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La questua di Sant’Antonio

Il 17 gennaio nel mondo contadino è l’inizio del Carnevale, nel calendario liturgico è la festa di Sant’Antonio, tempo di questua rituale, quando le allegre brigate di cantori e musici giravano per le campagne a fare incetta di salsicce, formaggio, uova e galline, generi alimentari donati con generosità dai contadini perchè donare significa propiziarsi, per magia simpatica, salute e soprattutto buon raccolto.
Il santo raffigurato con una lunga barba bianca visse da anacoreta nel deserto tentato dal Demonio, in particolare nel Centro Itala è tradizione una sorta di sacra rappresentazione che rievoca la storia del Santo, portata dai questuanti mascherati per le vie del paese: sono i “romiti” comuffati da Sant’Antonio (con un saio e la barba), il diavolo vestito di rosso e con le corna, e alcune ragazze vestite nei costumi  tradizionali o da angeli. Cantano “Le Tentazioni di S. Antonio” cioè tutti i tentativi messi in atto dal diavolo per indurre il Santo al peccato o per fargli perdere la pazienza, i testi si condiscono così di varianti burlesche.
Ascoltiamo la versione cabarettistica dei Gufi “Sant’Antonio allu diserto”


I
Buona sera cari amici tutte quante le cristiane
questa sera v’aggiu a dice della festa de dimane
che dimane è Sant’Antonio lu nemice de lu dimonio
Sant’Antonio Sant’Antonio lu nemice de lu dimonio.
II
Li parenti e Sant’Antonio una moglie gli vogliono dare
ma lui non ne vuol sapere, nel diserte si fa mandare
pe n’avè la siccatura de sta a fà una criatura
III
Sant’Antonio allu diserte s’appicciava ‘na sicarette
Satanasse pe’ dispiette glie freghette l’allumette
Sant’Antonio nun se la prende cun lu prospere se l’accende
IV
Sant’Antonio allu diserte se faceva la permanente
Satanasse le’ dispiette glie freghette la corrente
Sant’Antonio non s’impiccia, con le dita se l’arriccia
V
Sant’Antonio allu diserte se cuciva li pantalune
Satanasse pe’ dispiette glie freghette li buttune
Sant’Antonio se ne treghe cun lu spaghe se li lega.
VI
Sant’Antonio allu diserte cucinava gli spaghette
Satanasse pe’ dispiette glie freghette le furchette
Sant’Antonio nun se lagna cun le mani se le magna
VII
Sant’Antonio allu diserte se lavava l’insalata
Satanasse pe’ dispiette glie tirette na sassata
Sant’Antonio lo prese pel collo e lo mise col culo a mollo
VIII
Sant’Antonio allu diserte se diceva le oraziune
Satanasse pe’ dispiette gli fa il verso dellu trumbune
Sant’Antonio col curtellone gli corre appresso e lo fa cappone
IX
Vi saluto care amice lu signore ve benedice
e fa cresce lu patrimonio cun le grazie e Sant’Antonio
ca dimane è Sant’Antonio lu nemice dellu dimonie
traduzione italiano di Cattia Salto
I
Buona sera amici cari che siete tutti quanti cristiani
stasera vi racconto della festa di domani
che domani è Sant’Antonio, il nemico del demonio
Sant’Antonio, Sant’Antonio, il nemico del demonio
II
I genitori a Sant’Antonio una moglie gli vogliono dare
ma lui non ne vuole sapere e nel deserto và
per non avere la seccatura di fare un bambino
III
Sant’Antonio nel deserto s’accendeva una sigaretta
Satanasso per dispetto gli fregò l’acciarino
Sant’Antonio non se la prende e con il fiammifero se l’accende
IV
Sant’Antonio nel deserto si faceva la permanente
Satanasso per dispetto gli fregò la corrente
Sant’Antonio non s’impiccia , con le dita se li arriccia
V
Sant’Antonio nel deserto si cuciva i pantaloni
Satanasso per dispetto gli fregò i bottoni
Sant’Antonio se ne frega e con lo spago se li lega
VI
Sant’Antonio nel deserto si cucinava gli spaghetti
Satanasso per dispetto gli fregò la forchetta
Sant’Antonio non si lagna e con le mani se li mangia
VII
Sant’Antonio nel deserto si lavava l’insalata
Satanasso per dispetto  gli tirò una sassata
Sant’Antonio lo prese per il collo e gli mise il culo a mollo
VIII
Sant’Antonio nel deserto  diceva le sue orazioni
Satanasso per dispetto gli fa il verso del trombone
Sant’Antonio col coltellaccio  gli corre dietro e lo fa cappone
IX
Vi saluto care amici che il Signore vi benedica
e faccia aumentare il patrimonio con la grazia di Sant’Antonio
che domani è Sant’Antonio, il nemico del demonio

I canti di Sant’Antonio sono stati tramandati in Abruzzo, Umbria, Marche, Molise e Puglia.

 MARCHE

La tradizione è documentata da Gastone Pietrucci  “Il “Sant’Antonio”, come tutti i canti di questua, viene eseguito la vigilia delle festa di sant’Antonio (sedici gennaio). Letteralmente scomparso su tutto il territorio marchigiano, sopravvive ancora in alcune zone del basso Piceno e dell’Abruzzo. L’unica versione della mia collezione, l’ho registrata nel 1985, durante la funzione, da un gruppo di questuanti, in Acquaviva Picena (Ap). (tratto da qui)

ABRUZZO e UMBRIA

Nell’immaginario contadino le due figure religiose (S. Antonio Abate e S. Antonio da Padova) spesso si sovrappongono e così le “squadre” di cantori si rifanno alle Orazioni dei miracoli attribuiti ora uno ora all’altro,  in un clima talvolta giullaresco.

registrazione sul campo a Labro negli anni ’70 da Valentino Paparelli e Alessandro Portelli: cantori Trento Pitotti e Renato Ratini, originari della Valnerina, registrato a Labro
Ecco il nostro Sant’Antonio
I
Ecco il nostro Sant’Antonio
Ecco il nostro Sant’Antonio
e protetto e sia secondo
nominato in tutto il mondo
ma per la sua grande santità.
II
Sant’Antonio fraticello
si diverte coi pastori
ogni momento e a tutte l’ore
ma le disgrazie a ripara’.
III
[Tra li bovi e le cavalle
le disgrazie discacciava
e dal cielo li moderava
li castighi del Signo’.]
IV
Ecco l’angelo che viene
è Maria che ce lo manda
e venite tutti quanti
ma Sant’Antonio a festeggia’.
vedere per i testi anche qui
esecutori anonimi, registrato nei primi anni ’50 in Abruzzo da Alan Lomax
Lu Sant’Andone
I
Sanda notte a voi signori
quando siete dentro e fuori
quando siete fuori e avanti
Sanda Notte a tutti quanti.
II
Sand’Antonio di gennaio
poca paja a ju pajare
poca paja e poche fiene
Sand’Antonio pellegri'(no).
III
Era lui di fresca vita
quando si facea romita
quando andava nel deserto
di celicio era cope'(rto).
IV
Di celicio era coperto
erba cruda si cibava
d’erba cruda si cibava
di continuo digiuna’(va).
V
E lì ddentro la camerella
ci dormiva una donna bella
e quell’era il demonio
che tendava Sant’Andonio.
Sant’Andonio cuiu bastone
tira fuori la tentazio'(ne).
VI
Guarda che fece quell’omo saggio
mise foco al remissaggio
Sant’Andonio ch’era potende
misse l’acqua al fuoco arde’(nte).
VII
Se me dete nu presutto
voglie sane non voglie rutto
se me dete nu salame
si u metteme a la catana
VIII
se ce dete na cajina
ce facemo gli tagliuline
se ce dete nu capone
ce faceme li maccherone
IX
se ce dete na ?
ce la magneme in sanda pace
se ce dete na fellate
viva Sant’Andonio Aba’(te).
X
E’ finito il nostro cando
Padre Figlio e Spirito Santo
è finita la razione
ci sta gnende signora padro'(ne).

MOLISE-PUGLIA

Nel Molise (Vasto, Termoli, Serracapriola) si svolgono ancora le stornellate  per cantare “lu sant’Antunie”: nel raccontare la storia del santo abate (l’orazione)  il personaggio antagonista è ovviamente il diavolo tentatore che agita un lungo forcone.  Il canto di questua è eseguito da “squadre” maschili accompagnate da un organetto e da un tamburo a frizione , non manca mai la campanella, simbolo del santo. Tra gli strumenti di un tempo però prevaleva la zampogna e il piffero.
Per un raffronto dei testi vedasi la ricerca nella zona dell’alta valle del fiume Volturno di Antonietta Caccia e Mauro Gioielli con allegato spartito (qui): gruppi di musicisti andavano a fare “il Sant’Antonio” girando nella settimana dal 10 al 17 gennaio per portare l’Orazione di Sant’Antonio tra i contadini ricevendo in cambio olio e qualche soldo, le testimonianze sono tre e sono riferite al 1993, così riferisce Vincenzo Pitisci: “Si andava con la zampogna e la ciaramella, con la speranza che non fecesse troppo freddo. Ci facevano pure dormire in casa. Qualche volte si ballava. La gente ci portava in casa a suonare. Si suonava, si ballava e si beveva.”

VIDEO La questua di S.Antonio Abate a Penna S.Andrea, Teramo, Abruzzo, “portata” da “Li Sandandonijre

Ascoltiamoli in questo Saltarello

A Serracapriola, ridente paese delle Puglie, al confine con il Molise, è ancora viva la tradizione di “portare” il “Sènt’Endòn”, cioè di girare per abitazioni ed attività commerciali, suonando oltre a fisarmoniche, mandolini e chitarre, anche strumenti tipici della tradizione paesana (i Sciscèlè, u’ Bbuchet-e-bbù, u’ Cciarin, i Troccèlè) e cantando in vernacolo, canti dedicati al santo, inneggianti al riso, al ballo e ai prodotti derivati dalla lavorazione del maiale, quali mezzi per trascorrere i giorni del Carnevale all’insegna del mangiare, bere e divertirsi ..; a capo della comitiva c’è un volontario vestito da frate a simboleggiare il santo che con la propria “forcinella” (lunga asta terminante a forcina) raccoglie dolci e salumi che vengono donati per ingraziarsi i favori del santo. Merito di aver importato questa tradizione squisitamente molisana, nel 1925, dalla vicina Termoli, spetta a Ennio Giacci e ancor più a Guido Petti, autore quest’ultimo di musica e versi di svariate canzoni e in dialetto e in italiano, che annualmente vengono riproposte durante questa festa. Altri componimenti si devono al M° Luigi Tronco, autore di svariate melodie e testi anche in vernacolo serrano. (tratto da qui)

FONTI
http://ontanomagico.altervista.org/festa-sant-antonio.html

http://www.abruzzopopolare.it/lo-scaffale-dabruzzo/2491-il-culto-di-santantonio-abate-in-abruzzo.html

http://www.iltrigno.net/notizie/tradizioni/4871/la-tradizione-del-santantonio-abate-a-roccaspinalveti
http://www.maurogioielli.net/UTRICULUS/A.Caccia_e_M.Gioielli,_Tradizioni_musicali_per_il_Sant%E2%80%99Antonio_Abate_nella_valle_dell%E2%80%99Alto_Volturno,_%C2%ABUtriculus%C2%BB,VI,n.21,1997,pp.4-10.pdf

http://www.archiviosonoro.org/abruzzo/archivio/archivio-sonoro-dellabruzzo/fondo-di-silvestre/santantonio-abate.html
http://www.blogfoolk.com/2013/05/i-canti-rituali-di-questua-della.html
http://www.simbdea.it/index.php/tutte-le-categorie-docman/allegati-pagine-soci/334-festa-santantonio/file
https://www.discogs.com/it/Various-Italia-Vol-1-I-Balli-Gli-Strumenti-I-Canti-Religiosi-The-Dances-Musical-Instruments-Religiou/release/5637255

OUR WEDDING DAY

Una versione alternativa  del tradizionale iralndese She Moved through the Fair raccolta in “Songs of the People” (1979) con il titolo “Our Wedding Day” è di sei strofe e inizia con “l once had a wee lass”.
Nella sua essenza la storia narra di una fanciulla promessa in sposa che appare in sogno al suo innamorato e gli sussurra: “It won’t be long now, love,Till our wedding day.” .
Il “clima” della storia non è per niente idilliaco, anzi si tratta di una storia d’amore non corrisposto, la ragazza di nome Molly, nonostante prometta al protagonista eterno amore, scappa con un altro. In generale la canzone è conosciuta come “The Wedding Song” anche se ci sono altri testi con stesso titolo ma diverse melodie.
Oggi ne vengono cantate solo 3 strofe e non è altrettanto popolare della versione di Padraic Colum. Spesso il tema della visita notturna tra gli innamorati è il corollario di un amore impossibile, funestato dall’ombra della morte (vedi ballate)

ASCOLTA Anne Buckley da Lord of the Dance  (1966): nell’arrangiamento Ronan Hardiman cambia il protagonista al femminile e modifica qualche verso. Così la storia è stravolta, la donna aveva scambiato le promesse con il suo vero amore che invece si trova ora lontano e dorme nel suo castello: alla donna non resta altro che il ricordo e solo in sogno lo incontra ancora per assaporare la sua promessa di amore eterno.


I
I once had a true love
and I loved him so well
I loved him far better
than my tongue can tell
And I thought that he spoke
and to me did say
“It will not be long, love,
‘til our wedding day”
II
If I were an eagle
and had wings for to fly
I would fly to his castle
and there I would lie
On a bed of green laurel (1)
I would lay myself down
And with my fond dreams (2)
I would my love surround
III
I dreamt last night
that my true love came in
So slowly he came
that his feet made no din
And I thought that he spoke
and to me did say
“It will not be long, love,
‘til our wedding day”
Traduzione italiano di Cattia Salto
I
Un tempo avevo un vero innamorato
e lo amavo tanto
lo amavo più di quanto
la mia lingua possa dire
e ripensavo a quando mi parlò
e disse
“Non manca molto, amore,
al nostro giorno di nozze”
II
Se fossi un’aquila
e avessi ali per volare
volerei al suo castello
e là mi poserei
su un giaciglio di verde alloro
mi stenderei
e con i miei sogni appassionati circonderei il mio amore
III
Sognai che ieri notte
il mio vero amore venne (da me),
così piano entrò
che i suoi piedi non fecero rumore
e pensai che mi parlasse
e mi dicesse
“Non manca molto, amore,
al nostro giorno di nozze”

NOTE
manca tutta la parte centrale della storia in cui l’innamorato attende la notte per fuggire con la bella Molly, ma lei è già scappata con un altro!

Then according to promise
at midnight I rose

And found nothing there
but the down-folded clothes,

The sheets they were empty,
as plain as you see,

And out of the window
with another went she.
Come d’accordo
a mezzanotte mi alzai
ma niente trovai
solo i vestiti ripiegati,
le lenzuola erano vuote
era evidente
che fuori dalla finestra
con un altro se ne andò

1) in origine è scritto come “ln a bed of green ivy”
2)  in origine è scritto come  “With my two folded wings”

FONTI
http://ingeb.org/songs/ionceha1.html
http://www.celticlyricscorner.net/soundtracks/our.htm
https://knifeandforkfactory.wordpress.com/2010/09/29/she-movesthrough-the-fair-alternate-lyrics-our-wedding-day/
https://knifeandforkfactory.wordpress.com/2010/09/29/she-moves-through-the-fair-modern-lyrics-and-variations/

Bal de L’Ours

Berendans, berenbranle, Bärentanz o berendanz, Bear Dance, Dancing Bear, Polarbear Dance, Danse De L’Ours, branle de l’ours, polka de l’ours, Danza Del Oso, Danza’l Osu, Danza dell’Orso, Bal de L’Ours i mille nomi di una stessa melodia! (prima parte)

Negli anni 80 la Danza dell’Orso cavalcò l’onda celtica, tra i colpevoli (portatori sani del virus in quel di Irlanda) gli olandesi King’s Galliard registrarono nell’album Rocky Road to Dublin (1986) la Beardance, arrangiata dal flautista Jan Erik Noske.

Negli anni 80 la Danza dell’Orso arrivò in Spagna sull’Onda Celtica: così le voci si soprappongono: “è una canzone catalana”, “no è un andrò bretone” “ma no, no è una polka boema”, “no,no,no è una vecchia danza inglese”: di sicuro è una melodia che “sta bene con tutto”, così di moda nel bal folk da diventare sinonimo di Chappelloise.
ASCOLTA il gruppo piemontese lj Servaj in “vostu chi giogu” (2008) la chiamano semplicemente Chappelloise

E come non ricordare la versione della Barbarian Pipe Band (anche loro portatori sani del virus in tutt’europa) che la chiamano Le Bal de L’Ours in “Rota” (2008)

Accade così che nel Nuovo Millenio un giovane gruppo polacco di musica antica e popolare, la registra chiamandola Danse de l’Ours (e la etichetta come Traditional french melody) – non sembra anche a voi che il cerchio si sia chiuso?
Fleurdelis Ensemble: Danse de l’Ours (Taniec Niedźwied)
Ancora i Fleurdelis Taniec Polski

Accade anche che venga registrata come musica rinascimentale (o barocca)
“The Age of Titian. Music from Renaissance Europe”

Così finisce in rete nei clikkatissimi video
degli austriaci Branâ Keternâ

e dei cileni Banda Celta Danzante

potrei proseguire all’infinito ma mi fermo in questo bagno fantasy dove la danza dell’orso è stata immersa..

LE TRADIZIONI POPOLARI

STRAW BEAR DAY (orso di paglia- Carnevale)
ORSO ALPINO (Valle d’Aosta e Piemonte)

DANZA DELL’ORSO del Bal Folk

Chi frequenta i raduni neo-medievali l’avrà già sentita è la Danza o Polca dell’Orso spacciata per melodia medievale (fate voi celtica o teutonica), chi invece frequenta i raduni del Bal Folk barri la casella per dire a quale tradizione crede sia riconducibile:
a) danza bretone, b) danza occitana, c) danza piemontese, d) danza cornica, e) danza inglese (country dance), f) danza asturiana, g) danza polacca/boema, e se proprio non sapete decidere avete ancora due opzioni (sigh): h) danza medievale, i) danza celtica
Berendans, berenbranle, Bärentanz o berendanz, Bear Dance, Dancing Bear, Danse De L’Ours, branle de l’ours, polka de l’ours, Danza Del Oso, Danza’l Osu, Polarbear Dance, i mille nomi di una stessa melodia!

Melodia fiamminga registrata molto tempo fa dal gruppo belga Rum (anni 70) (con Wiet Van de Leest, Dirk van Esbroek e Paul Rans) come si direbbe oggi un gruppo crossover di folk inglese / irlandese e musica tradizionale fiamminga.
La courting song “Rosa, willen we dansen” (1972) in cui l’innamorato chiede un giro di danza alla bella Rosina è seguita da una melodia da danza, la Berendans (la danza dell’orso)


Roza willen we dansen?
Dans Roza, dans Roza
Bloemen heb ik in overvloed,
bloemen vur ave zomerhoed
Dans Rosa zoet!
Roza willen we dansen?
Dans Roza, dans Roza
Liekes heb ik in overvloed,
liekes in main oprecht gemoed
Dans Roza zoet!
Roza willen we dansen?
Dans Roza, dans Roza
Woorden heb ik in overvloed,
woorden bescheiden woordenvloed
Dans Roza zoet!
Roza willen we dansen?
Dans Roza, dans Roza
Schapen heb ik in overvloed,
schapen en land en ander goed
Dans Roza zoet!
Zeker zulde gij dansen
Mè Roza, mè Roza
Alemoe gedachte in overvloed,
et leste koeplet mokt alles goed
Roza zoet.
Traduzione italiano di Cattia Salto*
Rosa vuoi danzare?
Danza Rosa, danza Rosa
ho molti fiori,
boccioli per il tuo cappello d’estate
Danza gentil Rosa!
Rosa vuoi danzare?
Danza Rosa, danza Rosa
Ho tante canzoni
Canzoni d’amor sincero
Danza gentil Rosa!
Rosa vuoi danzare?
Danza Rosa, danza Rosa
Ho tante parole
Un fiume di piccole parole
Danza gentil Rosa!
Rosa vuoi danzare?
Danza Rosa, danza Rosa
Ho tante pecore,
pecore e terra e ricchezze
Danza gentil Rosa!
Sicuramente ballerai
Come me Rosa
Sono povero
E l’ultima strofa cancella tutto il resto
gentil Rosa

NOTE
Non è certamente stato sufficiente il mio frequente e prolungato soggiorno in Olanda per imparare la lingua, ma mi sono rimasti un po’ di suoni e parole e qualche amico “bilingue”. Del resto la canzone è perfettamente inserita nel contesto tradizionale dei canti di corteggiamento in cui un bel giovanotto, ma povero,  canta per il suo amore millantando ricchezze: in questo lied spera che la bella Rosa lo degni di uno sguardo fino a ballare con lui.

Bastarono quelle poche note di violino e mandola per fare della melodia un tormentone degli anni 70-80? La “febbre dell’orso” si allargò a macchia d’olio per tutta l’Europa, cosicchè oggi ancora molti giurano di avere un nonno che l’avrebbe già sentita da piccolo!!
Accadde che si combinarono due eventi l’uno all’altro concatenati: in quegli anni girò per l’europa un gruppo folkloristico di danzatori polacchi e le loro danze e giravolte destarono molto interesse. Ho trovato in rete uno spezzone del loro spettacolo registrato dalla Rai italiana
Una giovane compagnia polacca di ballerini in tournée mondiale durante la sua sosta in Italia anni 60-70

Poco dopo ecco sbucare tra i balli “occitani” una Danse de l’ours (danza dell’Orso),  che in Italia è conosciuta con il nome di  polca o ballo dell’Orso, ballata sulla melodia Berendans

E allora balliamo anche noi con l’Orso Balù

Erano gli anni in cui pochi appassionati cercavano di riportare tra la gente (e in particolare i giovani) l’amore verso il ballo contadino (con tutto il grosso bagaglio di musiche tramandate di generazione in generazione quasi senza un foglio scritto): per cui si “inventarono” la Chappeoise e il Circolo Circassiano, diventati due pilastri nei raduni del bal folk conosciuti pressochè in tutto il globo.
Ma tra queste danze “rielaborate” o “inventate” c’era anche la più cialtronesca Danza dell’Orso: chi sia stato a proporla nei raduni folk non si sa, ma molto coerentemente con la tradizione da danza dei balli occitani ha semplicemente preso un branle e ci ha aggiunto le “mosse” dell’orso! E’ sicuramente un ballo di gruppo da fare con tutti, compresi i bambini per ridere un po’ e scaricare quell’energia -che qualcuno chiama con il nome di allegria – che scorre nelle vene dei giovani e dei bevitori (o consumatori di altre sostanze stupefacenti) .
Danza e melodia finirono presto nel repertorio dei gruppi di musica e danza medievale, e fu così che sulla “danza dell’Orso” cadde una patina di vetustà, e si arrivò a dire che era stata la musica suonata dai giullari giramondo per far danzare l’orso ammaestrato!! Ecco spiegato il motivo della diffusione in così tante parti d’Europa della stessa melodia! Bella teoria, ma tutta da dimostrare, perchè al contrario la diffusione della “Danza dell’Orso” incriminata è, tradizionalmente parlando, nuovissima, risalente per l’appunto agli anni del 1970!

Ma facciamo due passi indietro e ritorniamo nelle Fiandre (Belgio), ecco le due variazioni della melodia, che hanno due titoli distinti
Berendans e De Krebbel

Due passi in avanti invece per ritornare al folk revival degli anni 60-70 quando anche il mondo beat s’isipirava al folk, e dove la nostra Rita Pavone canta guarda caso “Il ballo dell’Orso”!!

e la febbre dell’orso continua..

FONTI
(ho dovuto confrontare un bel po di siti in varie lingue per venire a capo della storia)
http://www.neerlandesparatodos.com/vl-rum-1972/
https://thesession.org/tunes/4195
https://thesession.org/discussions/4980
https://thesession.org/discussions/27687
http://www.ballifolk.altervista.org/danse_de_ours.html
https://mudcat.org/thread.cfm?threadid=109987
http://folkenlared.blogspot.it/2008/12/la-danza-del-oso.html
http://www.apemutam.org/forum/viewtopic.php?f=11&t=250&start=15
http://www.gentdoubres.free.fr/Partitions/bransle-ours.pdf

THE STRAW BEAR DAY: il giorno dell’Orso di Paglia

straw-bear-2009Nel Fenland (Inghilterra) nei primi di gennaio si celebra ancora oggi “Il giorno dell’Orso di Paglia” (Straw bear Day). Sebbene limitata a una piccola area ai confini della Huntingdonshire e Cambridgeshire con questa festa si celebra l’inizio dell’anno agricolo in Inghilterra. Un uomo coperto dalla testa ai piedi dalla paglia, va di casa in casa, per propiziare un buon raccolto con la danza dell’Orso, ricevendo in cambio denaro, cibo o birra. Più che orsi queste figure rivestite di paglia sembrano  e spesso finiscono bruciate.


La festa era stata interrotta agli inizi del XX secolo, ma è stata ripresa nel 1980 dalla Whittlesea Society:  il martedì della settimana seguente alla Twelfth Night uno dei membri della “confraternita dell’aratro” indossava un costume di paglia mascherandosi nello “Straw Bear” e andava in giro per il paese.

Orso di paglia, 1906

Una preziosa documentazione di come si svolgeva la questua rituale ci viene da una fotografia scattata nel 1906 poco prima che la cerimonia venisse proibita perchè ritenuta una forma di accattonaggio.
Secondo le cronache ottocentesche l’orso di paglia avrebbe danzato davanti alle case e il suo “domatore” avrebbe raccolto le offerte. La paglia del costume veniva messa da parte e selezionata dai contadini del posto per la realizzazione del costume.

un “orso” in bicicletta!

Oggi il costume di paglia è stato modificato per permettere a chi l’indossa di sfilarselo p’ù comodamente, ma è comunque un pesante fardello da portare!  La festa che si svolge a Cambridgeshire si è arricchita di eventi: sono bene tre gli orsi di paglia portati in processione dai rispettivi “domatori”, seguiti da musicisti e danzatori  e mummers e contadini che trascinano un aratro. Alla fine dei tre giorni di festa l’orso viene bruciato ( “Bear Burning”) e la sua maschera sarà rifatta con la paglia del raccolto dell’anno nuovo.

foto di Terry Harris

Le musiche suonate per far ballare l’orso sono quelle tradizionali “Rattlebone” e “Ploughjack”  così descrive l’evento Ashley Hutchings
ASCOLTA dall’album Rattlebone & Ploughjack registrato nel 1973 , le musiche hanno un che di inquietante (dopo tutto si sta celebrando un sacrificio!)
L’album Rattlebone e Ploughjack (stampato nel 1976) è un gioiello per i folkie, così scrive  Ashley Hutchings
This album is neither a work of scholarship, nor is it entertainment pure and simple. Rather, it lies somewhere between the two… What I feel is valuable about the Molly and Border Morris is the insight it gives us into the oldest, most basic, least civilised antics of our dancing ancestors… It may well be impossible to satisfactorily capture centuries of tradition on one long-playing record, but what I hope is that I have faithfully related many of the interesting elements that made up these customs and, who knows, possibly even taken you there for a brief moment. (tratto da qui)

L’ORSO ALPINO

Il culto dell’Orso era praticato nell’ambito dei riti agrari e come tale permane nelle tradizioni contadine un po’ di tutt’Europa: ancora oggi l’orso del mito è accompagnato da un cacciatore o dalla figura di un domatore, che è il suo custode – guardiano, e lo porta in giro per le vie del paese per farlo ballare.
In alcune tradizioni si svolge una pantomima: al termine di una caccia simulata, l’orso viene portato all’interno del paese e fatto oggetto di derisione. L’epilogo può variare dall’uccisione dell’orso alla sua liberazione-fuga e ritorno alla natura.

Secondo la tradizione dell’Europa medioevale alpina, nella notte tra il primo e il due di febbraio, l’Orso si risveglia dal suo letargo invernale, ed osserva il cielo. Se lo trova “chiaro” (plenilunio) rientra nel suo giaciglio, perché l’inverno durerà ancora quaranta giorni. Se invece il cielo è “scuro” (novilunio), allora l’Orso uscirà dal suo riparo ad annunciare l’inizio della primavera.
Così nella Valle d’Aosta l’orso è meteorologo e il primo febbraio, Festa di Sant’Orso se il tempo è bello di certo è ancora tempo per proseguire il letargo, ma se piove allora la primavera è in arrivo! continua
In Piemonte (Italia) nei festeggiamenti di Carnevale troviamo l’orso di segale di Valdieri, l’orso di piume di Cortemilia, l’orso di meliga di Cunico e l’orso di Mompantero di Urbiano continua

(continua prossimamente)

APPROFONDIMENTO
l’esaustivo saggio di ROSLYN M. FRANK:
http://www.academia.edu/473481/Hunting_the_European_Sky_Bears_German_Straw-bears_and_their_Relatives_as_Transformers

FONTI
http://www.strawbear.org.uk/history-whittlesea-straw-bear-festival.html
http://www.peterboroughmorris.co.uk/PM_and_SB.htm

https://mainlynorfolk.info/guvnor/records/rattleboneandploughjack.html
http://ashleyhutchings.tripod.com/rattleboneandploughjack.html
http://mudcat.org/thread.cfm?threadid=147196

https://www.lonelyplanet.com/news/2017/01/16/pictures-whittlesea-straw-bear-festival/
https://decktheholidays.blogspot.it/2017/01/whittlesea-staw-bear-festival.html

THE FROST IS ALL OVER

Una bella jig irlandese “The Frost is all over“: il titolo contiene una certa dose di ambiguità perché può significare, sia “to be everywhere” =essere dappertutto che, in senso colloquiale, “to be finished“=essere finito. Quindi possiamo essere in pieno inverno, con il gelo che ricopre ognicosa, come pure nella stagione del disgelo..
La melodia è anche conosciuta con i nomi di “The Praties are Dug” e “What Would You Do if You Married a Soldier?” Si tratta di una “jig” diffusa nella contea di Armagh e nel Donegal – Irlanda del Nord (ma conosciuta anche in Scozia e Inghilterra), risalente probabilmente al 1600, pubblicata nell'”English Dancing Master “di Playford- 1688 con il nome di Hey to the camp.

Il testo è un esempio di mouth music (ovvero un Puirt à Beul) un canto eseguito da una sola voce a tema umoristico, spesso con doppi sensi o decisamente osceno e infarcito di frasi non-sense, in cui il ritmo e il suono hanno più importanza del significato delle parole. Non si conosce con esattezza l’origine di questa forma di canto, poiché il ritmo delle parole è una replica del ritmo musicale, alcuni studiosi ipotizzano si tratti di versi composti per aiutare violinisti e zampognari ad imparare la melodia, oppure cantati quando non era disponibile (o vietato) l’uso di certi strumenti, oppure utilizzati dai cantanti per potenziare il loro respiro.

Come sempre si trovano molte versioni del testo, tutte le strofe hanno frasi senza senso, per far ridere o quantomeno sorridere, per questo si tratta di una perfetta canzone da pub.

ASCOLTA Planxty live 1974 in un’insolita formazione Paul Brady, Andy Irvine, Christy Moore, Liam Óg Ó’Flynn e Johnny Moynihan (voce e violino).

The Chieftains & Punch Brothers nel Cd “Voice of Ages” – 2012: il cd stampato per festeggiare i 50 anni di attività insieme alle nuove leve della musica folk-rock.


I
What would you do if the kettle boiled over?
What would I do? Only fill it again.
And what would you do if the cow ate the clover?
What would I do only set it again.
II
The praties(1) are dug and the frost is all over(2)
Kitty lie over close to the wall.
How would you like to be married to a soldier?
Kitty lie over, close to the wall.
III
What would you do if you married a soldier
What would you do, would you follow his gun (3)?
And what would you do if he drowned in the ocean? What would you do, would you marry again?
IV
The praties are boiled and the herring’s a roasting (4)
Kitty lie over close to the wall.
You to be drunk and me to be sober
Kitty lie over close to the wall.
Traduzione italiano di Cattia Salto
I
“Cosa faresti se il bollitore
traboccasse?”
“Cosa farei? Di nuovo lo riempirei.”
“E cosa faresti se la mucca mangiasse il trifoglio?”
“Cosa farei?  Di nuovo lo rimetterei.”
II
Le patate sono gustose e il gelo è dappertutto,
il gattino sta li, vicino al muro.
Ti piacerebbe essere sposata a un soldato?
Il gattino sta lì, vicino al muro.
III
Che cosa faresti se ti sposassi con un soldato?
Che cosa faresti, marceresti con lui?
E cosa faresti se affogasse nell’oceano?
Che cosa faresti, ti sposeresti di nuovo?
IV
Le patate sono bollite e l’aringa è arrostita.
Il gattino sta lì, vicino al muro
(perché) tu sei ubriaco e io sono sobrio,
il gattino sta lì, vicino al muro

NOTE
1) praties dall’irlandese pratai per indicare le patate
2) to be all over: curiosamente la frase può significare, sia “to be everywhere” =essere dappertutto che, in senso colloquiale, “to be finished”=essere finito.
3) letteralmente: seguiresti la sua arma?
4)  aringa e patate sono ingredienti base della cucina povera tradizionale: con le patate  e la verza gli irlandesi preparano d’inverno il colcannon
Per secoli la cucina irlandese si è realizzata con due soli strumenti: un pentolone da appendere nel camino per le zuppe e una piastra da mettere  sul fuoco per la carne o il pesce continua

ASCOLTA la versione dei Ceoltoiri Culturlainne che hanno inciso nel 2004 un cd di musica irlandese tradizionale (su Spotify)

Di altro tenore il brano dell’artista inglese Kate Rusby che nel suo album natalizio “The Frost is all over” (2015) incide una traccia omonima. Gli album natalizi di Kate sono ispirati dalla sua terra, il South Yorkshire, ma questa composizione è tutta sua, una winter love song.

When the frost is all over and
the trees shed their tones,
A cold blanket of beauty
encasing their bones,
and the blackbirds and thrushes
to the pale sun they climb

continua

FONTI
http://thesession.org/tunes/448
http://www.seamusenniscentre.com
http://www.ucd.ie/ucdnews/may95/folklore.html

http://ontanomagico.altervista.org/cucina-tradizionale-irlandese.html

Saltamartin Rampino (asino) e Papà del Gnoco

Saltamartin Rampino era il nome dell’asino  cavalcato da Papà del Gnoco nel Carnevale veronese, descritto da Giuseppe Peruffi. Ma l’opera più completa sull’argomento è quella di Alessandro Torri, studioso veronese vissuto tra il 1780 e il 1861 che nel 1818 pubblicò una raccolta di documenti, intitolata Cenni storici intorno all’origine e descrizione della festa che annualmente si celebra in Verona l’ultimo venerdì del Carnovale comunemente denominata Gnoccolare. (vedi)

PAPÀ GNOCO

E’ un rubicondo Babbo Natale con una livrea color panna cotta bordata di rosso con decori sempre in rosso applicati qua e là in modo da creare un effetto damascato, ai piedi calde babbucce con pon-pon,  in testa una tuba che sfida il gusto più roccocò, un mantello rosso alla Mandrake, e in mano un forchettone dorato come schettro, su cui è infilzato un grande gnocco trapuntato:  durante la sfilata, assieme ai suoi servitori, i gobeti o macaroni, cavalca l’asino aprendo la parata dei carri allegorici.

SANTA ASINA

L’asina e Gesù statual lignea nella  chiesa di Santa Maria in Organo – Verona

Sempre a Verona  nella chiesa di Santa Maria in Organo è custodita la statua della Muletta, una statua lignea del XIII secolo raffigurante Cristo sul dorso di un asinella.
Una leggenda vuole che questa statua lignea, arenatasi davanti alla porta della chiesa quando esisteva ancora il ramo dell’Adige ora interrato, dopo varie vicissitudini fosse raccolta e portata finalmente in chiesa. 
Secondo una tradizione popolare parallela, la statua conserva al suo interno la pelle dell’asino che portò Cristo a Gerusalemme attraverso la porta d’oriente. L’asino della domenica delle palme ebbe a capitare a Verona e fu ospitato proprio con tutti gli onori. Alla sua morte l’animale emise un raglio di grande intensità che fu udito da tutta la città.
E alla morte dell’animale furono resi grandi onori e le reliquie raccolte con devozione vennero deposte nel ventre della Musseta lignea. (tratto da qui)
Va da sè che Cristo e Mula furono entrambi equamente venerati dal popolo nelle processioni della Domenica delle Palme e del Corpus Domini (e la mula era teatralmente trascinata su delle ruote). La leggenda narra che ad un certo punto le autorità religiose di Verona si presero d’imbarazzo per la venerazione tributata dal popolo alla Santa Asina al punto da proibire la processione e da relege la sua statua in una zona secondaria della chiesa.

Sorge spontaneo domandarsi se in origine l’asina fosse cavalcata da un Dioniso in trionfo invece di un Cristo benedicente se come rilevato dallo stesso Dario Fo la mano che scolpì i due soggetti pare non sia la stessa; così il popolo nelle processioni primaverili riviveva le celebrazioni al mitico inventore del Vino con canti, musica e  entusiastiche grida “evoè” ( e banchetti).

LA PIETRA DELLO GNOCCO

In Irlanda hanno la pietra dell’Eloquenza a Verona invece c’è una pietra che, come nelle più belle favole, s’imbandisce magicamente; si trova in piazza San Zeno dove sorge la chiesa del santo patrono Zeno (eretta forse sul suo sepolcro). Il quartiere di San Zeno, esterno alle mura cittadine fino al ‘300, era  un quartiere popolare, i cui abitanti vivevano attorno all’elemosina e alle attività della basilica. La  leggenda vuole che un ricco benefattore Tommaso Da Vico nel suo testamento redatto nel 1531 lasciasse una donazione per dar da mangiare ai poverelli del quartiere (una volta l’anno) gnocchi, cacio e vino. Nel testamento ovviamente non c’è traccia del lascito ma viene descritto il luogo in cui l’illustre Da Vico avrebbe dovuto essere sepolto “vicino alla chiesa di San Zeno, adiacente al grande tavolo di pietra dove banchettavano i poveri, nel giorno di venerdì gnocolar” (l’ultimo giorno di Carnevale) (continua)

Relazione Dell’annuo Baccanale O Sia Gnoccolar Di Verona (1759): una tavola imbandita di gnocchi con commensali

Il luogo era in epoca romana una necropoli e si rinvengono ancora resti lapidei ornati con fregi, così è per la tavola menzionata “una grande tavola di marmo su un basamento formato da una trabeazione rovesciata, mentre il piedistallo è costituito da un’ara cilindrica decorata a bassorilievo con tre vittorie alate con trofei, accostate a fiori a sei petali e alternate a coppie di figure in tre edicole. È evidente che si tratta di reperti romani, riutilizzati per farne una tavola pubblica, a scopo benefico. Dietro la tavola, addossato al muro perimetrale di San Procolo, c’è anche il mausoleo di Tommaso da Vico del 1531. ” (tratto da qui)
Nel luogo è anche conservata una tomba romana ipogea con un sarcofago romano, senza iscrizione, dal coperchio rotto,ma non credete all’iscrizione non c’è il corpo di re Pipino, figlio di Carlo Magno, un tempo la vasca era piena d’acqua limpidissima con rinomate proprietà curative o addirittura miracolose, in quanto di provenienza ignota.

PECCATI DI GOLA

Quando si dice Verona si dice Pandoro eppure in origine si chiamava “Nadalin” e la sua ricetta risale al 1260 e la forma è quella di una Stella come la cometa dei Re Magi ma anche il Sole dell’Imperatore
LA RICETTA

Il Natalin dal Blog di Silva Avanzi Rigobello

La mia metà veneta da parte materna mi garantisce gnocchi fatti in casa quasi tutte le domeniche, ma leggendo qua e là sul Carnevale veronese mi sono imbattuta in un condimento che non conoscevo, così scrive Olivia Chierighini “Mia nonna li preparava con burro fuso, poco zucchero, cannella, scorza di cedro candito tagliato finissimo e Grana Padano grattugiato. La prima volta che ho tentato di proporli ai parenti lombardi, hanno fatto una faccia assai perplessa, ma voi provate fiduciosi: avete mai provato un piatto della tradizione veneta che non sia favoloso?”
LA RICETTA

I MACCHERONI

Ma a voler cercare il pelo nell’uovo non bisogna tacere che gli gnocchi prima di Colombo (e fino a tutto il Settecento) si facevano senza patate, e ancora si fanno solo con la farina gli «gnochi de malga».
Erano chiamati  maccheroni da cui certa poesia del XVI secolo prende il nome.
Così il Boccaccio scrive a proposito del paese di Bengodi
ed eravi una montagna tutta di formaggio parmigiano grattugiato, sopra la quale stavan genti che niuna altra cosa facevan che far maccheroni e raviuoli, e cuocergli in brodo di capponi, e poi gli gittavan quindi giù, e chi più ne pigliava più se n’aveva; e ivi presso correva un fiumicel di vernaccia, della migliore che mai si bevve, senza avervi entro gocciol d’acqua.
I nostri gnocchi sono tondi e rotolano da una montagna di parmigiano per tuffarsi nel burro fuso
La ricetta storica qui
La ricetta del Paese di Bengodi qui
La ricetta della Lessinia di Giuseppe Peruffi qui

continua

FONTI
https://lamiaverona.jimdo.com/briciole/da-vico-e-il-bacanal/
http://luigi-pellini.blogspot.it/2009/06/il-culto-dellasino.html
http://www.larena.it/home/altri/speciali/la-citt%C3%A0-da-scoprire-3/5%C2%AA-puntata/%C3%A8-il-tavolo-su-cui-da-vico-serviva-gli-gnocchi-1.2730545

L’ASINO ALLEGRO OCCITANO: L’AZE D’ ALEGRE

Grugno Corocotta era  assai noto nel Medioevo, fu il primo maiale nel 350 a dettare il suo testamento (in latino) così come c’informa San Girolamo che lo sentiva recitare dai suoi scolari. Una parodia dello stile curialesco con la distribuzione allegorica delle parti del maiale a varie persone “che se le meritano”:
Delle mia interiora dò e donerò ai calzolai le setole, ai litigiosi le testine, ai sordi le orecchie, a chi fa continuamente cause e parla troppo la lingua, ai bifolchi le budella, ai salsicciai i femori, alle donne i lombi, ai bambini la vescica, alle ragazze la coda, ai finocchi i musculi , ai corridori ed ai cacciatori i talloni, ai ladri le unghie ed infine al qui nominato cuoco lascio in legato mortaio e pestello che mi ero portato: da Tebe fino Trieste ci si leghi il collo usandolo come laccio.
E voglio che mi sia fatto un monumento con su scritto in lettere d’oro: “Il maiale M. Grugno Corocotta visse 999 anni e mezzo e, se fosse campato ancora sei mesi, sarebbe arrivato a mille anni”.  (continua)

Ma è a Carnevale che l’animale di turno fa il suo testamento, preludio dell’uccisione sacrificale prima che si avanzi Madonna Quaresima. Così anche l’asino che già avevamo trovato al centro della Festa delle calende, con una messa dedicata in suo onore (vedi) lascia le sue orecchie ai poveri sordi..

L’AZE D’ALEGRE

L’origine dal canto è la terra occitana, nel Monferrato il titolo diventa L’asu ‘d Vignun e i più ritengono che sia il riferimento alla località di provenienza, la residenza papale nel Medioevo e cuore della Provenza.

ASCOLTA Lou Dalfin, 1984

Li Troubaires de Coumboscuro


I
L’aze d’alegre fai testament
L’aze d’alegre fai testament
laìsa la vita per fà ‘n counvent
e levrin e levroun, toun toun
e levran da Lioun e levrin e levroun (1)
II
Laisa las aouréias ai pàouri chornh
Laisa las aouréias ai pàouri chornh
coura aouvìan, aouvìan tan da lonh
e levrin e levroun, toun toun
e levran da Lioun e levrin e levroun
III
Laisa las chambas ai pàouri sop
Laisa las chambas ai pàouri sop
coura courìan, courìan aou galop
e levrin e levroun, toun toun
e levran da Lioun e levrin e levroun
IV
Laisa l’uéies ai pàouri bornh
Laisa l’uéies ai pàouri bornh
coura veìan, veìan tan da lonh
e levrin e levroun, toun toun
e levran da Lioun e levrin e levroun
V
Laisa l’ouòsses ai pàouri chan
Laisa l’ouòsses ai pàouri chan
coura mourdian, fazìan am, am, am!
e levrin e levroun, toun toun
e levran da Lioun e levrin e levroun
VI
Laisa la coua ai cuzinìer
Laisa la coua ai cuzinìer
para las mouòisas dai poutagìer.
e levrin e levroun, toun toun
e levran da Lioun e levrin e levroun
Traduzione italiano *
I
L’asino allegro fa testamento
L’asino allegro fa testamento
lascia la vita per fare un convento
e levrin e levroun, toun toun
e levran da Lioun e levrin e levroun
II
Lascia le orecchie ai poveri sordi
Lascia le orecchie ai poveri sordi
quando sentivano, sentivano tanto lontano e levrin e levroun, toun toun
e levran da Lioun e levrin e levroun
III
Lascia le gambe ai poveri zoppi
Lascia le gambe ai poveri zoppi
quando correvano, correvano al galoppo e levrin e levroun, toun toun
e levran da Lioun e levrin e levroun
IV
Lascia gli occhi ai poveri ciechi
Lascia gli occhi ai poveri ciechi
quando vedevano, vedevano tanto lontano e levrin e levroun, toun toun
e levran da Lioun e levrin e levroun
V
Lascio le ossa ai poveri cani
Lascio le ossa ai poveri cani
quando mordevano, facevano “am am am” e levrin e levroun, toun toun
e levran da Lioun e levrin e levroun
VI
Lascio la coda ai cucinieri
Lascio la coda ai cucinieri
scaccia le mosche dai fornelli
e levrin e levroun, toun toun
e levran da Lioun e levrin e levroun

NOTE
* tratta da qui
1) “e levrin e levroun ecc.” è una serie di sillabe più o meno casuali, tipiche di tante musiche tradizionali in tutto il mondo

LA VERSIONE IN MONFERRATO: L’asu ‘d Vignun

ASCOLTA La Cantarana

L’asu ‘d Vignun (1) a l’à fait testament
lasaje gnente a soi parent.
Galavrin galavrun e dan dan e dan dan
e l’asu ‘d Vignun galavrin galavrun
Lasaje j öi ai curnajas
për tan ca vardéisu i soi palas.
Lasaje  la cua a le servente
për tan ca i tuiréisu la pulenta.
Lasaje  le urie a le fürmie
për tan ca i purtéisu ‘n gir le spie.
A le mascrade lasaje la testa (2)
për tan ca  i servéisa a fé ‘n po’ ‘d festa
L’asino di (a)vignone ha fatto testamento,
non ha lasciato niente ai parenti.
(ritornello senza senso)
Ha lasciato gli occhi ai corvi
perchè tenessero d’occhio i suoi palazzi, ha lasciato la coda alle serve
perchè girassero la polenta
Ha lasciato le orecchie alle formiche
perchè andassero in giro a spiare
Alle mascherate ha lasciato la testa
perchè servisse a fare un po’ di festa

NOTE
1) Vignun traduce sia Avignone ma anche Vignone capoluogo della valle omonima. Il termine “Vignone” significa, probabilmente, grossa vigna. E’ curiosa l’associazione dell’asigno con un vigneto, si tratta dell’asino caro a Dioniso dio del vino?
2) il cranio dell’asino era un tempo usato anche in Piemonte come maschera rituale delle questue?

La versione del Roero è una rielaborazione del testo provenzale

VECCHIE E NUOVE TRADIZIONI

E’ nata a Mestra in occasione del Carnevale una recente “tradizione” quella del “volo dell’Asino”: l’intento è di parodiare il “Volo dell’Angelo” veneziano, una cerimonia nata nel 1500 dalle mirabolanti prodezze di un acrobata turco. Ben presto iniziarano le variazioni sul tema e all’acrobata vennero appioppate due ali d’angelo, ma nel 1759 l’acrobata si schiantò a terra e così al suo posto si preferì una grande colomba di legno che nel suo tragitto, partendo sempre dal campanile e fino al Palazzo Ducale, liberava sulla folla fiori e coriandoli (Volo della Colombina); il volo s’interruppe con la fine della Serenissima e solo nel 1979 si ricominciò a festeggiare il Carnevale, oggi un grande e spettacolare evento turistico, che richiama migliaia di visitatori da tutto il mondo.
Nella versione moderna è stato ripreso il “Volo della Colombina” spostandolo però come evento d’apertura, dapprima un uccello meccanico, si è passati nel 2001 alla vecchia formula del Volo dell’Angelo con un artista assicurato ad un cavo metallico che lentamente scorre verso terra. Dal 2011 a fare il volo è la “Maria dell’anno” eletta tra le bellezze locali.

L’ASINO VOLA

Dalla torre campanaria di Mestre dal 2002 e quasi ininterrottamente fino ad oggi si lancia sorretto da un cavo d’acciaio un asino che  “caga denari” (sotto forma di monete di cioccolato e coriandoli) sulla folla e atterra poco più distante. Nato nel 2002 da un’idea di Roberto Cargnelli dell’associazione Mandragola e Luciano “Fricchetti” Trevisan dell’associazione Ossigeno il volo dell’asino (più recentemente reinterpretato in chiave acrobatica) s’innesta sulla Festa dell’asino di Medievale memoria. A corollario tutta una serie di veri asini e di asini in maschera per parate e teatro di strada.

Girato l’angolo finiamo nel Galles e troviamo il piccolo scricciolo ucciso e smembrato secondo il rituale pan-celtico di una caccia: secondo la tradizione celtica lo scricciolo era il simbolo di Lugh, Figlio della Luce trionfante e il suo sacrificio, un tributo in sangue agli spiriti della Terra nel Solstizio d’Inverno, era una supplica per ottenere favori e fortuna, ma anche un sacrificio solare (la luce che riprende vigore dopo il solstizio riceve energia dal sangue del suo simulacro). L’uccisione dello scricciolo e la distribuzione delle sue piume avrebbe portato salute e fortuna agli abitanti del villaggio.  Mentre in Irlanda la questua rituale dello scricciolo si svolge il 26 dicembre  nell’Isola di Man e in Galles ricorre al capodanno o al dodicesimo giono del Natale (l’Epifania) continua

seconda parte

FONTI
http://www.mori.bz.it/humorpage/porco.htm

http://laicitacontro.blogspot.it/2012/05/la-vergognosa-storia-nascosta-di-alcuni_30.html

La canzone dell’Asino: Orientis partibus

La Festa dell’Asino (o Festa dei Folli detta a Firenze Festa dei Pazzi) si celebrava in chiesa in diverse regioni d’Europa, nel giorno della Circoncisione di Gesù bambino (il primo di gennaio – vedi Santo Prepuzio); ma la data in questione variava così poteva cadere all’Epifania o al 14 gennaio: Jean-Baptiste Thiers, uno dei primissimi studiosi di queste feste, scrive: “A volte gli ecclesiastici si facevano merito davanti a Dio e agli uomini di danzare in chiesa … così come all’interno di cattedrali e collegiate dove si svolgeva tutta una serie di feste, sottolineate da rituali d’eccezione e da danze liturgiche; una serie quasi ininterrotta che aveva spesso un’appendice nei giorni che seguono l’Epifania, fino all’ottavario incluso in gennaio. Si trattava dunque di un lasso di tempo superiore al mese contraddistinto da alcuni momenti focali, ognuno dei quali con una diversa origine e una forma di devozione particolare, limitata dapprima a un solo giorno e a una sola cerimnia, poi estesa a più giorni. In effetti, tutti questi motivi ispiratori, tutti questi temmi liturgici finivano col confondersi e ogni gruppo di chierici negli stessi monasteri celebrava una sola grande festa d’inverno, nel giorno imposto da una tradizione sempre molto antica, oppure da una innovazione del tutto arbitraria che nasceva dall’imitazione dei vicini o addirittura dal desiderio di superarli.” (tratto da qui)

LA FESTA DELLE CALENDE

Lo scopo della festa era rendere omaggio all’asino che non solo lo aveva tenuto al caldo nella grotta, era fuggito con la Sacra Famiglia in Egitto, ma anche lo aveva portato il Messia adulto sul suo dorso nell’ingresso a Gerusalemme (affinchè si avverassero le Profezie).
La venerazione dell’Asino era ancora diffusa tra i paloecristiani e il medioevo finisce per mantenere molte storie e tradizioni asinine arrivando all’identificazione di Gesù Cristo crocefisso onocefalo

Pietro Lorenzetti: Gesù entra a Gerusalemme, affresco Basilica di Assisi

“Immagine non necessariamente (o per nulla) blasfema, bensì profondo simbolo sacrificale.
Al raglio asinino, quest’invocazione che sembra così piena di dolore e vuota di speranza, è stato in questo senso associato il grido altissimo di Gesù sulla croce. E all’umile e paziente asinello, segnato dalla croce sulla schiena in ricordo e ringraziamento per il suo servizio nella Domenica delle Palme, si associa appunto il Cristo stesso di cinque giorni più tardi, il Cristo dileggiato e sofferente che, al pari dell’asino, porta sulle spalle la croce sulla quale sarà sacrificato. I corteggi medievali dei condannati montati su asini, e poi ancora le “feste dei folli”, i “carnevali degli asini” e tutti i riti “di rovesciamento” nei quali l’asino veniva abbigliato da re o da vescovo e onorato, rex unius diei prima di venire bastonato e scorticato (o anche semplicemente prima di tornare all’improba fatica di tutti i giorni), conservano tu tti la memoria di questo ambiguo ma commovente rapporto fra asino e Cristo, entrambi figure regali ed entrambi obiettivo della crudeltà dell’uomo.” (tratto da qui)

Mal tollerata ma tuttavia praticata dai sacerdoti la Festa dell’Asinello era una mescolanza di sacro e profano, una facezia che però si poteva spingere fino allo scherno della liturgia in una  parodia della messa.
C’è da dire che nel Medioevo la chiesa non è solo un edificio in cui si celebrava messa, ci si tengono assemblee politiche sotto l’egida del Vescovo, si discute di grano e bestiame, si fissano i prezzi delle stoffe, le cattedrali costruite con l’impegno delle Corporazioni erano anche luogo di riunioni e di consiglio in cui si sbrigavano le questioni riguardanti la Corporazione e si pacificavano le contese. Diventa rifugio ospedaliero durante le epidemie o per i pellegrini o i malati in cerca di guarigione, asilo inviolabile dei perseguitati, tomba per gli illustri defunti. Poteva capitare che ci entrassero degli uomini a cavallo e almeno una volta l’anno un asino in abito talare.
Durante la festa nessuna usanza o convenzione si sottraeva al ridicolo, e persino i personaggi più altolocati del regno dovevano rassegnarsi a lasciarsi schernire. Il mondo ivi simboleggiato era eterogeneo, confuso, inebriante, gaio, ardito. Questa festa non fu mai popolare presso le corti alte. Fu costantemente condannata e censurata. Ma nonostante i maneggi di molti ecclesiastici e un’aperta condanna del Concilio di Basilea del 1431, essa sopravvisse fino al secolo XVI. Poi, durante l’epoca della Riforma e della Controriforma, a poco a poco scomparve. I cronisti raramente ne deplorano la scomparsa.  (tratto  da  qui)

L’ASINO

La xilografia di Dürer della Ruota della Fortuna rende protagonista un trio di somari, rappresentati, in fase di discesa, il più umano, di salita, un personaggio onocefalo e, in equilibrio precario su una zampa ripiegata, un asino per intero, che offre le terga all’osservatore. Spesso nel medioevo il folle porta una cuffia da cui spuntano le orecchie d’asino e stringe in mano una clava.

Animale ambivalente nel Medioevo è simbolo sia del Bene, umile, paziente, cavalcatura dei profeti e creatura sapienzale (l’asina di Balaam),  ma anche del Male: è l’asino contrapposto al bue simbolo della cristianità e del Popolo Eletto in quanto animale “puro che ha l’unghia bifida e non rumina”, mentre l’asino pagano è “impuro, rumina e ha l’unghia compatta”; è l’asino di Dioniso e quindi cavalcato da Gesù per simboleggiare la chiesa cristiana che trionfa sulle culture precedenti. E’ l’Asino d’oro di Apuleio schiavo dei piaceri della carne, ingnorante ma curioso di apprendere la magia.
Scrive Franco Cardini: Dal mito isiaco, quindi, noi abbiamo in un certo senso tratto lo statuto negativo (o quanto meno ambiguo) dell’asino: quello a causa del quale definiamo asini i ragazzi svogliati e le persone ostinate, che rifiutano di assoggettarsi a quei valori cristiani che sono la disciplina e l’umiltà; quello a causa del quale ci sembra assurda e ci fa ridere la famosa immagine dell’asino che vola (a differenza di quella del suo più nobile fratello equino: Pegaso, il cavallo alato, è segno di ascensione e di apoteosi) . L ‘asino non può avere ali né volare in quanto animale ctonio, legato alla terra, correlato all’immagine del caos; e tale lo interpreta anche Carl Gustav Jung. (tratto da qui)

LA MESSA DELL’ASINO

Ma come si svolgeva questa insolita festa natalizia? Una processione si partiva dalla chiesa seguita da dignitari e dal popolo e vi ritornava al seguito di un asino condotto in chiesa fino all’altare. Alla Messa  tutti i fedeli rispondevano con dei ragli.
Hez va, hez va, hez va, hez !
Biaux sire asnes, car alez,
Bele bouche, car chantez!
Per l’occasione venne scritta pure una canzone Orientis partibus! Il canto attribuito all’arcivescovo di Sens Pierre de Corbeil, di cui conosciamo testo e musica perchè contenuto nel “Officium stultorum ad usum Metropoleos ac primatialis Ecclesiae Sennonensis”  (XIII sec) conservato a Parigi nella biblioteca del Re .

ASCOLTA The Jaye Consort & Gerald English
ASCOLTA Musica Vagantium

ASCOLTA New London Consort (direttore Philip Pickett)
ASCOLTA Clemencic

ASCOLTA Compagnia dell’asino che porta la croce

ASCOLTA Joglaresa & Belinda Sykes


I
Orientis partibus
adventavit asinus
pulcher et fortissimus
sarcinis aptissimus
Hey, Hez, sir asne, hey!
II
Hic in collibus Sichan
iam nutritus sub Ruben
transiit per Iordanem
saliit in Bethlehem
III
Saltu vincit hinnulos
dammas et capreolos
super dromedarios
velox madianeos
IV
Aurum de Arabia
thus et myrrham de Saba
tulit in ecclesia
virtus Asinaria
V
Dum trahit vehicula
multa cum sarcinula
illius mandibula
dura terit pabula
VI
Cum aristis, hordeum
comedit et carduum
triticum ex palea
segregat in area
VII
Amen dicas, asine
iam satur de gramine
Amen, amen itera
aspernare vetera
Traduzione italiano*
I
Dalle regioni orientali
arriva l’asino
bello e fortissimo
adattissimo al carico
Ehi, ehi, sire asino, ehi!
II
Qui sui colli di Sichan
già nutrito sotto Ruben (1)
attraversa il Giordano
sale a Betlemme
III
Sconfigge nel salto il giovane mulo
i giovani daini e i caprioli
superiore in velocità
ai dromedari medianiti
IV
L’oro d’Arabia
l’incenso e la mirra di Saba (2)
portò alla chiesa
la virtù dell’asino (3)
V
Quando traina il suo carretto
con molto carico
con la sua mandibola
tritura il duro foraggio
VI
Con frumento e orzo
mangia e il cardo
il grano dal loglio
separa nell’aia (4)
VII
Di’ amen, asino
già sazio d’erba
Amen, ancora amen
rifiuta il passato

NOTE
* rielaborata dalla versione di Daniele Benedetti (qui) traduzione in inglese qui
1) Ruben è il figlio primogenito di Giacobbe. Ancora Carini scrive ” gli Ebrei sembrano condividere con gli altri popoli semiti del vicino Oriente un atteggiamento di sostanziale simpatia e anche di venerazione nei confronti dell’asino. Esso è sovente cavalcatura dei profeti, e nell’episodio di Balaam è l’asina che riconosce per prima l’angelo del Signore (il che servirà da prototipo a molti celebri miracoli medievali nei quali l’asino s ‘inginocchia dinanzi all’ostia consacrata e così via)”
2) l’asino che entra nella chiesa entra simbolicamente in Gerusalemme ossia nella pace. La terra di Saba era nel Medioevo la terra dei maghi-astrologi.
3) per gli iniziati  la Chiesa aveva abbandonato il cammino verso la conoscenza esoterica, così l’asino glorificato indica una via iniziatica asinina (la via del Matto) continua
4) un tempo vi utilizzavano gli animali per decorticare il grano: sopra il grano disteso nell’aia si facevano camminare in circolo bovini o asini che trascinavano una pietra piatta con delle scanalature (o anche semplicemente facendo camminare gli animali sul grano).

continua

FONTI
http://markhedsel.blogspot.it/2014/12/il-significato-arcano-della-festa-dell.html
http://www.ctonia.com/pagine/Scritti/patiboli/rituali_di_rovesciamento.htm
http://www.doctorlizmusic.com/mctcchoirs/wp-content/uploads/2012/07/Orientis-Partibus-analysis-1.pdf
http://web.mclink.it/MH0077/IlGiardinoDeiMagi/Giardino%201/cardini_asino_6.htm
https://www.mondimedievali.net/Immaginario/asino.htm
http://web.csepasca.it/lasino-del-medioevo

Hey for Christmas

Tra i resoconti e le cronache di come in Inghilterra si festeggiassero i dodici giorni del Natale spicca questa canzoncina dal titolo “Hay for Christmas” in cui, anche se non espressamente citata, è chiaramente richiamata la festa dell’Epifania.

Shropshire Wakes

Il testo è contenuto in un foglio volante stampato a Londra alla fine del 1600. La melodia abbinata è la popolarissima Dargason

ASCOLTA Passamezzo
ASCOLTA The Baltimore Consort


I
Come Robin Ralph, and little Harry,
and merry Thomas at our Green,
Where we shall meet with Briget and Sary,
and the finest young wenches that ere were seen:
Then high for Christmas once a year
And where we have Cakes, both ale and beer (1)
And to our christmas feast there comes,/ Young men and Maid to shake their bums (2).
II
For Gammer Nichols has gotten a Custard
My Neighbour Wood a roasted Pig,
And Widdow Franklin hath beer & mustard,
& at the Thatcht house there is good swig.
III
There’s a fidler for to play e’ry Dance
when the young Lads and Lasses meet:
With which the Men & Maids will prance,
with the fidler before them down the street:
IV
The Morice dancers (3) will be ready
Meat and Drink enough to lade ye (4):
And in a Fools dress will be little Neddy,
to entertain our Christmas Lady (5)
V
And when that they shall all appear,
that are to be at our brave Wakes,
To eat iup the Meat(6), and drink up the Beer,/ And to play at cards for Ale and Cakes (7)
VI
Then Grace and sweetest Winnifret,
and all the Lasses on the place,
When that the young men they have met/ see how the Devils-dream (8) they’l trace:
VII
They side and then tun round about
and briskly trip it to each other:
And when they have danct it out,
they presently call for another
VIII
Ralph leading up with Sue in ‘s hand,
And Briget being by Robins side,
You’d laugh to see how they do stand:
with their heads together and feet so wide
IX
The dance being done the fidler plays Kissum (9)
which Dick and Harry soon did so,
And Randal the Taylor could not missum (10),
but he must kiss his Partner too.
X
Then they sat down to their good cheer,
and pleasant were both Maids and Men, /And having din d and drank their bear (11),
they rose and went to dance again,
XI
Thus they did daunce from noon till night,
and wer as merry as Cup and Can (12),
Till they had tyrd the Fidler quite (13),
and the sweat down their buttocks ran.
XII
Then they went to the little thatcht house,
and plaid at Cards a game or two,
And with the good Liquor did so carouse,/that they made drunk both Tom and Hugh.
XIII
The rest unto Hot-cockles (14) went,
but Neddy gave Nelly a blow too hard,
That all together by the ears they went,
and all their sporting soon was mar’d.
XIV
The Pots flew about the glasses were broke
Doll was taring Mol by th Quife (15),
Richard was pulling John by the throat,
at which the Hostess drew her knife.
XV
They took the Fidler and broke his pate (16)
and threw his fiddle into the fire:
And drunkenly went home so late,
that most of them fell in the mire.
XVI
The men went away and paid ne’r a groat,
but left the Maids to pay (17) for their chear,
Betty was forst to pawn her laste coat,
and ??? to leave her Garget (18) there :
XVII
And so my merry ballad is Ended,
when the Maids come agoin to these wakes
they’l first see the young lads manners mended
and make them pay for ale and Cakes.
Traduzione italiano di Cattia Salto*
I
Venite Robin, Ralph, e il piccolo Harry
e l’allegro Thomas al nostro Ballo
dove ci incontreremo con Briget
e Sary,
e le più belle giovani ragazze che mai si siano viste:
Allora evviva il Natale una volta all’anno
dove abbiamo dolci e anche birra normale e birra luppolata,
e alla nostra festa di Natale là vanno
giovanotti e fanciulle a muovere
il culo
II
Gammer Nichols ha preso una  crema pasticcera
il mio vicino Wood un maiale arrosto
e  Widdow Franklin ha preso birra e mostarda
perchè in Casa Thatcht c’è  un bel divertimento
III
Ci sarà un violinista per suonare ogni danza quando i giovani ragazzi e le ragazze s’incontreranno: gli uomini e le donne  zompetteranno
con il violinista davanti a loro in cima alla fila
IV
I Morris terranno pronti cibo e bevande in abbondanza per rinfrescarsi e nell’abito del Matto ci sarà il piccolo Neddy a intrattenere la nostra Regina del Natale
V
Per ciò tutti si presenteranno
per essere alla nostra brava Veglia;
a mangiare carne e a bere birra
e a giocare alle carte, per le belle cose della vita
VI
Allora Grace e la graziosa Winnifret,
e tutte le ragazze al posto
non appena con i giovanotti si saranno accoppiate,  vedrai come danzeranno “The Devils-dream”
VII
Si metteranno in fila e poi gireranno in cerchio e allegramente si pesteranno i piedi l’un l’altro, e quando l’avranno danzata, ne richiederanno un’altra
VII
Ralph comanda con Sue per mano
e Briget sta al fianco di Robi
n,
rideresti nel vedere come sono messi:
con le teste vicine e i piedi così
distanti
IX
A danza terminata il violinista suona “Kissum”
che Dick e Harry subito fecero
e Randal il sarto non voleva sbagliare
e ugualmente doveva baciare la sua compagna
X
Poi si riposarono e per il loro buon umore  fu piacevole sia per le fanciulle che per i giovanotti
prendere delle  bevande e bere le loro birre, poi si alzarono e andarono a danzare nuovamente
XI
Così ballarono da mattino a sera e furono felici come “piselli nel baccello”
fino a quando finirono per stancare il violinista e il sudore scorreva giù per le  natiche
XII
Poi andarono al piccolo cottage con il tetto di paglia
e giocarono una partita o due a carte
e con il buon liquore fecero così baldoria
che si ubriacarono anche Tom e Hugh.
XIII
Il resto giocò a “mano calda”, ma Neddy diede a Nelly un colpo troppo forte che tutti quanti si presero per le orecchie e tutti i giochi subito naufragarono
XIV
Volarono  caraffe e i bicchieri furono infranti, Doll stava tirando Mol per la Cuffietta, Richard stava prendendo John per la gola a cui la padrona mostrava il coltello
XV
Presero il violinista e gli ruppero la testa e gettarono il violino nel fuoco: così ubriachi andarono a casa così tardi che la maggior parte di loro cadde nel fango
XVI
Gli uomini se se andarono e non pagarono un soldo,  ma lasciarono che le fanciulle pagassero per il divertimento, Betty fu la prima a dare il pegno la sua ultima giacchina  e ??? a lasciarci anche il collarino
XVII
E così la mia divertente ballata è finita
quando le ragazze ritorneranno di nuovo a queste veglie
per prima cosa si metteranno al riparo dalle abitudini dei giovanotti
e li faranno pagare per il divertimento.

NOTE
* questa è solo la prima stesura che ha bisogno di essere revisionata e meglio scritta
1) Nelle Isole Britanniche  si producevanoall’epoca prevalentemente birre non luppolate dette ALE; erano infatti le birre provenienti dal “continente” a contenere luppolo e quindi distinte con una parola diversa BEER!
2) l’espressione significa “dimenarsi”, ballare in modo sfrenato”
3) I Morris dancers sono danzatori in costume che si esibiscono in balli popolari risalenti al medioevo eseguiti con passo saltellato e l’uso di bastoni, fazzoletti ma anche spade e assordanti campanelle
4) to lade= prelevare (acqua o liquidi) con un mestolo sta per to  ladle, servire con un mestolo quindi “Drink enough to lade ye” con una traduzione letterale diventa: “bevanda bastante da mescersi”
5) è la Regina del Pisello, per motivi di rima menzionata come Regina del Disordine, ovviamente in coppia con Re Fagiolo (vedi Torta del fagiolo)
6) Meat in questo contesto sta più genericamente per cibo, l’ho tradotto con pasticci in riferimento alle preparazioni in crosta ripiene di carne
7) Cakes and Ale è un modo di dire per “the good things of life” 
8) “The Devils-dream
(il sogno del diavolo): la melodia è un reel e anche una popolare country dance, istruzioni e video qui; la melodia è conosciuta soprattutto in Scozia  con il titolo di “The Devil Amang the Taylors”  abbinata a una scottish country dance istruzioni e video qui
9) “The Cushion Dance” è descritta come la “danza dei baci” da qui il soprannome kissum” (istruzioni qui)
10 )trovato anche trascritto  ” And Randall the tailor he would not miss”
11) la trascrizione del testo dirattamente dai broadsides diventa a volte problematica sia per le condizioni d’usura dei fogli che per i carattere di stampa utilizzati: così ho interpretato il verso nel contesto
12) termine colloquiale per indicare una coppia ben assortita come ad esempio “pane e burro”, “culo e camicia”
13) “Till they had tired the fiddler quite”

A Game of Hot Cockles, attribuito a D Van Der Plaes fine 1600:  uno dei tipici giochi natalizi con cui si divertivano i giovani

14) Hot-cockles letteralmente “vongole calde” era un popolare gioco fin dal Medioevo, praticato un tempo dagli adulti e oggi forse solo dai bambini (diciamo che gli ultimi a giocarlo sono stati i ragazzi pre-telefonino), detto il gioco del soldato perchè tipico gioco da caserma, oppure gioco della “mano calda”.

15) Quife= coif
16) patehead, skull
17) la consuetudine di un tempo era che il violinista  venisse ingaggiato dai danzatori i quali lo pagavano a fine serata facendo una colletta
18) Garget = gorget

DARGASON

Anche intitolata Sedanny è una danza pubblicata nel “The English Dancing Master” di John Playford (1651)

ASCOLTA la versione di Gustav Holst St. Paul’s Suite 

Affresco Villa Caldogno: Invito alla danza, Giovanni Antonio Fasolo: è chiaramente illustrata una Dargason

FONTI
https://mainlynorfolk.info/john.kirkpatrick/songs/heyforchristmas.html
https://www.hymnsandcarolsofchristmas.com/Hymns_and_Carols/shropshire_wakes.htm

https://thesession.org/tunes/9468
http://www.pbm.com/~lindahl/lod/vol2/dargason.html
http://www.englishcountrydancing.org/cowpercoles6.html

Una fetta di dolce della dodicesima notte

IL DOLCE DELLA BEFANA

La sera del 5 gennaio il corteo di Frau Holle riprende la via del ritorno per rientrare nel suo Regno, ma in Germania (come in buona parte dell’Europa eccezzione fatta per l’Italia) la sua festa è stata soppiantata dalla tradizione dei Re Magi. Sono loro a dare il nome ad un dolce speciale preparato per concludere le festività natalizie (la dodicesima notte) che cambia nome e ricetta a seconda delle regioni (con rimandi uno all’altro per quanto riguarda la preparazione e gli ingredienti).
Tutti questi dolci hanno mantenuto una caratteristica, di contenere nell’impasto una monetina o un fagiolo. La moneta stava come segno di buona sorte (a ricordo delle invocazioni per ottenere i favori della Dea dell’Abbondanza), il fagiolo ha invece una valenza più ambigua, ricordo di oscuri rituali che trovavano ancora un eco nell’elezione del Re Fagiolo durante il Natale medievale: è il Re del Disordine dei Saturnalia, ma anche il capro espiatorio che veniva immolato per il bene della comunità, un tributo in sangue agli spiriti della Terra per il Solstizio d’Inverno.

IL FAGIOLO MAGICO

Robert Graves – poeta, saggista e romanziere britannico contemporaneo – nel suo “The White Goddess” (La Dea bianca) ci racconta che per gli antichi i fagioli contenevano le anime dei morti, e per questa ragione evitavano di mangiarli. Il rimestarsi delle viscere e la flatulenza altro non sarebbero che il tormento delle anime imprigionate nel ventre che protestano per esser liberate.
Principio del caos e quindi utilizzato nei Saturnali per eleggere il Re del Disordine il fagiolo è collegato al mondo infero. Simbolo dell’amore ( le donne romane portavano un ciondolo con la sua forma) era collegato all’immortalità, visto che basta metterlo nell’acqua per farlo ritornare fresco.


Il fagiolo che esisteva in Europa nei tempi antichi è di un tipo specifico detto fagiolo dall’occhio (originario dall’Africa), più piccolo è bianco con una macchia di colore scuro («occhio»), in corrispondenza del punto di inserzione sul baccello. Per i Romani i fagioli erano un cibo della plebe, ma quando arrivarono i nuovi fagioli dall’America conquistarono soprattutto la tavola del ricco per la loro rarità, per rientrare nella tradizione alimentare comune non appena si diffusero con abbondanza. (continua)

IL DOLCE VITTORIANO

Nelle isole britanniche il dolce prende il nome di Twelfh Cake un dolce  a base di frutta secca (uva passa) e frutta candita che richiede una lunga lievitazione.
Sebbene sia un dolce medievale la prima ricetta storica risale al 1803 ed è stata scritta da John Mollard, in effetti i precedenti ricettari settecenteschi non danno istruzioni per la “Torta dodicina” (o “Torta della dodicesima notte” o ancora “Torta della mezzanotte”) perchè si dava per scontato che si sarebbe utilizzato la ricetta della torta nunziale, (vedi)  (che  in Irlanda è ancora la torta nunziale tradizionale).

RICETTA DEL 1803: Prendere Kg 3,175 di farina e metterla a fontana sulla spianatoia, aggiungere 1 cucchiaio da cucina abbondante di lievito e un pochino di latte tiepido. Iniziare ad impastare aggiungendo poi 450 gr. di burro a pezzetti, 600 gr di zucchero. Lasciar lievitare e solo dopo un’oretta aggiungere 2 kg di uvetta, 15 gr di cannella in polvere, 10 gr. di chiodi di garofano sempre in polvere, canditi a piacere. Porre l’impasto in una teglia ben imburrata e cuocere *. Una volta cotta la torta, sfornare, lasciar raffreddare e ricoprire con glassa colorata o bianca e con corone di zucchero
From John Mollard, The Art of Cookery. (London 1803).
(*nelle ricette vittoriane tutte le massaie sapevano come cuocere le torte, questa è una torta che richiede una lunga cottura a basse temperature – cioè 170-180 gradi, per almento 1 ora, ma l’unico modo per sapere se è cotta è la prova stecchino)
Per la ricetta moderna qui

la torta preparata da Ivan Day: una decorazione in stile Regency con piume del Principe di Galles, la rosa d’Inghilterra, il cardo della Scozia e il trifoglio d’Irlanda. Le decorazioni sono di “gum paste” (da  qui)
La torta della dodicesima notte della regina Vittoria, The Illustrated London News

La torta è pronta per essere sontuosamente rivestita con pasta di zucchero (detta anche fondente) lasciata bianca o color rosa-barocco e riccamente guarnita con ulteriori decorazioni in pasta di zucchero (o pasta di gomma) e  ghiaccia reale. Un tempo si utilizzavano degli stampi di legno oggi sono praticissimi quelli in silicone, ma per usare la sac à poche occorre un bel po’ di pratica e abilità.
Torte gigantesche e decorazioni elaborate con statue in pasta di zucchero o di mandorle a riprodurre scene pastoral divennero comuni nel Settecento-inizi Ottocento messe in bella mostra nelle vetrine delle pasticcerie più alla moda.

Le fonti letterarie e cronachistiche inglesi menzionano un “torta con il fagiolo” solo a partire dal XIV secolo a imitazione delle usanze nella corte francese  “La Roi de la Feve” (vedi), le due torte quella francese e quella inglese sono completamente diverse, essendo la seconda una variante più tradizionale dei pasticci in crosta medievali (vedi). Sebbene nel primo periodo Tudor si festeggiasse la Dodicesima notte con un ballo in maschera e una specie di gioco di ruolo, basato su dei personaggi stereotipati da impersonare, la tradizione prese piede solo nel Seicento.
La commedia “La Dodicesima Notte” di William Shakespeare fu scritta proprio come intrattenimento per alludere a questa festa natalizia, basata sul sovvertimento dei ruoli, in cui Viola si traveste da uome e il servo Malvoglio si spaccia per nobile. Già nel ‘500 circolava una commedia toscana dal titolo “Gl’ingannati”:” messa in scena originariamente dagli accademici senesi in seguito ad un sacrificio goliardico accaduto la notte dell’Epifania: avendo ognuno degli uomini bruciato (o finto di bruciare) i pegni d’amore delle proprie donne, queste ultime avevano preteso un risarcimento. Gli accademici composero quindi in tre giorni una commedia, dedicandola alle gentildonne. Nel prologo è menzionata espressamente la “notte di beffana” (corrispondente appunto alla dodicesima notte dopo il Natale).” (da Wikipedia). La commedia ebbe un largo successo e una grande diffusione con traduzioni e adattamenti in tutta Europa e fu sicuramente il modello e l’ispirazione per Shakespeare.

Nel 1870 la Regina Vittoria rimosse la festa dal calendario ufficiale  reputandola “poco cristiana” e troppo “casinara” e così  la tradizione della Twelfh Cake è scomparsa definitivamente nel Novecento lasciando il posto al Christmas pudding.

CHRISTMAS REVEL

Nel Medioevo cristiano il periodo del Natale era caratterizzato dall’abbondanza di cibo e bevande, che seguiva il periodo di digiuno iniziato con la quarta domenica prima del Natale e che terminava con la vigilia. Iniziavano così allo scoccare delle mezzanotte del 24 dicembre i 12 giorni del Natale o il Christmas revel, una sequenza di banchetti e divertimenti, in cui anche i contadini asserviti al feudo avevano il loro momento di riposo: niente corvèe e un banchetto offerto dal loro Sire.
Abbiamo svariati resoconti di questi banchetti natalizi alla corte inglese (continua) festeggiamenti che si concludevano all’Epifania (ma che potevano durare fino al 2 febbraio).

“Twelfth Night Revels in the Great Hall Haddon Hall Derbyshire from Architecture of the Middle Ages 1838”, Joseph Nash

Dal Seicento ci giunge una fonte in forma di poesia “Now, now the mirth comes“: è Robert Herrick a descrivere in versi lo svolgimento della festa nella dodicesima notte. (vedi anche qui)

Twelfth Night- Robert Herrick 1648
I
Now, now the mirth comes
With the cake full of plums (1),
Where bean’s the king (2) of the sport here;
Beside we must know,
The pea also
Must revel (3), as queen, in the court here.
II
Begin then to choose,
This night as ye use,
Who shall for the present delight here,
Be a king by the lot (4),
And who shall not
Be Twelfth-day queen for the night here (5).
III
Which known, let us make
Joy-sops (6) with the cake;
And let not a man then be seen here,
Who unurged will not drink,
To the base from the brink,
A health to the king and the queen here!
IV
Next crown the bowl full
With gentle lamb’s wool (7),
And sugar, nutmeg, and ginger,
With store of ale, too;
And this ye must do
To make the wassail a swinger.
V
Give then to the king
And queen, wassailing,
And though with ale ye be wet here,
Yet part ye from hence
As free from offence
As when ye innocent met here.
Traduzione italiano di Cattia Salto
I
Adesso, adesso arriva l’allegria
con la torta piena d’uvetta
dove il Fagiolo è il Re di
questa Festa;
inoltre dovete sapere
che anche il pisello deve divertirsi, come regina, in questa dimora.
II
Inizia allora a scegliere,
com’è usanza di questa notte,
chi per questo momento dilettevole, sarà al posto del re
e chi non lo sarà
(chi) sarà la regina del dodicesimo giorno per questa notte
III
Come risaputo si facciano
bagatelle con la torta;
e allora  che non si abbia a vedere uomo che debba essere sollecitao per bere da cima a fondo,
alla salute del re e della regina
qui!
VI
Allora riempi la boccia fino all’orlo
con una dolce “lana d’agnello”;
aggiungi zucchero, noce moscata e zenzero e anche birra;
così si deve fare
per fare una grolla allegra
V
Date poi al Re
e alla Regina, che brindino
e sebbene con la birra vi dovete saturare, tuttavia vi allontanerete da qui, indenni dalla colpa
come quando innocentemente qui vi incontraste

NOTE
1) all’epoca con plum si indicava l’uva passa e non la prugna secca
2) va da sè che ci  fossero due dolci, uno per gli uomini (con un fagiolo nascosto all’interno) e uno per le donne (con un pisello nascosto all’interno) per eleggere il re e la regina della dodicesima notte. Se c’era un’unica torta con il fagiolo nell’impasto il primo che l’avesse  trovato avrebbe a suo piacere nominato il compagno da incoronare. Al posto del fagiolo nel Settecento-Ottocento si nascondeva una piccola statuetta del Bambin Gesù.
3) il re e la regina del Disordine avrebbero dettato legge durante i festeggiamenti impartendo ridicoli comandi a cui non si poteva disubbidire
4) il re della sorte
5)  è l’usanza medievale di iniziare ogni nuovo giorno al tramonto, così la dodicesima notte precede il dodicesimo giorno.
6) non sono proprio sicura della traduzione
7) il curioso nome di lana d’agnello si riferisce alla bevanda del wassail: nel Medioevo il liquido principale della grolla era birra calda aromatizzata con mele e spezie. Le ricette d’epoca prevedono la cottura in forno delle mele ridotte successivamente in purea e l’aggiunta di noce moscata, zenzero e zucchero. (continua)

L’ULTIMA CENA, IL BALLO E IL GIOCO DELLE CARTE

Al centro della festa oltre al cibo e alle bevande, i canti benaugurali, le danze e recite. Nell’Inghilterra della Reggenza non era insolito tra gli eventi sociali per la dodicesima notte, un gran ballo in maschera (Grand Christmas Ball, Children’s Ball o Family Ball) in cui si includevano anche i bambini.

HEY FOR CHRISTMAS: il resoconto di una movimentata dodicesima notte continua

Re e Regina Fagiolo sono seduti in alto sulla sinistra, sul fondo a destra un gruppo di orchestrali e al centro i mummers.

A inizi Ottocento la notte del 6 gennaio (oppure la sera della vigilia) iniziava con una cena in famiglia con amici e parenti, che metteva fine al Christmas Revel: dopo che era stato eletto dalla sorte il Re Fagiolo venivano distribuite delle carte speciali  che illustravano vari personaggi caricaturali, ritagliate dai giornali o comprate nelle pasticcerie insieme alle torte.
La festa però si poteva svolgere già nel pomeriggio al momento del tè in cui era servita la “torta del dodicesimo giorno”: da quel momento ci s’immedesimava nel personaggio estratto fino allo scoccare della mezzanotte: alla festa in maschera e al gioco partecipavano spesso anche i bambini.

Al centro la torta del fagiolo e sulla sinistra il cappello in cui sono riposti i biglietti da sorteggiare

Inizialmente i personaggi erano personaggi storici famosi o eroi leggendari che ricreavano una nobile corte al servizio del Re e della Regina, ma poi i loro nomi divennero buffi e assurdi come Prittle Prattle, Puddle Dock, Toby Tipple e Sir Tun Belly Wash. Il gioco del travestimento diventò successivamente gioco degli enigmi, un gioco da tavolo fatto con le carte dei vari personaggi abbinati ad un indovinello che rivelava il nome del personaggio stesso (vedi)
Le carte erano anche utilizzate per un divertente gioco delle coppie nel Ballo di Gala per la Dodicesima Notte

Al Christmas Ball troneggia sul tavolo del Buffet  una grande Twelft cake

A card drawing game developed in the 18th century, whereby each lady drew a card from the box held by a footman to the left of the entrance, and each gentleman drew a card from the same to the right. These cards were caricatures of Pairs. Thus Signor Croakthroat might by paired by Madame Topnote. The guests had to find their partner, and depending on the gaiety of the event, the amount of wine and negus consumed, and the inhibitions of the guests, the character roles had to be taken on in varying degrees of ‘spirit’ for the whole evening. Signor Croakthroat might, for example, be always clearing his throat, and singing musical scales, whilst Madame Topnote might enjoy making her fellow guests jump by occasionally emitting a loud high note! (tratto da qui)

I personaggi della Dodicesima notte Collezione Folgere, 1830

UNA FETTA DI BLACK BUN continua 

FONTI
https://www.hymnsandcarolsofchristmas.com/Text/Hone/january_6__epiphany.htm
https://whydyoueatthat.wordpress.com/2011/12/10/day-10-twelfth-night-cake/
http://www.historicfood.com/John%20Mollard’s%20Twelfth%20Cake.html
http://www.eatlocallyblogglobally.com/2010/11/recipe-for-dickensian-twelfth-cake.html
http://www.missfoodwise.com/2014/01/twelfth-cake.html/
https://guildhalllibrarynewsletter.wordpress.com/2014/01/02/twelfth-night-cake/
http://www.saburchill.com/history/articles/012.html
https://www.janeausten.co.uk/twelfth-night/

FRAU HOLLE, LA BEFANA NORDICA

In molte tradizioni europee troviamo la figura di una dea dell’abbondanza festeggiata nei primi giorni del nuovo anno, sebbene i nomi siano diversi, le loro storie sono comuni (vedi prima parte): nel mondo germanico era Frau Holle (denominata Frau Percht nelle regioni del Sud), la triplice Dea nella forma di Vecchia.

Elder of The Scar Clan, Joanna Powell Colbert

La buona Holla dagli occhi luminosi e dalle vesti candide come la neve era la Signora dell’Inverno, custode del focolare, protettrice della casa, degli animali domestici e dell’arte della filatura.
Nelle notti del Solstizio d’Inverno, ella scendeva sui campi innevati, per benedirli ed accertarsi che fossero fertili e pronti per le prossime semine. Cavalcava uno splendido corsiero bianco, e stormi di cicogne e rondini la precedevano e ne annunciavano l’arrivo. Al suo seguito v’erano invece bellissime divinità femminili, che volavano in groppa ai gatti, e le anime dei bimbi non nati o morti nei primi anni d’età.
In tal modo si recava a visitare ogni casa, entrando dalla cappa del camino, e spargeva i suoi doni di Luce e Fortuna su quelle in cui trovava armonia, pulizia ed ordine, così come su coloro che vi abitavano e che nella loro vita coltivavano le stesse buone virtù. Se invece trovava sporcizia, disordine e disarmonia, poteva anche maledirle, ed in ogni caso preferiva allontanarsene, ritirando la sua benedizione, la Fortuna e tutte le cose belle di cui era portatrice. (tratto da qui)

Frau Holle è associata con credenze e miti antichi: una dea paleolitica del mondo sotterraneo, signora del focolare, legata al culto delle acque e all’energia della terra. Figura in cui si sovrappongono e accomunano diverse divinità femminili norrene e germaniche, quali Hell sovrana del mondo sotterraneo, Frigg e Freya dea dell’amore e del matrimonio, Hertha dea della pace e della fertilità, la germanica Perchta, Berchta,  in una parola una Dea Madre. (continua)
La ritroviamo anche nell’immagine scandinava di Santa Lucia, come portatrice di Luce. La festa del nuovo anno era un tempo nelle terre e isole del Nord celebrato con un sacrificio alle Matronae, spiriti tutelari del luogo visualizzate in massi o acque lacustri, che sono soprattutto le antenate defunte della tribù. Nella festa si rinsaldavano i legami di sangue del clan e della stirpe (continua).

Le connotazioni negative di questa Signora metà Bianca e metà Nera viene dal Medioevo cristiano e dalla sua ossessione per il male e il diavolo (e la misoginia).

Il dipinto “Åsgårdsreien” del pittore norvegese Peter Nicolai Arbo raffigurante la caccia selvaggia, 1872, Galleria nazionale di Oslo (fonte Wikipedia): la controparte maschle del “Corteo delle fate” capeggiato dalla Grande Madre (continua)

LA BEFANA

Ritroviamo il mito in una fiaba dei fratelli Grimm, Madama Holle che prende anche il titolo italiano di Fata Piumetta che quando sprimaccia il suo cuscino fa nevicare sulla terra; due sorelle una chiara, l’altra scura sono sottoposte ad una prova da Frau Holle (una vecchia del mondo infero) e la prima viene premiata con una pioggia d’oro per la sua bontà e laboriosità, l’altra viene punita con una pioggia di pece per i suoi modi sgarbati, il comportamento collerico e la sua pigrizia.
Le fiabe sono un racconto che attingono agli archetipi e pescano nel mare oscuro dell’inconscio, ma i suoi personaggi sono stereotipati e duali: così Frau Holle, la megera in fondo al pozzo è la madre archetipa, la madre positiva, mentre la vedova sulla Terra è la matrigna, la madre negativa.
Ma soprattutto la fiaba descrive Frau Holle come l’epifana di una dea del focolare che premia i bambini buoni e le brave massaie che tengono la casa in ordine, le pazienti filatrici. E’ dalla laboriosità e dalla dedizione, che scaturisce l’abbondanza e la fortuna stessa, guarda caso il vocabolo tedesco Pech, che significa pece è sinonimo di sfortuna.

IL DOLCE DELLA BEFANA

La versione svizzera Dreikönigskuchen

La notte del 5 gennaio  il corteo di Frau Holle/ Berchta riprende la via del ritorno per rientrare nel suo Regno, ma in Germania (come in buona parte dell’Europa eccezzione fatta per l’Italia) la sua festa è stata soppiantata dalla tradizione dei Re Magi. Sono loro a dare il nome ad un dolce speciale preparato per concludere le festività natalizie (la dodicesima notte) che diventa a seconda delle tradizioni culinarie  DreikönigskuchenGalette Des Rois, Roscón De Reyes, Ciambella dei Re Magi  (solo in Piemonte la torta mantiene il nome di Fugassa d’la Befana)

Tutti questi dolci hanno mantenuto una caratteristica, di contenere nell’impasto una monetina o un fagiolo. La moneta stava come segno di buona sorte (a ricordo delle invocazioni per ottenere i favori della Dea dell’Abbondanza), il fagiolo ha invece una valenza più ambigua, ricordo di oscuri rituali che trovavano ancora un eco nell’elezione del Re Fagiolo durante il Natale medievale: è il Re del Disordine dei Saturnalia, ma anche il capro espiatorio che veniva immolato per il bene della comunità, un tributo in sangue agli spiriti della Terra per il Solstizio d’Inverno.

LA FESTA DEL RE

“La dodicesima notte”, Jan Steen (1668) – Museo di Stato, Kassel, Germania

Diversi dipinti fiamminghi illustrano con dovizia di particolari i commensali attorno al tavolo mentre festeggiano il Re Fagiolo: sono variamente intitolati “La dodicesima notte” o “il Re Beve” a causa dei numerosi brindisi fatti in suo onore e secondo i suoi ordini, i personaggi sono ritratti in pose sguaiate visibilmente ubriachi e satolli di cibo. Nel quadro  di Jan Steen è il bambino in piedi sulla panca ad aver trovato il fagiolo nella sua fetta di dolce, ha in testa una coroncina di carta ed sta bevendo un sorso di vino aiutato da una vecchia nonnina (forse una suora). Il gruppo di musicanti che circondano la tavola sono chiaramente dei poveri questuanti invitati ad entrare per cantare gli auguri di Buon Anno. Una tradizione ampiamente documentata nel wassailing britannico!

La versione francese Gâteau de Rois: tanta pasta sfoglia con un ripieno di crema frangipane

L’unico personaggio ad essere decisamente brillo e dalla posa scomposta è la madre, che dopo aver versato il vino nel bicchiere del figlioletto lo guarda bere con un sorriso beato sulle labbra, è lei la Regina della Festa designata dal bambino!
Nell’andare del tempo la festa è diventata  più un gioco di società e una festa per bambini che un baccanale. Dopo che il padrone di casa raffigurato da Jan Steen ha tagliato il dolce, servito in tavola dalla fatesca, in tante fette quanti sono i commesali, più una detta fetta del Buon Dio -o della Vergine -o dei Re Magi  (la part du bon Dieu) è stato il bambino a stabilire l’ordine con cui dovevano essere distribuite tutte le fette: Chi trova il fagiolo nella propria fetta verrà incoronato Re della Festa e potrà scegliere la sua Regina. Per alcuni l’usanza diventa anche la scusa per un festoso brindisi: il Re della Festa, dovrà, ovviamente, svuotare il suo bicchiere tutto d’un fiato, mentre gli altri scandiranno: «Le Roi (oppure la Reine) boit, le roi boit, le roi boit…» (tratto da qui)

continua  

FONTI
https://www.hymnsandcarolsofchristmas.com/Text/Hone/january_6__epiphany.htm
http://ontanomagico.altervista.org/solstizio-inverno.html
http://www.meiningermuseen.de/pages/startseite/programm/sonderausstellungen/rueckblick-ausstellungen/200910-frau-holle—mythos-maerchen-und-brauch-in-thueringen/fachbeitraege-zur-ausstellung.php
https://www.cavernacosmica.com/simbologia-del-sambuco/
http://www.lovingenergies.net/pt/Elderberry-Tree-of-the-Goddess-Holla/blog.htm
http://www.ilcerchiodellaluna.it/central_Dee_Befana.htm
http://www.lasoffittadellestreghe.it/shoponline/frau-holle-holda-dea-dellinverno/
https://wunderkammern.wordpress.com/2010/08/04/frau-holle/
http://storia-controstoria.org/personaggi-e-miti/frau-holle-divinita-femminile-della-terra-che-passo-dallinverno-allinferno/

LE RICETTE
http://ilblogdichiaraoscura.blogspot.it/2014/11/cucina-i-dolci-dei-re-magi-la-gallette.html
http://www.angiecafiero.it/2012/01/03/dreikonigskuchen-o-dolce-dellepifania-svizzera/
http://www.ricettedicultura.com/2013/01/galette-de-rois-per-lepifania.html
http://www.comoju.es/2010/01/roscon-de-reyes.html
http://www.angiecafiero.it/2012/01/03/ciambella-dei-re-magi-liguria-di-ponente/
https://occitania.land/it/blog/la-fugassa-della-befana-dolce
http://cuciniera.blogspot.it/2013/01/la-focaccia-della-befana.html

Tra terra e cielo, la cultura nei paesi dei Celti

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