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ALAN STIVELL E LA MUSICA CELTICA

StivellAlan Stivell  è considerato il padre della musica celtica, nel senso che è stato proprio lui a “inventare” questa etichetta.
Alan Stivell, che in effetti si chiama Alan Cochevelou .. è nato in Borgogna (nel 1944) e cresciuto a Parigi. Ma bretone era suo padre, che faceva il musicologo, e che quando aveva 9 anni gli costruì una telenn: un’arpa identica a quella che in Bretagna si era usata fino alla fine del Medio Evo. Va detto che quello era stato uno strumento dell’aristocrazia, non popolare. E anche che dopo la sua estinzione era conosciuto unicamente attraverso referenze iconografiche, tant’è che papà Cochevelou aveva dovuto dare un’occhiata alla tuttora esistente arpa irlandese per compiere il suo lavoro.
In compenso, Cochevolu figlio ne divenne un virtuoso, appassionandosi anche all’idea di far “risorgere” le antiche culture celtiche al punto da assumere appunto il nome d’arte di Stivell: in bretone “sorgente”, ma anche ipotetica ricostruzione dell’etimologia di Cochevelou in kozh stivelloù, “vecchie fontane”. Così studiò anche il bretone, per recarsi poi in Scozia a imparare la locale cornamusa.
Nei 26 album da lui incisi tra 1961 e 2002 si esibisce praticamente in tutte le varietà di arpa, zampogna, oboe e flauto dei vari paesi celtici, e canta anche in tutte le lingue celtiche conosciute vive e morte, oltre che in inglese e francese.  
” (Maurizio Stefanini tratto da qui)

L’ARPA BRETONE

L’arpa medievale bretone viene riportata in vita da Jord Cochevelou (dal bretone Kozh Stivelloù) che vive a Parigi ma è di origine bretone, e da fiero cultore della musica tradizionale, la costruisce nel  1953 rifacendosi a vecchi disegni e studiando i modelli irlandesi ancora conservati nei musei; l’arpa è per il figlio di nove anni, già istruito nello studio del pianoforte e avviato all’arpa classica da Denise Mégevand (1917-2004); l’arpista di solida scuola francese s’ingegna a scrivere per il giovane e dotato allievo un metodo per come suonarla: Ecco che Denise Mégevand raccoglie melodie tradizionali bretoni, scozzesi e irlandesi che sviluppa con accordi e arpeggi di gusto post debussiano esemplificati per la celtica e articolati in variazioni che utilizzano la tecnica arpistica classica della sua epoca. Completano la raccolta di brani del metodo alcuni spunti di musica medioevale e alcuni brani di sua composizione. (tratto da qui)
Alan sotto l’ala della maestra tiene la sua prima esibizione in pubblico in occasione della conferenza stampa  convocata proprio per annunciare la rinascita dell’arpa celtica (Maison de Bretagne, Parigi 1953) e qualche anno più tardi alla giovanissima età di 11 anni  si esibisce per la prima volta all’Olympia. Con il ritorno della famiglia in Bretagna anche il giovane Alan si appassiona della cultura bretone, studiando il bretone, la storia, la mitologia e l’arte dei Celti, impara anche a suonare la bombarda e la cornamusa bretone.

GLI ALBUM

L’ascoltiamo nelle prime registrazioni risalenti al 1959 riproposte nell’album “Telenn Geltiek-Harpe celtique” pubblicato nel  1964 ancora con il nome proprio Alan Cochevelou  con brani della tradizione bretone e un paio di tradizionali irlandesi e scozzesi e ripubblicato su Cd nel 1994 con l’aggiunta del nome d’arte STIVELL


Nel 1964 il padre gli costruisce una seconda arpa, l’arpa bardica con corde di bronzo e nel 1966 prende lezioni di canto. Ed è da questa solida preparazione musicale che inizia la carriera di Stivell, il quale cavalcherà il folk revival internazionale seducendo il pubblico giovanile con sonorità tradizionali ma anche moderne come percussioni, basso e chitarra. Reflects (1970) e Renaissance de la harpe celtique (1971) e via proseguendo dal 1970 al 1980 il bardo registra un album all’anno accompagnandosi con musicisti di spessore come Dan Ar Braz, Gabriel Yacoub e Michel Santangeli, vince premi e riconoscimenti, va in tournée in Europa e in Gran Bretagna ma anche negli Stati Uniti d’America, Australia, Canada.
Chiude il suo primo decennio con un album  assolutamente pirotecnico dal titolo “Symphonie Celtique” (1980) e accompagnato da un’orchestra di 300 musicisti (orchestra classica, gruppo rock, bombarde e cornamuse bretoni ma anche musicisti della world music) lo suona al Festival Interceltico di Lorient davanti ad una folla oceanica.

Tra tutti gli album di questo periodo spicca il live al Teatro Olympia (À L’Olympia, 1972) che ha superato il milione di vendite.
In aperturaThe Wind Of Keltia [Le Vent de Celtie] rievoca un’atmosfera incantata, organo in sottofondo, arpeggio d’arpa e soffio di flauto, ma anche pennate distorte alla chitarra elettrica, Stivell si rivolge direttamente alla nuova generazione dei Celti ricordandone la fiera origine, l’identità culturale.
You are a forest of faces of children.
Born on the earth and weaned on the sea.
Faces of granit and faces of angels.
Hopes carved from wood and steel
.

Il concerto alterna brani da danza della tradizione bretone (gavotte, branles) e della tradizione irlandese/scozzese (tra cui spicca “The King Of Fairies“) ad antiche ballate e canti nazionalistici (Alarc’h,The Foggy Dew) in cui si rievoca una sorta di Medioevo in salsa rock (declinato nello stile del nascente hard-rock ma anche del progressive-rock).
L’intero album può essere considerato un manifesto del Sogno Celtico quel pan-celtismo di cui Stivell si fa portavoce dell’orgoglio celtico o meglio della cultura tradizionale di una specifica “nazione” celtica per una sorta di “federazione” dei popoli celtici.

Nel 1993 Stivell ripercorre i suoi passi e pubblica un album antologico dal titolo Again riarrangiando i suoi maggiori successi insieme a Kate Bush, Shane Mc Gowan, Davy Spillane e il cantante e percussionista senegalese Dudu N’Diaye Rose (tra le sue collaborazioni ricordo quella con Angelo Branduardi).
Il nuovo secolo viene inaugurato con l’album “Back to Breizh” un ritorno ai suoni più acustici e ai colori tradizionali (si tratta per lo più di composizioni originali), alla lingua bretone e al francese,  accompagnato da ottimi musicisti della scena bretone tra cui Frédéric e Jean-Charles Guichen.

Nel 2002 esce un album tutto strumentale in cui Stivell suona sei tipi diversi di arpa e che intitola  Beyond Words  (Al di là delle parole): con il suo stile personalissimo e la sua costante ricerca Stivell è considerato il massimo esponente dell’arpa celtica.

Un più dettagliato excursus discografico qui

tag Alan Stivell

FONTI
http://ontanomagico.altervista.org/arpa-celtica.html
http://www.associazioneitalianarpa.it/intervista-a-alan-stivell/
http://www.alanstivell.bzh/language/en/biography/
http://blogarpa-harpo.blogspot.it/2012/05/larpa-classica-francese-e-la-celtica.html

THE CHIEFTAINS e la musica irlandese

I Chieftains hanno portato la musica irlandese  in tutto il mondo, sono loro che hanno creato uno stile “cameristico” della musica tradizionale irlandese aprendola via via alle sperimentazioni  e alle contaminazioni musicali della “world music”, senza mai allontanarsi dalle radici irlandesi, anzi andando ad analizzare gli apporti della musica irlandese nel resto del mondo.
La popolarità è cresciuta piano piano dalla loro prima registrazione del lontano 1963: allora solo musica strumentale, ne fanno parte il fondatore Paddy Moloney (uillean pipe e whistle), il violinista Martin Fay, il suonatore di tin whistles Seàn Potts, il flautista Mìcheàl Tubridy (anche concertina e tin whistle), e al bodhran David Fallon. Stesso stile nel secondo album chiamato molto semplicemente “Chieftain 2” con l’aggiunta del giovane talento Seán Keane (violino)

Paddy e il maestro Dereck Bell si conobbero nel 1972 ma solo nel 1974 Dereck si decise a diventare il settimo elemento del gruppo scegliendo tra la sua carriera di musicista classico e l’allora “piccolo, miserevole gruppo folk“. Si avvicendarono nel gruppo degli esordi solo un paio di nuovo elementi definendosi una line-up che resterà stabile per gli anni a venire: Paddy Moloney (uillean pipe e whistle), Kevin Conneff (voce bodhran), Matt Molloy (flauto), Seán Keane (violino), Martin Fay (violino) , Dereck Bell (arpa celtica)

Con la loro piccola (o grande a seconda dei punti di vista) rivoluzione nel mondo della musica tradizionale irlandese hanno portato la musica irlandese al pubblico dei giovani di tutto il mondo (basta citare l’interesse straordinario dei giovani giapponesi che vanno in Irlanda a studiare la cornamusa, l’organetto e il tin whistle e finanche il gaelico).
Grazie alle sperimentazioni di Paddy Moloney nascono le colonne sonore per i film (cito tra tutti Barry Lindon), le “contaminazioni”, l’album “Another Country” 1992 nella ricerca delle connessioni tra musica country americana e musica irlandese, il disco di musica galiziana (Santiago 1996) e di musica bretone (Celtic Wedding 1998 con Polig Monjarret ), (sperimentazioni di world music  che proseguono con l’album Fire in the Kitchen 1998 registrato in Canada con vari artisti folk della Nuova Scozia)

L’ALBUM DEL VIAGGIO

I loro album sono spesso un viaggio esplorativo di altri territori, un giro del mondo attraverso la musica, si prenda ad esempio Santiago, si parte dalla Galizia e si arriva nei Caraibi, toccando i luoghi in cui i galiziani sono emigrati, seguendone il cammino per i Paesi Baschi, Portogallo, Messico, Guadalupe, Stati Uniti e Cuba; i Chieftains si affiancano così ai grandi musicisti portatori della musica galiziana, il giovane gaitero Carlos Nunez, i californiani di origine messicana Los Lobos, Linda Ronstadt e Ry Cooder..

Il mondo rock è presto abbracciato con la collaborazione di Van Morrison (Irish Heartbeat 1988)  e nel 1995 arriva lo strepitoso successo di “The Long Black Veil” in cui suonano con Sting, gli Stones, Sinead O’Connor e Mark Knopfler

E qui è meglio lasciar parlare Erick Falc’her-Poyroux nella traduzione di Alfredo De Pietra (tratto da vedi per la sua lettura integrale più estesa)

Fu un musicista di estrazione classica, Seán Ó Riada ad avere l’idea di riunire alcuni musicisti tradizionali con il nome di Ceoltóirí Chualann (“I musicisti di Chualann”). Nel 1959 Ó Riada, all’epoca direttore musicale dell’Abbey Theatre di Dublino, era in cerca di musicisti per eseguire un brano di Bryan MacMahon: Paddy Moloney, all’epoca ventenne, fu chiamato a partecipare al progetto, insieme al suo amico Seán Potts al tin whistle, a Sonny Brogan all’accordion ed a John Kelly al flauto. Grazie al successo ottenuto, Seán Ó Riada decide di formare, secondo le sue stesse parole, “una piccola orchestra da camera che suoni folk irlandese”, aggiungendo ai musicisti sopra citati un violinista di formazione classica, Martin Fay.

ceoltoiri-chualannNel 1960 Ó Riada ottenne per i suoi protetti il contratto per una serie di trasmissioni radiofoniche presso Raidió Éireann, denominate Reacaireacht an Riadaigh, trasmissioni che li fecero conoscere in tutta l’Irlanda. La musica irlandese all’epoca non era di certo sufficiente a dare un sostentamento decoroso a questi musicisti, per cui tutti i membri del Ceoltóirí Chualann avevano un’altra occupazione stabile: Paddy Moloney faceva il contabile, Martin Fay l’agente di cambio e Seán Potts era impiegato alle Poste. Tutti i membri dei Chieftains rimarranno “dilettanti” fino al 1975!
Il vero esordio dei Chieftains si avrà con la proposta, fatta nel 1962 a Paddy Moloney dal suo amico Garech Browne, di registrare per la propria etichetta Claddagh Records. Venne invitato un altro amico di Paddy, il flautista Michael Tubridy, ed un vecchio fabbro della Contea di Westmeath, Dave Fallon, rispolverò per l’occasione il suo vecchio bodhrán. Paddy Moloney non era tipo da accontentarsi di una registrazione fatta alla buona da musicisti messi insieme per una sera, e così le prove per l’album durarono ben sei mesi. Il primo disco del gruppo, che nelle intenzioni sarebbe dovuta rimanere un’opera unica, vide la luce nel 1963. I dischi di musica strumentale erano molto rari agli inizi degli anni ’60, ed anche per questo motivo bisognerà attendere ben sei anni per vedere un secondo album dei Chieftains.

IL DISCO D’ESORDIO

L’approccio di Paddy Moloney privilegiava arrangiamenti (senza alcun dubbio sotto l’influenza di Seán Ó Riada) che si posizionavano a metà strada tra due tendenze considerate sino allora incompatibili: i musicisti classici suonavano in orchestre la cui musica era ovviamente basata sulle armonizzazioni, mentre i musicisti tradizionali irlandesi suonavano in modo solistico una musica basata su ornamentazioni. I primi gruppi di musica irlandese, le Céilí Bands degli inizi del XX secolo, suonavano a loro volta praticamente sempre all’unisono. Sebbene non sapesse leggere né scrivere la musica, Paddy Moloney riuscì a creare una sintesi tra questi due mondi musicali, senza dimenticare anche una delle caratteristiche del jazz, musica i cui interpreti si esprimono solisticamente quasi sempre in sequenza: quest’ultima tendenza si accentuerà in seguito all’interno dei dischi e dei concerti dei Chieftains, e sarà ripresa più tardi da altri gruppi, come ad esempio i Clannad.

Oltre ad essere considerato rivoluzionario dalla gran parte dei musicisti tradizionali irlandesi, il primo album dei Chieftains costituì l’occasione, per la critica, di scoprire il talento dei musicisti che costituivano il gruppo. Anche grazie a questo disco dei Chieftains, il Ceoltóirí Chualann di Seán Ó Riada ottenne nel 1964 dalla Raidió Éireann la commissione di una nuova serie di 22 trasmissioni intitolate Fleadh Cheoil an Raidió (“Il festival musicale della radio”), con chiaro riferimento al grande festival annuale dell’associazione Comhaltas Ceoltóirí Éireann, il Fleadh Cheoil na Éireann. Le competizioni organizzate in occasione delle trasmissioni fecero scoprire il talento di un giovane fiddler di 17 anni chiamato Seán Keane, che fu “arruolato” nel gruppo di Seán Ó Riada alla fine dei suoi studi di elettronica. Nel frattempo Paddy era stato nominato, nel 1968, direttore della Claddagh Records.

SCIOGLIMENTO DEI CEOLTÓIRÍ CHUALANN

Anche l’album Chieftains 2 fu un successo commerciale, ed i giornali americani iniziarono ad interessarsi in modo serio ai Chieftains. Ancora una volta la sorpresa negativa venne da Seán Ó Riada, che nel marzo 1970 annunziò che poneva fine al progetto Ceoltóirí Chualann dichiarando inoltre che non vedeva alcun futuro per i Chieftains, di cui notava grossi limiti nell’ambito della produzione. Il gruppo giudicò queste critiche come dettate dalla gelosia, e incurante proseguì per la sua strada.
Alla fine del 1975 i Chieftains furono consacrati “gruppo dell’anno” dal Melody Maker, davanti a bands storiche come i Rolling Stones ed i Led Zeppelin! A questo punto una decisione doveva essere presa, e nonostante alcune reticenze, rimarcate da alcuni membri del gruppo, Paddy Moloney, Seán Potts, Michael Tubridy, Martin Fay, Peadar Mercier, Seán Keane e Derek Bell accettarono l’idea di tentare l’esperienza professionistica

LA CARRIERA PROFESSIONISTICA

Nel giro di un anno i Chieftains erano diventati delle vere e proprie star. Grazie a Jo Lustig essi avevano ottenuto non solo contatti personali e professionali con un mondo sino allora ad essi sconosciuto, quello dello show business e delle rock star, ma erano anche riusciti a raggiungere mercati finora impermeabili alla musica tradizionale. Paddy aveva comunque raggiunto il suo scopo: dare un riconoscimento internazionale alla vera musica irlandese, troppo spesso confusa con la musica country o con ballate nostalgiche dei crooners americani.

Era nel frattempo divenuto evidente che Peadar Mercier, che aveva già superato i sessanta anni, non riusciva più a reggere questi ritmi. Egli decise di ritirarsi, lasciando a Paddy il compito di trovare un altro suonatore di bodhrán: un certo Kevin Conneff era arrivato alla musica tradizionale irlandese solo tardivamente, ma era diventato un assiduo frequentatore delle sessions dublinesi, come quelle organizzate dal Tradition Club, di cui era stato uno dei membri fondatori. Conneff aveva tra l’altro contribuito al primo album di Christy Moore, Prosperous, nel 1972

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All’inizio del 1979 Seán Potts e Michael Tubridy lasciarono il gruppo e in quell’occasione il colpo di genio di Paddy fu riuscire a convincere un vecchio amico, Matt Molloy, già flautista dei Planxty e della Bothy Band, ad entrare a far parte dei Chieftains. Formata ora da sei elementi, la band non cambierà più dopo questo ingresso, ed il primo album di questa versione definitiva del gruppo, Boil the Breakfast Early, fu registrato a Dublino nell’estate del 1979.

Il nono album fu pubblicato all’inizio del 1980 e, oltre al debutto di Matt Molloy, comprendeva per la prima volta la presenza di una vera e propria canzone. Inizialmente Kevin Conneff era infatti stato reclutato solo per suonare il bodhrán, cosa che del resto aveva già fatto all’interno della band nel corso degli ultimi quattro anni. Ma le sue capacità di cantante non erano sfuggite a Paddy Moloney. Sulla base della logica dominante nell’ambito della musica tradizionale irlandese fu stabilito un limite netto tra brani strumentali da una parte e canti non accompagnati dall’altra, limitatamente ai successivi album di musica “esclusivamente” irlandese.

L’ultima parte della carriera dei Chieftains, corrispondente agli ultimi venti anni, è un’incredibile successione di progetti, in apparenza sempre più folli, giocati sostanzialmente lungo due grandi direttrici: la musica da film e la sperimentazione musicale. Il primo (e più celebre) di tali “viaggi musicali” fu la visita di due settimane in Cina nell’aprile del 1983, visita che confermava la volontà del gruppo di allargare il proprio orizzonte, sia da un punto di vista musicale che commerciale. Da sempre abituati a suonare con gruppi locali nel corso delle loro tournée, i Chieftains collaborarono in ogni città cinese con una orchestra locale: gli scambi musicali in questione si rivelarono tanto ricchi che due anni dopo venne pubblicato l’album “The Chieftains in China”, mélange di melodie irlandesi e cinesi suonate dai Chieftains e da un ensemble strumentale cinese.

Nell’ambito di una logica molto simile, un disco di musica bretone venne registrato nel 1986 grazie alla forte amicizia che lega da sempre Paddy Moloney e Polig Montjarret, e nel maggio 1987 fu organizzata una tournée in Bretagna. Dal 1983 al 1986 la sponsorizzazione dei Chieftains da parte della Guinness li spinse al rango di ambasciatori turistici dell’Irlanda. Ma nel 1989 essi furono nominati ambasciatori musicali dell’Irlanda anche direttamente dal governo irlandese, con l’incarico di rappresentare l’isola di smeraldo in tutto il mondo con i loro concerti e la loro musica. Un riconoscimento forse un po’ tardivo, ma ampiamente meritato.

Le musiche da film composte da Paddy Moloney, che prevedevano sempre più spesso l’impiego di orchestre sinfoniche, erano diventate una delle principali attività del gruppo: oltre al lavoro per Barry Lyndon (1975), i Chieftains possono essere ascoltati in produzioni di vario genere, come Un Taxi Color Malva di Yves Boisset (1977), il film Tristano e Isotta (1991), la serie storica franco-irlandese The Year of the French (1982), il film canadese The Grey Fox (1983), il documentario Ballad of the Irish Horse (1985), il cartone animato Tailor of Gloucester (1988) ed il film americano Treasure Island nel 1989. Per quest’ultimo progetto Paddy chiamò un giovane artista galiziano incontrato qualche anno prima al Festival Interceltico di Lorient, Carlos Nuñez, artista con il quale la collaborazione prosegue tuttora.

Dopo ben tre dischi di contaminazioni musicali, un album di vera musica tradizionale irlandese vide la luce: il suo nome era The Celtic Harp, registrato con la Belfast Harp Orchestra di Janet Harbison. Pubblicato nel 1992, esso rendeva omaggio al lavoro di raccolta svolto da Edward Bunting duecento anni prima, all’epoca dei grandi incontri fra arpisti a Belfast. Anche questo album otterrà l’anno successivo il Grammy Award nella categoria “miglior album tradizionale”. Sull’onda di questi riconoscimenti, i Chieftains si tuffano immediatamente in un nuovo album “sperimentale” pubblicato nel gennaio del 1995, The Long Black Veil, CD cui partecipano i Rolling Stones, Sting, Sinéad O’Connor, Van Morrison, Mark Knopfler, Ry Cooder, Marianne Faithfull e Tom Jones. Il successo di questo album fu senza precedenti, rendendo noto, anche grazie alle partecipazione di cotanti ospiti, il nome dei Chieftains a livello planetario. The Long Black Veil fu anche il primo disco d’oro dei Chieftains negli Stati Uniti, venne giudicato uno degli “album dell’anno” dal famosissimo Time, e fu premiato con un ennesimo Grammy Award (categoria “migliore collaborazione della musica pop”) grazie al contributo di Van Morrison. Durante la cerimonia un Paddy Moloney visibilmente emozionato disse, alzando in alto il suo trofeo: “Vengo da una piccola isola chiamata Irlanda, e questo è per gli irlandesi!”. 

Un ultima nota, i Chieftains sono stati i primi a portare i ballerini in scena, i ballerini della scuola Lord of the Dance di Michael Flatley e tanti altri giovani talenti.

Tra i miei album preferiti Tears of StoneWater From the Well,  Down the Old Plank Road, Voice of Ages.

tag Chieftains

FONTI
http://xoomer.virgilio.it/alfstone/i_chieftains.htm
http://www.thechieftains.com/main/

SUSANA SEIVANE

Gaitera galiziana classe 1976, diventata famosa a livello internazionale, già enfant prodige a quattro anni riceve in regalo una cornamusa appositamente costruita per le due piccole manine dal padre e dal nonno Josè, i Seivane sono una delle più prestigiose famiglie di musicisti e liutai specializzati nella costruzione di cornamuse ed è naturale che di padre in figlio sia tramandata l’arte della gaita.
Giovanissima (sale sul palco all’età di cinque anni) si confronta sui palchi con pipaioli di grande fama quali Ricardo Portela e Nazario Gonzales “Moxenas” che tributa come suoi referenti . Anni di gavetta come gaitera solista e all’interno di molte band e l’invito dei Milladoiro a partecipare ad una serie di trasmissioni televisive che la porta alla ribalta nazionale.

Ripresa televisiva 1997 Susana Seivane e i Milladoiro in”Muiñeira da Fonsagrada”: il suo stile è innovativo, la sua giovane età e il semplice fatto di essere una donna l’hanno resa popolare in tutta la penisola iberica.

Il suo album d’esordio, dal titolo “Susana Seivane” è del 1999, prodotto e arrangiato da Rodrigo Romani che ha coinvolto nella registrazione anche altri tre dei Milladoiro” Xosé Ferreirós (oboe), Nando Casal (clarinetto), Laura Quintillan (violino); la gaitera viene accompagnata dai plettri e dalle percussioni etniche: tante danze della tradizione galiziana, xota, muñeira e jota, ma anche valzer e polke, qualche melodia d’ascolto e un paio di canti affidati alla voce di Sonya Lebedynski.

Solo nel suo terzo cd “Mares De Tempo” (1992) l’artista esplorerà il suo potenziale espressivo vocale per lanciarsi nella scena internazionale: l’accompagnano i musicisti della sua band (Brais Maceiras, Carlos Freire, Carlos Gándara, Iago Rodríguez e Xurxo Iglesias) e artisti di fama mondiale con l’immancabile  Rodrigo Romani.


FONTI
http://www.susanaseivane.net/

Milladoiro

Ambasciatori della musica galiziana nel mondo i Milladoiro nascono a Santiago de Compostela (centro della spiritualità cristiana nel Medioevo) dalla fusione di due anime quella popolare e quella medievale di una terra ricca di storia e di tradizioni (vedi scheda). Il nome del gruppo deriva da un termine galiziano che significa letteralmente “miglia d’oro”  sta a indicare un “cumulo di pietre a carattere votivo“, era usanza infatti dei pellegrini lasciare una pietra portata dal loro paese per poter dimostrare al momento del giudizio universale di aver veramente compiuto il pellegrinaggio. Il rito è in realtà molto più antico, si faceva per invocare le divinità a protezione dei viandanti lasciando delle pietre in determinati punti del cammino per indicare la strada a quelli che sarebbero passati dopo. Attualmente l’usanza è andata perduta e i cumuli relazionati al Cammino sono pochi: quello di Foncebadón, i resti sul Monte do Gozo e il paese di Milladoiro nelle immediate vicinanze di Santiago.

Xosé Ferreirós, Nando Casal e Ramon Garcia Rei, erano già un trio di musica galiziana tradizionale (i “Faíscas do Xiabre“), giovani che si abbeveravano di villaggio in villaggio alla fonte dei musicisti più anziani della regione. Alti due Antón Seoane (tastiere, fisarmonica e chitarra acustica) e Rodrigo Romani (arpa celtica, ocarina, chitarra, bouzouki e voce) giravano per gli stessi villaggi alla ricerca degli antichi strumenti medievali illustrati nelle Cantigas e con il loro amore verso le melodie e le sonorità di questi antichi strumenti incisero nel 1978 un album dal titolo Milladoiro.

Incorporati nella formazione i Faíscas do Xiabre , Xosé A. Mendéz (flauto traverso e a beccodagli studi jazzistici) e Laura Quintillan (di formazione classica che resta nel gruppo solo due anni, sostituita al violino da Michael Canada e più recentemente da  Harry C.), registrano nel 1979 l’album “A Galicia de Maeloc  e iniziano il loro lungo cammino che li porterà al successo internazionale: 22 album, sei colonne sonore, l’Indie Award, premio Oscar della World Music.
La strumentazione del folto gruppo accosta alle gaite, alle percussioni e alla fisarmonica  (strumenti popolari galiziani), flauti, chitarre e bouzouki (strumenti tipici della rinascita del folk negli anni 70) violino ed arpa (strumenti un tempo comuni nella musica popolare galiziana ma che sono stati dimenticati). Riappropriarsi della tecnica “medievale” dell’arpa è stato un lungo studio intrapreso da Romani sui documenti d’epoca.

Il loro sound viene definito “folk da camera” con arrangiamenti da musica colta dal sapore medievaleggiante sulla materia popolare (muiñeira, jota, polca), e di materiale su cui lavorare c’è n’era in abbondanza, quello che mancava era la combinazione tra la tradizione e le sonorità moderne. Musica arricchita nelle registrazioni da una voce ospite. Il gruppo ha fatto così da apripista.

ASCOLTA O Berro Seco 1980

Non avendo modelli in patria i Milladoiro li hanno cercati nel mondo celtico, c’erano i Chieftains, la Bothy band e Alan Stivell, così hanno cercato di muoversi come loro.

Nel 2000 Rodrigo Romani  lascia il gruppo e subentrano la chitarra di Manu Conde, e l’arpa di Roi Casal (figlio del gaitero Nando Casal)

Per chi non li conoscesse consiglio l’ascolto del loro 25esimo album dal titolo “XXV” (su Spotify ) un’antologia dei brani più rappresentativi con la collaborazione di artisti di alto profilo come la gaitera Susana Seivane,  la violinista irlandese Eileen Ivers e la flautista Rhonda Larson. (la voce ospite è Claudia Ferronato dei Calicanto).
Ma anche il doppio album “As Fadas de Estraño Nome” ricavato dai concerti live uscito nel 1995

Nella loro lunga carriera è prevalso uno spirito eclettico con i Chieftains come modello (Solfafria del 1984 è registrato a Dublino con la partecipazione di Paddy Moloney)

Scrivono nella loro pagina web “Da oltre trent’anni percorriamo spazi, silenzi e geografie; trent’anni cercando di trovare la bellezza dietro ogni pentagramma; tempo e tempo mettendo la pista sonora a un paese in perpetua costruzione imperfetta; siamo suoi figli e ricordiamo il color seppia dei giorni oscuri e della povertà socio-ambientale. Trent’anni dopo, continuiamo in cerca della bellezza e dell’armonia in un percorso che vede la Galizia come epicentro di una lunga spirale senza frontiere, e che attende e chiede ad ognuno di noi di essere sempre all’altezza del suo orizzonte di mare, cielo e terra; un orizzonte dove posa il suo sguardo, solamente, la speranza” (tratto da qui)

FONTI
http://nitope.blogspot.it/2013/07/la-musica-celtacon-filtro-medieval.html
https://open.spotify.com/artist/7jQt2VX8vXlhU9Eky0T1ag
http://milladoiro.gal/
https://www.stevewinick.com/milladoiro

Wolfstone e il celtic rock scozzese

In Scozia quando un gruppo rock tradizionale evolve verso il folk (o viceversa) nasce il celtic-rock, una musica energica e travolgente con una  melodia ossessiva e incalzante che ti lascia senza respiro. Ma il celtic-rock è anche per definizione una musica d’atmosfera, più dolce e impalpabile come riesce ad esserlo la musica irlandese quando si accosta all’effettistica elettronica.

Nei Wolfstone vediamo mescolate le due tendenze forza e dolcezza , genuini e giovani highlander che sperimentano inediti accostamenti per il genere folk-rock al quale viene appiccicata un’etichetta apposita la New Highland Music.
Quando la tradizione si sposa con il rock si arricchisce di sonorità elettroniche con chitarre elettriche e violini elettrici  su di un tappeto imprescindibile di basso elettrico, tastiere e batteria, così gli scozzesi Wolfstone  accostano strumenti acustici diventati tradizionali come bouzouki, chitarra, cornamusa, whistles, bodhran e fisarmonica alle dinamiche e alle sonorità del rock.
Il suono della cornamusa finisce per stemperarsi nel suono della chitarra elettrica per fondersi come due anime gemelle. “Alla fin fine siamo una rock band delle Highlands scozzesi che utilizza anche cornamusa, whistle e violino” dice semplicemente Duncan Chisholm.

Prima di continuare ci tengo a sottolineare per un lettore poco attento che  gli scozzesi Wolfstone non sono gli irlandesi “Wolfe Tones”!
Per un quadro d’insieme degli esordi rimando all’ascolto del loro “best of” dal titolo “Pick of the Litter” (1997).

IL LUPO DEI PICTI

Ardross Wolf

La traduzione letterale del nome della band è “la pietra del lupo” e in effetti un’inquietante primo piano delle fauci di un non meglio precisato animale selvatico compaiono nella copertina nella su menzionata compilation (sul retro della copertina lo vediamo per l’intero è un cane ringhioso di cui non mi azzardo a individuare la razza).
Il nome è riferito alla  ‘Ardross Wolf’ , una pietra scolpita risalente ai Picti trovata nella località di Ardross (oggi nel Museo di Inverness);  come allora il simbolo del lupo diventa per il gruppo una sorta di marchio territoriale.
Tutto ebbe inizio dall’incontro di un pub di Inverness  del fiddler Duncan Chisholm e del chitarrista Stuart Eaglesham, all’epoca (1989) volevano formare una band che suonasse ai raduni dei balli scozzesi, ma finirono per dare vita a una rock band.

ESORDIO PIROTECNICO

L’album d’esordio “Unleashed” è del 1991,  memorabili due tracce: “The Howl” ovvero il set The Louis Reel/Morrison’s Jig/The Shoe Polisher’s Jig ; e  “Erin” altro set strumentale formato da The Coast of Austria/Toss the Feathers/Farewell to Erin/Captain Lachlan MacPhail of Tiree. Entra nella formazione Ivan Drever come voce principale e chitarrista (e se proprio volte ascoltarvelo tutto lo trovate qui)

Nel secondo album “The Chase” 1992 (disco d’oro da ascoltare tutto qui ) tra i musicisti  troviamo nientemeno che la fisarmonica di Phil Cunningham e un brano indimenticabile la track “The £10 Float” in cui combinano tre tune Kinnaird House/The £10 Float/The Cottage in the Grove; il primo in omaggio all’ospitalità della casa dei due fratelli Eaglesham “Kinnaird House is the home of the Eaglesham brothers, Struan and Stuart. The tune was written primarily for their parents, Rena and Peter, whose hospitality knows no bounds.“; l’intro di chitarre sottolineato dal tappetto delle tastiere (con le chitarre acustiche di Eaglesham e Drever che si rimandano la melodia una all’altra) è ripresa dal violino, quando entra la batteria tutti gli altri strumenti intervengono in un crescendo orchestrato da sapienti stacchi. New entry il batterista di Aberdeen Graeme Mop Youngson (che lascerà nel 1996) e il bassista Wayne Mackenzie (che lascerà nel 2003), proveniente da Inverness.

Ingaggiati come gruppo spalla per un concerto dei popolarissimi Runrig,  diventarono anche loro sempre più popolari e richiesti nei grandi eventi e festivals celtici non solo del Regno Unito ma d’Europa, dell’America del nord e del Canada: è il terzo album “Year of the Dog” uscito nel 1994 e registrato per la Green Linnet a portarli al successo internazionale. Nelle canzoni -composte per lo più da Ivan Drever (voce, chitarra acustica, bouzouki) che uscirà dal gruppo nel 1989 in collaborazione talvolta con Duncan Chisholm (violino elettrico) – sono ricorrenti i temi sociali e i conflitti politico-religiosi.
“Holy Ground”: This song was written about the Irish conflict where religion is still used as an excuse for violence.
“The Sea King”: This song came to life through an old traditional Orkney poem which Ivan unearthed and set to music some years ago.
“Brave Foot Soldiers”: In August 1993 two separate groups of people began a march that would take one from Wick in the north and the other, from Stranraer in the south to meet in Edinburgh. The march, organised by the Scottish Trades Union Congress, was designed as a protest to the government over what many Scottish people regarded as a denial of a basic human right: the right to work.
“White Gown”: In February 1993 we played a concert on the east coast of America. That night we were aware of a KKK rally being held not half an hour away. The KKK is organised bigotry at its worst but will only ever be overcome by the strength of pacifism.
“Braes of Sutherland”: Ivan wrote this song after reading the story of a Sutherland woman who was forced to emigrate sometime around the late 18th and early 19th century. Sadly, there are countless other similar tales.
Molti dei tunes sono invece di Phil Cunningham (che è anche il produttore dell’album) altri dei trad o composti da Ivan Drever

Nell’album “The Half Tail” 1996 i componenti del gruppo raggiungono la quota 10 (la cornamusa è di Stevie Saint – pipes, whistles  diventato subito elemento cardine).

IL NUOVO SECOLO

Ad un decennio della fondazione il gruppo è già entrato in crisi per una serie di motivi e se ne paventava lo scioglimento: l’abbandono del frontman Ivan Drever, il suicidio del tastierista Andy Simmers e non ultimo l’enorme debito accumulato per una gestione poco attenta ai bilanci. Così gli anni 2000 segnano una stagnazione, il diradarsi delle registrazioni (l’ultimo album è del 2007) e dei tour. Li ritroviamo comunque anche in Italia,  ricordo la data del 2005 al Trigallia Celtic Festival e quella del 2006 al Busto Folk.

“Terra Firma” è del 2007 con la voce di Ross Hamilton (che però lascia la band qualche mese dopo)

Nell’ultima release, un doppio-singolo del 2012 scompare dall’etichetta celtic-rock la parola celtic.

tag Wolfstone
FONTI
https://www.wolfstone.co.uk/

Battlefield Band e la nuova line-up

Il nome del gruppo deriva da Battlefield un quartiere di Glasgow a sud del fiume Clyde  da cui provenivano i quattro fondatori, solo Alan Reid sarà il punto fermo della Battlefield Band con la sua voce, l’uso delle tastiere e dei sintetizzatori, ma anche chitarrista, affabulatore di storie e autore di testi e di musiche, perlomeno fino al 2010, quando a fine anno decide di lasciare il gruppo.

Furono i Battlefield per primi a introdurre la cornamusa in un gruppo di musica tradizionale scozzese e a partire dal 1979 con la registrazione dell’album Stand Easy (Duncan McGillivray -cornamuse e flauto) lo strumento rimase una costante,  come pure la formazione in quartetto (di eccellenti polistrumentisti). Un’altra caratteristica è l’assenza delle percussioni o se vogliamo la presenza del solo bodhran come elemento ritmico.

Ma ascoltiamo il loro primo album del 1977 Alan Reid  tastiere, chitarra e voce, Brian McNeill violino, viola, mandolino e bouzouki (cittern), Jamie McMenemy bouzouki (cittern), chitarra portoghese e voce, John Gahagan violino, concertina, whistle

Formazione fine anni 70: Alan Reid  tastiere, Ged Foley chitarra, Brian McNeill violino, Duncan MacGillivray cornamusa

A buon titolo la Battlefield Band è da considerarsi un’istituzione della musica tradizionale scozzese, nata a Glasgow nel lontano 1969 è una formazione musicale ancora attiva, sebbene con frequenti avvicendamenti di musicisti, ma con una ben definita impronta stilistica, in equilibrio tra suoni della tradizione (in particolare il violino) e moderni, come la commistione delle pipes con le tastiere elettroniche; una trentina di album, e tantissime collaborazioni con artisti anche della scena irlandese.


Una band molto amata dal pubblico (soprannominata “the Batties”) che nei live si esprime al meglio. In questo sintetico excursus inevitabilmente tralascerò qualche esponente, ma più che sugli album mi soffermerò sui video live che si trovano su you tube.

La line-up  ha caratterizzato gli anni 90 è formata da Alan Reid, un giovanissimo John McCusker al violino, Iain MacDonald  alle cornamuse Alistair Russell alla chitarra.

Cito tra tutti gli album di quel periodo il live “Across the Border” 1997 registrato durante tre serate al Queen’s Hall di Edimburgo, in occasione dell’annuale Festival internazionale in cui si avvicendano alcuni ospiti di primissimo rilievo (l’arpista Alison Kinnaird, il flautista Seamus Tansey e la voce di Kate Rusby).

Gli inizi del 2000 entra stabilmente nella formazione Mike Katz, mentre una giovane  Karine Polwart presta voce e chitarra nell’album  “Happy Daze”, 2001, già nell’anno successivo sarà sostituita dall’irlandese Pat Kilbride e nel posto vacante di John McCusker subentrerà il virtuoso violinista Alasdair White: la band esce con l’album “Time & Tide”.

Nel 2006 al posto di Pat entra nella band l’irlandese trapiantato in Scozia Sean O’Donnell e la new entry è suggellata dall’album “The Road of Tears” incentrato sul tema dell’emigrazione

COME LA FENICE

L’ultimo giovanissimo talento acquisito è il polistrumentista nonchè virtuoso del violino Ewen Henderson lo ascoltiamo mentre incrocia l’archetto con Alasdair White

Novella fenice che rinasce dalle sue ceneri più giovane e bella di prima “the Batties” ha pubblicato nel 2011 il Cd Line-up (su Spotifyil primo album con la nuova  formazione

  • Sean O’Donnell – chitarra, voce
  • Ewen Henderson – violino/bagpipes/whistles/piano/voce
  • Alasdair White – violino/tin whistle/banjo/bouzouki/Highland bagpipes/small pipes/bodhran
  • Mike Katz – Highland pipes/small pipes/ whistles/basso/chitarra



Una dolcissima versione strumentale del canto gaelico “Iain Ghlinn’ Cuaich

tag Battlefield band

FONTI
http://www.battlefieldband.co.uk/
http://www.sagegateshead.com/event/the-battlefield-band/
http://www.folkradio.co.uk/2017/02/battlefield-band-the-producers-choice/

Silly Wizard

Silly Wizard (“il mago pazzo” delle fiabe, che farà capolino sulle loro copertine come un mago Merlino disneyano con il violino al posto della bacchetta, e il kilt sotto al mantello ) è una band scozzese formatasi a Edimburgo nel 1970 tra un gruppetto di studenti universitari, il nome viene coniato in tutta fretta solo nel 1972 in occasione del loro primo concerto pagato; saranno modello e punto di riferimento di un’infinità di giovani musicisti e gruppi musicali della scena scozzese e più in generale folk.
Dopo essersi fatti le ossa nei folk club e nelle feste in giro per la Scozia in tre (Jones, Thomas e Cunningham) partono in tournée in Francia già nell’anno successivo. La breve meteora di Maddy Taylor (voce) e i tanti concerti per la Gran Bretagna sono ancora i primi passi verso la nascita di una grande band che passerà alla storia con una caratteristico sound fatto da due chitarre (arricchite dal raddoppio di bouzouki, mandolino o banjo), fisarmonica, violino  e basso, con una spruzzata qua e là di sonorità prodotte dai sintetizzatori, arricchito da una voce vellutata e “verry scottish”. Niente percussioni o batteria (solo il bodhran in qualche strumentale) e nemmeno cornamuse ma l’alchimia e sintonia dei fratelli Cunningham che con violino e fisarmonica ci regalano live trascinanti di alto virtuosismo misto all’improvvisazione.
Oltre al sound caratteristico (che non si era mai sentito prima in Scozia) ciò che contraddistingue i Silly Wizard è la loro contemporaneità, una musica che riflette i gusti musicali giovanili degli anni 70-80 declinati nello stile della tradizione. Non solo interpreti ma anche compositori, molte song  sono scritte da Andy e molte melodie da Phil.
Il gruppo si scioglie nel 1988 dopo un’intensa attività concertistica: 17 anni di attività e 9 album!


da sinistra: Gordon Jones, Johnny Cunningham, Andy M. Stewart, Phil Cunningham, Martin Hadden

ATTRAVERSO GLI ANNI 70 e 80

Per la registrazione del disco d’esordio (1976) i chitarristi Gordon Jones  (di Liverpool) e Bob Thomas (ai quali già nel 1972 si era unito il violino di Johnny Cunningham) fanno entrare in campo la voce con l’accento del Pertshire (e il banjo) di Andy M. Stewart , l’organetto di Alasdair Donaldson (sostituito poco dopo da Phil Cunningham – fisarmonica, e all’occorrenza whistle, tastiere) e il basso di Freeland Barbour (a cui si avvicenda Martin Hadden).

dalla copertina “Live Again”

E’ proprio quest’ultima la formazione che registra l’album Caledonia’s Hardy Sons (1978), un punto saliente della “scottish wave”, con il giovane talento Phil Cunningham. Il gruppo è già famoso e viene invitato ai maggiori festival d’Europa. Poi iniziano gli abbandoni: Bob Thomas nel 1979 e il loro terzo l’album “So Many Partings” è registrato in cinque, e il successivo “Wild and Beautiful” in quattro. Ma il secondo album apre già le porte per l’America e a un tour frenetico da un festival folk all’altro: nel 1980 Johnny Cunningham lascia il gruppo per stabilirsi in America (sostituito per un breve periodo da Dougie MacLean prima di ritornare con i Tannahill Weavers ).
Ritroviamo il violino di Johnny Cunningham nel “Live in America” registrato nel 1985.
Nel 1987 il gruppo registra l’ultimo album “Glint of Silver” il più spinto verso l’elettronica; seguono due frenetici anni di tournée in America e lo scioglimento a New York nell’aprile del 1988 .

Silly Wizard Live At Center Stage -New York un ora e mezza di musica e di siparietti tra Andy e Johnny (un’esilarante spalla)

Andy M. Stewart

Andrew Michael ossia “Andy M.” Stewart frontman dal 1974 della folk band Silly Wizard  originario del Perthshire, con il suo timbro vocale e il suo stile è la controparte scozzese di Andy Irvine  degli irlandesi Planxty. Compositore, sensibile interprete di ballate tradizionali, affascinante affabulatore..  “The Andy M Stewart Collection” pubblicato nel 1998 contiene ben 60 canzoni (cito solo le più popolari: “The Ramblin’ Rover”, “Golden, Golden”, “The Queen of Argyll”,  “The Valley of Strathmore”)

Da ragazzo fonda i “Puddock’s Well” con Dougie MacLean e Martin Hadden, negli anni 80 pubblica 4 album di cui tre prima dello scioglimento dei Silly Wizard, collaborano con lui Phil Cunningham, Martin Hadden, Manus Lunny. Nel 1989 registra per la Wundertüte il cd “Songs of Robert Burns” (ristampato dalla Green Linnet nel 1991) Negli anni 90 registra con la Green Linnet tre album: At it Again, Man in the Moon, Donegal Rain. Nell’intervista rilasciata al folk magazie Dirty Linen (1991) Andy dice: “I suppose I’d like a legacy really of just being remembered fondly by whomever, my friends and the folk I left behind. It would be nice for them to remember me in a positive way. It would be nice for my songs to survive. It would be nice for my family. I’d like them to last.” (tratto da qui)

Muore poco dopo il Natale nel 2015, aveva 63 anni.

I FRATELLI CUNNINGHAM

Allo scioglimento dei Silly Wizard i due fratelli entrano nel supergruppo Relativity (con la coppia di fratelli irlandesi Michael e Triona O’Domnaill). i fratelli seguono poi carriere solistiche separate.
Duetto live del 1986 (Johnny muore nel 2003)

PHIL CUNNINGHAM

Tra le molteplici attività di Phil anche la carriera televisiva, la composizione di musica per film e tv, la produzione di dischi per vere e proprie celebrità del folk internazionale. Feconda la collaborazione con il violinista Aly Bain (il loro sito qui) con il quale registra nove album dal 1995 al 2013

tag Silly Wizard e tag Andy M. Stewart

FONTI
https://alchetron.com/Silly-Wizard-4375116-W
http://www.sillywizard.co.uk/about_the_band.html
http://www.theballadeers.com/scots/sw_01.htm
http://www.nigelgatherer.com/perf/group2/silw.html
https://projects.handsupfortrad.scot/hall-of-fame/andy-m-stewart-1952-2015/
http://www.scotsman.com/news/obituaries/obituary-andy-m-stewart-singer-and-songwriter-1-3989156
http://www.theballadeers.com/scots/as_d01.htm
https://thesession.org/recordings/5299

http://www.philandaly.com/
http://www.johnnycunningham.com/

Old Blind Dogs

Il gruppo Old Blind Dogs nasce nell’ultima decade del 1900 in un periodo musicale di contaminazioni e fusion, non solo musica tradizionale scozzese ma anche  melodie dalla Galizia e Bretagna oltre a qualche composizione propria.
Loro vivono nell’Aberdeenshire e prediligono le percussioni un po’ afro e le sonorità blues: niente bodhran dunque o batteria ma conga e djembè di Fraser Stone.
E proprio questa loro caratteristica che li distingue dalle altre formazioni folk scozzesi, il repertorio di antiche ballate del nord-est della Scozia cantate in dialetto. Varie le line-up con elemento propulsore del gruppo, la sua anima, il violinista Jonny Hardie, d’impostazione classica ma dal cuore folk, che suona anche all’occorrenza chitarra, mandolino e bouzouki (e canta). Altro depositario della tradizione è stato Ian F. Benzie chitarrista e cantante per tutti gli anni 90, e tuttavia gli arrangiamenti del gruppo non sono orientati a forme tradizionali. Si prenda come esempio il set strumentale “The Walking Nightmare / The Shopgirl /Croix Rousse” (in Five, 1997)

Il gruppo vince nel 2004 e nel 2007 il prestigioso Scots Trad Music Awards come folk band dell’anno.

Play live (2007) è  il nono album la registrazione live del loro tour del 2004 negli Stati Uniti e Canada: l’album racchiude i pezzi migliori della band e la grinta live del gruppo.

La voce del gruppo è stata dal  1990 al 1999 Ian F. Benzie a cui subentra Jim Malcolm (una voce calda, morbida e vellutata, dagli accenti blues): entrambi sono stati coinvolti nel progetto di Fred Freeman per la Linn Records con il titolo di “The Complete Song of Robert Burns” (1996 & 2002)
Nel 1996 il gruppo si assesta in una formazione di quintetto con  l’aggiunta della cornamusa e pur modificando ancora la line-up diffonde il suo stile per il mondo.
Nel 2007 Jim abbandona il gruppo e nonostante  venissero dati per spacciati gli Old Blind Dogs proseguono l’attività restando definitivamente un quartetto, significativo l’album del dopo Jimmy intitolato “Four on the Floor” dice Hardie in un’intervista “For me it was a matter of going back to thinking of the original sound of Old Blind Dogs. The band was a four piece for six years and, in many ways, I prefer the sound of four–with everyone having to work a little harder. We now have the ingredients for everyone to contribute songs rather than a front man and three backing singers. Because we all have a responsibility, we tend to focus on making sure the harmonies are right.” (tratto da qui)

Da The Gab O Mey (2003): 10 tracce divise tra song e brani strumentali tra cui spicca il  Breton&Galician set, dapprima violino e whistle suonano una melodia bretone accompagnati dalla chitarra e poi subentra la gaita e l’atmosfera diventa quella di una Terra Galenga. Il pipaiolo è Rory Campbell figlio di un piper dell’isola di Barra che suona fin da bambino la little-pipe e il whistle

Da Four on the Floor (2007): il brano per l’ascolto è intitolato Gaelic song ma è la canzone in gaelico scozzese “Latha dhomh ’s mi ’m Beinn a’ cheathaich” conosciuta con il nome inglese di Misty Mountain . 

Old Blind Dogs live California WorldFest 2009: la voce è del violinista Jonny Hardie affiancato da Ali Hutton (whistle e border pipes), Aaron Jones (bouzouki) e Fraser Stone (percussioni). Sono rimasti in quattro ma ci mettono l’anima, lo strumentale finale (lungo quasi come la parte cantata) è da mozzafiato con i duetti cornamusa-violino e irish-bouzouki+percussioni

Da Wherever Yet May Be 2010

CAMERA CON VISTA

Nell’ultimo cd (il tredicesimo uscito in primavera 2017 e da ascoltare tutto qui) accanto a Jonny Hardie  Aaron Jones (attivo già dal 2003 con il bouzouki e voce ), Ali Hutton (cornamusa, whistles nella formazione dal 2008), e una percussione/batteria rock con la new entry di  Donald Hay (tra i più ricercati percussionisti sulle scene folk scozzesi e più in generale inglesi) . Il Cd, dopo sei anni da “Wherever Yet May Be”, s’intitola “Room with a view”  e in copertina (foto di Archie MacFarlane) campeggia tra erica e felci, il rudere di un caminetto in pietra accanto a cui viene ricreato un salottino stile vecchia Scozia con l’immancabile bottiglia di whisky : 9 tracce di tutto rispetto per lo più strumentali (l’unico difetto del Cd è essere troppo breve), coinvolgenti sia nei set di danza che nelle melodie, e la morbida fusione di quattro “vecchi” talenti musicali,

Saranno anche ciechi questi cani ma sanno benissimo quale direzione prendere! Beviamo alla salute degli Old Blind Dogs!

In alto Ali Hutton; in basso da sinistra: Donald Hay, Aaron Jones, Jonny Hardie

JIM MALCOLM

Scozzese purosangue del Perthshire, cantautore nonchè sensibile interprete della tradizione (e in particolare di Robert Burns, ma anche di Robert Tannahill)  suona anche egregiamente l’armonica a bocca. Ha registrato 14 album come solista e 4  come voce leader del gruppo Old Blind Dogs.
Si definisce come l’ultimo “Scots troubadour” che gira il mondo con la sua chitarra: con la sua voce intensa, ricca e sensibile riesce a coinvolgere il pubblico creando un clima d’intimità, delicato e tenero.
ASCOLTA Fields of Angus

In occasione del 250 esimo anniversario di Robert Burns si è vestito come lui e ha registrato un dvd Bard Hair Day (2009)

Alcune delle canzoni scritte da Jim (a volte partendo da un frammento di un vecchio testo, una poesia o una vecchia melodia) sono diventati dei classici del circuito folk scozzese.

Segui il tag Old blind dogs e il tag Jim Malcolm
FONTI
https://www.oldblinddogs.co.uk/
https://oldblinddogs.bandcamp.com/releases

https://www.jimmalcolm.com/

Gli Ossian e la scottishness

Il gruppo scozzese (dalle parti di Glasgow) degli Ossian prende il nome dal leggendario bardo di Scozia, si fonda nel 1976 per dare vita a una miscela acustica raffinata ma piena di grinta (il cosiddetto drive tanto osannato nella musica rock): eppure rimarrà sempre una formazione acustica di musica tradizionale scozzese; la formazione è capitanata dai fratelli William e George Jackson (Billy arpa bardica, uillean pipes, whistle – George chitarra, cittern, violino, whistle, flauto) affiancati dal violino, mandolino, violoncello di  John Martin (che fu anche membro dei Tannahill Weavers)  e dalla voce solista, chitarra, whistle, dulcimer di Billy Ross. Quando Ross se ne andò subentrò Tony Cuffe (1981) e qualche anno più tardi il quartetto divenne un quintetto con l’aggiunta del pipaiolo Iain MacDonald (cornamuse, flauto, whistle).
Gli Ossian hanno sempre eseguito dell’ottima musica tradizionale scozzese anche se negli anni 70 era la musica tradizionale irlandese ad andare di moda! Il primo tour negli Stati Uniti (e sono finiti anche in Alaska) arriva nel 1983, ma cinque anni più tardi il gruppo si scioglie e i componenti  prendono altre strade.

Nella foto sopra da sin in alto : Tony Cuffe, George Jackson, da destra: Iain MacDonald, Billy Jackson, John Martin; nella foto sotto da sinistra: Billy Ross, Billy Jackson, George Jackson, John Martin

Tutti eccellenti polistrumentisti e cantanti, abili tessitori di trame sonore ricche e preziose sulle melodie della tradizione con un approccio quasi cameristico: canti in gaelico e in dialetto scozzese (in specie di Robert Burns), set da danza e slow air.
La loro musica ha influenzato una generazione di musicisti.

The Sound of Sleat / Aandowin’ a prua / The Old Reel in “Seal Song” 1981 nella formazione quartetto

Troy’s Wedding Biddy from Sligo in “Borders” 1986 nella formazione quintetto

LA RIFONDAZIONE

Ci fu una rifondazione nel 1997 con Billy Jackson e Billy Ross che si portò dietro Iain MacInnes (smallpipes, whistle) e Stuart Morison (violino, cittern) con i quali aveva formato un trio pochi anni prima, sigillata dall’uscita dall’album “The Carrying Stream” e anche se il nuovo gruppo non è mai stato ufficialmente sciolto non è più -al momento- in attività.

ST. KILDA WEDDING

Saint Kilda è un minuscolo arcipelago a occidente delle Ebridi Esterne e abitato fin dai tempi antichi. Di fatto isolato dalla terra ferma per buona parte dell’anno è stato abbandonato nel 1930.
Per comunicare con la terraferma gli isolani mettevano la posta in piccole sacche di cuoio impermeabile e le affidavano alla corrente marina.
Scrive Wikipedia “L’intero arcipelago è di proprietà del National Trust for Scotland, e, nel 1986, è diventato uno dei quattro Patrimoni dell’umanità scozzesi. Si tratta uno dei pochi patrimoni al mondo a essere considerati contemporaneamente ‘naturale’, ‘marino’ e ‘culturale’.
Gruppi di volontari lavorano sull’isola nei mesi estivi per recuperare gli edifici originari che gli antichi Kildani hanno lasciato. Condividono l’isola con una piccola base militare creata nel 1957
.”


La prima parte del filmato qui

La testimonianza degli antichi rituali matrimoniali praticati sull’isola ci viene da un album pubblicato dal gruppo scozzese Ossian “St. Kilda wedding”: la prima traccia è un set di musica da danza trascritto nella collezione del capitano Simon Fraser (The Airs and Melodies Peculiar to the Highlands of Scotland and the Isle, 1816 – l’archivio digitale qui)

WILLIAM JACKSON

La formazione classica di Billy lo porta a un progetto ambizioso quello di comporre musica per una “folk orchestra”  composta cioè da musicisti tradizionali e classici. Pubblica una ventina di album di cui ben tre album per orchestra: The Wellpark Suite (1985), A Scottish Island (1998) e Duan Albanach (2003).

The Wellpark Suite è stata commissionata dalla Tennents per celebrare il centenario dell’omonimo stabilimento.
Nella sua lunga carriera come arpista gira in tour per l’Europa (è venuto diverse volta anche in Italia) e il Nord America. Ha rispolverato anche le sue origini irlandesi (i nonni venivano dal Donegal) spaziando così tra le musiche tradizionali di Scozia e Irlanda. Cito tra tutti Heart Music e The Ancient Harp of Scotland
William è anche il curatore del progetto discografico della Linn Records “Celtic Experience” vol I e II

TONY CUFFE

Trasferitosi negli Stati Uniti nel 1988 si dedica all’insegnamento e alla carriera solistica, nel 1994 esce l’album “When first I went to Caledonia”, – la Caledonia non è la Scozia bensì la Nuova Scozia (Canada)- in cui sfodera tutte le sue doti d’interprete, compositore e polistrumentista; Tony è rinomato per il suo tocco chitarristico, suona l’arpa con le corde di metallo che si è costruito da solo e una decina circa di strumenti. E’ stato anche coinvolto nel progetto di Fred Freeman “The Complete Song of Robert Burns” (vol I )Muore nel 2001 vinto dal cancro. Un altro cd esce postumo dal titolo “Sae Will We Yet” (2003)

Nel Blog il tag Ossian e il tag Tony Cuffe

FONTI
https://projects.handsupfortrad.scot/hall-of-fame/ossian/
http://standinatthecrossroads-blackcatbone.blogspot.it/2008/05/ossian-st-kilda-wedding-scottish-celtic.html
https://thesession.org/recordings/4022
http://www.wjharp.com/
http://www.independent.co.uk/news/obituaries/tony-cuffe-9257148.html
http://www.scotsman.com/news/obituaries/tony-cuffe-1-590567
https://raretunes.org/tony-cuffe/

From the Ends of the Earth by Dougie MacLean

L’album  “From the Ends of the Earth” di Dougie MacLean distribuito nel 2001, contiene 12 tracce live dal “The Celtic Connections Festival”( Glasgow 1998 ) -tracce da 1 a 6 e dal “The Port Fairy Folk Festival” (Australia 2000) tracce da 7 a 12: solo con la sua voce e chitarra ( a cui aggiunge l’armonica a bocca nella traccia 8 ) proprio come i cantanti folk degli anni 60/70, lo sentiamo nella sua “scottishness” interagire con il pubblico da abile performer riuscendo anche a farlo cantare con lui!

Il titolo “From the Ends of the Earth” in italiano “Dalla Fine della Terra” è un riferimento esplicito alla Scozia.

Ci troviamo Green Grow the Rashes (traccia 6), Ready for the Storm (traccia 7) e Caledonia (traccia 11) già recensite nel Blog Terre Celtiche, la popolarissima “This love will carry” e qui aggiungo “Talking with my Father”(traccia 9)
La segnalazione arriva da Roberto Caselli che mi scrive dalla pagina Terre celtiche su FB: ” Per me un vero Bardo. Sono contento che qualcuno parli di Dougie perché è un vero e puro musicista legato alla storia e alle sue radici” e ci allega la versione in studio.

La canzone viene infatti pubblicata nell’album “Who am I” del 2001 questa volta con l’arrangiamento musicale, si sentono fraseggi di violoncello (Kevin McCrae), un lieve accenno di cornamusa (Graham Mulholland)  sul riff delle chitarre e una base di percussioni soft/ tastiere in cui ci ha messo lo zampino Jamie MacLean (il figlio di Dougie)


I
I’m talking with my father,
he’s talking with his son
And I don’t need to look any further
for the one I have become
He says listen to that curlew (1)
that’s a sound I love to hear
It’s a strange reflection (2) that we look through
oh that finally finds us here
CHORUS
In this place where life’s heart thunders
In this place where time holds still
In this place of harmony and wonder
And values not of gold fulfill
II
I’m walking with my father,
across these gentle Perthshire hills
It’s timeless mysteries that we gather
that make the memories that we fill
He says don’t fix what is not broke,
no need to find what’s not been lost
It’s a heavy gate we have to open
an endless field we have to cross
III
There will always be the brave one
there’ll be the one who turns away
With all too many things left undone
oh and so much left to say
I’m talking with my father,
he’s talking with his son
I don’t need to look any further
for the one I have become
tradotto da Cattia Salto
I
Parlo com mio padre
e lui parla con suo figlio
e non ho bisogno di andare oltre per (vedere) quello che sono diventato
dice “Ascolta il chiurlo
è quello il suono che amo sentire”
E’ uno strano riflesso che sbirciamo
oh che finalmente ci trova qui
CORO
In questo posto dove il cuore della vita rimbomba
in questo posto dove il tempo ancora ci appartiene
in questo posto di armonia e meraviglia
e di valori non veniali che appagano
II
Cammino con mio padre
per le dolci colline del Perthshire
sono i misteri eterni che cogliamo
che fanno i ricordi che ci riempiono
Dice “Non aggiustare quello che non è rotto, non c’è bisogno di trovare quello che non si è perso.
E’ un cancello pesante che dobbiamo aprire, un campo senza fine che dobbiamo attraversare.”
III
“Ci sarà sempre il coraggioso
e ci sarà sempre quello che si allontana
con tutte le troppe cose lasciare da fare
e oh così tante cose lasciate da dire”
Parlo con mio padre
e lui parla con suo figlio
e non ho bisogno di andare oltre per (vedere) quello che sono diventato

NOTE
1) Tradisce la sua presenza con un fischio liquido molto sonoro, udibile a oltre un chilometro di distanza (una sorta di “cur-li”, da cui il nome onomatopeico). Il canto è molto vario e melodioso, descrivibile come una ripetuta frequenza di frasi gorgogliate (un crescente “curlì”) con note flautate e trilli, che accelerano in crescendo. (tratto da qui)
2)  reflection traduce il termine riflesso come un’immagine riflessa nello specchio, sono padre e figlio che si rispecchiano uno nell’altro

FONTI
http://mudcat.org/thread.cfm?threadid=85137

Tra terra e cielo, la cultura nei paesi dei Celti

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