due personaggi chiave della memoria musicale di Cogne, Adolphe Gerard e Mario Jeantet, ci condurranno attraverso i ricordi e le testimonianze della loro generazione alla scoperta delle “Monferrine” (danze ottocentesche che vengono ballate tutt’oggi in paese), della costruzione e dell’uso de Lou Tambour e di tanti personaggi che hanno permeato la vita cougnense.

“I Maestri Suonatori” (2017) sempre pubblicato con la casa editrice Atene del Canavese è suddiviso in due parti, la prima la ripubblicazione del romanzo storico di George Sand che traccia le vicende dei suonatori di cornamusa del Berry e del  Bourbonnais alla fine del XVIII secolo; la seconda è la ricerca storica sui suonatori di ghironda italiani condotta da RInaldo Doro.

Rinaldo Doro ha collaborato con e fondato vari gruppi musicali tra i più significativi e rappresentativi della musica tradizionale piemontese anche all’estero (Svizzera, Francia, Spagna, Germania, Olanda, Belgio, Lussemburgo, Gran Bretagna, Finlandia, Ucraina e U.S.A.)
Ariondassa
Ombra Gaja
Esprit Follet

Rinaldo ha sempre fatto ballare gli appassionati del bal folk e negli ultimi anni si è accompagnato nelle sue esibizioni/stage a Beatrice Pignolo come insegnante di danza: Beatrice ha cominciato a camminare, da subito, “in punta di piedi”; con una solida formazione classica alle spalle spazia dalla danza storica e quella popolare avendo approfondito svariati repertori dall’Italia (in particolare danze piemontesi, valdostane e canavesane, sua terra d’origine) all’Irlanda, dalla Bretagna all’Occitania e le danze basche e delle regioni iberiche che sono la sua passione.

FONTI
http://www.rinaldodoro.it/
http://www.teche.rai.it/personaggi/amerigo-vigliermo/
http://www.atenedelcanavese.it/sonador-da-coscrit-e-da-quintet
http://www.blogfoolk.com/2015/01/rinaldo-doro-sonador-da-coscrit-e-da.html
http://www.gioventurapiemonteisa.net/libro-cd-le-monferrine-di-cogne-di-rinaldo-doro/

LE REPLICHE DI MARION

Una divertentissima ballata tradizionale delle Isole Britanniche (e diffusa un po’ in tutta Europa e in America) ha come tema un marito molto ubriaco che, rientrato a casa, sorprende la moglie a letto con l’amante. Tutto il tono della ballata è però umoristico e manca il finale tragico in cui il cornuto ammazza amante e adultera.
Nella versione inglese il protagonista ogni sera rientra dal pub molto tardi e nota una serie di indizi, sparsi per la casa, che lo inducono a sospettare un tradimento da parte della moglie, ma quest’ultima, approfittando della scarsa lucidità del marito, riesce sempre a cavarsela. (continua prima parte)

LA VERSIONE PIEMONTESE: LE REPLICHE DI MARION

Nell’Alta Italia, Francia e Occitania la ballata segue lo stesso schema se non anche le stesse parole: il marito vede la moglie con l’amante nel giardino (o nel letto) e la interroga chiedendole spiegazioni. Lei si giustifica travisando i fatti: “Chi hai visto era una mia amica, aveva il mento sporco per le more mentre tu credi aver visto una barba.” etc. Quando il marito osserva che non è stagione di more, la moglie risponde che nel loro giardino ce n’erano ancora, ma poi il giardiniere ha tagliato il ramo. Così il marito minaccia di tagliare la testa al giardiniere. Allora la donna cambia tono e diventa mansueta chiedendo “Chi ti farà da mangiare?” “Ne prenderò un’altra più onesta” Ma la donna osserva: sarà così bella come me? (oppure così gentile). Allora il marito preferisce fare la pace.
Nelle versioni franco-provenzali le minacce del marito sono più concrete e violente: l’uomo dice alla donna che le taglierà la testa e la getterà ai cani e le lascia solo il tempo di chiedere perdono al Signore. Tutto sommato quindi anche le versioni celto-romanze come le chiama Costantino Nigra (in “Canti popolari del Piemonte”) hanno tema giocoso, non così nelle versione spagnole in cui il marito come l’onore impone, uccide moglie, amante e talvolta muore egli stesso durante il duello riparatore.
Il Nigra ipotizza una possibile degenerazione del tragico nel comico osservando che è un fatto non raro nella poesia popolare.

ASCOLTA  su Spotify Paola Lombardo, Donata Pinti e Betti Zambruno in “So sol d’amarti alla follia” 2009

ASCOLTA Canzoniere Monferrino (vedi)

Don t’à antacja, duv’a t’ ses stacja? (Ritornello: me bruta Mariun!)
Ant ‘l giardin a coji d’salata. (Ritornello: caro al me mari!)
Mim’chi cà l’era ch’a ti stavi ansema? ” A l’era una dle mie comare.
……
Parchè le done porto la barba
– J’ero le more ch’ la mangiava
An don’t lej sta pianta ad more
– l’è un giardinè su l’à tajala
Cul’ca l’a tajala mi j taj la testa
– pu nen mi dona a fe l’mnestra
Na piorro una un po pi lesta
– N’ pi lesta, ‘n po pi scunciaja.
Anduma a ca che la pas al’ facja.
– La sarà facja an lasj fora
La sarà facja fint’ant ch’la dura
tradotto da Cattia Salto
Dove sei andata e dove sei stata? (Brutta la mia Maria)
Nel giardino a cogliere dell’insalata (marito mio caro)
E chi era quello con cui stavi insieme? Era una delle mie amiche.
Perchè le donne portano la barba? Erano le more che stava mangiando
E dove sta questa pianta di more?
Il giardiniere l’ha tagliata
A chi l’ha tagliata, taglierò la testa!
Non avrai più una donna che ti farà la minestra
Ne prendo un’altra un po’ più svelta. Una più onesta e un più sgarbata (1)
Andiamo a casa che la pace è fatta – Sarà fatta se mi lasci fuori.
Sarà fatta finchè dura (2).

NOTA
1) le versioni testuali riportate dal Nigra non corrispondono a questo testo evidentemente tratto dalla tradizione orale della zona (Monferrato): la parola pronunciata è “scunciaja” nelle altre versioni la donna dice “sarà più onesta ma non così bella come me”
2) l’ultima parola resta alla donna che avverte” la pace è fatta finchè dura!”

FONTI
http://www.piemunteis.it/wp-content/uploads/85.-Le-repliche-di-Marion.pdf

GALLOWS POLE & CECILIA

La ballata popolare “Gallows pole”, “The Maid Freed From The Gallows” oppure “The Hangman” viene dalle Isole Britanniche classificata tra le Child ballads al numero 95.
E’ una storia che ha conosciuto una grande fortuna nell’Europa medievale e inizia con una fanciulla che ha perso la biglia (o palla) d’oro zecchino che le era stata donata con la raccomandazione di averne cura più della sua vita, e che avendola persa viene condannata all’impiccagione. Fuor di metafora la ragazza viene condannata per aver perso la verginità prima del matrimonio. (vedasi prima parte) e solo l’amante può ridarle l’onore.

LA NOVELLISTICA E IL TEATRO

Ma questa è solo una parte della storia, per capirne la sua evoluzione dobbiamo guardare alla novellistica e in particolare alle “Ecatommiti” (raccolta di cento novelle) di Giambattista Cinzio Giraldi e alla storia  di Epitia (V novella dell’VIII giornata). Il Giraldi detto Cinthio come titolo accademico è un erudito e drammaturgo ferrarese della metà del Cinquecento, grande inventore di storie che furono d’ispirazione sia a Cervantes che a Shakespeare come trame dei loro capolavori.

Gianbattista Giraldi

Così la novella di Epitia è da trama alla shakeaspirianaMisura per Misura” in cui vediamo comparire nella storia un deux es machina il duca che governa la città, ma anche il ricatto del governatore-capitano  che chiede una notte d’amore con la bella Epitia-Isabella in cambio della liberazione del prigioniero.  Così Shakespeare analizza il conflitto tra giustizia e pietà: “la critica recente ha focalizzato il tema principale dell’opera come il conflitto tra la giustizia e la grazia,e la critica ha dibattuto se la morale del play sia una allegoria della carita’ cristiana contro l’intransigenza della legge.” ( tratto da vedi)

LA BALLATA ITALIANA DI CECILIA

Senonchè Epitia è la Cecilia, una delle eroine più note delle ballate italiane riportata da Costantino Nigra al numero 3 in due versioni una monferrina e l’altra dei canti popolari ferraresi (guarda caso).
Il marito di Cecilia è condannato all’impiccagione  e la donna domanda al capitano che dovrà eseguire la sentenza se c’è un modo per liberarlo: il capitano le chiede di passare una notte d’amore, ma al mattino il marito viene ugualmente giustiziato.
Cecilia in alcune versioni si uccide o muore di crepacuore, in altre uccide il capitano, in altre ancora rifiuta sdegnosamente il genere maschile e manda tutti a quel paese!  La trama è la stessa della Tosca (prima dramma di V. Sardou -1887, e poi opera lirica in tre atti di Puccini) e molti vedono nella ballata una rivendicazione femminista ante-litteram, ovvero la condizione di soggiogamento della donna  all’arroganza del potere maschile  (ben poca differenza si coglie tra l’opportunismo del capitano e quello del marito).
Castità, purezza, (e fedeltà) sono doti che una donna deve considerare sacre e inviolabili e se usate come merce di scambio portano alla sua rovina.

ASCOLTA La Lionetta in “Il gioco del Diavolo” 1981, pregevole e innovativo gruppo di area torinese del folk-revival italiano
CECILIA (Trad. NIGRA 3)
IL SOGNO DI CECILIA (mus. R. AVERSA)
Una delle più diffuse ballate popolari italiane (dal Piemonte alla Sicilia). La nostra versione è musicalmente divisa in due parti: la prima, eseguita dalla voce di Laura, è tratta da una versione artigiana . La seconda conserva il testo tradizionale su musica di composizione.


A na sun tre gentil dame
ch’a na venhu da Liun,
la più bela l’è Sisilia
ch’a l’ha ‘l so marì ‘n persun.
«O buondì, buon capitani»,
«O ‘l buondì v’lu dagh a vui»
«E la grasia che mi fèisa
m’ fèisa vedi me mari».
«O sì sì, dona Sisilia,
che na grasia u la fas mi,
basta sol d’una nutea
ch’a venhi a dormi cun mi».
«O sì sì, sur Capitani,
a me mari i lu vagh a dì,
o s’el sarà cuntent chiel
cuntenta sarò mi».
So marì l’era a la fnestra,
da luntan l’ha vista venir:
«Che novi ‘m purté-vi, Sisilia,
che novi ‘m purté-vi a mi?».
«E per vui na sun tant bunni,
tant grami sa sun per mi:
ansema sur Capitani
e mi m’tuca andé durmì».
«O ‘ndé pura, dona Sisilia,
o ‘ndé pura, se vorì;
vui a’m salverei la vita
e l’unur a v’lu salv mi.
Butevi la vesta bianca
cun el faudalin d’ satin;
vi vederan tan bela
a i avran pietà de mi».
A s’na ven la mezzanotte
che Sisilia da ‘n suspir:
s’ cherdiva d’essi sugnea
feissu mori so marì.
«O dormì, dormì Sisilia,
o dormì, lassé durmì:
duman matin bunura
na vedrei lu vost marì».
A s’na ven a la matinea
che Sisilia s’ leva su,
a s’è fasi a la finestra,
vede so mari pendu.
«O vilan d’un capitani,
o vilan, vui m’ei tradì:
a m’ei levà l’onore
e la vita a me marì».
«O tasi, tasi Sisilia,
tasi un po’ se vui vorì:
sima sì tre Capitani,
pievi vui cun ch’a vorì».
«Mi voi pa che la nova vaga
da Liun fin a Paris
che mi abia spusà ‘l boia,
el boia del me marì».
Sa na sun tre gentil dame ch’a na venhu dal mercà:
a i han vist dona Sisilia bel e morta per la strà.
(traduzione tratta dall’album stesso)
Sono tre gentildame
che vengono da Lione.
La più bella è Cecilia
che ha il marito in prigione (1)
“Buondì buon capitano”
– “II buondì ve lo do io”
“La grazia che vi chiedo
è riavere mio marito
“Oh si, donna Cecilia,
che vi farò la grazia
Basta solo che veniate una notte
a dormire con me (2)”
“Oh si, signor capitano,
lo vado a dire a mio marito
Se lui sarà contento
anch’io sarò contenta”
Suo marito alla finestra,
da lontano l’ha vista venire 
“Che notizie mi portate, Cecilia,
che notizie?”
“Per te sono molto buone
e per me molto cattive
Insieme al capitano
mi tocca dormire”
“Vai pure donna Cecilia,
vai pure se lo vuoi
Tu mi salverai la vita
e io ti salverò l’onore
Metti il vestito bianco
con il grembiule di seta
Ti vedrà così bella
che avrà pietà di me”
Viene la mezzanotte
e Cecilia da un sospiro
Le sembrava di aver sognato
che uccidevano suo marito
“Dormite Cecilia!
Dormite e lasciatemi dormire!
Domattina di buon ora
vedrete vostro marito”
Viene la mattina
e Cecilia si sveglia
Si affaccia alla finestra
e vede il marito impiccato
“Villano di un capitano!
Voi mi avete tradito!
A me avete rubato l’onore
e a mio marito la vita! ”
“Tacete, donna Cecilia!
Tacete per piacere
Siamo qui tre capitani,
prendete quello che volete”
“Io non voglio che da Lione a Parigi corra la notizia
Che ho sposato il boia
il boia di mio marito! ”
Sono tre gentildame che vengono dal mercato 
Hanno trovato donna Cecilia morta lungo la strada. (3)

NOTE
1) nella novella di Epitia il condannato di nome Claudio aveva violentato una fanciulla. In alcune versioni della ballata l’accusa è di aver ucciso a coltellate un uomo.
2) nell’Epitia la ragazza risponde “La vita di mio fratello mi è molto cara, ma vie più caro mi è l’onor mio; e più tosto con la perdita della vita cercherei di salvarlo, che con la perdita dell’onore“. L’intento degli Ecatommiti era dichiaratamente moralistico e al centro del libro sono riportati ben tre dialoghi “Dell’allevare et ammaestrare i figliuoli nella vita civile”
3) Cecilia è morta probabilmente di crepacuore

Ascoltiamola dalla raccolta sul campo in una registrazione effettuata il 31 maggio del 1964 da Roberto Leydi e Franco Coggiola nella sua casa di Asti.
ASCOLTA Teresa Viarengo

ASCOLTA Novalia (con i sottotitoli in inglese) in Arkeo 1999 nella versione reatina (dialetto della fascia centrale appenninica), un gruppo che si è sciolto (l’ultima reunion risale al 2013) avendo i fondatori intrapreso altri percorsi musicali.

LA BALLATA DELLA CECILIA (tratto da qui)
(G.Lo Cascio-R.Simeoni-S.Saletti)

I
Signore capitanu ‘na cosa t’ho da di’
Peppinu sta ‘npriggione fatemellu escì
Favore te lu faccio si ttu lu fai a mmi
devi dormì ‘sta notte a lettu icinu a mi
II
Sendi maritu sendi, sendi che t’ho da di’
c’è ‘r capitan maggiore sarva la vita a tti
Bacce bacce Cecilia, bacce pure a durmì
ma bestite da sposa sappi cumbarì
III
Quanno fu mezzanotte Cecilia fa ‘n zospì
na pena entro a lu pettu pare de morì
Alla mattina all’alba Cecilia s’affacciò
bede Peppinu mortu a capu penzulò
IV
Schifoso capitano m’hai saputo tradì
m’hai leatu l’onore e vita al mio Peppì
No principi e baroni mancu se fosse u re
me piglio rocca e fusu camperò da me (1)
V
Boria scava nu fosso dicenno famme postu
pe’ sotterrà le donne e fa’ fenì lu munnu

NOTE
1) il finale ricalca le versioni toscane-emiliane
Non vò più capitani, non voglio più marì:
son colla rocca e i’ fuso, me ne vò stare così

Per l’ascolto e trascrizione della ballata nelle variegate versioni diffuse per il Bel Paese rimando al post dedicato da Canzoni contro la Guerra qui

continua

FONTI
https://archive.org/details/bub_gb_CTV0e7H5xfwC
http://anpi.it/media/uploads/patria/2006/6/33-34_FOLK_ITALIANO.pdf
http://www.ferraraitalia.it/giraldi-cinzio-lispiratore-dellotello-di-shakespeare-1002.html
http://www.shakespeareinitaly.it/misurapermisura.html
http://www.latramontanaperugia.it/articolo.asp?id=3777
http://digilander.libero.it/gianni61dgl/lalionetta.htm
https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=38960
http://www.collaborations.com/Ebay/hecatommithi.htm
http://www.queenaurelia.it/it/illibro/novella_p1.aspx?np=1
http://www.archiviosonoro.org/puglia/archivio-sonoro-della-puglia/fondo-montinaro/canti-narrativi-e-ballate/07-cecilia.html
http://www.lieder.net/lieder/get_text.html?TextId=87032

MORTE OCCULTATA: RE GILARDIN

Così come il professor Child anche il nostro Costantino Nigra riporta il tema della Morte occultata da un racconto delle vecchie contadine di Castelnuovo.

VERSIONI SCANDINAVE continua
VARIANTI SCANDINAVE continua
VERSIONI ISOLE BRITANNICHE E AMERICA continua
VERSIONI FRANCIA (Bretone, francese e occitana) continua
VERSIONE PIEMONTE continua

IL DONO DELLA FATA

rackham_fairyC’era un cacciatore che cacciava spesso per la montagna. Una volta vide sotto una balza una donna molto bella e riccamente vestita. La donna, che era una fata, accennò al cacciatore di avvicinarsi e lo richiese di nozze. Il cacciatore le disse che era ammogliato e non voleva lasciare la sua giovane sposa. Allora la fata gli diede una scatola chiusa, dicendogli che dentro v’era un bel dono per la sua sposa; e gli raccomandò di consegnare la scatola a questa, senza aprirla. Il cacciatore partì colla scatola. Strada facendo, la curiosità  lo spinse a vedere che cosa c’era dentro. L’aperse, e ci trovò una stupenda cintura, tinta di mille colori, tessuta d’oro e d’argento. Per meglio vederne l’effetto, annodò la cintura a un tronco d’albero. Subitamente la ‘cintura s’infiammò e l’albero fu fulminato. Il cacciatore, toccato dal folgore, si trascinò fino a casa, si pose a letto e morì

Nella versione bretone e piemontese della storia si pone maggiormente l’accento proprio sulla seconda parte della storia, quello della Morte Occultata, caratteristica che permea un po’ tArthur_Rackham_1909_Undine_(7_of_15)utte le versioni della ballata nelle lingue romanze:  Comte Arnau (nella versione occitana), Le Roi Renaud (quella francese) e Re Gilardin (quella piemontese). La relazione tra il cavaliere-re e la fata-sirena è più sfumata rispetto alle versioni nordiche, sembra prevalere una visione più “cattolica”  e intransigente in merito alle relazioni sessuali… … infatti la fata scompare e il cavaliere ritorna dalla guerra ferito a morte.

RE GILARDIN

Il gruppo alessandrino La Ciapa Rusa (fondatori Maurizio Martinotti e Beppe Greppi) raccolse sul campo -tra le tante ricerche etnografiche presso gli anziani cantori e i suonatori della tradizione musicale delle Quattro province, il canto popolare Re Gilardin. (per la precisione in Alta Val Borbera -area appartenente dal punto di vista della tradizione musicale alle Quattro Province, una zona pedo-montana a cavallo di quattro diverse province Al, Ge, Pv e Pc.)
La ballata di origine alto medievale, era già stata raccolta e pubblicata in diverse versioni da Costantino Nigra nel suo “Canti popolari del Piemonte”

La Ciapa Rusa nel 1982 ne fa un primo arrangiamento.
In questa prima versione è allestita una sorta di  rappresentazione drammatica sul modello  delle compagnie dei guitti di un tempo con la voce narrante (Alberto Cesa) il re (Maurizio Martinotti), la madre, la vedova, il chierichetto in chiesa. Ci possiamo immaginare tutta la sceneggiata più tragica che comica – virata in horror con il morto che strappa un ultimo bacio alla sua vedova!!

ASCOLTA La Ciapa Rusa in “Ten da chent l’archet che la sunada l’è longa – Canti e danze tradizionali dell’ alessandrino” 1982.

La lingua usata è un italiano piemontizzato o viceversa, si confronti con la traduzione, sembra più un linguaggio “letterario” che dialettale.

Nel 1997 il gruppo rifondatosi con il nome di Tendachent (restano Maurizio Martinotti – ghironda e canto, Bruno Raiteri -violino e viola- e Devis Longo – canto, tastiere e fiati) ripropone ancora la ballata nel primo album della  nuova formazione “Ori pari“, 2000, con un sound più progressive (ora il gruppo è definito folk-rock progressivo nord-italiano)

TESTO (Da una registrazione originale di Maurizio Martinotti in alta Val Borbera)
Re Gilardin, lü ‘l va a la guera
Lü el va a la guera a tirar di spada
O quand ‘l’è stai mità la strada(1)
Re Gilardin ‘l’è restai ferito
Re Gilardin ritorna indietro
Dalla sua mamma vò ‘ndà a morire
O tun tun tun, pica a la porta
O mamma mia che mi son morto
O pica pian caro ‘l mio figlio
Che la to dona ‘l g’à ‘n picul fante(2)
O madona la mia madona(3)
Cosa vol dire ch’i cantan tanto?
O nuretta, la mia nuretta
I g’fan ‘legria ai soldati
O madona , la mia madona
Disem che moda ho da vestirmi
Vestiti di rosso, vestiti di nero
Che le brunette stanno più bene
O quand l’è stai ‘nt l üs de la chiesa
D’un cirighello si l’à incontrato
Bundì bongiur an vui vedovella
O no no no che non son vedovella
g’l fante in cüna e ‘l marito in guera
O si si si che voi sei vedovella
Vostro marì l’è tri dì che ‘l fa terra
O tera o tera apriti ‘n quatro
Volio vedere il mio cuor reale
La tua boca la sa di rose(4)
‘nvece la mia la sa di terra
TRADUZIONE DI CATTIA SALTO
Re Gilardino va alla guerra
va alla guerra a tirar di spada
e quando si è trovato a metà strada(1)
Re Gilardino è stato ferito
Re Gilardino ritorna indietro
vuole andare a morire vicino alla sua mamma
Tum-Tum batte alla porta
“O mamma mia sono morto”
“Batti piano, caro figliolo
che la tua signora ha un piccolo in fasce(2)”
“O signora, mia signora(3)
perchè cantano tanto?!”
“O mia nuorina, la mia piccola nuora
sono i soldati che fanno baldoria”
“O signora, mia signora
ditemi in che modo mi devo vestire”
“Vestiti di rosso, vestiti di nero
che addosso alle brunette stanno meglio”
E quando è stata sulla porta della chiesa
ha incontrato un chierichetto
“Buon giorno a voi vedovella”
“O no no non che non sono vedovella
ho il bambino nella culla e il marito in guerra”
“O si si che voi siete vedovella
Vostro marito è da tre giorni sotto terra”
“O terra apriti in quattro
voglio vedere il mio cuore di re”
“La tua bocca sa di rose(4)
invece la mia sa di terra!”

NOTE
1) inevitabile il richiamo dantesco “nel mezzo del cammin di nostra vita” (con corollario di bosco), in questo contesto il trovarsi a metà strada allude ad un cambiamento che muta per sempre la vita del re, ovvero dell’eroe.
2) probabilmente il figlio è nato mentre il re era in guerra e quindi egli apprende della sua paternità nel momento della morte!
3) è la nuora che parla per chiedere il motivo del trambusto e nelle risposte le si occulta il vero motivo dei preparativi: si sta allestendo il funerale del re
4) è il re defunto che parla alla moglie, ma anche la saggezza popolare, i tempi della sepoltura lacrimata sono ancora a venire.. Nella versione francese (e occitana) di Re Renaud invece la terra si spalanca e la bella viene inghiottita

TRADUZIONE INGLESE (tratta da qui)
King Gilardin was in the war,
Was in the war wielding his word. (bis)
When he was in the middle in the street(1),
King Gilardin was wounded.
King Gilardin goes back home,
At his mother’s house he wanted to die.
Bang, bang! He thumped at the door.
“O Mother, I am near to die.”
“Don’t thump so hard, my son,
Your wife has just given birth to a boy(2).”
“My Lady my mother-in-law(3)
What does all their singing mean?”
“O my daughter-in-law,
They want to entertain the soldiers.”
“My Lady my mother-in-law
Tell me, how shall I dress?”
“Dress in red or dress in white,
It fits brunettes perfectly .”
When she came to the church gate,
She encountered an altar boy:
“A wish you a good day, new widow.”
“By no means am I a new widow,
I’ve a child in its cradle and a husband at war.”
“O yes, you are a new widow,
Your husband was buried three days ago.”
“O earth, open up in four corners!
I want to see the king of my heart.”
“Your mouth has a taste of rose(4),
Whereas mine has a taste of earth.”


FONTI
https://minimazione.wordpress.com/2007/08/22/re-gilardin-alla-guerra/
http://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=1048
http://chrsouchon.free.fr/chants/italren.htm
http://www.nspeak.com/allende/comenius/bamepec/multimedia/saggio1.htm
http://www.traditionalmusic.co.uk/child-ballads-v2/child8-v2%20-%200371.htm
http://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=2499&lang=en

MORAN D’INGHILTERRA

La ballata Lord Baker/Lord Bateman classificata dal professor Child al numero 53 proviene molto probabilmente dall’area Inghilterra-Scozia, ma  si è diffusa in varie parti d’ Europa, la ritroviamo in particolare nei paesi  scandinavi, Spagna e Italia.

enide1La versione riportata da Costantino Nigra al numero 42,  (Canti popolari del Piemonte, Torino, 1888) e già riprodotta sulla “Rivista contemporanea” dell’ottobre 1862- s’intitola Moran d’Inghilterra così come raccolta nel Canavese.

Si ritrova con il nome di Morando, Morano un non meglio precisato Lord d’Inghilterra che dopo essersi sposato con la figlia del Sultano la lascia per partire per la guerra. Dopo sette anni è la dama che gira a cavallo tutto il paese (a volte la Francia, a volte l’Inghilterra) per ritrovare il marito, evidentemente smemorato, in procinto di sposarsi con un’altra!!

La versione piemontese ha perso la prima parte della ballata così come narrata in Scozia (vedi),  in cui il protagonista maschile è prima fatto prigioniero dai Mori o dai Turchi (a seconda delle versioni) , ma conserva i sette anni di separazione e l’arrivo della dama proprio alla vigilia delle nozze.
La ballata ha avuto un’ampia eco in Andalusia (La boda inter- rompida), Catalonia  (Il Conte Sol) e nelle Asturie (Gerineldo) terre di confino con i temibili Mori, un termine utilizzato in passato per definire i musulmani berberi ossia dell’Africa settentrionale. Furono i Mori nell’Alto Medioevo a conquistare  gran parte della penisola iberica: Il termine “Moro” è a lungo servito all’epoca a tracciare una netta linea demarcativa non solo religiosa ma anche “etnica” fra gli abitanti cristiani dell’Europa e i musulmani. “Moro” si è infatti sovrapposto alla parola mediterranea, attestata anche nel greco, che indica qualcosa di scuro (come una mora), scuro di carnagione o di colore bruno in generale (es. “capelli mori”), caratteristica questa sostanzialmente presente nell’elemento berbero. Secondo Mario Alinei, esistendo diversi toponimi in ambito celtico, dall’Atlantico al Mediterraneo, il termine potrebbe derivare o essersi incrociato con l’originale dei galiziani mouras (mora), mouros (moro), termini, indicanti i megaliti, connessi a una radice celtica *mrvos che significa “morto, essere soprannaturale, gigante”. (tratto da Wikipedia) e nel termine si comprendeva sia tribù arabe che si erano spostate man mano verso l’Africa settentrionale che i Berberi africani i quali a loro volta andarono arabizzandosi.

ASCOLTA La Lionetta in “Il gioco del diavolo” , 1981
ASCOLTA su Spotify
MURAN DELL’INGHILTERRA (Trad. NIGRA 42)
CANZONE DELLA BELLA (mus. R. AVERSA)
Leggiamo nelle note “Versione canavesana di una ballata diffusa in tutta Europa fino in Scozia. La parte solo vocale è eseguita sulla melodia tradizionale in canto libero che conserva elementi musicalmente molto antichi, mentre la seconda è adattata ad un tema di nostra composizione.”

E’ la bella di Sian(1)
Che è una gran bella fanciulla
Suo padre la vuole dare in moglie vuoi darla a Muran dell’Inghilterra
Ma è il primo giorno che l’ha sposata Moran non fa altro che baciarla
Ma è quel giorno che faceva due Muran vuoi già bastonarla
Ma è quel giorno che faceva tre Muran la vuoi già lasciare
La bella ha aspettato sette anni Muran non tornava più
La bella si è comprata un cavallo
Che costava cinquecento scudi
Gli ha messo una sella d’oro
E le briglie piene di stelle
La bella è salita a cavallo
E si è messa a correre


La fia del Sultan(1)
l’è tan na fia bela
tan bela cum’a l’è,
savio pa a chi dé-la.
S’a l’àn dài-la a Moran,
Moran de l’Inghiltera.
Prim dì ch’a ‘l l’à spuzà
no fa che tan bazè-la;
segund dì ch’a ‘l l’à spuzà
Moran la vol chitè-la(2);
ters dì ch’a ‘l l’à spuzà
Moran n’i’n va a la guera.
La bela a j’à bin dit:
Moran, quand e turnei-ve?
Se turno pa ‘n set agn,
vui, bela, meridei-ve.
Bela spetà set agn,
Moran mai pi vegnéiva.
La bela munta a caval,
girà tuta Inghiltera(3).
‘T al prim ch’a s’è scuntrà,
l’è d’un marghè di vache.
Marghè, bel marghè,
d’chi sunh-ne custe vache?
Ste vache sun d’Moran,
Moran de l’Inghiltera.
Marghè, bel marghè,
Moran à-lo la dona?
Ancoi sarà quel giurn
ch’Moran na spuza vuna;
Marcèisse ‘n po’ pi fort,
rivrei l’ura dle nosse.
Bela spruna ‘l caval,
ruvà l’ura dle nosse.
Ant una sana d’or
a j’àn smunu da dèive.
Mi bèive bèivo pa
fin ch’la sana sia mia
Mi bèive bèivo pa
fin ch’sì j’è n’auta dona;
Mi bèive bèivo pa
fin ch’sia mi padruna.
Moran l’ambrassa al col,
Moran de l’Inghiltera
Padruna sì sempre stà,
sì lo serè-ve ancura!
Tradotto da Cattia Salto
La figlia del sultano
è una figlia tanto bella
tanto bella com’è,
non sanno a chi darla.
L’hanno data a Moran,
Moran d’Inghilterra.
Il primo giorno che l’ha sposata
non faceva che baciarla;
il secondo giorno che l’ha sposata
Moran la vuol lasciare;
il terzo giorno che l’ha sposata
Moran va in guerra.
La bella gli dice
“Moran quando ritornate?”
“Se non ritorno in sette anni,
voi, bella sposatevi”.
La bella attese sette anni,
Moran non ritornava più.
La bella monta a cavallo
e gira tutta l’Inghilterra
Il primo che incontrò
è un bel mandriano di mucche.
“Mandriano, bello,
di chi sono queste mucche?”
“Queste mucche sono di
Moran d’Inghilterra”
“Mandriano, bel mandriano
Moran ha la donna?”
“Oggi sarà il giorno in cui
Moran ne sposerà una;
se marciaste più veloce
arrivereste all’ora delle nozze.”
La bella sprona il cavallo
e arriva all’ora delle nozze.
In una tazza d’oro
le hanno offerto da bere
“Io bere non bevo
finchè questa tazza non sarà mia
Io bere non bevo
finchè qui ci sarà un’altra donna;
Io bere non bevo
finchè non sarò io padrona.”
Moran l’abbraccia al collo,
Moran d’Inghilterra
“Padrona sei sempre stata
e lo sarete ancora!”

NOTE
1) oppure la bella di Sian (Persia)
2) in altre versioni “no fa che caressè-la” o “fasia che bastoné-la”
3) in altre versioni Fransa

FONTI
http://digilander.libero.it/gianni61dgl/lalionetta.htm

LA RAGAZZA GUERRIERA

“Jackaroe ” è un’appalachian ballad dalle origini sconosciute arrivata in America con gli emigranti irlandesi e scozzesi e rimasta intatta in un’enclave culturale racchiusa come quella dei coloni montanari (vedi). Appare in stampa in epoca più recente nella raccolta English Folk Songs From the Southern Appalachians (1917)  di Olive Dame Campbell e Cecil Sharp.

Tratta un tema non proprio insolito nelle ballate popolari d’Europa: quello della donna che si traveste da uomo per affrontare le avversità della vita o per inseguire l’innamorato partito per la guerra (vedi cross-dressing ballad) o per mare, come pure tante ballate sulla donna guerriero che al momento della separazione dal fidanzato in procinto di partire per la guerra, proclama di volersi travestire da soldato per stare al suo fianco. Un modello riportato anche nella tradizione popolare italiana con il titolo di “La ragazza guerriera”.

TITOLI: Jack Monroe”, “Jack Munro,” “Jackie Monroe,” “Jack-A-Roe,” “Jackaroe,” “Jackaro,” “Jackie Frazier,” “Jack the Sailor,” “Jack Went A-Sailing,” “The Love of Polly and Jack Monroe,”

ASCOLTA Bob Dylan (live 1993)

ASCOLTA Grateful Dead

ASCOLTA Wendy Lewis & Steve Gilbert


There was a wealthy merchant,
in London he did dwell
He had a lovely daughter,
the truth to you I’ll tell.
She had sweethearts a-plenty,
and men of high degree
If none but Jack the Sailor,
her true lover could be.
(“Daughter, oh daughter,
your body I will confine
If none but Jack the Sailor,
would ever suit your mind”
“This body you imprison,
my heart you can’t confine
If none but Jack the Sailor,
would have this heart of mine”)**
Jackie’s gone a-sailing,
with trouble on his mind
To leave his native country,
his darling girl behind.
She went into the tailor,
and dressed in man’s array
And step on board a vessel,
convey herself away
“Before you step on board Sir,
your name I’d like to know”
She smiled all her countenance,
“They call me Jack-A-Row,”
“Your waist is light and slender,
your fingers neat and small
Your cheeks too red and rosy,
to face the cannonball”
“I know my waist is slender,
my fingers they are small
It would not make me tremble,
to see ten thousand fall”
The war soon being over,
she went and looked around
Among the dead and wounded,
her darling boy she found.
She picked him up on her arms,
and carried him to town
And sent for her physician,
to quickly heal his wounds.
This couple they got married,
so well did they agree
This couple they got married,
so why not you and me?
Tradotto da Alberto Tiraferri*
C’era un ricco mercante
che abitava a Londra,
aveva un amore di figlia,
vi dirò la verità.
Aveva un sacco di spasimanti,
uomini di alto rango
ma non c’era che Jack il marinaio
che poteva essere il suo solo amore.
(“Figlia, o figlia
ti terrò confinata
se nessuna altro che Jack il marinaio
sarà nei tuoi pensieri

Hai imprigionato il mio corpo,
ma non puoi confinare il mio cuore
e nessun altro che Jack il marinaio
potrà avere il mio cuore)**
Ora Jackie se n’è andato per mare
con l’animo tormentato,
a lasciare il paese natio
e la ragazza che ama.
Lei andò da un sarto
ad acconciarsi con abiti maschili,
e salì a bordo di un vascello
per mettersi in viaggio
Prima che saliate a bordo, signore,
vorrei sapere il vostro nome.”
Lei sorrise con tutto il viso,
Mi chiamano Jackaroe“.
La vostra vita è fragile e snella,
le vostre dita son piccole e delicate,
le vostre gote troppo rosse e colorite
per affrontare le palle di cannone.
Lo so che la mia vita è snella,
che le mie dita sono piccole e delicate,
ma non tremerei a veder cadere diecimila uomini.
Presto finita la guerra,
cercò dappertutto,
e tra i morti ed i morenti
trovò il suo amato ragazzo
Lo tirò su con le sue braccia
e lo portò in città,
e fece chiamare un medico
che gli guarì presto le ferite
Questa coppia si sposò,
stavano così bene insieme,
questa coppia si sposò,
perché no dunque tu e io?

*dal volume “Joan Baez, Ballate e folksongs”Newton Compton Editori, Roma 1977
** strofa aggiuntiva

LE VERSIONI PIEMONTESI: LA RAGAZZA GUERRIERA

La versione è nota anche come ‘E l’han taglià i suoi biondi capelli’,  ed è ambientata nella I guerra mondiale: la ragazza si traveste da soldato e supera le prove del tenente sospettoso. E’ certamente una rielaborazione di una antica ballata diffusa in tutta l’Italia settentrionale (dal Piemonte alla Lombardia) che Costantino Nigra classifica al numero 48. Varie versioni della ballata si ritrova anche nella tradizione popolare dell’Italia centrale

E l’ha tagliaa i suoi biondi capelli
la si veste da militar
lee la monta sul cavallo
verso il Piave la se ne va.
Quand fu giunta in riva al Piave
d’on tenente si l’ha incontraa
rassomigli a una donzella
fidanzata di un mio soldà.
‘Na donzella io non sono
nè l’amante di un suo soldà
sono un povero coscritto
dal governo son staa richiamaa.
Il tenente la prese per mano
la condusse in mezzo ai fior
e se lei sarà una donna
la mi coglierà i miglior.
I soldati che vanno alla guerra
non raccolgono mai dei fior
ma han soltanto la baionetta
per combatter l’imperator.
Il tenente la prese per mano
la condusse in riva al mar
e se lei sarà una donna
la si laverà le man.
I soldati che vanno alla guerra
non si lavano mai le man
ma soltanto una qualche volta
con il sangue dei cristian.
Il tenente la prese per mano
e poi la condusse a dormir
ma se lei sarà una donna
la dirà che non può venir.
I soldati che vanno alla guerra
lor non vanno mai a dormir
ma stan sempre su l’attenti
se l’attacco lor vedon venir.
Suo papà l’era alla porta
e sua mamma l’era al balcon
per vedere la sua figlia
che ritorna dal battaglion.
L’è tre anni che faccio il soldato
sempre a fianco del mio primo amor
verginella ero prima
verginella io sono ancor.

LA VERGINE GUERRIERA

BritomartLa ragazza si offre al posto del padre/fratello per andare in guerra, un ribaltamento dei ruoli che non si spiega facilmente all’interno di una mentalità conservatrice come quella popolare in cui è l’uomo a fare la guerra perchè più forte.
La figura della donna-guerriera  appartiene però all’immaginario archetipo corrispondente alla femmina adolescente forte e coraggiosa che non perde la sua femminilità, anzi la preserva per l’uomo che riuscirà a sposarla (in genere dopo aver superato alcune prove). Non a caso in alcune versioni piemontesi della ballata si sottolinea la verginità della ragazza che resta tale pur a stretto contatto con il mondo maschile.

ASCOLTA Dòna Bèla, formazione piemontese/provenzale fondata da Maurizio Martinotti  e Renat Sette. “Canti dal piemonte ala Provenza”

TESTO IN DIALETTO PIEMONTESE
“Perchè piansi vui pari
perchè piansi mai vui?
Piansi pr’andà la guera
e g’andaro mi per vui
Prunteme d’in caval
c’am posa ben purtè
e demi in servitur
c’am posa ben fidè”
Soi pari a la finestra,
so mari a lu balcun
i uardu la so fia vestita da dragun(1)
Quand l’è stacia a la guera
cun la spada al so fianc
“se vi dig siur capitani
son chi ai vost cumand”
A j’era d’ina vegia an cap al batajun
l’a dicc “l’è ‘n mur na dona e nenta da dragun
Si la vurei cunos minela ant al giardin
se la sarà ina fija la farà in bel mazulin”
TESTO IN PROVENZALE
“Digatz me, lo sordat, vos agradan li flors?”
“Per anar a la guerra, me fau de bona odor”
Se la voletz conoisser, menatz-la au mercat
s’aquo es una filha, se comprarà de gants
“Digatz-me, lo sordat, perquè compratz des gants?”
“Per portar a ma frema, qu’aquo es elegant”
Se la voletz conoisser, fetz-la dormir ‘mbe vos
veiretz se se despuelha quand serà davant vos
“Digatz-me, lo sordat, vos desabilhatz pas?”
“Per dormir amb’un jove, vau mielhs qu’o fagui pas”
La bela fiha forta , n’a mostrat sa valor
es anada a la guerra, a sauvat son onor.
Tradotto da Cattia Salto
Perchè piangete padre,
perchè mai piangete voi?
Piangete per andare alla guerra,
andrò io per voi,
preparatemi un cavallo
che mi possa portare bene
e datemi un servitore
di cui mi possa ben fidare.
Suo padre alla finestra
e la madre al balcone
guardano la loro figlia vestita da cavaliere .
Quando è stata alla guerra
con la spada al fianco
se vi dico signor capitano
sono qui ai vostri comandi“.
C’era una vecchia in cima al battaglione ha detto “E’ una donna e non un cavaliere. Se la volete riconoscere portatela nel giardino se è una ragazza farà un bel mazzolino (di fiori)”
“Ditemi soldato vi piacciono i fiori?” “Per andare a fare la guerra ci vuole un buon odore.”
Se la volete riconoscere portatela al mercato ,
se è una ragazza si comprerà dei guanti.
“Ditemi soldato, perchè comprate i guanti?”
“Per portarli alla mia signora che le piace essere elegante”.
Se la volete riconoscere fatela dormire con voi
e vedrete se si spoglia quando sarà davanti a voi
“Ditemi soldato non vi spogliate?”
“”Per dormire un bravo ragazzo è meglio che non fatichi”
La bella figlia forte ha mostrato il suo valore
è andata alla guerra a salvare il suo onore.

NOTE
1) (dragone= soldato a cavallo)

Dall’area piemontese-provenzale la ballata scende verso il centro italia

ASCOLTA La Macina – La guerriera

FONTI
http://terreceltiche.altervista.org/maidens-the-sea/
http://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=2253
http://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=2252

http://sniff.numachi.com/pages/tiJCKSAIL2;ttJCKSAIL2.html
http://www.latramontanaperugia.it/public/documents/LA%20RAGAZZA%20GUERRIERA.pdf

CANTÈ J’EUV NEL BASSO PIEMONTE

cantareuovaIl rito di questua delle uova, più spiccatamente pasquale è quello piemontese di CANTÈ J’OV – CANTÈ J’EUV.

Il “cantare le uova” è una questua primaverile che affonda le radici nel territorio piemontese. Un tempo erano solo i giovani del paese, che di notte giravano tra le cascine chiedendo cibo, vino e anche dei soldi con cui organizzare il pranzo del lunedì di Pasquetta. Era l’occasione per fare scorpacciate di uova (simbolo di fertilità) e bisboccia, ma anche di cantare e suonare tanta musica!
Molte comunità mantengono ancora vive queste tradizioni soprattutto nel Monferrato (geografico), nelle Langhe e nel Roero.

LA QUESTUA QUARESIMALE DELLE UOVA

Hieronimus_Bosch_IL_CONCERTO_NELL_UOVO_XVI_secNella settimana di Pasqua dopo il tramonto, un gruppo di giovani partiva a piedi dal paese, capitanati da un falso fraticello elemosiniere e andava vagando per la campagna di cascina in cascina, a chiedere le uova in cambio di una canzone benaugurale.

Una mescolanza di sacro e profano memore di rituali ancor più antichi, quando si credeva che la terra avesse bisogno di essere ridestata dal sonno dell’inverno! La visita era funzionale anche al ripristino delle convivialità interrotte durante l’inverno, quando il freddo e la neve isolavano la comunità dentro alle rispettive abitazioni. I prodotti ricavati dalla questua sarebbero serviti per imbandire un pranzo comunitario il lunedì dell’Angelo (Pasquetta) o più prosaicamente a riempire la pancia dei questuanti che evidentemente non se la passavano molto bene economicamente.

La canzone era una specie di filastrocca in dialetto piemontese: “Suma partì da nostra cà, ca i-era n’prima seira, per venive a salutè, devè la bun-ha seira…” (Siamo partiti dalle nostre case che era da poco sera, per venirvi a salutare e darvi la buona sera). Questo l’inizio. Poi seguivano altre strofe, molte altre strofe, in cui si invitava il padrone di casa a uscire e consegnare un po’ di uova. Il padrone il più delle volte usciva per davvero, magari assonnato nel primo sonno, con i pantaloni ancora in mano, e faceva scivolare una dozzina d’uova in una cesta portata a braccio da uno strano figuro, il fratucìn (che era poi nient’altro che un ragazzo vestito da frate). Dunque succedeva di tutto un po’ in quei cortili di cascina illuminati solo dalla luna, quando c’era: i cantori cantavano, il padrone, o la padrona, di casa per lo più stava al gioco e, dopo essersi fatta attendere un po’, si affacciava all’uscio con le uova in mano, quindi potevano accadere molte cose: che i cantori ringraziassero, sempre con il canto, la padrona per poi riprendere il cammino verso un’altra cascina, oppure che il padrone di casa, ormai ben desto, facesse entrare in casa o in cantina i ragazzi, offrendo loro un bicchiere di buon vino rosso e tagliando il salame fatto in casa. Erano rare le volte in cui il padrone di casa non voleva proprio saperne di uscire: in quei casi i ragazzi se ne andavano maledicendo la cascina e i suoi abitanti, in particolare gli animali e il raccolto. (tratto da qui)

Per quanto i versi fossero improvvisati c’erano delle strofe “pronte all’uso” da adattare alla famiglia presso la quale si cantavano le uova (una buona parola per le vedove, un complimento per la padrona e per le belle figlie), a cui seguivano le strofe benaugurali per la salute delle persone e delle bestie della cascina, la prosperità dei raccolti e l’arrivederci al prossimo anno.
A discrezione del padrone di casa ai giovani veniva offerto pane e salame, un bicchiere di vino; le ragazze da marito spiavano i giovanotti stando dietro l’uscio, eppure i giovanotti più intraprendenti riuscivano a corteggiare la ragazza prescelta, un gioco di sguardi alla finestra, un bigliettino o un fiorellino, ma anche un oggetto più personale come un fazzoletto, potevano passare rapidamente di mano, e forse nella confusione generale qualcuno riusciva a scambiarsi un bacio. Ma se le luci restavano spente e gli abitanti della casa facevano finta di dormire, allora si cantavano le strofe delle maledizioni e si arrivava anche alla vendetta.

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RITO PROPIZIATORIO?

Ovviamente si, come tutte le questue rituali del mondo contadino strettamente connesse con il ciclo calendariale dell’anno agricolo.
Le uova sono simboli di rinascita è la primavera risorgente, e attraverso il dono ci si propizia la salute e soprattutto un buon raccolto, è la cosiddetta “magia simpatica” o più precisamente imitativa. E’ significativo che i questuanti vadano in giro a notte inoltrata, a “risvegliare” gli abitanti delle cascine con il canto: il simbolismo è evidente, il lungo sonno invernale è terminato, è arrivata l’ora di rimettere in circolo le forze racchiuse nella promessa di un uovo, il seme della vita che ricomincia a germinare.

Significativa la presenza della luna piena a illuminare la notte perchè Pasqua cade proprio quando c’è la prima luna piena dopo l’equinozio di primavera, ovvero la seconda luna piena dell’anno agrario, è la luna delle gemme e quello che si celebra con la questua delle uova è una specie di festino in onore alla dea ovvero alla terra, ma anche alla Luna che con i suoi raggi ha potere su ciò che sulla terra vive e si riproduce. La figura del frate del resto è chiaramente fittizia, un contentino alla Chiesa visto che la questua si svolgeva durante i riti pasquali, perchè i questuanti erano in realtà portatori di uno spirito benefico, più antico del dio cristiano.

In Langa la questua pasquale era vietata alle donne (andare per la campagna in piena notte con dei giovanotti focosi e chiaramente un po’ alticci?) che avevano l’occasione di svolgere la loro questua a Maggio.

LA TRADIZIONE OGGI

La tradizione si era praticamente estinta quando nel 1965 uno sparuto gruppetto di musicisti volle riproporla: Antonio Adriano con il “Gruppo spontaneo di Magliano Alfieri” e il “Brun” dei Brav’om da Prunetto fecero da detonatori e da allora la tradizione non si è più interrotta.

Oggi la questua è come si suole dire “defunzionalizzata” ma è stata riproposta a partire dal 2000 nel Roero come una sorta di Festival/Manifestazione denominata Cantè j’euv Roero: in pratica già a partire da gennaio/febbraio i singoli gruppi musicali questuano nel loro paese e poi partecipano alla kermesse finale ricca di spettacoli, canti e danze. L’intento è quello di promuovere turisticamente i piccoli centri delle provincie di Cuneo, ma anche di Asti e d’Alessandria. Così il rito si è trasformato in sagra popolare e in una sorta di “rappresentazione” del mondo contadino.

LA QUESTUA DI CASAL CERMELLI

La questua delle uova veniva praticata a Casal Cermelli nella sera del sabato santo da un gruppo di musicanti che partivano da Rocca Grimalda (Alto Monferrato) all’inizio della Quaresima sostando ogni sera in località diverse (la pratica sembra essere stata avviata all’inizio del ‘900). Oggi la questua inizia già di venerdì, e i cantori (giovani di ambo i sessi, ma anche gli anziani del paese) si spostano su un carro tirato dal trattorino, mentre il sabato sera vede i musicanti, composti per lo più dal locale gruppo Calagiubella, ritrovarsi nella piazza principale del paese a suonare attorno al falò. Sebbene i ruoli sociali si siano per lo più modificati e le famiglie di contadini siano ben poche rispetto a quelle visitate durante la questua, in quelle due notti si rinsalda e ritualizza l’appartenenza del singolo alla comunità locale basandola sulla terra, sul lavoro della terra e i frutti di questo lavoro.

ASCOLTA Vincenzo Marchelli accompagnato all’organetto (com’era l’usanza di un tempo) e da una brigata di allegri musicanti, peccato che la registrazione sia un po’ alla buona


ORIGINALE PIEMONTESE
In questa casa, gentil casa,
ui sta dra brava gente:
l’han senti’ cante` e sune`
e l’han visca` lo chiaro.
In questa casa
ui sta dra gent tant cumplimentosa:
l’ha senti` cante` e sune`
e a se l’e` nascosa.
E dem di ovi, dem di ovi
dir voster galeini (1)
chi m’on dic i vostr auzei
chi n’ei dir cassi peini!
E dem di ovi, dem di ovi
dra galeina griza
chi m’on dic i vostr auzei
chi i teni intra camiza! (2)
E dem di ovi, dem di ovi
dra galinetta neigra
chi m’on dic i vostr auzei
chi _ ra(3) seira!
E dem di ovi, dem di ovi
dra galeina bianca
chi m’on dic i vostr auzei
ch’l’e` tit u di’ ch’la canta!
E adess chi m’ei dac j ov
nui a v’ringrasioma
se in’autr ani a soma al mond
nuiatri a riturnoma.(4)

TRADUZIONE ITALIANO
In questa casa, una casa ospitale,
ci sta della brava gente,
hanno sentito cantare e suonare
e hanno acceso la luce.
In questa casa ci sta della gente molto complimentosa,
hanno sentito cantare e suonare
e non si sono nascosti.
Datemi le uova, datemi le uova
delle vostre galline,
che i vostri vicini mi hanno detto
ne avete piene le casse.
Datemi le uova, datemi le uova
della gallina grigia,
che i vostri vicini mi hanno detto tenete nella camicia .
Datemi le uova, datemi le uova
della gallinella nera,
che i vostri vicini mi hanno detto
… fino a sera.
Datemi le uova, datemi le uova
della gallina bianca,
che i vostri vicini mi hanno detto
che canta tutto il giorno.
E adesso che mi avete dato le uova,
noi vi ringraziamo
se il prossimo anno siamo ancora vivi, noi ritorneremo.

NOTA
(1) le galline sono di vari colori qui manca la strofa con la gallina rossa (la galena rusa) e per fare la rima la strofa diventa: Chi m’an dicc i vocc avzein c’l è tit un dì c’la pussa (in italiano: che mi hanno detto i vostri vicini che è tutto il giorno che puzza)
(2) modo di dire che significa tenere in palmo di mano, accudire con molta attenzione
(3) Non si capisce cosa dice  e anche la trascrizione è lacunosa, credo che la frase sia scurrile. La strofa è anche sostituita con
O se voli dene d’ov
De la galìnha neira
i-è pasàiè Carlevè sumà la primavèira
(in italiano:O se volete darci delle uova della gallina nera, è passato Carnevale, siamo alla primavera)
(4) oppure S’à scampromma an sanità ‘n atr an a turneroma (in italiano: Se scamperemo in salute torneremo l’anno prossimo),  espressioni tipiche nei canti di questua nei quali i cantori danno “l’arrivedersi” e sanciscono così la volontà di mantenere una consuetudine dura a morire

ASCOLTA Ariondassa Maggio di Casal Cermelli qui live ma anche nell’album “In cerca di Grane” (2010) registrato con i Calagiubella come gruppo ospite


I
Entroma ant’ is palasi
che l’ è csi bel antrè
Ai dioma a la padrouna
c’ am lasa ‘n po’ canté
RITORNELLO
Magg, Magg, Magg,
turnirà la fin di Magg
Io sono Maggio
e sono il più bello
Fiorellin d’amor
che canta sul cappello
Uccellin d’amor
che canta sulla rama
Siura padrouna
padrouna dir pulé
c’ am daga j ovi freschi
e i lendi ai lasa sté
II
Chi cl’ é ‘sta bela fija(1)
c’ansima dl’ arburii
E cl’ à la vesta bianca
e ‘l scarpi d’ maruchii
III
E s’in voi nènt cröddi
che Mağ a l’è rivà
Sfacév da cùla fnèstra
ch’l’alber l’è piantà
TRADUZIONE ITALIANO
I
Entriamo in quel palazzo
che è così bello entrare
E domandiamo alla padrona
che ci lasci un po’ cantare
RITORNELLO
Maggio, Maggio, Maggio,
tornerà la fine di Maggio.
Io sono Maggio
E sono il più bello,
fiorellino d’amore
che canta sul cappello.
Uccellino d’amore
che canta sul ramo.
Signora Padrona,
padrona del pollaio
ci dia le uova fresche
e quelle vecchie le lasci stare.
II
Chi è questa bella ragazza
sopra di quel albero
che ha il vestito bianco
e le scarpe di pelle fine.
III
E se non volete credere
che Maggio è arrivato
affacciatevi da quella finestra
che l’albero è piantato

NOTA
1) si descrive una girlanda di un tralcio verde fiorito sorretta da un asta con al centro  una bella bambolina  con il vestito bianco da sposa.Si tratta della “piccola Bride” la dea triplice celtica la fanciulla del grano (continua)

Le varianti di questo canto prevedono anche la richiesta di altri beni di conforto al posto delle uova
e s’in vóri nènt dém d’ióv démi ina galéina
o diŗ pöu e du salàm o diŗ böu vij d’cantéina
(in italiano: e se non volete darmi le uova, datemi una gallina o due salami e del buon vino di cantina)

Nel malaugurato caso che i contadini facessero finta di niente lasciando la casa al buio e i questuanti fuori dalla porta ecco pronte le strofe delle maledizioni

ORIGINALE PIEMONTESE
O sin vori nen dem jovi, nuiaunc andoma via,
j’’ei lassà ra corda ar pus av ra portoma via.
‘Nt sta casa gentil casa u j’è canta ra sueta
j’ei der fiji da maridé j’amniji ra cagheta.
TRADUZIONE ITALIANO
O se non volete darci delle uova, noi andiamo via
Se avete lasciato la corda al pozzo noi ve la portiamo via.
In questa gentil casa ha cantato la civetta
se avete delle figlie da maritare che le venga la caghetta

A TAVOLA

Cestino_UovaLA FRITTATA D’ERBETTE

Cosa mettere con le uova, se non le erbette fresche appena spuntate: le punte giovani d’ortica e il fiore di tarassaco, la profumata melissa e la mentuccia selvatica; il luppolo selvatico appena scottato, i fiori d’acacia e le punte di meliloto.

GALINA GRISA

OLTREPÒ PAVESE

La questua rituale pasquale si svolge anche nel paese di Romagnese (provincia di Pavia, alta Val Tidone) nella sera del sabato santo. I cantori (i giovani ma anche gli anziani) si dividono in squadre che compiono diversi percorsi per tutte le cascine e frazioni del territorio comunale. Accompagnati da una fisarmonica cantano le strofe benauguranti della “gallina grigia” in cambio delle uova. Un tempo il rituale era il pretesto per raggranellare qualche lira e fare baldoria con il vino comprato vendendo le uova e per mangiare una frittata per la Pasqua.
La questua è però inserita in un ciclo pasquale con la processione del Cristo (rappresentato da un uomo incappucciato) che porta la croce il giovedì, la processione della statua del Cristo morto il venerdì sera che segue un itinerario prefissato per la valle mentre ardono alti i falò sulle colline.

Si stralcia da “Il ciclo pasquale di Romagnese e la Galina griza” qui
Scritto da Paolo Ferrari e Claudio Gnoli con la collaborazione di Alessandro Castagnetti

romagneseUn testo del canto e la notazione musicale sono riportati in uno studio dedicato al paese di Enrico e Milla Crevani [Romagnese e la sua storia, la Nazionale, Parma 1970]. Citelli e Grasso [1987] hanno registrato alcuni cantori delle frazioni che ne eseguono qualche strofa, e riportano che “in passato tutte le quaranta frazioni di Romagnese riuscivano ad organizzare una propria squadra di questuanti; le compagnie si ritrovavano una settimana prima di Pasqua per decidere il percorso e per provare la canzone”. Nel 2005 il gruppo Voci di confine, comprendente diversi elementi della zona di Romagnese, ha inciso un’esecuzione dell’intero canto nel suo secondo disco, intitolato appunto “La galena grisa”. È interessante osservare che il loro giovane leader, Paolo Rolandi, abbia fatto molta fatica a convincere i cantori ad eseguire il canto per il disco: a loro infatti la cosa sembrava fuori luogo, perchè la Galina griza si canta solo a Pasqua!
« Süza süza, gh’è chì ‘l galante de la vostra galina griza. E la negra, e la bianca püra che la canta (bis)…
Osserviamo che il rifiuto di un’offerta ai cantori era un tempo stigmatizzato con molta durezza, cosa che oggi non avviene quasi più se non con accenni benevoli e poco insistenti. D’altra parte va detto che nei tempi della povertà contadina, la questua non aveva solo una funzione simbolica, come avviene oggigiorno, ma rappresentava la possibilità di consumare un buon pasto nutriente dopo il periodo di ristrettezze della Quaresima. Cosí scrivono i Crevani nel testo citato:”I menestrelli ricevevano una volta, in cambio della gratuita serenata, molte uova, che, cotte in una gigantesca frittata, venivano consumate poi in allegra baldoria alla fine del giro. […] E guai se qualcuno si arrischiasse a fare il sordo o a non svegliarsi! Tutta la notte sentirà sbraitare sempre più forte il consueto ritornello… con qualche variante: In co dell’orto gh’è fiorí la rama, dentro dentro questa casa gh’è la gente grama Se la padrona non mi da il cocon crapa la ciosa e tüt i so [ciuson]


In co de l’orto gh’è fiorí la fava,
dentro dentro in questa casa
c’è la gente brava [bis].
E se lei la sarà brava
la mi darà le uova [bis].
E dami delle uova
della vostra gallina [bis].
In co de l’orto gh’è fiorí la rosa,
dentro dentro questa casa
c’è la mia morosa [bis].
In co de l’orto gh’è fiorí la vessa(1)
dentro dentro questa casa
c’è la mia belessa [bis].
Met la scala al casinôt,
öv dei zü a vot a vot [bis],
meta la scala a la cascina,
öv dei zü a la ventina [bis],
La luna, la luna cavalca i monti
questa l’è l’ora di fare i conti(3)
e una micca e una rubiöla
la farízam föra [bis]!
E ch’la ma scüza sciura padrona
sa l’um cantà da spresia [bis],
la cantrum mej dal vegn indré
suta la sua finestra [bis].
TRADUZIONE ITALIANO
In fondo all’orto è fiorita la fava
e in questa casa
c’è della gente brava.
E se lai sarà brava
mi darà della uova.
Dammi delle uova
della vostra gallina.
In fondo all’orto è fiorita la rosa
e dentro a questa casa
c’è la mia fidanzata.
In fondo all’orto è fiorita la veccia(1)
e dentro al questa casa
c’è la mia bella.
Metti la scala al casotto,
e porta giù un bel po’ di uova(2),
metti la scala alla cascina
e porta giù una ventina di uova.
La luna cavalca i monti
è questa l’ora di fare i conti(3)
e un panino e una robiola
la facciamo fuori.
E che mi scusi signora padrona
se abbiamo cantato alla buona,
la canteremo meglio nel tornare indietro sotto alla sua finestra

NOTE
1) veccia dentellata, in latino vicia bythinica: erba foraggera imparentata con la fava, ma non adatta all’alimentazione umana
2) tradotto a senso
3) è l’ora cioè di tirare fuori soldi o generi alimentari

continua

FONTI
Tutti in festa: antropologia della cerimonialità di Laura Bonato
http://ontanomagico.altervista.org/equinozio-primavera.htm
http://www.cantejeuv.com/cenni_storici.html http://www.vecchiopiemonte.it/storia/curios_stor/uova.htm http://myblog.langood.it/2010/12/07/cante-jeuv-la-questua-delle-uova/ http://www.prolococasalcermelli.it/plcc/in-evidenza/details/37-cante-jov?pop=1&tmpl=component
http://www.agrispesa.it/territorio/cantare-uova-sere-quaresima http://blog.frazionesantanna.com/?p=760
http://langhe.net/7562/cante-jeuv-festa-cantar-uova/ http://www.amicicastelloalfieri.org/antonio_it.html http://www.scriverefotografare.com/2013/05/e-dateci-le-uova-della-gallina-grigia.html
http://www.sebastianus.org/wp-content/uploads/2014/04/Etnografia-5.pdf

DONNA LOMBARDA: UNA MURDER BALLAD DAL PIEMONTE

Donna Lombarda (Dona Bianca) è forse la più famosa delle ballate italiane, diffusa anche in Francia e Canada francese (Quebec). La ballata tramandata fino ai giorni nostri attraverso un’infinità di varianti regionali narra la storia di una giovane moglie istigata dall’amante ad avvelenare il marito e di un neonato che miracolosamente comincia a parlare per rivelare l’intrigo. Una tipica murder ballad di area celtica con tanto di evento soprannaturale!

Costantino Nigra la ritiene originaria del Piemonte e, secondo la convinzione del tempo che le ballate popolari antiche riportassero i fatti di cronaca risalenti al Medioevo, identifica la donna nella regina dei Longobardi, Rosmunda; ecco la leggenda, come dalla cronaca riportata anche da Paolo Diacono nella Historia Longobardorum: la figlia dei re dei Gepidi (l’antica Pannonia) presa in sposa dai re dei Longobardi Alboino come “trofeo di guerra” organizzò la congiura che uccise il marito nel 572 per favorire il suo amante Elmichi. Tuttavia il tentativo di usurpazione non ebbe successo e Rosmunda e Elmichi fuggirono a Ravenna (insieme a parte del tesoro longobardo). A Ravenna i due si sposarono ma la bella Rosmunda non aveva perso il vizietto dell’infedeltà, così poco dopo tentò di uccidere il secondo marito con il classico sistema tanto reclamizzato nelle ballate: il cibo avvelenato. Elmichi si accorse del veleno mentre beveva dalla coppa e costrinse Rosmunda a bere minacciandola con la spada, i due morirono così uccisi dalla stessa pozione!

Queen Eleanor - Anthony Frederick Augustus Sandys 1858
Queen Eleanor – Anthony Frederick Augustus Sandys 1858

GUIDA ALL’ASCOLTO DONNA LOMBARDA

Che la ballata sia così antica, ossia risalga alle soglie del Medioevo è opinabile, è incontestabile invece la sua diffusione in area popolare dal Nord al Sud dell’Italia. Le versioni testuali e melodiche mutano e i testi sono adattai ai vari dialetti o resi in un italiano per così dire “popolare”, raccolte e classificate qui solo in piccola parte.

VERSIONI NORD-ITALIA

La ballata nella versione Piemontese con il titolo di “Dona Bianca” è ridotta all’osso limitata ai dialoghi tra i protagonisti della storia: la moglie infedele, l’amante, il marito e il bambino prodigio (perchè parla dalla culla pur essendo neonato). Eppure in poche parole si delinea un antico contesto nobiliare: il marito ritorna dalla caccia passatempo preferito dagli aristocratici, il giardino dove trovare il serpentello è di un nobiluomo, lo stesso nome della donna diventato Madonna Bianca, nell’accezione medievale del termine “Signora” moglie di un “domine”.

ASCOLTA La Lionetta (il brano compare in diverse registrazioni del gruppo, la prima è nell’Album “Danze e Ballate dell’Area Celtica Italiana” Shirak, 1978) La versione viene da Asti dove é stata raccolta da R. Leydi e F. Coggiola


O vòstu v’tti o dona Bianca
o vòstu v’nial ballo cun mi
O si si si che mi a v ‘niria
ma j’o paura del me mari
Va n ‘tei giardino del mio galante(1)
la ié la testa dal serpentin
E ti t lu pie t lo piste in póer
e poi t’iu bute hit’un bicier ad vin
E so mari veti cà d’la cassa
o dona Bianca jo tanta sei
Ma va di là ‘nt’ la botejera
la jé un bicier dal vin pi bum
El cit enfant l’era ant’la cuna
papa papa beiv pò lulì
che la mamina vói fete muri
O beivlu ti o dona Bianca
se no t’lu fas beive a fil da spà
O si si si che mi lo bevria
ma jó paura d’ie mie masnà(2)
TRADUZIONE ITALIANO DI CATTIA SALTO
Vuoi venire dama Bianca,
vuoi venire al ballo con me?
O si si che io verrei
ma temo mio marito
Va nel giardino del mio galante
là c’è la testa di un serpentello
e tu la prendi e la riduci in polvere
e poi la metti in un bicchiere di vino
E il marito viene a casa dalla caccia
O dama Bianca ho tanta sete
Ma va di là nella cantina
c’è un bicchiere del vino più buono
Il piccolo neonato che era nella culla
Papà, papà non berlo
perchè la mamma vuol farti morire
Bevilo tu o dama Bianca
altrimenti ti costringo a berlo a fil di spada
O si si che lo berrei,
ma temo per i miei bambini

NOTE
1) galante sta per gentiluomo, un nobile cortigiano; in altre versioni il giardino è della madre o del padre della donna
2) la donna cerca di sfuggire alla morte invocando il suo ruolo di madre. La ballata però non è completa, possiamo solo immaginare che la donna, costretta con la spada a bere dal calice, muoia avvelenata!

In quest’altra versione proveniente dalla terra delle Quattro Province il contesto è più prosaico e popolare invece dell’invito al ballo di corte l’uomo chiede di fare sesso e il marito è di ritorno dal lavoro nei campi; il finale è però più completo sia nella descrizione della morte della donna per avvelenamento che nella frase moraleggiante di chiusura.

ASCOLTA Barabàn in Baraban 1994, versione testuale raccolta sul campo dalla voce di Angelina Papa (1908), mondina di Sannazzaro de’ Burgondi (Pavia)


Dona lombarda dona lombarda
fuma a l’amur fuma a l’amur
Mi no mi no o sciur cavaliere
che mi ‘l marito gh’i l’ò giamò
Là int’al giardino del mio bèl padre
si gh’è la testa dal serpentìn
la ciaparemo la pistaremo
fum ‘na butiglia dal noster bon vin
A vegn a cà ‘l sò marì d’in campagna
dona lombarda g’ò tanta set
O guarda lì int’la cardensola
gh’è una butiglia dal noster bon vin
L’è salta sù ‘l fantulìn de la cüna
bevalo nein bevalo nein
Cosa vuol dire dona lombarda
al noster bon vin l’è un po’ tulberì
Sarà la pulvara d’la cardensola
cà la fà ‘gnì un po’ tulberì
Dona lombarda dona lombarda
al noster bon vin t’la bévare ti
La prima guta che lu ‘l g’a dato
le la cumìncia a cambià i culur
secunda guta che la beviva
in tèra morta sì l’è cascà
Dona lombarda dona lombarda
arrivederci in paradìs(3)
tà s’ta scardiva de fag’la ai alter
e ta t’le fada di ‘m bèla per tì
(traduzione italiano qui)
“Donna Lombarda, Donna Lombarda
facciamo all’amore, facciamo all’amore.”
“Io no, io no, signor cavaliere
che io il marito ce l’ho già.”
“Là nel giardino del mio bel padre
c’è la testa di un bel serpentin.
La prenderemo, la pesteremo
in una bottiglia del nostro buon vino.”
Viene a casa suo marito dai campi
“Donna Lombarda, ho tanta sete”
“Oh, guarda lì nella credenza
c’è una bottiglia del nostro buon vino”
E’ saltato su il bambino dalla culla:
“Non berlo, non berlo!”
“Cosa vuol dire, Donna Lombarda,
che il nostro buon vino è un po’ torbido?”
“Sarà la polvere della credenza
che lo fa diventare un po’ torbido”
“Donna Lombarda, Donna Lombarda
il nostro buon vino bevitelo tu!”
Alla prima goccia che lui le diede
lei iniziò a cambiare colore.
Alla seconda goccia che lei bevve
cadde in terra, morta.
“Donna Lombarda, Donna Lombarda
arrivederci in Paradiso!
Credevi di farla agli altri
e te la sei fatta da sola.”

NOTE
3) il termine vuole indicare un generico Aldilà più che il paradiso della religione cattolica

ASCOLTA Davide Bortolai in Ballate Lombarde 2007 (un rifacimento molto simile alla versione francese dei Malicorne)

La versione proveniente da Venezia è diventata una specie di versione “standard” sovra-regionale così da Giovanna Daffini si passa (sempre nel contesto della canzone di protesta) ai romani Francesco De Gregori & Giovanna Marini, e al cantautore e polistrumentista Fabrizio Poggi originario di Voghera che dopo un esordio nel folk americano con i Chicken Mambo si è dedicato al mondo del folklore lombardo e più particolarmente della provincia di Pavia

ASCOLTA Giovanna Iris Daffini detta “la Callas dei Poveri” nella rielaborazione testuale di Gualtiero Bertelli (fondatore del Canzoniere Popolare Veneto)

ASCOLTA Francesco De Gregori & Giovanna Marini in “Il fischio del vapore” – 2002 resa alla maniera di Giovanna Daffini

ASCOLTA Fabrizio Poggi & Turututela in Canzoni popolari 2002

Le tre versioni testuali sono abbastanza simili, si riporta quella di Gualtiero Bertelli:
“Amami me che sono re non posso amarti tengo marì”
“Tuo marito fallo morire, t’insegnerò come devi far
Vai nell’orto del tuo buon padre taglia la testa di un serpentin
Prima la tagli e poi la schiacci e poi la metti dentro nel vin”
Ritorna a casa il marì dai campi” Donna Lombarda oh che gran sé”
“Bevilo bianco bevilo nero bevilo pure come vuoi tu”
“Cos’è sto vino così giallino, sarà l’avanzo di ieri ser”
Ma un bambino di pochi mesi sta nella culla e vuole parlar
“O caro padre non ber quel vino Donna Lombarda l’avvelenò”
“Bevilo tu o Donna Lombarda tu lo berrai e poi morirai”
“E per amore del Re di Spagna io lo berrò e poi morirò”
La prima goccia che lei beveva lei malediva il suo bambin
Seconda goccia che lei beveva lei malediva il suo marì

VERSIONI CENTRO-ITALIA

ASCOLTA Angelo Branduardi & Scintille di musica (area mantovana). La versione di Branduardi è molto ridotta rispetto alla registrazione di Bruno Pianta raccolta da Andreina Fortunati di Villa Garibaldi (MN), 1975 (per la versione estesa qui) Il canto è accompagnato dalla ghironda, un tipico strumento popolare venuto dal Medioevo


Donna lombarda, donna lombarda,
Ameme mì.
Cos volt che t’ama che ci ho il marito
Che lu ‘l mi vuol ben.
Vuoi vhe t’insegna a farlo morire
T’insegnerò mi.
Va co’ dell’orto del tuo buon padre
Là c’è un serpentin.
Vien cà il marito tutto assetato
Và a trar quel vin(4).
Ed un bambino di pochi anni
Lu l’ha palesà.
O caro padre non bere quel vino
Che l’è avvelenà.
Donna lombarda, bevi quel vino,
che l’è avvelenà. (5)
TRADUZIONE ITALIANO
“Donna lombarda,
amate me”
“Cosa vuoi che t’ami, che ho il marito
che mi vuole bene?”
“Vuoi che ti insegni a ucciderlo?
Ti insegnerò io a ucciderlo.
Vai in fondo all’orto del tuo buon padre,
là c’è un serpentello.”
Viene a casa il marito tutto assetato,
va a prendere del vino.
Ma un bambino di pochi anni
l’ha rivelato (il piano).
“O caro padre, non bere quel vino
che è avvelenato.”
“Donna lombarda, bevete quel vino,
che è avvelenato.”

NOTE
4) Branduardi salta la parte dove la donna pesta la testa del serpentello e la mette nella bottiglia dal vino più buono, come pure il fatto che il marito nota come il vino sia più torbido
5) il finale che è stato “tagliato” da Branduardi dice:


“Sol per amore del re di Francia,
sol per amore, del re di Francia io lo beverò
e poi morirò.”
Ogni goccino che lei beveva,
ogni goccino,che lei beveva: ”addio marì,
ciao marì”.
La s’intendeva da farla agli altri
la s’intendeva, da farla agli altri
la s’ l’è fata a le’
la s’ l’è fata a le’.
TRADUZIONE ITALIANO
“Lo berrò solo per amore del re di Francia,
Lo berrò solo per amore del re di Francia,
e poi morirò.”
Ogni goccino che beveva
ogni goccino che beveva:”addio, marito.
Ciao marito.”
Credeva proprio di farla agli altri
credeva proprio di farla agli altri
ma se l’è fatta a sé stessa
ma se l’è fatta a sé stessa

 

ASCOLTA Caterina Bueno (area pistoiese-maremmana)

ASCOLTA Franco Pacini
ASCOLTA Riccardo Tesi & Maurizio Geri

La versione è stata raccolta nel 1979 da Franco Pacini nel pistoiese (dalla voce di Regina Innocenti) e venne proposta da Caterina Bueno, che all’epoca continuava a scoprire e a coltivare giovani musicisti di formazione sia popolare che classica.

– Donna lombarda, perché non m’ami?
Donna lombarda, perché non m’ami? –
– Perché ho marì.
Perché ho marì. –
– Se ciài il marito, fallo morire,
se ciài il marito, fallo morire,
t’insegnerò;
t’insegnerò:
Laggiù nell’orto del signor padre,
Laggiù nell’orto del signor padre
che c’è un serpèn
che c’è un serpèn
Piglia la testa di quel serpente,
piglia la testa di quel serpente,
pestàla ben,
pestàla ben.
Quando l’avrai bell’e pestata,
quando l’avrai bell’e pestata,
dagliela a be’,
dagliela a be’
Torna il marito tutto assetato,
torna il marito tutto assetato:
chiede da be’,
chiede da be’.
– Marito mio, di quale vuoi?
Marito mio, di quale vuoi?
Del bianco o il ne’?
Del bianco o il ne’? –
– Donna lombarda, darmelo bianco.
Donna lombarda, darmelo bianco:
ché leva la se’
ché leva la se’.
Donna lombarda, che ha questo vino?
Donna lombarda, che ha questo vino
Che l’è intorbé,
Che l’è intorbé?
– Saranno i troni dell’altra notte,
saranno i troni dell’altra notte,
che l’ha intorbé
che l’ha intorbé
S’alza un bambino di pochi mesi,
s’alza un bambino di pochi mesi:
– Babbo non lo be’
che c’è il velen
– Donna lombarda, se c’è il veleno,
Donna lombarda, se c’è il veleno,
lo devi be’ te,
lo devi ber te’.

LOMBARD WOMAN
La traduzione in inglese di Stefano Mengozzi:
 "Where are you going, Lombard woman? 
Take a walk with me!" 
"I'd like to walk with you, 
but I'm afraid of my husband." 
"Your husband is old, we'll make him die! 
At the end of my garden, 
you'll find a stone, with a snake underneath. 
Kill the snake, and offer the poison 
to your husband as a drink." H
er husband comes home saying: 
"Give me a drink, I'm so thirsty! 
Take that glass of wine from the cabinet." 
The baby speaks from the cradle: 
"Don't drink it, she is betraying you! 
That is the snake's blood!" 
"You drink it, Lombard woman, 
you drink it, I'm not thirsty anymore!" 
After the first sip, she begins to turn pale, 
After the second, she commends her children to God, After the third, "May the king's son be put to death, He was the cause of my ruin."

LA VERSIONE FRANCESE

Con il titolo di L’empoisonneuse (in italiano L’avvelenatrice) o Dame Lombarde la ballata attraversa le Alpi e arriva in terra francese, le due versioni riportate hanno stessa melodia (anche se gli arrangiamenti non possono essere più diversi) e testi simili.

ASCOLTA Véronique Chalot in J’ai Vu Le Loup, 1978. Atmosfere medievali, oniriche e ipnotiche con la voce da fata incantatrice


Allons au bois, charmante dame
allons au bois;
Nous trouverons le serpent verde,
nous le tuerons.
Dans une pinte de vin rouge
nous le mettrons;
Quand ton mari viendra de chasse,
grand soif aura.
Tirez du vin, charmante dame,
tirez du vin!
– Oh, par ma foi, mon amant Pierre(1),
n’y a de tiré.
L’enfant du brés jamais ne parle,
a bien parlé:
– Ne buvez pas de ça, mon père,
vous en mourrez!
– Buvez ça vous, charmante dame,
buvez ça vous.
– Ah, par ma foi, mon amant Pierre,
n’a point de soif
Elle n’a pas bu demi-verre,
s’est renversée
Elle n’en a pas bu le plein verre,
a trépassé
TRADUZIONE ITALIANO di Cattia Salto
“Andiamo nel bosco, bella dama
andiamo nel bosco
e troveremo un serpente verde
e lo uccideremo.
Dentro a un litro di vino rosso
lo metteremo;
quando tuo marito tornerà dalla caccia
avrà tanta sete.”
“Mescete il vino, bella dama,
mescete il vino”
“In fede mia, al mio amato Pierre
non lo mescerò.”
Il bambino in fasce che non parla
si mette a parlare
“Non bere, padre mio
voi morrete!”
“Bevete voi, bella dama
bevete voi”
“In fede mia il mio amato Pierre
non ha sete.”
Bevve nemmeno mezzo bicchiere
che stramazzò
bevve nemmeno un bicchiere pieno
che morì

NOTE
1) nella versione francese vediamo un vero e proprio triangolo con amante e marito che sono amici e vanno a caccia insieme. La donna si tradisce perchè rifiuta di servire il vino avvelenato all’amante

Traduzione inglese (tratta da qui)
“Let us go to the woods, Dame Lombarde, let us go to the woods;
We will find the green serpent, and we shall slay it.
In a pint of red wine we shall place it;
When your husband returns from hunting, such thirst he will have.
Pour some wine, Dame Lombarde, pour some wine!”
“Oh, by my faith, my friend Pierre took none.”
The cradle baby never speaks, but he spoke well:
“Do not drink of it, my father—you’ll die of it.”
“You all shall drink, Dame Lombarde, drink of it.
By my faith, my friend Pierre is not thirsty.”
She drank less than half a glass, and fell over.
She did not finish a full glass, and crossed over.

ASCOLTA Malicorne in Colin 1975

ASCOLTA Audrey Le Jossec-Nicolas Quemener Quartet
Allons au bois, Dame Lombarde, allons au bois
Nous exactement le serpente verde, nous le tuerons
Dans une pinte de vin rouge, nous le mettrons
Quand tonnellata mari viendra de chasse , grand soif aura
Du Tire vin Dame Lombarde, du tire vin
Eh! Par ma foi, mon amant Pierre, n’y un tiré de
L’enfant du bré, jamais ne parle , un parlé bien
Ne buvez pas de ça, mon père , vous en mourrez
Buvez-en vous, Dame Lombarde, buvez-en vous
Eh! Par la foi, mon amant Pierre, n’ai punto de soif
Elle n’a pas bu demi- verre , s’est renversée
Elle n’a pas bu le verre plein, un trépassé

FONTI
https://homepage.univie.ac.at/helmut.satzinger/Wurzelverzeichnis/donnalomb.html
http://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=en&id=42932 http://goccedinote.blogspot.it/2012/05/donna-lombarda-testo-commento-e-video.html http://www.aess.regione.lombardia.it/percorsi/ canto_narrativo/canti/donna_lombarda/home.htm http://www.canzonierescout.it/g34.pdf http://www.umbc.edu/eol/magrini/mag-mus2.html http://www.webalice.it/macchiavelli/da_xoom/ donna_lombarda_malcapi_TTBB.pdf http://www.jstor.org/discover/10.2307/739356?uid=3738296&uid=2129&uid=2&uid=70&uid=4&sid=21103845500141 http://media.smithsonianfolkways.org/liner_notes/folkways/FW04482.pdf