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Milladoiro

Ambasciatori della musica galiziana nel mondo i Milladoiro nascono a Santiago de Compostela (centro della spiritualità cristiana nel Medioevo) dalla fusione di due anime quella popolare e quella medievale di una terra ricca di storia e di tradizioni (vedi scheda). Il nome del gruppo deriva da un termine galiziano che significa letteralmente “miglia d’oro”  sta a indicare un “cumulo di pietre a carattere votivo“, era usanza infatti dei pellegrini lasciare una pietra portata dal loro paese per poter dimostrare al momento del giudizio universale di aver veramente compiuto il pellegrinaggio. Il rito è in realtà molto più antico, si faceva per invocare le divinità a protezione dei viandanti lasciando delle pietre in determinati punti del cammino per indicare la strada a quelli che sarebbero passati dopo. Attualmente l’usanza è andata perduta e i cumuli relazionati al Cammino sono pochi: quello di Foncebadón, i resti sul Monte do Gozo e il paese di Milladoiro nelle immediate vicinanze di Santiago.

Xosé Ferreirós, Nando Casal e Ramon Garcia Rei, erano già un trio di musica galiziana tradizionale (i “Faíscas do Xiabre“), giovani che si abbeveravano di villaggio in villaggio alla fonte dei musicisti più anziani della regione. Alti due Antón Seoane (tastiere, fisarmonica e chitarra acustica) e Rodrigo Romani (arpa celtica, ocarina, chitarra, bouzouki e voce) giravano per gli stessi villaggi alla ricerca degli antichi strumenti medievali illustrati nelle Cantigas e con il loro amore verso le melodie e le sonorità di questi antichi strumenti incisero nel 1978 un album dal titolo Milladoiro.

Incorporati nella formazione i Faíscas do Xiabre , Xosé A. Mendéz (flauto traverso e a beccodagli studi jazzistici) e Laura Quintillan (di formazione classica che resta nel gruppo solo due anni, sostituita al violino da Michael Canada e più recentemente da  Harry C.), registrano nel 1979 l’album “A Galicia de Maeloc  e iniziano il loro lungo cammino che li porterà al successo internazionale: 22 album, sei colonne sonore, l’Indie Award, premio Oscar della World Music.
La strumentazione del folto gruppo accosta alle gaite, alle percussioni e alla fisarmonica  (strumenti popolari galiziani), flauti, chitarre e bouzouki (strumenti tipici della rinascita del folk negli anni 70) violino ed arpa (strumenti un tempo comuni nella musica popolare galiziana ma che sono stati dimenticati). Riappropriarsi della tecnica “medievale” dell’arpa è stato un lungo studio intrapreso da Romani sui documenti d’epoca.

Il loro sound viene definito “folk da camera” con arrangiamenti da musica colta dal sapore medievaleggiante sulla materia popolare (muiñeira, jota, polca), e di materiale su cui lavorare c’è n’era in abbondanza, quello che mancava era la combinazione tra la tradizione e le sonorità moderne. Musica arricchita nelle registrazioni da una voce ospite. Il gruppo ha fatto così da apripista.

ASCOLTA O Berro Seco 1980

Non avendo modelli in patria i Milladoiro li hanno cercati nel mondo celtico, c’erano i Chieftains, la Bothy band e Alan Stivell, così hanno cercato di muoversi come loro.

Nel 2000 Rodrigo Romani  lascia il gruppo e subentrano la chitarra di Manu Conde, e l’arpa di Roi Casal (figlio del gaitero Nando Casal)

Per chi non li conoscesse consiglio l’ascolto del loro 25esimo album dal titolo “XXV” (su Spotify ) un’antologia dei brani più rappresentativi con la collaborazione di artisti di alto profilo come la gaitera Susana Seivane,  la violinista irlandese Eileen Ivers e la flautista Rhonda Larson. (la voce ospite è Claudia Ferronato dei Calicanto).
Ma anche il doppio album “As Fadas de Estraño Nome” ricavato dai concerti live uscito nel 1995

Nella loro lunga carriera è prevalso uno spirito eclettico con i Chieftains come modello (Solfafria del 1984 è registrato a Dublino con la partecipazione di Paddy Moloney)

Scrivono nella loro pagina web “Da oltre trent’anni percorriamo spazi, silenzi e geografie; trent’anni cercando di trovare la bellezza dietro ogni pentagramma; tempo e tempo mettendo la pista sonora a un paese in perpetua costruzione imperfetta; siamo suoi figli e ricordiamo il color seppia dei giorni oscuri e della povertà socio-ambientale. Trent’anni dopo, continuiamo in cerca della bellezza e dell’armonia in un percorso che vede la Galizia come epicentro di una lunga spirale senza frontiere, e che attende e chiede ad ognuno di noi di essere sempre all’altezza del suo orizzonte di mare, cielo e terra; un orizzonte dove posa il suo sguardo, solamente, la speranza” (tratto da qui)

FONTI
http://nitope.blogspot.it/2013/07/la-musica-celtacon-filtro-medieval.html
https://open.spotify.com/artist/7jQt2VX8vXlhU9Eky0T1ag
http://milladoiro.gal/
https://www.stevewinick.com/milladoiro

Wolfstone e il celtic rock scozzese

In Scozia quando un gruppo rock tradizionale evolve verso il folk (o viceversa) nasce il celtic-rock, una musica energica e travolgente con una  melodia ossessiva e incalzante che ti lascia senza respiro. Ma il celtic-rock è anche per definizione una musica d’atmosfera, più dolce e impalpabile come riesce ad esserlo la musica irlandese quando si accosta all’effettistica elettronica.

Nei Wolfstone vediamo mescolate le due tendenze forza e dolcezza , genuini e giovani highlander che sperimentano inediti accostamenti per il genere folk-rock al quale viene appiccicata un’etichetta apposita la New Highland Music.
Quando la tradizione si sposa con il rock si arricchisce di sonorità elettroniche con chitarre elettriche e violini elettrici  su di un tappeto imprescindibile di basso elettrico, tastiere e batteria, così gli scozzesi Wolfstone  accostano strumenti acustici diventati tradizionali come bouzouki, chitarra, cornamusa, whistles, bodhran e fisarmonica alle dinamiche e alle sonorità del rock.
Il suono della cornamusa finisce per stemperarsi nel suono della chitarra elettrica per fondersi come due anime gemelle. “Alla fin fine siamo una rock band delle Highlands scozzesi che utilizza anche cornamusa, whistle e violino” dice semplicemente Duncan Chisholm.

Prima di continuare ci tengo a sottolineare per un lettore poco attento che  gli scozzesi Wolfstone non sono gli irlandesi “Wolfe Tones”!
Per un quadro d’insieme degli esordi rimando all’ascolto del loro “best of” dal titolo “Pick of the Litter” (1997).

IL LUPO DEI PICTI

Ardross Wolf

La traduzione letterale del nome della band è “la pietra del lupo” e in effetti un’inquietante primo piano delle fauci di un non meglio precisato animale selvatico compaiono nella copertina nella su menzionata compilation (sul retro della copertina lo vediamo per l’intero è un cane ringhioso di cui non mi azzardo a individuare la razza).
Il nome è riferito alla  ‘Ardross Wolf’ , una pietra scolpita risalente ai Picti trovata nella località di Ardross (oggi nel Museo di Inverness);  come allora il simbolo del lupo diventa per il gruppo una sorta di marchio territoriale.
Tutto ebbe inizio dall’incontro di un pub di Inverness  del fiddler Duncan Chisholm e del chitarrista Stuart Eaglesham, all’epoca (1989) volevano formare una band che suonasse ai raduni dei balli scozzesi, ma finirono per dare vita a una rock band.

ESORDIO PIROTECNICO

L’album d’esordio “Unleashed” è del 1991,  memorabili due tracce: “The Howl” ovvero il set The Louis Reel/Morrison’s Jig/The Shoe Polisher’s Jig ; e  “Erin” altro set strumentale formato da The Coast of Austria/Toss the Feathers/Farewell to Erin/Captain Lachlan MacPhail of Tiree. Entra nella formazione Ivan Drever come voce principale e chitarrista (e se proprio volte ascoltarvelo tutto lo trovate qui)

Nel secondo album “The Chase” 1992 (disco d’oro da ascoltare tutto qui ) tra i musicisti  troviamo nientemeno che la fisarmonica di Phil Cunningham e un brano indimenticabile la track “The £10 Float” in cui combinano tre tune Kinnaird House/The £10 Float/The Cottage in the Grove; il primo in omaggio all’ospitalità della casa dei due fratelli Eaglesham “Kinnaird House is the home of the Eaglesham brothers, Struan and Stuart. The tune was written primarily for their parents, Rena and Peter, whose hospitality knows no bounds.“; l’intro di chitarre sottolineato dal tappetto delle tastiere (con le chitarre acustiche di Eaglesham e Drever che si rimandano la melodia una all’altra) è ripresa dal violino, quando entra la batteria tutti gli altri strumenti intervengono in un crescendo orchestrato da sapienti stacchi. New entry il batterista di Aberdeen Graeme Mop Youngson (che lascerà nel 1996) e il bassista Wayne Mackenzie (che lascerà nel 2003), proveniente da Inverness.

Ingaggiati come gruppo spalla per un concerto dei popolarissimi Runrig,  diventarono anche loro sempre più popolari e richiesti nei grandi eventi e festivals celtici non solo del Regno Unito ma d’Europa, dell’America del nord e del Canada: è il terzo album “Year of the Dog” uscito nel 1994 e registrato per la Green Linnet a portarli al successo internazionale. Nelle canzoni -composte per lo più da Ivan Drever (voce, chitarra acustica, bouzouki) che uscirà dal gruppo nel 1989 in collaborazione talvolta con Duncan Chisholm (violino elettrico) – sono ricorrenti i temi sociali e i conflitti politico-religiosi.
“Holy Ground”: This song was written about the Irish conflict where religion is still used as an excuse for violence.
“The Sea King”: This song came to life through an old traditional Orkney poem which Ivan unearthed and set to music some years ago.
“Brave Foot Soldiers”: In August 1993 two separate groups of people began a march that would take one from Wick in the north and the other, from Stranraer in the south to meet in Edinburgh. The march, organised by the Scottish Trades Union Congress, was designed as a protest to the government over what many Scottish people regarded as a denial of a basic human right: the right to work.
“White Gown”: In February 1993 we played a concert on the east coast of America. That night we were aware of a KKK rally being held not half an hour away. The KKK is organised bigotry at its worst but will only ever be overcome by the strength of pacifism.
“Braes of Sutherland”: Ivan wrote this song after reading the story of a Sutherland woman who was forced to emigrate sometime around the late 18th and early 19th century. Sadly, there are countless other similar tales.
Molti dei tunes sono invece di Phil Cunningham (che è anche il produttore dell’album) altri dei trad o composti da Ivan Drever

Nell’album “The Half Tail” 1996 i componenti del gruppo raggiungono la quota 10 (la cornamusa è di Stevie Saint – pipes, whistles  diventato subito elemento cardine).

IL NUOVO SECOLO

Ad un decennio della fondazione il gruppo è già entrato in crisi per una serie di motivi e se ne paventava lo scioglimento: l’abbandono del frontman Ivan Drever, il suicidio del tastierista Andy Simmers e non ultimo l’enorme debito accumulato per una gestione poco attenta ai bilanci. Così gli anni 2000 segnano una stagnazione, il diradarsi delle registrazioni (l’ultimo album è del 2007) e dei tour. Li ritroviamo comunque anche in Italia,  ricordo la data del 2005 al Trigallia Celtic Festival e quella del 2006 al Busto Folk.

“Terra Firma” è del 2007 con la voce di Ross Hamilton (che però lascia la band qualche mese dopo)

Nell’ultima release, un doppio-singolo del 2012 scompare dall’etichetta celtic-rock la parola celtic.

tag Wolfstone
FONTI
https://www.wolfstone.co.uk/

Battlefield Band e la nuova line-up

Il nome del gruppo deriva da Battlefield un quartiere di Glasgow a sud del fiume Clyde  da cui provenivano i quattro fondatori, solo Alan Reid sarà il punto fermo della Battlefield Band con la sua voce, l’uso delle tastiere e dei sintetizzatori, ma anche chitarrista, affabulatore di storie e autore di testi e di musiche, perlomeno fino al 2010, quando a fine anno decide di lasciare il gruppo.

Furono i Battlefield per primi a introdurre la cornamusa in un gruppo di musica tradizionale scozzese e a partire dal 1979 con la registrazione dell’album Stand Easy (Duncan McGillivray -cornamuse e flauto) lo strumento rimase una costante,  come pure la formazione in quartetto (di eccellenti polistrumentisti). Un’altra caratteristica è l’assenza delle percussioni o se vogliamo la presenza del solo bodhran come elemento ritmico.

Ma ascoltiamo il loro primo album del 1977 Alan Reid  tastiere, chitarra e voce, Brian McNeill violino, viola, mandolino e bouzouki (cittern), Jamie McMenemy bouzouki (cittern), chitarra portoghese e voce, John Gahagan violino, concertina, whistle

Formazione fine anni 70: Alan Reid  tastiere, Ged Foley chitarra, Brian McNeill violino, Duncan MacGillivray cornamusa

A buon titolo la Battlefield Band è da considerarsi un’istituzione della musica tradizionale scozzese, nata a Glasgow nel lontano 1969 è una formazione musicale ancora attiva, sebbene con frequenti avvicendamenti di musicisti, ma con una ben definita impronta stilistica, in equilibrio tra suoni della tradizione (in particolare il violino) e moderni, come la commistione delle pipes con le tastiere elettroniche; una trentina di album, e tantissime collaborazioni con artisti anche della scena irlandese.


Una band molto amata dal pubblico (soprannominata “the Batties”) che nei live si esprime al meglio. In questo sintetico excursus inevitabilmente tralascerò qualche esponente, ma più che sugli album mi soffermerò sui video live che si trovano su you tube.

La line-up  ha caratterizzato gli anni 90 è formata da Alan Reid, un giovanissimo John McCusker al violino, Iain MacDonald  alle cornamuse Alistair Russell alla chitarra.

Cito tra tutti gli album di quel periodo il live “Across the Border” 1997 registrato durante tre serate al Queen’s Hall di Edimburgo, in occasione dell’annuale Festival internazionale in cui si avvicendano alcuni ospiti di primissimo rilievo (l’arpista Alison Kinnaird, il flautista Seamus Tansey e la voce di Kate Rusby).

Gli inizi del 2000 entra stabilmente nella formazione Mike Katz, mentre una giovane  Karine Polwart presta voce e chitarra nell’album  “Happy Daze”, 2001, già nell’anno successivo sarà sostituita dall’irlandese Pat Kilbride e nel posto vacante di John McCusker subentrerà il virtuoso violinista Alasdair White: la band esce con l’album “Time & Tide”.

Nel 2006 al posto di Pat entra nella band l’irlandese trapiantato in Scozia Sean O’Donnell e la new entry è suggellata dall’album “The Road of Tears” incentrato sul tema dell’emigrazione

COME LA FENICE

L’ultimo giovanissimo talento acquisito è il polistrumentista nonchè virtuoso del violino Ewen Henderson lo ascoltiamo mentre incrocia l’archetto con Alasdair White

Novella fenice che rinasce dalle sue ceneri più giovane e bella di prima “the Batties” ha pubblicato nel 2011 il Cd Line-up (su Spotifyil primo album con la nuova  formazione

  • Sean O’Donnell – chitarra, voce
  • Ewen Henderson – violino/bagpipes/whistles/piano/voce
  • Alasdair White – violino/tin whistle/banjo/bouzouki/Highland bagpipes/small pipes/bodhran
  • Mike Katz – Highland pipes/small pipes/ whistles/basso/chitarra



Una dolcissima versione strumentale del canto gaelico “Iain Ghlinn’ Cuaich

tag Battlefield band

FONTI
http://www.battlefieldband.co.uk/
http://www.sagegateshead.com/event/the-battlefield-band/
http://www.folkradio.co.uk/2017/02/battlefield-band-the-producers-choice/

Silly Wizard

Silly Wizard (“il mago pazzo” delle fiabe, che farà capolino sulle loro copertine come un mago Merlino disneyano con il violino al posto della bacchetta, e il kilt sotto al mantello ) è una band scozzese formatasi a Edimburgo nel 1970 tra un gruppetto di studenti universitari, il nome viene coniato in tutta fretta solo nel 1972 in occasione del loro primo concerto pagato; saranno modello e punto di riferimento di un’infinità di giovani musicisti e gruppi musicali della scena scozzese e più in generale folk.
Dopo essersi fatti le ossa nei folk club e nelle feste in giro per la Scozia in tre (Jones, Thomas e Cunningham) partono in tournée in Francia già nell’anno successivo. La breve meteora di Maddy Taylor (voce) e i tanti concerti per la Gran Bretagna sono ancora i primi passi verso la nascita di una grande band che passerà alla storia con una caratteristico sound fatto da due chitarre (arricchite dal raddoppio di bouzouki, mandolino o banjo), fisarmonica, violino  e basso, con una spruzzata qua e là di sonorità prodotte dai sintetizzatori, arricchito da una voce vellutata e “verry scottish”. Niente percussioni o batteria (solo il bodhran in qualche strumentale) e nemmeno cornamuse ma l’alchimia e sintonia dei fratelli Cunningham che con violino e fisarmonica ci regalano live trascinanti di alto virtuosismo misto all’improvvisazione.
Oltre al sound caratteristico (che non si era mai sentito prima in Scozia) ciò che contraddistingue i Silly Wizard è la loro contemporaneità, una musica che riflette i gusti musicali giovanili degli anni 70-80 declinati nello stile della tradizione. Non solo interpreti ma anche compositori, molte song  sono scritte da Andy e molte melodie da Phil.
Il gruppo si scioglie nel 1988 dopo un’intensa attività concertistica: 17 anni di attività e 9 album!


da sinistra: Gordon Jones, Johnny Cunningham, Andy M. Stewart, Phil Cunningham, Martin Hadden

ATTRAVERSO GLI ANNI 70 e 80

Per la registrazione del disco d’esordio (1976) i chitarristi Gordon Jones  (di Liverpool) e Bob Thomas (ai quali già nel 1972 si era unito il violino di Johnny Cunningham) fanno entrare in campo la voce con l’accento del Pertshire (e il banjo) di Andy M. Stewart , l’organetto di Alasdair Donaldson (sostituito poco dopo da Phil Cunningham – fisarmonica, e all’occorrenza whistle, tastiere) e il basso di Freeland Barbour (a cui si avvicenda Martin Hadden).

dalla copertina “Live Again”

E’ proprio quest’ultima la formazione che registra l’album Caledonia’s Hardy Sons (1978), un punto saliente della “scottish wave”, con il giovane talento Phil Cunningham. Il gruppo è già famoso e viene invitato ai maggiori festival d’Europa. Poi iniziano gli abbandoni: Bob Thomas nel 1979 e il loro terzo l’album “So Many Partings” è registrato in cinque, e il successivo “Wild and Beautiful” in quattro. Ma il secondo album apre già le porte per l’America e a un tour frenetico da un festival folk all’altro: nel 1980 Johnny Cunningham lascia il gruppo per stabilirsi in America (sostituito per un breve periodo da Dougie MacLean prima di ritornare con i Tannahill Weavers ).
Ritroviamo il violino di Johnny Cunningham nel “Live in America” registrato nel 1985.
Nel 1987 il gruppo registra l’ultimo album “Glint of Silver” il più spinto verso l’elettronica; seguono due frenetici anni di tournée in America e lo scioglimento a New York nell’aprile del 1988 .

Silly Wizard Live At Center Stage -New York un ora e mezza di musica e di siparietti tra Andy e Johnny (un’esilarante spalla)

Andy M. Stewart

Andrew Michael ossia “Andy M.” Stewart frontman dal 1974 della folk band Silly Wizard  originario del Perthshire, con il suo timbro vocale e il suo stile è la controparte scozzese di Andy Irvine  degli irlandesi Planxty. Compositore, sensibile interprete di ballate tradizionali, affascinante affabulatore..  “The Andy M Stewart Collection” pubblicato nel 1998 contiene ben 60 canzoni (cito solo le più popolari: “The Ramblin’ Rover”, “Golden, Golden”, “The Queen of Argyll”,  “The Valley of Strathmore”)

Da ragazzo fonda i “Puddock’s Well” con Dougie MacLean e Martin Hadden, negli anni 80 pubblica 4 album di cui tre prima dello scioglimento dei Silly Wizard, collaborano con lui Phil Cunningham, Martin Hadden, Manus Lunny. Nel 1989 registra per la Wundertüte il cd “Songs of Robert Burns” (ristampato dalla Green Linnet nel 1991) Negli anni 90 registra con la Green Linnet tre album: At it Again, Man in the Moon, Donegal Rain. Nell’intervista rilasciata al folk magazie Dirty Linen (1991) Andy dice: “I suppose I’d like a legacy really of just being remembered fondly by whomever, my friends and the folk I left behind. It would be nice for them to remember me in a positive way. It would be nice for my songs to survive. It would be nice for my family. I’d like them to last.” (tratto da qui)

Muore poco dopo il Natale nel 2015, aveva 63 anni.

I FRATELLI CUNNINGHAM

Allo scioglimento dei Silly Wizard i due fratelli entrano nel supergruppo Relativity (con la coppia di fratelli irlandesi Michael e Triona O’Domnaill). i fratelli seguono poi carriere solistiche separate.
Duetto live del 1986 (Johnny muore nel 2003)

PHIL CUNNINGHAM

Tra le molteplici attività di Phil anche la carriera televisiva, la composizione di musica per film e tv, la produzione di dischi per vere e proprie celebrità del folk internazionale. Feconda la collaborazione con il violinista Aly Bain (il loro sito qui) con il quale registra nove album dal 1995 al 2013

tag Silly Wizard e tag Andy M. Stewart

FONTI
https://alchetron.com/Silly-Wizard-4375116-W
http://www.sillywizard.co.uk/about_the_band.html
http://www.theballadeers.com/scots/sw_01.htm
http://www.nigelgatherer.com/perf/group2/silw.html
https://projects.handsupfortrad.scot/hall-of-fame/andy-m-stewart-1952-2015/
http://www.scotsman.com/news/obituaries/obituary-andy-m-stewart-singer-and-songwriter-1-3989156
http://www.theballadeers.com/scots/as_d01.htm
https://thesession.org/recordings/5299

http://www.philandaly.com/
http://www.johnnycunningham.com/

Old Blind Dogs

Il gruppo Old Blind Dogs nasce nell’ultima decade del 1900 in un periodo musicale di contaminazioni e fusion, non solo musica tradizionale scozzese ma anche  melodie dalla Galizia e Bretagna oltre a qualche composizione propria.
Loro vivono nell’Aberdeenshire e prediligono le percussioni un po’ afro e le sonorità blues: niente bodhran dunque o batteria ma conga e djembè di Fraser Stone.
E proprio questa loro caratteristica che li distingue dalle altre formazioni folk scozzesi, il repertorio di antiche ballate del nord-est della Scozia cantate in dialetto. Varie le line-up con elemento propulsore del gruppo, la sua anima, il violinista Jonny Hardie, d’impostazione classica ma dal cuore folk, che suona anche all’occorrenza chitarra, mandolino e bouzouki (e canta). Altro depositario della tradizione è stato Ian F. Benzie chitarrista e cantante per tutti gli anni 90, e tuttavia gli arrangiamenti del gruppo non sono orientati a forme tradizionali. Si prenda come esempio il set strumentale “The Walking Nightmare / The Shopgirl /Croix Rousse” (in Five, 1997)

Il gruppo vince nel 2004 e nel 2007 il prestigioso Scots Trad Music Awards come folk band dell’anno.

Play live (2007) è  il nono album la registrazione live del loro tour del 2004 negli Stati Uniti e Canada: l’album racchiude i pezzi migliori della band e la grinta live del gruppo.

La voce del gruppo è stata dal  1990 al 1999 Ian F. Benzie a cui subentra Jim Malcolm (una voce calda, morbida e vellutata, dagli accenti blues): entrambi sono stati coinvolti nel progetto di Fred Freeman per la Linn Records con il titolo di “The Complete Song of Robert Burns” (1996 & 2002)
Nel 1996 il gruppo si assesta in una formazione di quintetto con  l’aggiunta della cornamusa e pur modificando ancora la line-up diffonde il suo stile per il mondo.
Nel 2007 Jim abbandona il gruppo e nonostante  venissero dati per spacciati gli Old Blind Dogs proseguono l’attività restando definitivamente un quartetto, significativo l’album del dopo Jimmy intitolato “Four on the Floor” dice Hardie in un’intervista “For me it was a matter of going back to thinking of the original sound of Old Blind Dogs. The band was a four piece for six years and, in many ways, I prefer the sound of four–with everyone having to work a little harder. We now have the ingredients for everyone to contribute songs rather than a front man and three backing singers. Because we all have a responsibility, we tend to focus on making sure the harmonies are right.” (tratto da qui)

Da The Gab O Mey (2003): 10 tracce divise tra song e brani strumentali tra cui spicca il  Breton&Galician set, dapprima violino e whistle suonano una melodia bretone accompagnati dalla chitarra e poi subentra la gaita e l’atmosfera diventa quella di una Terra Galenga. Il pipaiolo è Rory Campbell figlio di un piper dell’isola di Barra che suona fin da bambino la little-pipe e il whistle

Da Four on the Floor (2007): il brano per l’ascolto è intitolato Gaelic song ma è la canzone in gaelico scozzese “Latha dhomh ’s mi ’m Beinn a’ cheathaich” conosciuta con il nome inglese di Misty Mountain . 

Old Blind Dogs live California WorldFest 2009: la voce è del violinista Jonny Hardie affiancato da Ali Hutton (whistle e border pipes), Aaron Jones (bouzouki) e Fraser Stone (percussioni). Sono rimasti in quattro ma ci mettono l’anima, lo strumentale finale (lungo quasi come la parte cantata) è da mozzafiato con i duetti cornamusa-violino e irish-bouzouki+percussioni

Da Wherever Yet May Be 2010

CAMERA CON VISTA

Nell’ultimo cd (il tredicesimo uscito in primavera 2017 e da ascoltare tutto qui) accanto a Jonny Hardie  Aaron Jones (attivo già dal 2003 con il bouzouki e voce ), Ali Hutton (cornamusa, whistles nella formazione dal 2008), e una percussione/batteria rock con la new entry di  Donald Hay (tra i più ricercati percussionisti sulle scene folk scozzesi e più in generale inglesi) . Il Cd, dopo sei anni da “Wherever Yet May Be”, s’intitola “Room with a view”  e in copertina (foto di Archie MacFarlane) campeggia tra erica e felci, il rudere di un caminetto in pietra accanto a cui viene ricreato un salottino stile vecchia Scozia con l’immancabile bottiglia di whisky : 9 tracce di tutto rispetto per lo più strumentali (l’unico difetto del Cd è essere troppo breve), coinvolgenti sia nei set di danza che nelle melodie, e la morbida fusione di quattro “vecchi” talenti musicali,

Saranno anche ciechi questi cani ma sanno benissimo quale direzione prendere! Beviamo alla salute degli Old Blind Dogs!

In alto Ali Hutton; in basso da sinistra: Donald Hay, Aaron Jones, Jonny Hardie

JIM MALCOLM

Scozzese purosangue del Perthshire, cantautore nonchè sensibile interprete della tradizione (e in particolare di Robert Burns, ma anche di Robert Tannahill)  suona anche egregiamente l’armonica a bocca. Ha registrato 14 album come solista e 4  come voce leader del gruppo Old Blind Dogs.
Si definisce come l’ultimo “Scots troubadour” che gira il mondo con la sua chitarra: con la sua voce intensa, ricca e sensibile riesce a coinvolgere il pubblico creando un clima d’intimità, delicato e tenero.
ASCOLTA Fields of Angus

In occasione del 250 esimo anniversario di Robert Burns si è vestito come lui e ha registrato un dvd Bard Hair Day (2009)

Alcune delle canzoni scritte da Jim (a volte partendo da un frammento di un vecchio testo, una poesia o una vecchia melodia) sono diventati dei classici del circuito folk scozzese.

Segui il tag Old blind dogs e il tag Jim Malcolm
FONTI
https://www.oldblinddogs.co.uk/
https://oldblinddogs.bandcamp.com/releases

https://www.jimmalcolm.com/

Gli Ossian e la scottishness

Il gruppo scozzese (dalle parti di Glasgow) degli Ossian prende il nome dal leggendario bardo di Scozia, si fonda nel 1976 per dare vita a una miscela acustica raffinata ma piena di grinta (il cosiddetto drive tanto osannato nella musica rock): eppure rimarrà sempre una formazione acustica di musica tradizionale scozzese; la formazione è capitanata dai fratelli William e George Jackson (Billy arpa bardica, uillean pipes, whistle – George chitarra, cittern, violino, whistle, flauto) affiancati dal violino, mandolino, violoncello di  John Martin (che fu anche membro dei Tannahill Weavers)  e dalla voce solista, chitarra, whistle, dulcimer di Billy Ross. Quando Ross se ne andò subentrò Tony Cuffe (1981) e qualche anno più tardi il quartetto divenne un quintetto con l’aggiunta del pipaiolo Iain MacDonald (cornamuse, flauto, whistle).
Gli Ossian hanno sempre eseguito dell’ottima musica tradizionale scozzese anche se negli anni 70 era la musica tradizionale irlandese ad andare di moda! Il primo tour negli Stati Uniti (e sono finiti anche in Alaska) arriva nel 1983, ma cinque anni più tardi il gruppo si scioglie e i componenti  prendono altre strade.

Nella foto sopra da sin in alto : Tony Cuffe, George Jackson, da destra: Iain MacDonald, Billy Jackson, John Martin; nella foto sotto da sinistra: Billy Ross, Billy Jackson, George Jackson, John Martin

Tutti eccellenti polistrumentisti e cantanti, abili tessitori di trame sonore ricche e preziose sulle melodie della tradizione con un approccio quasi cameristico: canti in gaelico e in dialetto scozzese (in specie di Robert Burns), set da danza e slow air.
La loro musica ha influenzato una generazione di musicisti.

The Sound of Sleat / Aandowin’ a prua / The Old Reel in “Seal Song” 1981 nella formazione quartetto

Troy’s Wedding Biddy from Sligo in “Borders” 1986 nella formazione quintetto

LA RIFONDAZIONE

Ci fu una rifondazione nel 1997 con Billy Jackson e Billy Ross che si portò dietro Iain MacInnes (smallpipes, whistle) e Stuart Morison (violino, cittern) con i quali aveva formato un trio pochi anni prima, sigillata dall’uscita dall’album “The Carrying Stream” e anche se il nuovo gruppo non è mai stato ufficialmente sciolto non è più -al momento- in attività.

ST. KILDA WEDDING

Saint Kilda è un minuscolo arcipelago a occidente delle Ebridi Esterne e abitato fin dai tempi antichi. Di fatto isolato dalla terra ferma per buona parte dell’anno è stato abbandonato nel 1930.
Per comunicare con la terraferma gli isolani mettevano la posta in piccole sacche di cuoio impermeabile e le affidavano alla corrente marina.
Scrive Wikipedia “L’intero arcipelago è di proprietà del National Trust for Scotland, e, nel 1986, è diventato uno dei quattro Patrimoni dell’umanità scozzesi. Si tratta uno dei pochi patrimoni al mondo a essere considerati contemporaneamente ‘naturale’, ‘marino’ e ‘culturale’.
Gruppi di volontari lavorano sull’isola nei mesi estivi per recuperare gli edifici originari che gli antichi Kildani hanno lasciato. Condividono l’isola con una piccola base militare creata nel 1957
.”


La prima parte del filmato qui

La testimonianza degli antichi rituali matrimoniali praticati sull’isola ci viene da un album pubblicato dal gruppo scozzese Ossian “St. Kilda wedding”: la prima traccia è un set di musica da danza trascritto nella collezione del capitano Simon Fraser (The Airs and Melodies Peculiar to the Highlands of Scotland and the Isle, 1816 – l’archivio digitale qui)

WILLIAM JACKSON

La formazione classica di Billy lo porta a un progetto ambizioso quello di comporre musica per una “folk orchestra”  composta cioè da musicisti tradizionali e classici. Pubblica una ventina di album di cui ben tre album per orchestra: The Wellpark Suite (1985), A Scottish Island (1998) e Duan Albanach (2003).

The Wellpark Suite è stata commissionata dalla Tennents per celebrare il centenario dell’omonimo stabilimento.
Nella sua lunga carriera come arpista gira in tour per l’Europa (è venuto diverse volta anche in Italia) e il Nord America. Ha rispolverato anche le sue origini irlandesi (i nonni venivano dal Donegal) spaziando così tra le musiche tradizionali di Scozia e Irlanda. Cito tra tutti Heart Music e The Ancient Harp of Scotland
William è anche il curatore del progetto discografico della Linn Records “Celtic Experience” vol I e II

TONY CUFFE

Trasferitosi negli Stati Uniti nel 1988 si dedica all’insegnamento e alla carriera solistica, nel 1994 esce l’album “When first I went to Caledonia”, – la Caledonia non è la Scozia bensì la Nuova Scozia (Canada)- in cui sfodera tutte le sue doti d’interprete, compositore e polistrumentista; Tony è rinomato per il suo tocco chitarristico, suona l’arpa con le corde di metallo che si è costruito da solo e una decina circa di strumenti. E’ stato anche coinvolto nel progetto di Fred Freeman “The Complete Song of Robert Burns” (vol I )Muore nel 2001 vinto dal cancro. Un altro cd esce postumo dal titolo “Sae Will We Yet” (2003)

Nel Blog il tag Ossian e il tag Tony Cuffe

FONTI
https://projects.handsupfortrad.scot/hall-of-fame/ossian/
http://standinatthecrossroads-blackcatbone.blogspot.it/2008/05/ossian-st-kilda-wedding-scottish-celtic.html
https://thesession.org/recordings/4022
http://www.wjharp.com/
http://www.independent.co.uk/news/obituaries/tony-cuffe-9257148.html
http://www.scotsman.com/news/obituaries/tony-cuffe-1-590567
https://raretunes.org/tony-cuffe/

From the Ends of the Earth by Dougie MacLean

L’album  “From the Ends of the Earth” di Dougie MacLean distribuito nel 2001, contiene 12 tracce live dal “The Celtic Connections Festival”( Glasgow 1998 ) -tracce da 1 a 6 e dal “The Port Fairy Folk Festival” (Australia 2000) tracce da 7 a 12: solo con la sua voce e chitarra ( a cui aggiunge l’armonica a bocca nella traccia 8 ) proprio come i cantanti folk degli anni 60/70, lo sentiamo nella sua “scottishness” interagire con il pubblico da abile performer riuscendo anche a farlo cantare con lui!

Il titolo “From the Ends of the Earth” in italiano “Dalla Fine della Terra” è un riferimento esplicito alla Scozia.

Ci troviamo Green Grow the Rashes (traccia 6), Ready for the Storm (traccia 7) e Caledonia (traccia 11) già recensite nel Blog Terre Celtiche, la popolarissima “This love will carry” e qui aggiungo “Talking with my Father”(traccia 9)
La segnalazione arriva da Roberto Caselli che mi scrive dalla pagina Terre celtiche su FB: ” Per me un vero Bardo. Sono contento che qualcuno parli di Dougie perché è un vero e puro musicista legato alla storia e alle sue radici” e ci allega la versione in studio.

La canzone viene infatti pubblicata nell’album “Who am I” del 2001 questa volta con l’arrangiamento musicale, si sentono fraseggi di violoncello (Kevin McCrae), un lieve accenno di cornamusa (Graham Mulholland)  sul riff delle chitarre e una base di percussioni soft/ tastiere in cui ci ha messo lo zampino Jamie MacLean (il figlio di Dougie)


I
I’m talking with my father,
he’s talking with his son
And I don’t need to look any further
for the one I have become
He says listen to that curlew (1)
that’s a sound I love to hear
It’s a strange reflection (2) that we look through
oh that finally finds us here
CHORUS
In this place where life’s heart thunders
In this place where time holds still
In this place of harmony and wonder
And values not of gold fulfill
II
I’m walking with my father,
across these gentle Perthshire hills
It’s timeless mysteries that we gather
that make the memories that we fill
He says don’t fix what is not broke,
no need to find what’s not been lost
It’s a heavy gate we have to open
an endless field we have to cross
III
There will always be the brave one
there’ll be the one who turns away
With all too many things left undone
oh and so much left to say
I’m talking with my father,
he’s talking with his son
I don’t need to look any further
for the one I have become
tradotto da Cattia Salto
I
Parlo com mio padre
e lui parla con suo figlio
e non ho bisogno di andare oltre per (vedere) quello che sono diventato
dice “Ascolta il chiurlo
è quello il suono che amo sentire”
E’ uno strano riflesso che sbirciamo
oh che finalmente ci trova qui
CORO
In questo posto dove il cuore della vita rimbomba
in questo posto dove il tempo ancora ci appartiene
in questo posto di armonia e meraviglia
e di valori non veniali che appagano
II
Cammino con mio padre
per le dolci colline del Perthshire
sono i misteri eterni che cogliamo
che fanno i ricordi che ci riempiono
Dice “Non aggiustare quello che non è rotto, non c’è bisogno di trovare quello che non si è perso.
E’ un cancello pesante che dobbiamo aprire, un campo senza fine che dobbiamo attraversare.”
III
“Ci sarà sempre il coraggioso
e ci sarà sempre quello che si allontana
con tutte le troppe cose lasciare da fare
e oh così tante cose lasciate da dire”
Parlo con mio padre
e lui parla con suo figlio
e non ho bisogno di andare oltre per (vedere) quello che sono diventato

NOTE
1) Tradisce la sua presenza con un fischio liquido molto sonoro, udibile a oltre un chilometro di distanza (una sorta di “cur-li”, da cui il nome onomatopeico). Il canto è molto vario e melodioso, descrivibile come una ripetuta frequenza di frasi gorgogliate (un crescente “curlì”) con note flautate e trilli, che accelerano in crescendo. (tratto da qui)
2)  reflection traduce il termine riflesso come un’immagine riflessa nello specchio, sono padre e figlio che si rispecchiano uno nell’altro

FONTI
http://mudcat.org/thread.cfm?threadid=85137

Capercaillie, dalla new wave scozzese al folk crossover

In un post avevo già diffusamente parlato del volatile a cui il nome gaelico del gruppo fa riferimento (Capercaillie deriva da Capull coille letteralmente “cavallo della foresta”): non si tratta della comune pernice bianca di Scozia bensì del Gallo Cedrone che contrariamente alla prima è ridotto a pochi esemplari in Scozia.
E’ un grosso gallo dalle dimensioni, nel maschio, pari a quelle di un tacchino  (arrivato in Europa solo dopo la “scoperta” dell’America) la cui caratteristica è il canto spettacolare nel rito amoroso. Esprime così simbolicamente qualcosa di raro e prezioso, il canto in gaelico dal cuore (rocce e acqua) delle Highlands, le isole Ebridi.

CELTIC NEW WAVE

Il gruppo scozzese fondatosi agli inizi degli anni 80 ha diffuso con le sue registrazioni moltissimi canti in gaelico delle Highlands arrangiandoli in un alchemico equilibrio tra tradizione e sonorità contemporanee, accostando i più tipici strumenti acustici della tradizione musicale scozzese ai sintetizzatori e al basso elettrico.
Sono acclamati come la formazione più rappresentativa del moderno suono gaelico di Scozia diventati un’icona con l’album Beautiful Wasteland (1997).

Ma incomincio dalle origini, il trio sui banchi di scuola di Taynuilt vicino a Oban (a un centinaio di chilometri da Glasgow), Karen Matherson (voce), Donald Shaw (organetto e tastiere) e Marc Duff (flauto dolce, whistle) diventa un sestetto (violino, bouzouki-chitarra e basso elettrico) incide il primo album autoprodotto nel 1984 dal titolo Cascade. L’anno successivo vincono il Pan Celtic Festival in Irlanda e passano alla Green Linnet e al lancio in America: una frenetica attività concertistica li porta da un estremo all’altro del globo e al secondo disco Crosswinds  (1987 ) .  Ma è con l’album Sidewaulk che siglano il loro primo capolavoro (1989) -da ascoltare tutto nella playlist di Caledonian Music qui- nella formazione è entrato Mànus Lunny (chitarra e bouzouki), le atmosfere si fanno eteree ma mai stucchevoli, i set di dance tune sono incalzanti, i brani in gaelico si scolpiscono graniticamente nella memoria, basti citare la wauliking song Alasdair Mhic Cholla Ghasda riprodotta in un’infinità di celtic compilations.
Il successo viene bissato con il successivo album “Delirium” (1991) che ne celebra la popolarità internazionale, osannati dalla critica come i “Clannad scozzesi” (due gli hits “Coisich A’ Ruin‘ e “Breisleach” finiti in Tv, il secondo come spot ad una nota marca di whisky). Nell’album sono inclusi alcuni brani in inglese composti dai componenti del gruppo. Brani moderni o se vogliamo pop con batteria e percussioni suonate da Ronnie Goodman ma vecchi di 400 anni in un gaelico così arcaico e di ardua trascrizione fonetica.

Poi il gruppo occhieggia al pop e smarrisce un po’ la sua strada, o a seconda dei punti di vista diventa il massimo esponente della musica pop di origine celtica (vedasi “Secret People” e “To the Moon” l’ultimo prodotto da Donald Lunny), finchè nel 1997 esce “Beautiful Wasteland“: un pregevole equilibrio tra celtic e world music con rifiniture techno, subito assunto dalla critica come esempio perfetto di global celtic o world celtic music; alcuni ritocchi nella formazione, le percussioni sono ampliate con l’arrivo di David “Chimp” Robertson che supporta Wilf Taylor, Michael McGoldrick è al flauto, whistle e uillieann pipes.
Con “Nàdurra” (2000) il gruppo sembrano voler però ritornare sui propri passi

e poi esce “Choice Language” (2003) con una robusta sezione ritmica (Che Beresford batteria, David ‘Chimp’ Robertson percussioni e Ewen Vernal basso), con Karen e Donald , Mànus LunnyMichael McGoldrick e Charlie McKerron violino, che per me è il loro disco più maturo, la loro cifra stilistica sublimata.

IL CANTO DEL CIGNO

Passano cinque anni e registrano “Roses and Tears” all’apparenza il loro canto del cigno .. e poi  nel 2013  esce “At The Heart Of It All”, sono passati 30 anni dal loro primo cd e loro festeggiano invitando degli special guess dell’odierna scena scozzese e ritornando a dare concerti ospiti dei principali festivals internazionali: che classe!!

Karen Matheson

Una voce “sicuramente baciata da Dio” come ebbe a dire Sean Connery, Karen – classe ’63, è una cantante straordinaria che ha intrapreso anche la carriera solista seppur continuando ad essere l’anima dei Capercaille. Il talento arriva geneticamente dalla nonna materna Elisabeth Mac Neill cantante dell’isola di Barra. Nel 1996 pubblica il suo primo solo prodotto dal compagno Donal Shaw “The Dreaming Sea” (di sapore più new age con sax, armonica a bocca, archi, pianoforte) partecipa anche all’Heritage Des Celts di Dan Ar Braz (in cui canta “Ailein Duinn” per cui era comparsa l’anno prima in un cameo nel film Rob Roy); le collaborazioni continuano con grandi musicisti della scena musicale di tutto il mondo tant’è che ormai la sua musica e quella dei Capercaillie viene definita folk crossover.
Seguono un paio di altre incisioni e nel 2015 “Urram” interamente in gaelico da sfogliare come un album di sbiadite fotografie, un omaggio alle bardesse delle isole Ebridi, il rispetto (in gaelico  “urram”) da tributare alle voci della tradizione, a partire dai genitori e di chi è vissuto prima di loro: racconti di vite dure, storie di emigrazione e di guerra, scrive Karen (qui“Le vecchie fotografie di famiglia sono state l’ispirazione di questo album. La perdita recente dei miei genitori mi ha portato a un percorso di riscoperta e di guarigione . I racconti di vite dure, le perdite della guerra o dell’emigrazione sono ancora più coinvolgenti se si collega il volto a un nome.”
Canzoni che aveva imparato da bambina dalla nonna nativa di Barra o raccolti dagli archivi delle tante registrazioni etnografiche collezionate con i primi cilindri fonografici sul finire dell’Ottocento

tutto da ascoltare su https://karenmatheson.bandcamp.com/

li trovate nel blog seguendo il tag Capercaillie

FONTI
http://www.capercaillie.co.uk/
https://www.facebook.com/Sidetaulk-Capercaillie-Fanzine-1118615481514128/
http://www.karenmatheson.com

READY FOR THE STORM

La prima registrazione della canzone risale al 1982, Dougie MacLean la scrive per il suo primo album da solista con la sua etichetta discografica, la Dunkeld record, appena fondata. L’album s’intitola “Craigie Dhu” in omaggio al cottage in cui vive con la moglie australiana agli inizi del loro trasferimento nel piccolo borgo di Butterstone, vicino a Dunkeld nel Perthshire. In copertina il dipinto del cottage realizzato da Jennifer.

Il nome mi richiama in mente il cerchio di pietra di Craigh na Dun ambientato nel romanzo storico “Outlander” di Diana Gabaldon nei pressi di Inverness: la traduzione dal gaelico è “collina (tumulo) su cui è costruito un cerchio di pietre”, essendo dun=tumulo e Craig, Craigie =roccia.

“Ready for the Storm” non è un brano tradizionale ma arriva con immediatezza allo spirito della gente e come spesso accade alle canzoni popolari si presta a molteplici letture; anche questo brano viene registrato da molti altri artisti della scena celtica e anche dai musicisti cristiani (a partire da Rich Mullins), sicuramente nel prossimo secolo scaduti i diritti d’autore sarà considerato a tutti gli effetti un traditional scozzese, se questa parola avrà ancora un significato.

Come dicevo moltissime le versioni e gli interpreti (molte le versioni al femminile tanto per citare Celtic Woman, Aoife Ni Fhearraigh) che hanno riprodotto il brano, ma la versione nel mio cuore è quella interpretata dall’angelica voce di Mary Dillon quando era nel gruppo irlandese dei Dèanta


I
The waves crash in and the tide tide pulls out
It’s an angry sea but there is no doubt
That the lighthouse will keep shining out
To warn the lonely sailor
And the lightning strikes and the wind cuts cold
Through the sailor’s bones to the sailor’s soul
Till there’s nothing left that he can hold
Except the rolling ocean
CHORUS
But I am ready for the storm, yes sir ready
I am ready for the storm, I’m ready for the storm
II
Oh give me mercy for my dreams (1)
Cause every confrontation (2)
Seems to tell me what it really means
To be this lonely sailor
But when the sky begins to clear
And the sun it melts away my fear
I’ll cry a silent weary tear
For those that need to love me (3)
III
Distance it is no real friend
And time will take its time
And you will find that in the end
It brings you me, the lonely sailor
And when you take me by your side
You love me warm, you love me
And I should have realized
I had no reason to be frightened
tradotto da Cattia Salto
I
Le onde si infrangono e la marea si ritira
è un mare infuriato, ma non c’è dubbio
che il faro continuerà con le segnalazioni
per allertare il marinaio solitario.
E il fulmine colpisce e il vento penetra freddo
nelle ossa del marinaio, fin nell’anima del marinaio, finchè non c’è più niente che possa sopportare tranne l’oceano in tempesta
CORO
Eppure io sono pronto per la tempesta sìssignore, pronto, sono pronto per la tempesta , sono pronto per la tempesta
II
Oh, dona la benedizione ai miei sogni
perchè ogni conflitto, sembra dirmi che cosa significhi davvero essere questo marinaio solitario.
Ma quando il cielo comincia a schiarirsi
e il sole discioglie la mia paura
piangerò una lacrima silenziosa e stanca per quelle che mi amano.
III
La distanza non è un vero amico
e il tempo richiede tempo
e si scopre che alla fine
ti porta a me, il marinaio solitario.
E quando mi prendi accanto
per amarmi e riscaldarmi e amarmi
avrei dovuto capire
che non avevo motivo di essere spaventato.

NOTE
1) invocazione è chiaramente rivolta a Dio
2) disputa, lotta ma anche ostilità, litigio
3) letteralmente “hanno bisogno d’amarmi”

Farewell To Craigie Dhu

Al cottage Dougie dedica ancora uno strumentale per violino pubblicato nell’album “Fiddle” del 1984, la famigliola si trasferisce nella ex-scuola del villaggio (dove Dougie aveva studiato da piccolo) e che diventerà il punto fermo della loro vita.
Così ricorda “When we bought the school in the 1980s, I was one of the first people in Scotland to set up my own independent record and publishing company. At that time, most musicians were encouraged to go to London or New York and I was determined to stay in this area. So my wife Jenny and I set up our own company, with a recording studio in the school building. We live in the former teachers’ house: an old, stone building. (tratto da qui)

ASCOLTA su Spotify la versione dei Radigun (qui)

ASCOLTA due melodie questa volta tradizionali  “Dunatholl” e “The Doo’s Nest”

FONTI
https://scotlandcorrespondent.com/celebrity/caledonia-heart-and-soul/
http://www.heraldscotland.com/news/11928750.Jennifer_gives_the_family_album_a_new_meaning/
http://www.heraldscotland.com/news/13411756.My_favourite_room__Musician_Dougie_MacLean_on_the_sitting_dining_room_of_the_old_Perthshire_school_house_where_he_lives_and_works/
http://mudcat.org/thread.cfm?threadid=152726
https://thesession.org/tunes/13304
http://www.folktunefinder.com/tunes/32642

THE GAEL BY DOUGIE MCLEAN

LA GENESI DI THE GAEL

Nel 1990 Dougie McLean pubblica “The Search” una serie di brani strumentali commissionatigli qualche anno prima per la mostra sul mostro di Loch Ness dal Museo di Drumnadrochit. Dougie immagina di rivedere un clan celtico vivere sulle rive del Lago  che crede fermamente nell’esistenza dei kelpie.
Così leggiamo in un intervista “I wrote several songs for “The Search,” the CD that contains “The Gael” and other songs about Loch Ness, including a song about the vigils on the loch in the 1960s. At the time I got right into the whole Loch Ness monster thing. I’m fascinated by man’s search for myth, and I was inspired by thinking of the Gaels back in ancient times, waiting for the monster to appear.” (tratto da qui)

Luc Hermans © (tratta da qui)

ASCOLTA Dougie MacLean in The Search, 1990. Il Cd è da collezionare.

Inserito nel film “L’ultimo dei Moicani” del regista  Michael Mann da Trevor Johns con il titolo di “Promentory”  la melodia fa il giro del mondo! Ancora Dougie ricorda “The movie—they were looking for a contemporary Scottish piece with atmosphere to suit the movie, and they had listened to a lot of dance tunes and that. “The Gael” is an ominous sort of piece, with ominous chords, dramatic. Michael Mann (the director) tuned into the emotional feeling of the song, and he must have felt the mood I had felt when I had written it. If it comes from the right place, the music encapsulates a feeling—Michael Mann tapped into that, with the tragedy of this story of the early Native Americans and so on. You have to get into that place for the emotions, the mood, to work in a song..”  (tratto da qui)

ASCOLTA la versione nel film “Last of the Mohicans” (1992) è il secondo tema musicale ricorrente in tutto il film.

Siccome la musica del film ha ottenuto un bel po’ di riconoscimenti e premiazioni facendo balzare alle cronache la paternità di Dougie McLean come autore della musica, qualcuno è andato ad indagare da quale fonte fosse mai scaturito un tale capolavoro!!

Il film tra parentesi è stato girato in buona parte sui Monti Blue Ridge. Altre info sulla guerra franco-indiana in Nord-America qui)

IL TEMA MUSICALE LA FOLLIA

Dal punto di vista musicale la melodia è un reel lento, ma il tema è definito dai musicologi  follia (o folia): una progressione con un tema semplice e ben distinto sul quale l’esecutore abbellisce le sue variazioni e improvvisazioni. Si ritiene abbia origine portoghese e le sue tracce si perdono nel Rinascimento spagnolo anche se la melodia più primitiva e antica affonda nel Medioevo (danza rurale).

La melodia è costruita su un tempo ternario ed è divisa in due parti di quattro battute ciascuna. Molti autori, ispirandosi a questo tema, hanno utilizzato lo schema musicale della Folia già noto in tutta la penisola iberica nei primi decenni del XVI secolo. Una linea di basso ripetuto sulla quale potevano essere costruiti vari contrappunti standard, mentre l’esecutore era libero di improvvisare serie di variazioni, le diferencias. Una tecnica compositiva che ha trasformato la Folia in un genere affine alla passacaglia e alla ciaccona. (tratto da qui)

folia
tema de la follia

Anche se la Follia è in 3/4 mentre The Gael in 4/4 la variazioni ritmiche della follia sono anche in 4/4, e il carattere ripetitivo della melodia è identico. Ma a me più che agli sviluppi del tema nella musica colta del Barocco (che potete leggere e ascoltare qui e qui) interessano le connessioni con la musica tradizionale scozzese ed ecco trovato
Cumh Easpuic Earra-ghaeidheal, (in inglese Lament for the Bishop of Argyll) anonimo XVI o XVII secolo
Jack Campin wrote about this tune: This tune is from the Macfarlan Manuscript of Scottish fiddle and flute tunes (National Library of Scotland MS.2084/5), compiled by David Young in Scotland around 1740 for the antiquarian Walter Macfarlan (book III #34 p20). It’s obviously much older, but there is no earlier source for it. The structure is like a piobaireachd (bagpipe variation set) but the range is too wide for the pipes. Some people think it was originally for the harp. The tune might just possibly be indigenous Gaelic, but the basic rhythm is so Folia-like that a foreign influence seems more likely. (tratto da qui)

ASCOLTA Luce Brera / Extrait de l’album Scotland’s Fiddle Piobaireach

Sempre sul tema de La Follia i Jordi Savall Hespèrion XXI ci regalano 10 brani dal Rinascimento ( e da Rodrigo Martinez musico di Corte in Portogallo che ci lascia testimonianza della prima trascrizione della Follia) attraverso il Barocco fino a Vangelis

ASCOLTA Faronell’s Division on a Ground ~ La Folia | John Playford

FONTI
http://www.mohicanpress.com/mo11103.html
http://associazionecamoes.blogspot.it/2011/04/la-follia-un-antico-tema-musicale.html
http://www.baroque.it/arte-barocca/musica-barocca/il-tema-de-la-folia-un-armonia-lunga-cinque-secoli.html
http://www.folias.nl/htmlsimilar.html