IL BAMBINO SCAMBIATO DAI FOLLETTI

I folletti campagnoli del folklore celtico sono creature dispettose, a volte cattive o comunque dal comportamento bizzarro. I Servan (silvanotti) delle valli piemontesi (imparentati con il Servant francese e il Sarvanot occitano)  ogni tanto rapivano un neonato umano per sostituirlo con un mutaforma, un folletto anziano sotto un incantesimo temporaneo, ben felice di essere accudito da una madre mortale. Eppure quando la donna si accorgeva che quello non era più il suo bambino, doveva maltrattarlo e lasciarlo piangere senza più nutrirlo, era la sua sola speranza che le fate ritornassero a riprenderselo.
Chiamato nel dialetto piemontese “‘l baratà”, il barattato, conservava una dote dal suo soggiorno con le fate, in genere il potere della divinazione o l’attitudine per la musica.
Ci sono aspetti demoniaci e vampireschi in queste credenze, folletti morenti abbandonati o bambini fatati che avevano bisogno del nutrimento di una madre mortale per crescere, e che poi venivano riscambiati. Tra le leggende scozzese anche patti diabolici e tributi di sangue ogni sette anni (vedasi la ballata di Tam Lin). I più a rischio erano i bambini non battezzati (e lasciati senza nome), i cui genitori erano soggetti d’invidia per la loro prosperità; tra le contromisure c’erano le pinze del fuoco lasciate accanto alla culla o rametti di erbe protettive.

IL CHANGELING

Una pratica di “controllo delle nascite” diffusa nelle campagne d’Europa, era l’abbandono dei neonati  nel bosco (senza cibo e al freddo) affinchè se ne prendessero cura le fate; la pratica era diffusa un tempo sia nei confronti degli illegittimi, che dei neonati con evidenti deformazioni fisiche o dall’aspetto malato. L’usanza di “esporre” il neonato era connessa con la convinzione che  fosse stato “scambiato” ovvero rapito dalle fate e sostituito con un changeling, un mutaforma il quale per un po’ assomiglia al bambino umano, ma alla fine riprende sempre il suo vero aspetto.
La madre o il padre sfortunati lasciavano il neonato nel bosco o nei pressi di una pozza d’acqua o di una pietra antica di modo che il changeling se ne ritornasse nel suo regno e il vero bambino fosse restituito ai suoi legittimi genitori; il giorno dopo riandavano a prenderlo e lo trovavano morto o scomparso perchè divorato da qualche animale selvatico. In molti casi i bambini erano minacciati con tizzoni ardenti o anche bruciati/annegati.
Si ritiene che il changeling sia un tentativo di “spiegare” l’autismo, il quale ha proprio nelle fiabe e leggende la sua eziologia prima del riconoscimento ufficiale (solo nel 1943 l’autismo ha avuto un nome e una documentazione clinica). La dottoressa Julie Leask del National Centre for Immunisation Research and Surveillance of Vaccine Preventable Diseases di Sydney, insieme ai suoi colleghi ha esaminato le fiabe inglesi, tedesche e scandinave. La Leask si è incuriosita, quando un giorno ha sentito una madre dire, durante un programma ministeriale sull’autismo, “è come se la bambina che ho messo al mondo mi fosse stata rubata“. E continua: “I bambini scambiati vengono descritti come apatici, impenetrabili ai gesti d’affetto, non esprimono le proprie emozioni, urlano o addirittura non parlano“.

Nelle Fiabe e le ballate popolari più oscure sono ricorrenti i racconti d’infanticidio o di abbandono dei bambini nel bosco, vedasi ad esempio la ballata scozzese “Cruel Mother
Ma c’erano anche altri metodi meno cruenti per smascherare il changeling, come quello di mettere a bollire dei gusci d’uova! Le uova infatti contengono il principio della vita e per “magia simpatica” il loro guscio poteva compiere una rinascita. Nei racconti popolari si suggerisce alla mamma di gettare nell’acqua bollente dei gusci d’uovo e di rimestare nella pentola, facendo spandere i vapori per la cucina, una sorta di “controfattura” che avrebbe costretto il mutaforma a svelare il suo vero aspetto.

A changeling, PJ Lynch

Ovviamente non sempre i changelings venivano esposti, anche se si riteneva che portassero solo disgrazie alla famiglia, talvolta mostravano delle doti particolari ed erano accettati e amati dai loro genitori nonostante la loro diversità o la vita grama (e pianti per la loro breve vita sulla terra).
Tra le loro doti c’era la predisposizione per la musica. Come inizia a crescere, il Changeling richiede ai genitori “adottivi” uno strumento, spesso un violino, e lo suona con tale abilità, che chiunque si fermi ad ascoltarlo, non può non rimanere affascinato. “Ho visto un Changeling una volta. Viveva con due vecchi fratelli, poco distante da Dog’s Well, e aveva l’aspetto di una scimmia avvizzita. Aveva circa dieci o undici anni, ma non riusciva a camminare davvero, solo ciondolare. Sapeva però suonare il flauto talmente bene che nessuno era capace di uguagliarlo. Conosceva antiche melodie, talmente vecchie che il popolo le aveva dimenticate da tanto tempo. Un giorno poi, se ne è andato, non so nulla di quello che gli è capitato…” (da un villaggio vicino a Boho, nella contea di Fermanagh)

Con il progresso della scienza medica, la credenza dei changeling è diventata solo una curiosità folkloristica, si prenda la canzone composta da Heather Dale dal titolo  Changeling Child

ASCOLTA Heather Dale


I
The wind blows low and mournful
Through the Strath of Dalnacreich
Where once there lived a woman
Who would a mother be
For twelve long years a good man’s wife
But ne’er the cradle filled
A mother of a changeling child
from ‘neath the fairy hill
II
She traveled to the standing stones
And crossed into the green
Where all the host of elven folk
Were dancing there unseen
Through the night she bargained
With the Queen of fairies all
Who sent her home at dawning
with a babe beneath her shawl
III
How their home was joyful
With a son to call their own
But soon they saw the years that passed
Would never make him grow
The fairies would not answer her
The stones were dark and slept
A babe was all she asked for,
and their promises they’d kept
IV
The wind blows low and mournful
Through the Strath of Dalnacreich
Where once there lived a woman
Who would a mother be
For fifty years she rocked that babe
It’s said she rocks him still
A mother of a changeling child
from ‘neath the fairy hill
Traduzione italiano di Cattia Salto
I
Il vento soffia cupo e lamentoso
nella valle di Dalnacreich (1)
dove un tempo viveva una donna
che voleva essere una madre
per dodici lunghi anni la moglie di un brav’uomo,
ma mai la culla fu occupata.
La madre di un bambino scambiato
dentro la collina delle fate
II
Si recò al cerchio delle pietre,
attraverso il bosco,
dove tutte le creature del popolo fatato, danzavano non viste.
Per tutta la notte contrattò
con la Regina di tutte le fate
che la mandò a casa all’alba
con un bambino sotto lo scialle
III
Oh come vissero felici con un figlio che potevano dire proprio!
Presto però  videro gli anni trascorrere
eppure non lo facevano mai
crescere.
Le fate non le rispondevano,
le pietre erano sorde e dormienti,
un bambino era tutto ciò che chiedeva,
e loro mantennero le promesse!
IV
Il vento soffia cupo e lamentoso
nella valle di Dalnacreich
dove un tempo viveva una donna
che voleva essere una madre.
Per cinquant’anni cullò quel bambino
si dice che ancora lo culli,
la madre di un bambino scambiato
dentro la collina delle fate

NOTE
1) una valle della Scozia

continua

FONTI
http://www.fantasymagazine.it/notizie/2521/changeling-fiabe-per-capire-l-autismo/ http://mcglenmysteries.blogspot.it/2010/10/changelings.html
http://chrsouchon.free.fr/bugelf.htm
https://www.carolynemerick.com/archivistscorner/changeling-tales

Ireland’s most sinister superstition: The changeling

http://www.vitadiocesanapinerolese.it/cultura/tutti-i-leggendari-piemontesi
http://www.chambradoc.it/iSarvanotDalToumpi/iMarmineleDiSarvanot.page

The lake isle of Innisfree

Nella contea di Sligo, la patria spirituale di W. B. Yeats  giace un piccolo lembo di terra proprio nel Lough Gill, è Innishfreela “terra dei desideri e del cuore“, l'”isola di foglie” di Stolen Child.
Ci dice il poeta stesso in una delle sue letture pubbliche della poesia “I am going to begin with a poem of mine called ‘The Lake Isle of Innisfree’ because if you know anything about me you will expect me to begin with it. It is the only poem of mine which is very widely known. When I was a young lad in the town of Sligo I read Thoreau’s essays and wanted to live in a hut on an island in Lough Gill called Innisfree which means ‘Heather Island’. I wrote the poem in London when I was about twenty three: one day in The Strand I heard a little tinkle of water and saw in a shop window a little jet of water balancing a ball on the top – it was an advertisement, I think, for cooling drinks – but it set me thinking of Sligo and lake water. I think there is only one obscurity in the poem – I speak of noon as a ‘purple glow’ – I must have meant by that the reflection of heather in the water.” (tratto da qui)

E la poesia è un omaggio a Henry Thoreau che disse ““Non ci può essere nessuna oscura malinconia per chi vive in mezzo alla Natura e ai suoi sensi sereni.”

Ascolta la poesia letta da Anthony Hopkins

The lake isle of Innisfree
I will arise and go now, and go to Innisfree,
And a small cabin build there, of clay and wattles made:
Nine bean-rows will I have there, a hive for the honeybee,
And live alone in the bee-loud glade.
And I shall have some peace there, for peace comes dropping slow,
Dropping from the veils of the morning to where the cricket sings;
There midnight’s all a glimmer, and noon a purple glow,
And evening full of the linnet’s wings.
I will arise and go now, for always night and day
I hear lake water lapping with low sounds by the shore;
While I stand on the roadway, or on the pavement grey,
I hear it in the deep heart’s core.
Traduzione italiano di Roberto Sanesi
Io voglio alzarmi ora, e voglio andare, andare ad Innisfree
E costruire là una capannuccia fatta d’argilla e vimini:
nove filari e fave voglio averci, e un’alveare,
e vivere da solo nella radura dove ronza l’ape.
E un po’ di pace avrò, chè pace viene lenta
Fluendo stilla a stilla dai veli del mattino, dove i grilli cantano;
e mezzanotte è tutta un luccicare, ed il meriggio brilla
come di porpora, e l’ali dei fanelli ricolmano la sera.
Io voglio alzarmi ora, e voglio andare, perché la notte e il giorno
Odo l’acqua del lago sciabordare presso la riva di un suono lieve;
e mentre mi soffermo per la strada, sui marciapiedi grigi,
nell’intimo del cuore ecco la sento.

L’isola è più un rifugio dell’anima che un luogo reale, in cui vivere del poco ma felici. Eppure Thoreau lo fece veramente nel
1845, quando aveva ventotto anni, andò a vivere sulle rive del lago Walden, in una capanna da lui stesso costruita.. e tutto incominciò perchè non voleva pagare le tasse!
Nella quiete dei boschi coltiva il suo orto, legge, osserva gli animali, passeggia nella natura o fino a qualche villaggio vicino, scrive, fa piccoli lavori in casa, nuota. Thoreau vuole “marciare al suono di un tamburo diverso” e cerca la libertà immergendosi nei ritmi della natura. Testo seminale della consapevolezza ambientalista e caposaldo della controcultura americana, “Walden” è il resoconto autobiografico di questo esperimento di vita solitaria, la cronaca quotidiana di un ritorno alla semplicità, una dichiarazione d’indipendenza dalla pochezza morale di una società dedita all’accumulazione di ricchezza. (vedi)

The lake isle of Innisfree  (by Zoolax)

Molto conosciuta come poesia, non così altrettanto nota per gli abbinamenti melodici. Con il titolo “The Isle of Inisfree” Dick Farrelly compose un brano per il film “The Quiet man” probabilmente ispirato da Yeats.

ASCOLTA musica composta da Bill Douglas: la prima versione con voce, la seconda versione con la  corale Ars Nova Singers

Y. Fanet

IRISH BLUES
la versione blues di Mike Scott (The Waterboys)

The lake isle of Innisfree
I will arise and go now, and go to Innisfree,
And a small cabin build there, of clay and wattles made:
Nine bean-rows will I have there, a hive for the honeybee,
And live alone in the bee-loud glade.
And I shall have some peace there, for peace comes dropping slow,
Dropping from the veils of the morning to where the cricket (1) sings;
There midnight’s all a glimmer (2), and noon a purple (3) glow,
And evening full of the linnet’s wings (4).
I will arise and go now, for always night and day
I hear lake water lapping with low sounds by the shore;
While I stand on the roadway, or on the pavement grey,
I hear it in the deep heart’s core.
Traduzione italiano di Cattia Salto
Mi alzerò e ora me ne andrò, andrò a Innisfree
e una piccola casetta mi costruirò, di fango e giunchi:
nove filari di fagioli vi pianterò, e un alveare per le api avrò
e solo vivrò nella radura (d’erica) con il ronzio delle api.
E starò in pace là, perchè la pace viene piano, goccia a goccia,
stillando dai veli del giorno fin dove canta il grillo;
là mezzanotte è tutta una favilla e mezzogiorno un viola incanto e la sera tutto un volo di fanelli.
Mi alzerò e ora me ne andrò, perchè sempre, notte e giorno,
sento l’acqua del lago lambire la riva con suoni sommessi;
mentre sono per strada o sul grigio asfalto, sento (che mi chiama) dal profondo del cuore

NOTE
1) un giro di parole per dire “fino a sera” Crickets’ singing-stone è il focolare dove cantano i grilli, talvolta citato nei canti tradizionali : i grilli sono animali portafortuna e sentire il loro canto vicino al focolare era di buon auspicio. Era consuetudine per i novelli sposi portare nella nuova casa una coppia di grilli dalla casa dei genitori.
2) sono i bagliori delle acque del lago illuminate dalla luna, ma anche i fuochi del caminetto o delle candele
3) E lo stesso Yeats a spiegare il significato del “bagliore viola” ossia il riflesso dell’erica nell’acqua (il nome dell’isola vuol dire Isola di brugo – ‘Isle of Heather’): Brugo o Erica? Le due piante si distinguono sostanzialmente per la diversa forma dei fiori (l’erica ha la corolla divisa in 5 parti e assomiglia a una botticella, ilbrugo ha il fiore formato da 4 petali quasi completamente divisi) ma per riconoscerle basta guardare il calendario: l’erica fiorisce al termine dell’inverno e in primavera (e in alcune varietà fino a giugno), mentre la calluna fiorisce alla fine dell’estate e in autunno restando fiorita fino ai primi mesi dell’inverno! Per il resto condividono credenze e proprietà continua
Senonchè il viola è un colore ricco di significati, usato da Re e Principi, che foderavano di velluto di seta viola le loro corone dorate.
4) una sorgente di gioia e di riequilibrio psichico per la specie umana, il canto degli uccelli

LA VERSIONE ITALIANA

L’isola del lago di Innisfree è stata musicata da Angelo Branduardi per l’album “Branduardi canta Yeats” 1986

Ed ecco ora mi alzerò, a Innisfree andrò,
Là una casa costruirò, d’argilla e canne io la farò;
là io avrò nove filari ed un alveare, perché le api facciano miele.
E là da solo io vivrò, io vivrò nella radura dove ronzano le api.
E là io pace avrò: lentamente, goccia a goccia,
viene dai veli del mattino fino a dove il grillo canta;
mezzanotte là è un balenio, porpora è mezzogiorno
e la sera è un volo di uccelli.
Ed ecco ora mi alzerò, perché sempre notte e giorno
posso sentire l’acqua del lago accarezzare la riva piano;
mentre in mezzo ad una strada io sto, sui marciapiedi grigi,
nel profondo del cuore questo io sento.

FONTI
https://www.poetryarchive.org/poem/lake-isle-innisfree

STOLEN CHILD

Le fate non sono affatto creature benevole, attratte dalla forza e vitalità del genere umano, rapiscono i bambini e in particolare i neonati, o seducono (a scopo di rapimento) belle fanciulle e giovinetti.
I Rapimenti fatati erano un tempo un tentativo di razionalizzazione del dolore per una morte sconvolgente, quando coglie la vita ancora in boccio. Si trovava consolazione nel pensare che le fate abbiano sottratto quella giovane vita a un triste destino, secondo l’antica religione solo chi è caro agli dei muore giovane!


Si cercava anche di spiegare dei comportamenti anomali, come l’autismo o la depressione, così si diceva che i rapiti ritornati avevano perso l’anima, perchè avevano assaggiato  il cibo delle fate!
Racconti, fiabe e ballate della tradizione celtica sono ricchi di rapimenti fatati e descrivono una vasta gamma di situazioni per mettere in guardia i malcapitati: non bisogna mai fermarsi su di un prato d’erba alta e dentro un cerchio di funghi perchè sono anelli fatati, porte verso l’altro mondo; mai addormentarsi ai piedi di una collina perchè potrebbe essere un tumulo fatato, dimora del castello degli elfi. Ma il pericolo più grande è costituito dal cibo delle fate, perchè chi lo assaggia ne conserva uno struggente desiderio molto spesso fatale.  (vedi)

STOLEN CHILD

Slish Wood and Lough Gill, Co. Sligo (tratto da qui)

E’ la poesia scritta da W. B. Yeats (in The Wanderings of Oisin and Other Poems, 1889)  in cui si descrive per l’appunto un rapimento fatato. Yeats fu uno studioso di mitologia irlandese e appassionato raccoglitore di racconti e leggende sulle fate (ha pubblicato Fairy and Folk Tales of the Irish Peasantry nel 1888 e Fairy Folk Tales of Ireland nel 1892)

La poesia è ambientata nella contea di Sligo, dove il poeta trascorse la maggior parte del suo tempo, “la sua patria spirituale”, “terra dei desideri e del cuore!” e precisamente al Lough Gill un lago a forma di drago, ricco di isolette. Nella poesia descrive anche altre due località care alle fate: Rosses Point nella Baia di Sligo e la cascata di Glencar a metá strada tra Sligo e Manorhamilton, nella contea di Leitrim.

Sono le acque in cui le fate della contea vanno a divertirsi, quelle lacustri di Gill, dove sull’isola di Innisfree accumulano le provviste e banchettano, poi la Baia di Sligo sulla cui rena amano danzare al chiaro di luna, rincorrendo la spuma delle onde che si rifrangono sul bagnasciuga, e infine la cascata di Glencar dove giocano scherzetti alle trote e si fanno la doccia sotto alle felci.

ASCOLTA la poesia recitata da Anya Yalin e illustrata (salta la III strofa)

Stolen Child
W. B. Yeats
I
Where dips the rocky highland
Of sleuth wood in the lake
There lies a leafy island
Where flapping herons wake
The drowsy water rats
There we’ve hid our fairy vats
Full of berries
And of reddest stolen cherries.
Come away oh human child
To the waters and the wild
With a faery hand in hand
For the world’s more full of weeping
Than you can understand
II
Where the wave of moonlight glosses
The dim grey sands with light
By far off furthest Rosses
We foot it all the night
Weaving olden dances
Mingling hands and mingling glances
Till the moon has taken flight
To and fro we leap
And chase the frothy bubbles
Whilst the world is full of troubles
And is anxious in its sleep.
Come away oh human child
To the waters and the wild
With a faery hand in hand
For the world’s more full of weeping
Than you can understand
III
Where the wandering water gushes
From the hills above glen car
In pools among the rushes
That scarce could bathe a star
We seek for slumbering trout
And whispering in their ears
Give them unquiet dreams
Leaning softly out
From ferns that drop their tears
Over the young streams
Come away oh human child
To the waters and the wild
With a faery hand in hand
For the world’s more full of weeping
Than you can understand
IV
Away with us he’s going
The solemned eyed
He’ll hear no more the lowing
Of the calves on the warm hillside
Or the kettle on the hob
Sing peace unto his breast
Or see the brown mice bob
Round and round the oatmeal chest.
For he comes, the human child
To the waters and the wild
With a faery hand in hand
For the world’s more full of weeping
Than you can understand.
Il fanciullo rapito
Traduzione italiano di Roberto Sanesi*
I
Laggiù dove i monti rocciosi
Di Sleuth Wood si tuffano nel lago,
Laggiù si stende un’isola fronzuta
Dove gli aironi svegliano, sbattendo
Le ali, i sonnolenti topi d’acqua;
Laggiù abbiamo nascosto i nostri tini
Fatati, ricolmi di bacche e ciliege
Fra le più rosse di quelle rubate.
Vieni, fanciullo umano!
Vieni all’acque e nella landa
Con una fata, mano nella mano,
Perché nel mondo vi sono più lacrime
Di quanto tu non potrai mai comprendere.
II
Laggiù dove l’onda del chiaro di luna risveglia
Riflessi luminosi nelle grigie e opache
Sabbie, lontano, là presso la lontana
Rosses (3), tessendo danziamo
Tutta la notte le più antiche danze,
Intrecciando le mani e intrecciando gli sguardi
Finché la luna non abbia preso il volo;
E avanti e indietro a balzi
Inseguiamo le bolle spumeggianti,
Mentre il mondo è ricolmo di pene
E dorme un sonno ansioso.
Vieni, fanciullo umano!
Vieni all’acque e nella landa
Con una fata, mano nella mano,
Perché nel mondo vi sono più lacrime
Di quanto tu non potrai mai comprendere.
III
Dove l’acqua zampilla, vagabonda,
Dalle colline sopra Glen-Car
Nei laghetti fra i salici
Dove a stento una stella potrebbe
Bagnarsi, cerchiamo le trote assopite
E bisbigliando, ai loro orecchi doniamo
Ad esse sogni inquieti;
Lievemente sporgendoci
Dalle felci che versano
Le loro lacrime sui giovani ruscelli.
Vieni, fanciullo umano!
Vieni all’acque e nella landa
Con una fata, mano nella mano,
Perché nel mondo vi sono più lacrime
Di quanto tu non potrai mai comprendere.
IV
E con noi egli viene,
Il fanciullo dall’occhio solenne:
Mai più potrà udire i muggiti
Dei vitelli sui tepidi pendii
O la teiera sopra il focolare
Cantargli la pace nel petto,
Né vedere i sorci bruni
Che corrono attorno alla madia.
Perché egli viene, il fanciullo umano,
Viene all’acque e nella landa
Con una fata, mano nella mano,
Da un mondo dove esistono più lacrime
Di quanto egli potrà mai comprendere.

NOTE
* traduzione di Roberto Sanesi da Poesie di Yeats, Mondadori 1974

La poesia fu  messa in musica  nel secolo successivo dal compositore inglese Cyril Rootham
ASCOLTA Stolen Child op 38, la versione per coro e orchestra

A dare notorietà alla poesia nell’ambito della musica folk ci ha pensato Loreena McKennitt con il suo album d’esordio, componendo la melodia.
ASCOLTA Loreena McKennitt in Elemental, 1985 nel video si mostrano i paesaggi nella contea di Sligo tra la foschia, in suggestive albe o crepuscoli

ASCOLTA Cuan Alainn (in inglese Beautiful Harbour) hanno realizzato un arrangiamento in russo della composizione di Loreena McKennitt -2014, testo tradotto da Gregory Kruzhkova per info sul video (qui)
ASCOLTA La versione folk-rock dei Waterboys risale al 1988: che mettono in musica il “ritornello” lasciando il parlato sulle strofe (voce di Tomas Mac Eoin)

ASCOLTA Heather Alexander in Wanderlust 1994, altra melodia

ASCOLTA Hamilton Camp  compone ancora un’altra melodia -piuttosto interessante, con un ritornello molto orecchiabile – e registra il brano con il titolo “Celts” nell’album Sweet Joy, 2006 (su Spotify)
ASCOLTA Merrymouth nell’album d’esordio “Simon Fowlers Merrymouth” 2012, su melodia composta da Simon Fowler/ Dan Sealey /Mike Mcnamara , molto intensaASCOLTA Kate Price (rifacimento della versione Merrymouth) in Songs from the Witches Wood 2009


I
Where dips the rocky highland
Of Sleuth Wood in the lake
There lies a leafy island
Where flapping herons wake
The drowsy water rats
There we’ve hid our fairy vats
Full of berries
And of reddest stolen cherries.
Come away oh human child
To the waters and the wild
With a faery hand in hand
For the world’s more full of weeping
Than you can understand
II
Where the wave of moonlight glosses
The dim grey sands with light
By far off furthest Rosses
We foot it all the night
Weaving olden dances
Mingling hands and mingling glances
Till the moon has taken flight
To and fro we leap
And chase the frothy bubbles
Whilst the world is full of troubles
And is anxious in its sleep.
III
Where the wandering water gushes
From the hills above glen car
In pools among the rushes
That scarce could bathe a star
We seek for slumbering trout
And whispering in their ears
Give them unquiet dreams
Leaning softly out
From ferns that drop their tears
Over the young streams
IV
Away with us he’s going
The solemned eyed
He’ll hear no more the lowing
Of the calves on the warm hillside
Or the kettle on the hob
Sing peace unto his breast
Or see the brown mice bob
Round and round the oatmeal chest.
For he comes, the human child
To the waters and the wild
With a faery hand in hand
For the world’s more full of weeping
Than you can understand.
Traduzione italiano di Cattia Salto*
I
Dove l’altipiano roccioso
di Sleuth Wood (1) si immerge nel lago,
laggiù si trova un’isola boscosa (2)
dove il battito d’ali degli aironi,
sveglia i topi d’acqua dormiglioni;
laggiù abbiam nascosto delle fate
i mastelli ricolmi di mirtilli,
e delle più rosse ciliege rubate .
Vieni, fanciullo umano!
alle acque e ai boschi
mano nella mano di una fata
perché il mondo contiene più lacrime
di quante tu possa sopportare (3)
II
Dove l’onda al chiaro di luna tira a lucido le sabbie grigio scuro
lontano, presso la lontana Rosses (4),
per tutta la notte danziamo
la trama dei balli più antichi,
intrecciando mani e sguardi
finché la luna avrà preso il volo;
e avanti e indietro a balzi
inseguiamo le bolle schiumose,
mentre il mondo è ricolmo di pene
e dorme un sonno ansioso.
III
Dove l’acqua errabonda zampilla,
dalle colline sopra Glencar (5)
in pozze fra i giunchi, che a stento una stella potrebbe bagnarsi, (6)
cerchiamo le trote addormentate
e bisbigliandogli nelle teste (7)
doniamo loro sogni inquieti,
sporgendoci piano
dalle felci che piangono lacrime
sui rivoli novelli.
IV
Via con noi egli andò,
il fanciullo dagli occhi gravi:
mai più sentirà i muggiti
dei vitelli sui tiepidi pendii,
o il bollitore sopra il focolare
cantargli la pace nel petto,
nè vedrà i topolini bruni
circolare attorno alla dispensa.(8)
Perché egli viene, il fanciullo umano,
alle acque e ai boschi
mano nella mano di una fata
perché il mondo contiene più lacrime
di quante tu possa sopportare

NOTE
1) Sleuth Wood noto come Slish Wood,  “Sleuthwood by the lake”, un tempo un folto bosco di querce lungo la sponda meridinale  del Lago Gill, gran parte degli alberi vennero abbattuti per procurare il legname necessario agli sforzi bellici della II Guerra Mondiale. Il bosco scende ripido per incontrare l’acqua tra grandi massi coperti di muschio
2) letteralmente “isola di foglie”, è Innishfree (‘Isle of Heather’) l’isola disabitata nel Lough Gill in cui Yeats avrebbe voluto vivere abitando in un piccolo cottage (continua)
3) l’atteggiamento delle fate è compassionevole, il fato del fanciullo (o il mondo degli uomini) è crudele e vogliono evitargli delle sofferenze
4) Rosses Point è una spiaggia nella baia di Sligo, (dalla parte opposta del lago) una popolare località di villeggiatura della famiglia Yeats: una piccola striscia di sabbia e alle spalle una distesa d’erba. All’angolo nord di Rosses c’è un piccolo promontorio di sabbia, rocce ed erba: nessun contadino saggio si addormenterebbe ai suoi piedi per timore di un rapimento fatato
5) è la cascata di Glencar vicino al lago omonimo, nella contea di Leitrim.  Quando il vento soffia da Ovest l’acqua, invece di cadere, s’innalza verso il cielo. Per questo motivo, la cascata viene anche chiamata “il comignolo del diavolo”. Per la verità le cascate sono due, quella più alta e imponente e quella più bassa e più modesta, incastonata tra le rocce e il fogliame con una polla a gradoni
6) le chiazze d’acqua sono così piccole che a malapena rispecchiano le stelle del cielo
7) letteralmente “sussurrando alle loro orecchie” Sebbene i pesci non abbiano l’orecchio esterno, sono tuttavia in grado di udire: gli organi dell’udito sono localizzati nella parte posteriore del cranio ( orecchio interno). I pesci percepiscono i suoni che hanno una frequenza compresa tra i 16 e i 7.000 hertz.
8) la madia con la farina d’avena

ASCOLTA Clann una versione strumentale intitolata Stolen Child (le parole sono solo dei vocalizzi -di Charlotte Oleena- ma che atmosfera!!) in Seelie e di cui la KIN Fables ha prodotto una trilogia: Kin, Salvage, Requiem

FONTI
http://www.turismoletterario.com/blog/viaggio-con-yeats-a-sligo-parte-seconda/

http://walksireland.com/?p=1129
http://www.voicesfromthedawn.com/rosses-point/
http://ireland-calling.com/the-stolen-child-notes-and-analysis/
http://unitalianoasligo.com/archives/42730
http://benvenutiasligo.blogspot.it/2013/05/una-gita-glencar.html
https://www.aransweatersdirect.com/blogs/blog/121549377-glencar-waterfall-and-lake

Bannocks of Barley

IL BANNOCK SCOZZESE

La preparazione di questa alternativa del pane cotto in forno è antichissima, perchè per ottenere il primo pane nella storia probabilmente si schiacciarono tra due pietre i chicchi dei primi cereali coltivati,  e con l’aggiunta di acqua si cossero in strati sottili su delle pietre piatte poste sul fuoco (o tra la cenere). L’ulteriore variante fu poi la cottura nella padella in ghisa dei traveiller e dei primi pionieri d’oltreoceano.
Il bannock scozzese ha uno spessore maggiore rispetto alle varianti tipo piadina o gallette (come di chiamano in Bretagna) o alle miacce della Valsesia perchè si stende un po’ spesso, circa alto uno o due dita; storicamente è stato il pane dei pionieri americani e canadesi, che però aveva già il suo equivalente tra i popoli nativi i quali lo preparavano con la farina di mais (o con il grano integrale). Le farine d’un tempo erano quelle d’avena o d’orzo che meglio si adattano ai climi estremi del Nord, un pane preparato in fretta e senza lasciarlo lievitare, anche se nel tempo con l’aggiunta di un po’ di lievito, si trasforma in focaccia e con una manciata di uvetta diventa addirittura un dolce. Una cottura ancora alternativa è quello della frittura.
Il problema della cottura sulla fiamma viva di un fuoco da campo è la distribuzione del calore perchè se il fuoco è troppo vivo, si rischia di bruciare la crosta e di lasciare l’interno poco cotto (il mio consiglio è d’imparare direttamente da chi ha già esperienza). In mancanza di padella l’impasto un po’ più denso viene avvolto intorno a un bastoncino di legno e cotto sopra le fiamme.

LA RICETTA DELLE ISOLE ORCADI

I Bannock d’orzo hanno un sapore caratteristico un po’ dolciastro e sono cotti sulla piastra/padella invece che nel forno, perfetti per la vita da campo dei rudi montanari scozzesi (e del rancio dei guerrieri scozzesi).
La ricetta presa da Elizabeth’s kitchen diary è molto semplice: 2 tazze di farina d’orzo, 1 tazza di farina di grano, 1 cucchiaino di bicarbonato di sodio e 1 di crema di tartaro (ok oggi possiamo usare tranquillamente lo lievito in polvere), un pizzico di sale. L’aggiunta dello lievito rende più appetibile ai palati moderni questo tipo di pane, ma un tempo si doveva trattare di una semplice miscela di farina e acqua, io uso il lievito istantaneo in polvere sciolto nel latticello, ma fate un po’ come vi pare, anche il bicarbonato può andare. Come per tutti gli impasti che devono restare morbidi si devono maneggiare il meno possibile.
Fare una fontanella con tutti gli ingredienti secchi, aggiungere tanto latticello quanto basta per ricavare una palla, (usando la stessa tazza dosare 3/4 di latticello, l’aggiunta della parte liquida è da fare però a occhio, in base alla consistenza da dare all’impasto) spianare la pasta con un po’ di farina dando la forma rotonda -si può fare un unico “pane tondo” (con il segno della croce impresso con il manico di legno) o tagliarlo in quarti.
Scaldare una padella di ghisa (senza ungerla, ma c’è chi la unge)  fino a farla diventare ben calda. Cuocere per circa 5/10 minuti su ogni lato senza scordare i bordi.
Per gustarlo al meglio tagliate il bannock ancora caldo aprendolo in due e spalmateci sopra il burro. Servire caldo con formaggio tipo fontina o asiago (che non è la stessa cosa del formaggio delle Orcadi, ma .. è da provare con i formaggi italiani a pasta semi molle anche quelli erborinati)

LA RICETTA STORICA

Un’altra versione (qui) aggiunge invece le due farine d’orzo e d’avena, sale, un po’ di burro e del latte e suggerisce un curioso procedimento per amalgamare gli ingredienti: sbriciolare il burro nelle farine come quando si prepara la pasta frolla (burro freddo che si consiglia di grattugiare per amalgamare più velocemente) e poi mettere a mollo nel latte in modo che risulti ben bagnato ma non troppo e lasciare riposare 15 minuti. Presumo che questo tipo di preparazione sia dovuta al fatto che si macinino “in casa” i chicchi (usando un frullatore, o il vecchio macinino del caffè) e che quindi non si ottenga una vera e propria farina. Come sia dopo l’ammollo si impasta con della farina d’avena e si procede spianando in forma tonda. Per la cottura in padella indica 15 minuti per lato

IL BANNOCK BISCOTTINO

Diciamolo francamente, la cottura in forno è migliore, l’impasto si cuoce bene anche all’interno, senza rischio di bruciacchiature e mezze cotture come in padella. Così elaborando appena un poco la ricetta precedente si ottengono dei gustosi (per il palato scozzese) biscottini (oatcake) da abbinare a un accostamento agrodolce, tipo formaggio e marmellata (o a burro/formaggio e miele).
La ricetta (qui) una miscela farina di grano (2 tazze) e d’avena (1 tazza), poco zucchero  e lievito, il solito pizzico di sale, burro a temperatura frigo, latte e yogurt (o il latticello se avete appena preparato il burro fresco). Procedere come al solito per la preparazione della pasta frolla (parte secca + burro  grattugiato) poi quando il burro è tutto sbriciolato aggiungere la parte liquida e mescolare con un cucchiaio di legno e poi continuare a impastare aggiungendo della farina fino a quando l’impasto non è più appiccicoso. Invece di usare gli stampini, modellare la pasta come un salame e tagliare a fette spesse 1 cm circa, se invece vogliamo fare dei biscottini rettangolari modellare un salamino più lungo e sottile (come per gli gnocchi). Cuocere a 200° per 10-15 min

IL BANNOCK LIEVITATO

Ed eccoci arrivare alla versione pane dolce lievitato, nella ricetta del Selkirk Bannock (qui e qui) si usa una farina forte (500 gr), lievito di birra, acqua o latte tiepido per attivare la lievitazione, un etto abbondante di burro (100-150 gr), 50/100 gr di zucchero e  uvetta a piacere.
Un tempo era preparato con la farina d’orzo, ma per farlo lievitare bene è preferibile la farina di grano; questo dolce più ricco è probabilmente il Bride bannock (bonnach Bride) descritto da Alexander Carmichael, che le donne sposate preparavano per la festa di Imbolc.

E mentre stiamo ai fornelli ascoltiamoci un po’ di musica tradizionale scozzese

Bannocks o’ bear meal

Sulla melodia tradizionale The Killogie nel 1688 Lord Newbottle scrisse una poesiola satirica, con il titolo di “Cakes o’ Croudy” (Crowdie è una densa pastella di farina e acqua preparata per la cottura sulla piastra). In Scozia questo tipo di satira si dice Pasquil proprio come le nostre “pasquinate” in cui il popolo sfoga il suo malumore verso i potenti. Trasformata da Robert Burns in una canzone giacobita per la raccolta dello “Scots Musical Museum” (1796). Anche James Hogg ha pubblicato un testo simile a quello di Burns con il titolo  “Cakes o’ Croudy”  (“Jacobite Relics”, 1819) che prende anche il titolo di Bannocks o Barley: nella canzone si rende omaggio ai guerrieri dei clan scozzesi (i Montanari della Scozia alta e delle Isole) che combatterono per cercare di rimettere sul trono l’ultimo pretendente della casa Stuart
lads wi the bannocks o’ barley (i ragazzi che mangiano panini d’orzo)

Non posso fare a meno di notare che anche i ribelli irlandesi del 1798 furono associati all’orzo “L’orzo che si muove nel vento”:  pare che sulle fosse comuni dove venivano seppelliti i “croppy boys“, crescesse l’orzo, germogliato dalle razioni di cibo che si portavano in tasca; così lo spirito del nazionalismo irlandese non poteva essere distrutto e tornava a rinasce.

Al momento in rete di Bannocks o Barley si trovano le versioni classiche nelle variazioni di Haydn, oppure nel The Complete Songs of Robert Burns, Vol. 6 (qui)

ASCOLTA Daniela Bechly su Spotify la versione classica su arrangiamento di F.J. Haydn; il testo è però “Argyle is my name” (testo qui)
ASCOLTA in verisone marcia del Gloucester Regiment detta anche “Kinnegad Slashers” (una variante di Brian O’Linn e per questo viene archiviata talvolta come melodia irlandese)

The Kinnegad Slashers
Bannocks o’ Barley Meal

LA VERSIONE DI ROBERT BURNS
Bannocks o’ bear meal (1),
Bannocks o’ barley,
Here’s to the Highlandman’s
Bannocks o’ barley!
I
Wha in a brulyie
Will first cry ‘ a parley’?
Never the lads
Wi the bannocks o’ barley!
II
Wha, in his wae days,
Were loyal to Charlie (2)?
Wha but the lads
Wi the bannocks o’ barley!


LA VERSIONE DI JAMES HOGGS
I
Bannocks o’ bear meal,
Bannocks o’ barley,
Here’s to the Highlandman’s
Bannocks o’ barley!
Wha in a bruilzie
will first cry ” a parley ?”
Never the lads
wi’ the bannocks o’ barley !
II
Wha was it drew
the gude claymore for Charlie ?
Wha was it cowed
the English lowns rarely ?
An’ clawed their backs
at Falkirk (3) fairly ?
Wha but the lads
wi’ the bannocks o’ barley !
III
Wha was’t when hope
was blasted fairly,
Stood in ruin (4)
wi’ bonny Prince Charlie?
An’ ‘neath the Duke’s (5)
bluidy paw dreed fu’ sairly ?
Wha but the lads
wi’ the bannocks o’ barley !
Traduzione italiano di Cattia Salto
Panini (tortino) di farina d’orzo (1),
panini d’orzo
per gli Highlanders
panini d’orzo!
I
Chi nella lotta
griderà per primo “tregua”?
Nessuno dei ragazzi
che mangia panini d’orzo!
II
Chi nei giorni del dolore
fu fedele a Carletto (2)?
Chi se non i ragazzi
che mangiano panini d’orzo?!


Traduzione italiano di Cattia Salto
I
Panini (tortino) di farina d’orzo,
panini d’orzo
per gli Highlanders
panini d’orzo!
Chi nella lotta
griderà per primo “tregua”?
Nessuno dei ragazzi
che mangia panini d’orzo!
II
Chi ha sferrato il colpo con il suo valoroso spadone per Carletto?
Chi ha intimidito
le canaglie inglesi?
E artigliato finalmente
le loro schiene a Falkirk (3)?
Chi se non i ragazzi
che mangiano panini d’orzo?!
III
Chi fu, quando la speranza
venne spazzata via,
ad ergesi tra le rovine (4)
con il bel Carletto?
E sotto la zampa insanguinata
del Duca (5) tremò pieno di rimpianto?
Chi se non i ragazzi
che mangiano panini d’orzo?!

NOTE
1) bear (che si pronuncia proprio come la parola inglese per “orso” è un tipo particolare d’orzo coltivato nell’antichità nelle isole Orcadi, usato sia per la panificazione che per la birra. Gli storici presumono che sia arrivato nelle isole (Orcadi e Shetland) insieme ai vichinghi, è seminato in primavera e raccolto in estate ( per la sua rapida crescita è detto anche l’orzo dei 90 giorni).
2) il nostro Bonny Prince
3) la battaglia di Falkirk fu la più grande battaglia della Rivolta giacobita combattuta il 17 gennaio 1746 tra gli Inglesi e i sostenitori di Charles Edward Stuart  (vedi) già nel 1298 si era dispitata un’altra battaglia tra gli Inglesi e i ribelli scozzesi di William Wallace, vinta da Edoardo I a caro prezzo. Purtroppo, però, anziché riprendere l’avanzata verso sud,  il principe Carlo Edoardo preferì fermarsi a Inverness con l’intenzione di svernarvi.
4) Christian Souchon nella sua traduzione suggerisce ” si sacrificò fino alla morte”
5) il Duca di Cumberland chiamato dagli amici “il macellaio”, e paragonato ad un orso sanguinario:  gli scozzesi furono sconfitti pochi mesi dopo la vittoria di Falkirk nella battaglia di Culloden, anche quel giorno pioveva era il 16 aprile 1746 continua

FONTI
http://www.cobbler.plus.com/wbc/poems/translations/bannocks_o_bear_meal.htm
http://chrsouchon.free.fr/bannock.htm
http://chrsouchon.free.fr/croudy.htm
http://abcnotation.com/tunePage?a=www.campin.me.uk/Flute/Webrelease/Flute/09Duet/09Duet/0002

RICETTE
http://ontanomagico.altervista.org/alimentazione.html
http://ontanomagico.altervista.org/cereali.htm
http://outlanderkitchen.com/2014/08/13/bannocks-castle-leoch/
https://www.elizabethskitchendiary.co.uk/2013/04/orkney-beremeal-bannocks.html/
https://honey-guide.com/2013/11/24/bere-and-beremeal-bannocks/

https://www.bbcgoodfood.com/recipes/1129665/selkirk-bannock
https://foodanddrink.scotsman.com/food/a-history-of-the-selkirk-bannock-including-recipe-for-making-your-own/

LA “MERLA” IRLANDESE

Anche nella tradizione delle Isole Britanniche esiste una versione degli italici giorni della merla, ma spostati di un mese (paese che vai usanza che trovi): i primi tre giorni di  Aprile sono giorni di brutto tempo, freddi e tempestosi e sono chiamati i Borrowed o Borrowing Day, perchè Marzo ha chieso in prestito ulteriori tre giorni.

Una poesia irlandese così recita

The first of them was wind and wet,
The second of them was snow and sleet,
The third of them was such a freeze,
It froze the birds’ claws to the trees

Il primo giorno fu ventoso e umido,
il secondo fu neve e nevischio,
il terzo giorno fu talmente gelido che congelò le zampe degli uccelli sugli alberi

In Inghilterra non ci sono di mezzo le mucche e una filastrocca dello Staffordshire recita

March borrowed of April,
Three days, they say;
One rained, the other snowed,
And the other was the worst day that ever blowed
Marzo chiese in prestito ad Aprile tre giorni, così dicono;
uno pioveva, l’altro nevicava
e il terzo fu il peggiore giorno a sferzare (con il vento)

I GIORNI DELLA MUCCA TIGRATA

Mucca tigrata irlandese: Bo Riabhach  è una mucca autoctona irlandese abbastanza rara che prende il nome dal mantello bruno a strisce proprio come la tigre.

IRLANDA: The Old Cows Days/The Days of the Brindled Cow (in gaelico “An tSean-bho Riabhach)

La leggenda irlandese narra che una mucca dal manto striato molto testarda, si lamentava con i suoi amici bovidi dei rigori di Marzo, e alla fine del mese si vantò di essere sopravvissuta alle raffiche gelide del vento marzolino. Queste affermazioni indispettirono Marzo che prese in prestito tre giorni da Aprile per continuare a tormentare la mucca: e la mucca morì!
In all mountainous districts here as elsewhere in Ireland March is the severest month for cattle: “an old cow on the 31st March began to curse and swear at April, tossing her tail in the air, and saying to the devil, I pitch you – you are gone and April has come, and now I will have grass. March, however, was too much for her, and he borrowed three days from April, during which time he made such bad weather the old cow died.’ (Folklore- Journal  1885. tratto da qui)

In alcune parti dell’Irlanda del Nord, la storia è più elaborata e entrano in scena anche il merlo e il saltimpalo oltre che la vecchia vacca: così i giorni di maltempo diventano nove (tre per ogni animale che si fece beffe di Marzo)

Trí lá lomartha an loinn
Trí lá sgiuthanta an chlaibhreáin
Agus trí lá na bó riabhaighte
Three days for fleecing the black-bird,
Three days of punishment for the stone chatter,
And three days for the grey cow.

Come per il mito della merla bianca siamo in presenza della punizione divina per l’hybris: per citare ancora Antonia Bertocchi nella sua ricerca etno-storica “… risate e schiamazzi che suonano molesti all’orecchio mistico dei saggi e degli iniziati che hanno imparato a non recare disturbo al lavorio delle forze sacre immanenti nella natura, mentre si sacrificano e si trasformano. La hybris, secondo le categorie del pensiero magico – religioso, è un sentimento di tracotanza, misto ad ingordigia. E’ il più grave peccato che l’umanità possa compiere. E’ un atteggiamento interiore, non è un elenco di prescrizioni e divieti, come ad esempio i tabù, la cui trasgressione può venir punita con la morte. Ma la società totemica non ha interesse ad autodistruggersi, per questo si educano le persone fin dalla prima infanzia, in modo che ogn’uno diventi capace di controllare sé stesso fin dal primo insorgere della hybris, perché è il prerequisito di qualunque tipo di infrazione a qualunque norma morale.” (tratto da qui)

La mucca tigrata è chiaramente uno spirito guardiano, sappiamo infatti che era una delle sembianze di Cailleach, la velata, così come si manifestava la Dea durante l’Inverno la “Vecchia Donna”, che colpiva con il suo martello la terra e la rendeva dura fino a Imbolc, la festa del risveglio della Primavera. E’ la gruagach, la vacca sacra giunta dal mare di cui troviamo disseminate per i campi la pietra coppellata per le offerte di latte, una creatura soprannaturale in origine sicuramente di genere femminile  guardiana del bestiame di un determinato territorio.
Alcune ipotesi non ritengono che il culto sia originario delle isole, ma che arrivi dal continente e per la precisione dalla Spagna
Lo storico greco Erodoto nel  secolo A.C. ci parla di una tribù celtica in Spagna che chiama “Kallaikoi“.
L’autore romano Plinio parla del popolo dei 
Callaeci, tribù da cui deriva il nome Gallaecia (Galizia) e Portus Cale (Portogallo). Il nome Callaeci viene fatto risalire ad “adoratori della Cailleach“. …Non si sa se era già una Dea Anziana o se venne trasformata in Vecchia Saggia dalle nuove popolazioni per indicare la sua antichità. L’ Irlanda e la Scozia sono costellate da luoghi che ne riprendono il nome o che ricordano vicende che la vedevano protagonista. Sembra quasi che la Cailleach sia onnipresente in quelle terre, che permei tutto il territorio, che ne sia la vera incarnazione. (Claudia Falcone tratto da:ilcerchiodellaluna.it)

Guarda caso la stessa leggenda viene raccontata sia in Scozia che in Spagna: un pastore, per proteggere il suo gregge, promise di sacrificare un agnello a Marzo se avesse ridotto la forza dei suoi venti. Ma quando Marzo finì il pastore si rimangiò la promessa. Per vendicarsi, Marzo prese in prestito tre giorni ad Aprile e scatenò i suoi venti con più ferocia per punire il pastore del suo inganno.
Marzo dice ad Aprile
I see 3 hoggs (hoggets, sheep) upon a hill; 
And if you’ll lend me dayes 3 
I’ll find a way to make them dee (die). 
The first o’ them wus wind and weet, 
The second o’ them wus snaw and sleet, 
The third o’ them wus sic a freeze 
It froze the birds’ nebs (noses) to the trees. 
When the 3 days were past and gane 
The 3 silly hoggs came hirpling (limping) hame.

Ma non finisce qui, ulteriori analogie con i giorni della merla si possono ritrovare nel “Blackthorn winter“, una sorta di incantesimo sul freddo che fa fiorire il prugnolo, il delicato fiore bianco con il cuore illuminato dai gialli pistilli si apre prima delle foglie, e lo vediamo fare capolino tra la neve o la brina che riveste i campi. Sono un breve periodo di giornate insolitamente calde a fine marzo-inizio d’aprile, ma dannose per gli alberi da frutto perchè ci sono sempre i Borrowing Days in agguato che faranno gelare i boccioli sugli alberi!

FONTI
http://ontanomagico.altervista.org/poor-horse.htm
http://www.irishcultureandcustoms.com/ACalend/BorrowedDays.html
http://thewidowsweeds.blogspot.it/2012/03/borrowing-days.html

I canti della merla nel Cremonese/Lodigiano

I “giorni della merla” (il 29-30-31 gennaio ma anche il 30-31 gennaio-1 febbraio) sono per tradizione i giorni più freddi dell’anno. Hanno luogo in questi giorni di passaggio tra l’Inverno e la Primavera i riti agro-pastorali che accompagnano il risveglio della natura e scacciano il Gelo (prima parte)

Nell’opuscolo della Prolo loco di Soresina (prov di Cremona) La Merla si descrive come si svolgeva un tempo il rituale del canto sulle fascine: “La preparazione del rito avveniva nelle stalle le sere precedenti i tre giorni della merla. Le donne filavano la rocca con il compito specifico di preparare le pezzuole che sarebbero servite per avvolgere le larve. Occorre ricordare che la Merla era l’avvenimento rituale attraverso il quale avveniva la propiziazione per il buon andamento dell’annata agraria, e quindi di quello che era il primo raccolto dell’anno, e cioè il baco da seta.
Nei giorni prestabiliti (ultimi due di gennaio e primo di febbraio – “Dü te i do, ön t’el prumetaro”) coloro che partecipavano alla Merla, si ritrovavano attorno alla catasta di fascine (la fasinèra).
I giovani e gli uomini battevano con i bastoni i tavolati dei carri agricoli ed in genere tutto quanto produceva un forte rumore. Serviva ad avvertire l’altro gruppo, cioè un’altra cascina, dell’inizio del rito. Dopodichè, la donna che all’interno della comunità possedeva la voce più bella, saliva sulla catasta di fascine intonando il primo verso del canto della Merla. Quindi si univano nel canto le voci di tutti i partecipanti. Il rito si conclude con un falò, provocato dalla combustione di un cumulo di fascine, sulla cui sommità viene posta a bruciare una caricatura di una “vecchia”.
La versione più corrente indica in questo episodio l’inverno che brucia e quindi se ne va. “

le fascine (incantate dai canti della merla e divise tre le famiglie della comunità alla fine del rito) diventano un luogo sicuro su cui i bachi si aggrappano per creare il bozzolo di seta da cui usciranno farfalle

 

I canti della merla nel Cremonese/Lodigiano

Lungo le rive dell’Adda  (dalla sponda cremonese a quella lodigiana) si festeggiano i giorni della merla con dei canti rituali e l’accensione di un falò.

I testi delle canzoni differiscono leggermente da un paese all’altro, ma mantengono come denominatore comune i temi dell’inverno e dell’amore-fertilità. 
In alcuni paesi la tradizione è ritornata grazie all’opera revivalistica di alcuni gruppi carnevaleschi degli anni 70, oggi un appuntamento folkloristico atteso dalla comunità: chi si riunisce sul sagrato della chiesa, chi sulla riva del fiume, divisi in due gruppi di cantori – uomini e donne- danno vita ad una gara di canto rinverdendo le antiche ritualità dei “contrasti” di genere; le prime due sere accanto ai falò si mangiano le castagne, ma anche i dolci tipici del carnevale – camandolini (castagnole) e lattughe (chiacchiere)- e si beve vin brulè, discutendo sull’esecuzione dei canti, l’ultima sera con una pantomina avviene la riconciliazione tra i due gruppi e si brucia la vecchia. Dalla direzione che prende il fumo si traggono le previsioni sulla stagione entrante..

Così scrive Valerio Gardoni sui canti della Merla lungo le rive dell’Adda: “Il rito propiziatorio del cantare “La Merla” si è persa nei paesi, nelle campagne già alla fine degli anni trenta.  Legato al ciclo di  riti propiziatori d’inizio anno, il rito della Merla, costituisce  una  tappa fondamentale  del calendario contadino, era necessario assicurarsi il buon andamento dell’annata agricola ed in particolare  la riuscita dell’allevamento dei bachi da seta, un tempo primo prodotto dell’anno  e prima fonte di guadagno per la famiglia contadina”. (tratto da qui)

A Crotta d’Adda si è costituita addirittura un’associazione “Amici della Merla” per organizzare la festa, che è diventata una delle più suggestive della Bassa, e si conclude con “El bal del Martìin e Mariàna” e il Falò de la Vecia

ASCOLTA i Cantori di Soresina

ASCOLTA Barabàn in Naquane 1990 (su Spotify tutto l’album), la parte strumentale è di Aurelio Citelli.  Il brano è stato ripubblicato nell’album “Live” (1994) e successivamente ripreso in compilation edite in Italia e Gran Bretagna

LA MERLA
Trà la ruca ‘n més a l’éra
Se gh’è nìgul se ‘nserena (1)
volilela volilà
volì vola
volì e volì e volela (2).
La brügna l’è fiurida
E tüti i la rimira.
La brügna (3) la fa’l fiore
e tüti i fa l’amore
La brügna la sta en bròca
e tüti i se riposa
La brügna l’è cascada
e tüti i l’ha ütada
Camisa ricamada
la metrò en bugada (4)
Farùm’na lisiada (5)
ma ben ensaunada
’ndarum a resentala
’nde ’na funtana ciara
’ndarum a slargala
’nde ’n bel giardén di fiori
’ndarum a ripiegala
all’ombra dell’amore
’ndarum a sarala
cu’na ciaveta d’oro.
Traduzione italiano di Galelli Claudio
Getta la rocca in mezzo all’aia
se c’è nuvolo si rasserenerà
volilela volilà
volì vola
volì e volì e volela.

La prugna è fiorita
e tutti la rimirano
la prugna fa il fiore
e tutti fanno l’amore
la prugna è vigile
e tutti si riposano
la pugna è cascata
e tutti l’hanno aiutata
Camicia ricamata
la metterò nel bucato.
Faremo una lisciviata
ma ben insaponata
andremo a risciacquarla
in una fontana chiara
andremo a stenderla
in un bel gioardino di fiori
andremo a ripiegarla
all’ombra dell’amore
andremo a serrarla
con una chiavina d’oro

NOTE
1) è la previsione del tempo riferita alla leggenda dei giorni della merla: se il giorno è nuvoloso arriverà presto il bel tempo
2) la modulazione del canto sembra voler imitare il canto della merla: nel mito dei giorni della merla è il canto del merlo che rompeva il ghiaccio, al suo canto magico seguiva l’arrivo della Primavera. L’uomo per diventare partecipe del suo segreto può solo imitarlo. Canto del merlo e canto umano si uniscono sinergicamente per uno sforzo comune: scacciare l’Inverno. (vedi prima parte)
3) nel descrivere l’andamento delle stagioni, ci si riferisce al passaggio dalla fanciullezza alla maturità sessuale della donna (la prugna – l’allusione è del tutto evidente essendo prugna-prugnetta un modo per indicare la vulva)
4) apprendiamo così che questo canto è il canto delle lavandaie: nelle cascine di un tempo la biancheria grossa si lavava in forma collettiva due volte l’anno, primavera e autunno.
5) una volta quando non c’erano i tensioattivi industriali per lavare si usava una miscera di acqua e cenere (quello del falò della merla), la lisciva, cotta in un grosso pentolone e versata bollente sui panni sporchi, lasciati poi riposare per una notte. Il mattino successivo le lavandaie portavano i panni al fiume lì erano lavati e risciacquati con cura. Il potassio contenuto nella cenere era utile non solo per rendere bianco il bucato ma anche per eliminare la sericina della seta. L’acqua di scolo del bucato era versata in un recipiente di rame stagnato per essere riutilizzata nel trattamento delle matasse di seta.

Pur non essendoci un ordine prestabilito dei canti nella fase
centrale del rito sono a sfondo sessuale e sul matrimonio.

E si arriva al finale con “Martino e Mariana“: nonostante il freddo pungente, Martino è uscito e chissà dov’è (all’osteria a bere), torna poi bello “pieno” e non riesce ad aprire la porta di casa, così incolpa la moglie per averlo chiuso fuori. Si è comprato un cappello nuovo che però ha pagato troppo e subito scatta  la lite con Marianna, (su botta e risposta), alla fine si riconciliano con un ballo di buon augurio per i giorni a venire.

ASCOLTA gruppo Cantori Kei Ke Resta de Stagn

Conosciuta con il nome “La canzone del Cappello”, “L’é tri di”, “Martino e Marianna” è un canto da Canzoniere italiano, riproposto spesso dagli artisti da cabaret.
ASCOLTA Enzo Jannacci: L’é tri di – Martino e Marianna, la parte femminile è cantata da un uomo in farsetto

ASCOLTA Nanni Svampa da  “Nanni Svampa – Antologia della Canzone Milanese e Lombarda – Vol.7 – Canti d’ Amore e di Mestieri, 2008

MASCHERATA FINALE
DONNE
L’è tri de che’l piöf e’l fioca (1)
e’l me Martén l’è gnamò turnà
o che’l g’ha ciapat la ciuca (2)
o che’l s’è desmentegàt (3)
UOMINI
Dervì chél üs Mariàna
corpo de biss, dervì chél üs
sango de biss, dervì chél üs
dervì chél üs Mariàna
DONNE
’ndu set estàt Martin?
corpo de biss, ’ndu set estàt
sango de biss, ’ndu set estàt
’ndu set estàt Martin?
UOMINI
So stà al mercat Mariàna
corpo de biss, so stà al mercat
sango de biss, so stà al mercat
so stà al mercat Mariàna.
DONNE
Sa ghet cumprat Martin?
corpo de biss, sa ghet cumprat
sango de biss, sa ghet cumprat
sa ghet cumprat Martin?
UOMINI
En capelén Mariàna
corpo de biss, en capelén
sango de biss, en capelén
en capelén Mariàna
DONNE
Cusa ghet dat Martin?
corpo de biss, cusa ghet dat
sango de biss, cusa ghet dat
Cusa ghet dat Martin?
UOMINI
Cinch e tri ot (4) Mariàna
corpo de biss, cinch e tri ot
sango de biss, cinch e tri ot
Cinch e tri ot Mariàna
DONNE
Te gh’è da tròpp, Martin
corpo de bìss, te gh’è da tròpp,
sangue de bìss, te gh’è da tròpp,
te gh’è da tròpp, Martin!
UOMINI
Son mì el padron, Mariàna
corpo de bìss, son mì el padron,
sangue de bìss, son mì el padron,
son mì el padron , Mariàna!
DONNE
Te doo on s’giaffon, Martin
corpo de bìss, te doo on s’giaffon
sangue de bìss, te doo on s’giaffon
te doo on s’giaffon, Martin!
INSIEME
Fasèmm la pàs, Mariàna/Martin
sangue de bìss, fasèmm la pàs,
sangue de bìss, fasèmm la pàs,
fasèmm la pàs Mariàna/Martin!
INSIEME
Fèmm on ballett, Martin/Mariàna
corpo de bìss, fèmm on ballet,
sangue de bìss, fèmm on ballet,
fèmm on ballett, Martin/Mariàna!
DONNE (5)
L’è tri dì ch’el pioeuv e’l fiòcca,
mè marì l’è tornà a cà
per pù perdel in la fiòcca
mì l’hoo sarà dént in cà.
Traduzione italiano di Cattia Salto
DONNE
Sono tre giorni che piove e nevica
e il mio Martino non è ancora tornato
o si è preso una sbronza
o si è smemorato
UOMINI
Apri quell’uscio Marianna
corpo di biscia, apri quell’uscio
sangue di biscia, apri quell’uscio
apri quell’uscio Marianna
DONNE
Dove sei stato Martino
corpo di biscia, dove sei stato
sangue di biscia, dove sei stato
dove sei stato Martino?
UOMINI
Sono stato al mercato Marianna
corpo di biscia, sono stato al mercato
sangue di biscia, sono stato al mercato
sono stato al mercato Marianna
DONNE
Cosa hai comprato Martino
corpo di biscia, cosa hai comprato
sangue di biscia, cosa hai comprato
cosa hai comprato Martino?
UOMINI
Un cappellino Marianna
corpo di biscia, un cappellino
sangue di biscia, un cappellino
un cappellino Marianna
DONNE
Quanto l’hai pagato Martino
corpo di biscia, quanto l’hai pagato
sangue di biscia, quanto l’hai pagato
quanto l’hai pagato Martino?
UOMINI
Cinque e trentotto Marianna
corpo di biscia, cinque e trentotto
sangue di biscia, cinque e trentotto
cinque e trentotto Marianna
DONNE
L’hai pagato troppo Martino
corpo di biscia, l’hai pagato troppo
sangue di biscia, l’hai pagato troppo
l’hai pagato troppo Martino
UOMINI
Sono io il padrone Marianna
corpo di biscia, sono io il padrone
sangue di biscia, sono io il padrone
sono io il padrone Marianna
DONNE
Ti do uno schiaffone Martino
corpo di biscia, ti do uno schiaffone
sangue di biscia, ti do uno schiaffone
ti do uno schiaffone Martino
INSIEME
Facciamo la pace Marianna/Martino
corpo di biscia, facciamo la pace
sangue di biscia, facciamo la pace
facciamo la pace Marianna/Martino
INSIEME
Facciamo un ballo Martino/Marianna
corpo di biscia, facciamo un balletto
sangue di biscia, facciamo un balletto
facciamo un ballo Martino/Marianna
DONNE
Sono tre giorni che piove e nevica
e mio marito è ritornato a casa
per non perderlo tra la neve
l’ho chiuso dentro casa

NOTE
1) sono i tre giorni della Merla
2) anche scritto come “se perduu in la fiòcca
3) credo s’intenda “folle” come lo smemorato di Collegno o semplicemente Martino si è dimenticato di essere sposato
4) Iannacci dice: Gh’hoo dà cinq frànch (gli ho dato cinque franchi)
5) il canto della rievocazione termina con le strofe del balletto riappacificatore: il finale cabarettistico invece lascia l’ultima parola alla donna, la vera padrona della casa che rinchiude il marito a chiave per non lasciarlo andare all’osteria.

FONTI
https://www.popolis.it/i-canti-della-merla/
http://www.prolocosoresina.it/wp-content/uploads/2015/01/LA-MERLA.pdf

http://www.mondodelgusto.it/2010/01/29/testo-canto-della-merla-secondo-tradizione-pianengo-cremona/

I giorni della merla e i suoi canti

I “giorni della merla” (il 29-30-31 gennaio ma anche il 30-31 gennaio-1 febbraio) sono per tradizione i giorni più freddi dell’anno e così come per l’orso valdostano (1 febbraio) o l’orso della Valle Susa (2 febbraio) – e la marmotta made in USA, Canada- si ricavano pronostici: se i giorni della merla non sono poi così freddi allora la Primavera arriverà in ritardo.

Hanno luogo in questi giorni di passaggio i riti agro-pastorali che accompagnano il risveglio della natura e scacciano il Gelo (una volta chiamato Generale Inverno) come i riti del fuoco della Giübiana.

IL MERLO BEFFATO

Due sono i temi che vanno per la maggiore per rendere ragione del detto: quello più antico narra che Gennaio aveva 28 giorni, ma ne prese in prestito 3 da Febbraio per vendicarsi della merla, la sua antagonista; tra i due non correva buon sangue Gennaio era invidioso della candida livrea della merla e gli dava sui nervi il suo canto, così si divertiva a perseguitarla scatendando violente bufere ogni qualvolta la poveretta usciva dal riparo. Finalmente la merla pensò di riempire il suo caldo nascondiglio di così tante provviste bastanti per tutto il  mese e allo scadere del 28esimo giorno, quando finalmente riuscì all’aperto per salutare la fine dell’Inverno e prendersi beffe di Gennaio… ebbe ben poco da divertirsi! Perchè Gennaio con i suoi tre giorni in più, ritornò ancora più dispettoso di prima e la costrinse a ripararsi in un buio e sporco comignolo; la merla dal candido piumaggio alla fine si salvò,  ma le sue piume resteranno grigie per sempre.
Leggendo con gli occhi del mito vediamo qui due forze in atto Gelo (nonno Gelo o Generale Gelo, uno spirito della natura alla cui benevolenza dipendeva la sopravvivenza dell’uomo durante il rigido inverno, e  Primavera rappresentata nel suo araldo il Merlo – la donna-uccello preistorica).
Questa è la variante della leggenda medievale del Merlo beffato riportata da Dante Alighieri nel Purgatorio -girone Invidiosi: “.. tanto ch’io volsi in sù l’ardita faccia, gridando a Dio ”Ormai più non ti temo!”  come fé il merlo per poca bonaccia”(Ormai non ti temo più, come fa il merlo per un po’ di bel tempo).(Purgatorio XIII, 119-123).
Si tratta della favola del merlo che avendo trascorso un gennaio molto temperato e dolce, e vedendo una giornata soleggiata e calda si credette l’inverno già finito, fuggendo dal suo padrone gridò: “Più non ti curo Domine, che uscito son dal verno!“, per pentirsene subito dopo perchè si mise a nevicare e la stagione divenne ancora rigida.
Il detto è riportato anche da Franco Sacchetti nel suo “Il Trecentonovelle” (1399) nella vovella CXLIX sull’abate di Tolosa così riassunta: Uno abate di Tolosa con una falsa ipocrisia, facendo vita che da tutti era tenuto santo, fu eletto vescovo di Parigi, là dove essendo a quello che sempre avea desiderato, facendo una vita pomposa e magnifica, si dimostrò tutto il contrario, recando molto bene a termine li beni del vescovado.(vedi)

I GIORNI RITROVATI

Lo scambio di giorni tra i mesi di gennaio e febbraio potrebbe essere collegato all’antico calendario romano detto di Numa Pompilio che restò in vigore fino al tempo di Giulio Cesare:  rispetto al precedente calendario lunare di 10 mesi (e che lasciava un bel buco di giorni fuori “dal tempo” cioè l’inverno non aveva giorni contati nel calendario) si aggiunsero i mesi di gennaio e febbraio assegnando a gennaio 29 giorni e a febbraio 28;  ma l’anno non collimava ancora con l’anno solare, così si aggiungeva ogni tanto, un mese intercalare il Mercedonio tra la prima e la seconda parte di Febbraio. (vedi)
Con il calendario giuliano (46 a.C.) si passò definitivamente a un calendario solare basato sul ciclo delle stagioni, fissando l’inizio dell’anno al 1° gennaio: si eliminò il mese di mercedonio e si introdusse l’anno bisestile; così a a Gennaio vennero assegnati due giorni in più.  (vedi)
Verrebbe da pensare che nell’immaginario popolare lo scambio tra i due mesi si sia tradotto come  il protrarsi dell’Inverno…
per i Romani Febbraio deriva dal latino februare, che significa “purificare” o “un rimedio agli errori”, era il mese dei rituali di purificazione, perchè precedeva la fine dell’anno. L’anno infatti iniziava con Marzo e la Primavera. Così tutti questi conti dei giorni possono essere fuorvianti rispetto al mito-rito (o dirci molto poco).
Piuttosto è il numero tre ad essere più significativo per il suo significato simbolico e anche il piumaggio della merla: da bianco a nero (morte – rinascita), essendo il nero associato all’acqua, e così ancora ritorna il tema della lustrazione.

IL FIUME E L’INVERNO

Il secondo tema è quello del fiume ghiacciato per il grande gelo che però non regge il peso dei malcapitati che decidono di attraversarlo: varie leggende sono diffuse lungo il fiume Po, le troviamo nell’Oltrepò pavese quasi identiche a quelle lombarde, sullo sfortunato destino della bella Merla (questa volta non un pennuto ma una fanciulla della famiglia de’ Merli) si legga questa, ambientata in quel di Pavia “alla Romeo e Giulietta” della blogger Una penna spuntata.
Dal punto di vista della ricerca antropologica collegata al mito-rito della merla questa anedottica più recente (risalente al Settecento) è però fuorviante, anche se la morale della favola è sempre quella: non fidarsi delle apparenze e non credere che l’inverno sia passato perché alcuni giorni sono stati meno rigidi del solito.

‘The Frozen Thames’, 1677, Abraham Hondius; il Tamigi ghiacciato

LA TEORIA ETNOSTORICA

Antonia Bertocchi ha studiato il mito del merlo bianco alla luce della ricerca etnostorica, che i merli fossero stati un tempo bianchi non è cosa da destare meraviglia, poichè ancora oggi ne esistono dei rari esemplari: il bianco è notoriamente il colore delle fate, gli animali emanazione degli dei celtici sono sempre bianchi (cervi, cigni, farfalle) a maggior ragione il merlo, la dea-uccello del Paleolitico Superiore. E proprio nell’areale dell’antico e mitico Lago Gerundo soggetto a frequenti glaciazioni viveva una tribù il cui totem era rappresentato dal merlo.
Scrive Antonia Bertocchi che la morale della favola ha origini paloelitiche “E’ un giornio di fine  gennaio stranamente tiepido; come capita a volte anche ai nostri giorni, il sole ha sciolto la neve e i bambini vogliono correre e giocare nel bosco vicino. I giovani mordono il freno; alcuni trascinano la gente a danzare e, agitando percussioni al suono degli zufoli, invadono la radura centrale… Invano gli anziani raccomandano prudenza, perché sanno che potrebbe ancora verificarsi un minimo stagionale, e con la potenza del Gelo, non si scherza. Purtroppo i sorrisi e la sana allegria stanno degenerando in risate e schiamazzi che suonano molesti all’orecchio mistico dei saggi e degli iniziati che hanno imparato a non recare disturbo al lavorio delle forze sacre immanenti nella natura, mentre si sacrificano e si trasformano.
Lo sciamano, preoccupato ed in cerca di ispirazione, osserva, seduto davanti alla sua tenda, una merla uscita anzitempo dal nido. Essa segue come i bambini i suoi bioritmi interni. Anche lei sente la Primavera ed emette vocalizzazioni rivolte al merlo. Sono vocalizzazioni poco gradevoli, che offrono allo sciamano materiali per una manipolazione di tipo metaforico, perché può interpretarle come risate beffarde e irriverenti, rivolte alla potenza del gelo. La mente dello sciamano ripercorre il tempo del sogno, quando gli antenati delle origini avevano lasciato detto di discendere da merli bianchi. Eppure, la merla che si pavoneggia incosciente, ha il piumaggio scuro. Come mai?
Trovato! Si tratta della punizione divina per il suo atteggiamento tracotante (hybris). 

Prosegue poi nel collegare il merlo al canto “Non dobbiamo dimenticare che l’oscillazione climatica dei periodi interglaciali, sia che fossero volti alla glaciazione o alla deglaciazione, erano comunque destabilizzanti per la psiche, perché queste alternanze rendevano stressante ed angosciosa la previsione dei periodi critici, nei quali la vita rimaneva come sospesa in cristalli di ghiaccio, e non vi era alcuna garanzia che la  bella stagione sarebbe ritornata. La  maggior parte degli uccelli era emigrata verso paesi caldi, evitando i rigori dell’inverno. Ma ecco che proprio in quei giorni così freddi, un piccolo uccello che da noi è stanziale, non abbandona il campo. Fedele alla difesa del proprio territorio, affronta le intemperie e leva contro di esse “un canto vigoroso dal magico potere, che ti inietta nelle vene una gioia traboccante” (Maestrello C., 1986, pag. 75). E’ il merlo. E’ l’aiutante magico che conosce il linguaggio segreto con cui le forze sacre immanenti nella natura dialogano fra di loro, per riorganizzarsi nella autoriproduzione dei cicli vitali.” (tratto da qui)

IL MERLO ARALDO DELLA DEA RHIANNON

Nella tradizione celtica: Il merlo (druid dhubh) è associato alla Dea Rhiannon. La leggenda dice che gli uccelli di Rhiannon sono tre merli, che sono appollaiati e cantano sull’albero della vita ai confini con i mondi ultraterreni. Il loro canto, mette l’ascoltatore in uno stato di trance, che gli consente di recarsi nei mondi paralleli. (da qui)

Scrive Lawrence Sudbury “La dea Rhiannon è una dea lunare gallese il cui nome significa Grande (o divina) Regina. Per molti versi è una figura di potere assoluto, sovrana degli dei e, a livello filosoficamente più alto, rappresentante simbolica della natura… Ancora in sintonia con l’immagine della madre, la dea è nota per avere uccelli magici che cantano canzoni incantate che riportano sonni tranquilli agli esseri umani (i suoi figli) e, infine, ritornando al suo ruolo creativo anche sul piano simbolico, agisce come una Musa, portando l’energia illuminante di ispirazione per scrittori, poeti, musicisti e artisti” (da qui)

Il merlo maschio è di piumaggio nero come il corvo, ma il suo becco è di un vivace giallo-arancio (colore che borda anche il suo occhio rendendolo vivace) inoltre è più piccolo; il suo canto è gioioso e il suo fischio è descritto come pulito e flautato. Il verso del merlo è simile a un “tciu tciu tciu” che diventa “cie ciecie” quando è irritato. Quando ha paura, il fischio diventa acuto e stridente. I merli imparano subito qualsiasi melodia e tendono, poi, a ripeterla continuamente. Non è raro che riproducano anche il canto di altri uccelli. Quando cantano i merli, tendono ad appollaiarsi in cima agli alberi. Si tratta di uccelli vivaci e molto attenti. Tendono a formare coppie stabili e a vivere isolati eccetto che durante il periodo delle migrazioni, quando si spostano in gruppo. (continua qui)

continua: Borrowing Day in Irlanda
continua: i canti della merla del cremonese/lodigiano

FONTI
http://www.ecoantropologia.net/2008/07/04/etnostoria-della-merla-un-approccio-innovativo-ad-una-festa-popolare-della-tradizione-rurale-padana/
http://www.romanoimpero.com/2010/02/calendario-orario-romano.html
https://admaioravertite.jimdo.com/2016/01/17/i-calendari-romani-numa/
https://unapennaspuntata.com/2015/01/30/giorni-della-merla-pavia/

L’ORSO E LA FOLLIA

L’Uomo selvatico di cui la maschera dell’orso è una variante alpina, è essenzialmente un eroe positivo depositario di una conoscenza inizialmente preclusa all’uomo “civilizzato” fondata sull’osservazione del mondo naturale e su un’abilità psichica sviluppata.
E’ l’uomo di magia capace di comunicare con l’universo della natura, ma anche il folle, che parla con la divinità e con gli animali.

ORSO DELLA CANDELORA

In Valle d’Aosta vige la tradizione che attribuisce  all’orso capacità divinatorie poiché nella festa di Sant’Orso (1 febbraio),  se il tempo è bello, l’animale metterà ad essiccare la paglia e il fieno che  gli serviranno da giaciglio, per rimettersi in letargo, nella certezza che l’inverno durerà ancora  quaranta giorni.
Un’altra versione ci dice che se il giorno di Sant’Orso  vedrà un bel sole, l’Orso si sveglierà ma si girerà immediatamente dall’altra  parte, cambiando fianco, per riaddormentarsi perché l’inverno durerà ancora a  lungo; in caso di pioggia nella medesima giornata della Festa, si potrà dire  che la primavera non tarderà ad arrivare.

Sono “i giorni della merla“, quelli per tradizione più freddi dell’anno, ma anche gli ultimi rigori dell’inverno, che vanno dal 30-31 gennaio al 1-2 febbraio, in cui scorgono i primi timidi segnali dell’arrivo della primavera. Se l’orso al suo risveglio trova il cielo notturno “chiaro” (plenilunio) rientra nel suo giaciglio, perché l’inverno durerà ancora quaranta giorni. Se invece il cielo è “scuro” (novilunio), allora l’Orso uscirà dal suo riparo ad annunciare l’inizio della primavera.
“Il tempo del Carnevale è profondamente caratterizzato da maschere animali che con la loro uscita pubblica nella comunità predicono il corso della nuova annata agraria, suggerendo al contadino una strategia cognitiva relativa ai lavori agricoli che favoriscono il risveglio della natura. L’orso carnevalesco si risveglia dal letargo nella notte che trascorre tra l’uno e il due di febbraio. In funzione della fase lunare che osserva in cielo stabilisce se l’inverno è al termine e la primavera sta per incominciare, oppure se deve ritornare nella tana per altri quaranta giorni nell’attesa che l’inverno continui il suo corso, sapendo che la primavera giungerà in ritardo. La luna piena che l’orso osserva nella notte folklorica canonica addita come il primo plenilunio di primavera sia ancora lontano e la Pasqua sia tardiva, bassa. L’osservazione celeste indica, dunque, il sopraggiungere di un’annata agraria negativa e il contadino dovrà ancora custodire e razionare le riserve alimentari perché l’inverno non è ancora terminato e i futuri raccolti saranno estremamente incerti. Se invece l’orso lunare osserverà, nella stessa data d’inizio febbraio, l’assenza della luna nel cielo notturno, il novilunio, uscirà definitivamente dal letargo”. (tratto da “Dei selvatici. Orsi, lupi e uomini selvatici nei carnevali del Piemonte”)

SANT’ORSO

Sant’Orso, Collegiata di Sant’Orso, Aosta: impugna il tirso e ha un uccellino sulla spalla

Sant’Orso era un monaco irlandese che predicò in Valle d’Aosta e morì (guarda caso!) il 1 febbraio 529 (quando gli antichi Celti festeggiavano Imbolc): “Il suo culto, oltre che ad Aosta dove l’antica chiesa di san Pietro è diventata la Collegiata di san Pietro e sant’Orso, si estese anche nella diocesi di Vercelli, Ivrea e altre zone dell’Italia Nord- Occidentale.” Nel continuare a leggere l’agiografia del Santo (qui), più avvolta nella leggenda che nella storia , apprendiamo che oltre a vivere da eremita, Orso era seguito da un uccello che volentieri si appoggiava alla sua spalla; si prendeva cura di una vigna (e con il vino guariva i malati) ha fatto scaturire una sorgente colpendo la roccia con il suo bastone (la “Fontana di Sant’Orso Aosra regione Busséyaz). Comandava ai fiumi e aveva il dono della profezia.

Uomo Selvaggio con bastone da Folle.
XVI secolo. Thiers, frontale della casa degli artigiani (Gaignebet- Lajoux, 1986)

Ne abbiamo più a sufficienza per accomunare il santo all’uomo selvatico, il folle, dotato dei doni divini della preveggenza e della guarigione
Il tratto della Follia implica, come per il Selvaggio, il tratto dell’alterità. Il Selvaggio vive in un modo altro, non segue regole razionali, dettate dalla ragione comune. E’ quindi irrazionale, Folle. Ma il Folle conosce ciò che la ragione non può conoscere. Possiede i divini doni della follia. Secondo Platone “ i beni più grandi ci provengono mediante una follia che ci viene data per concessione divina” ( Fedro, 244A) e inoltre “ la follia che proviene da un dio è migliore dell’assennatezza che proviene dagli uomini” (Fedro, 244D). (tratto da qui)

Così il Selvaggio comprende la lingua degli uccelli che sono inviati dalla divinità, messaggeri divini; comunicare con gli uccelli era pratica sacerdotale degli àuguri romani, ma anche dei druidi celtici e come non pensare ai corvi di Odino che volano per il mondo e riferiscono al dio ciò che è accaduto? A intendere gli uccelli è una divinità o un folle, dotato di particolari poteri, invaso dalla divina follia.
Il riferimento al vino e all’acqua dotati di poteri taumaturgici sono ulteriori rimandi al mito l’uno collegato ai rituali dionisiaci, l’altro al genius loci, la divinità tutelare del fiume

IL BUCO DI SANT’ORSO

Nella Collegiata di Sant’Orso per entrare in contatto con i poteri curativi del Santo occorre recarsi nella Cripta: dietro all’altare e sotto  alla statua marmorea del Santo (a cui manca purtroppo il bastone originario) è stata ricavato un passaggio piuttosto stretto, scavato nella roccia viva, dentro il quale strusciavano le donne sterili ma anche coloro che soffrivano di mal di schiena. La pratica faceva parte del rituale cristiano del Musset.
Nella Chiesa “alta” ai piedi dell’altare maggiore è incastrato un mosaico, di datazione incerta,  (che era stato ricoperto nei rifacimenti della pavimentazione e fortunosamente riportato alla luce) dalla struttura compositiva complessa e ricco di simbolismi, con al centro una lotta tra il Bene e il Male, l’uomo e la bestia.

Fiera di Sant’Orso

E’ la grande fiera dell’artigianato tipico e d’eccellenza valligiano che si svolge ad Aosta il 30 e 31 gennaio, nel Medio Evo la fiera si raggruppava intorno alla Collegiata di Sant’Orso, oggi è tutto il centro cittadino racchiuso tra le mura romane a diventare spazio espositivo e di mercato: lavorazione del legno e della pietra ollare, ferro battuto e cuoio, tessitura della lana, merletti e vimini. Musica e folklore, degustazione di vini e prodotti tipici, il momento più gogliardico è quello della Veillà nella notte bianca fra il 30 e 31 gennaio con la gente che passa per le cantine del borgo affollate di maschere (sono i crotti dei privati che aprono al pubblico festaiolo per mangiare, bere e ascoltare della buona musica tradizionale), gli artigiani che continuano ad esporre la loro merce fino a tardi, le strade illuminate a festa, i capannelli attorno alle esibizioni folkloristiche e ai gruppi musicali. Una splendida occasione per visitare la città romana e medievale di Aosta
La manifestazione è anticipata dalla Foire de Saint-Ours de Donnas, che ha luogo nel borgo storico del vicino paese di Donnas,  due settimane prima.

FONTI
L’uomo selvatico di Massimo Centini
http://www.selvaggi-america-europa.unito.it/galleria_selvaggio_ok.htm
http://www.selvaggi-america-europa.unito.it/galleria_orsi_europa.htm
http://www.selvaggi-america-europa.unito.it/ai_confini_.htm
https://archeologando.wordpress.com/2016/01/07/santorso-di-aosta-tra-storia-leggenda-e-tradizione-alla-ricerca-di-un-simbolo-senza-tempo/

in giro per Aosta
http://www.warmcheaptrips.com/2016/05/itinerario-aosta-cosa-vedere.html
http://www.duepassinelmistero.com/Collegiatasantorso.htm

ESCI FUORI ORSO!

In Piemonte nella Bassa Valle di Susa si svolge nei primi giorni di Febbraio, in concomitanza con la Festa di Santa Brigida, un rito che ha come protagonista la maschera dell’orso: la caccia e il ballo dell’orso, un animale con una sua precisa valenza simbolica nell’ambito della cultura celtica e alpina. La caccia all’Orso della Candelora è nota nelle terre di Carinzia austriaca, ma ci sono esempi anche nei Pirenei e abbiamo notizie di una danza rituale medievale tra l’orso e la donna nel capitolare di Incmaro di Reims  (turpia ioca cum urso).

il terribile orso di Urbiano e i bravi cacciatori

Mompantero di Urbiano è la frazione di una piccola località della Val di Susa,  alle pendici del monte Rocciamelone, uno scenario incontaminato con una manciata di caratteristiche borgate  lungo il pendio bordato dal torrente Cenischia.
La sera della vigilia di Santa Brigida i cacciatori vanno alla ricerca dell’orso, caccia ritualizzata in un un corteo notturno, cui prendono parte gli abitanti del luogo, e l’indomani l’orso incatenato è trascinato dai cacciatori per le vie del paese: la maschera (un vestito di pelli) è inseparabile dal grosso imbuto, un megafono contadino che amplifica le urla dell’orso e annuncia il risveglio della natura dopo il letargo invernale.

L’Orso è picchiato ripetutamente dal bastone dei cacciatori, ma anche ubriacato dal vino (somministrato sempre con l’imbuto) nel tentativo di stremarne la forza, il corteo è seguito dalle fanciulle del paese nei costumi tradizionali. Sarà proprio la bella del paese a domare definitivamente l’orso con un ballo, è la vittoria del bene sul male, della civiltà sullo stato bestiale, l’orso è evidentemente “il portatore di tutti i mali “, capro espiatorio con il quale la comunità allontana da sè malattia e peccato, relegandolo nel corpo della bestia.

Mentre l’orso è l’equivalente simbolico  dell’Uomo Selvatico, la figura della fanciulla è più ambigua: un tempo lontano poteva essere stato il sacrificio dei valligiani per ingraziarsi la benevolenza della dea Artio, oppure la danza essere il surrogato di un’unione totemica, uno sposalizio sacro tra l’orso e la tribù. C’è anche da riflettere su ancora più remote connessioni, quando nell’età della pietra la donna era considerata portatrice di un’energia magica. Un’ultima lettura ma che infine più si avvicina al mito medievale del Salvaggio, rappresentato come rapitore o predatore di giovani fanciulle. E’ il maschio nella sua piena energia sessuale coincidente con la fertilità e quindi propiziatore delle unioni matrimoniali. E’ l’antenato diventato elemento fecondate della terra impersonificato nella maschera carnevalesca.

da Muri, Canton Berna, circa 200 d. C. La statuetta è un esempio arte gallo-romana

Si prenda la statuetta bronzea ritrovata nei pressi di Berna e raffigurante la dea Artio. La donna nutre l’orso con la frutta raccolta in un cesto posto accanto a lei, l’orso invece sembra uscire dal bosco (tratteggiato in un albero dallo stile molto moderno), a sottolineare la sua appartenenza al mondo selvaggio della Natura. L’iscrizione non lascia dubbi sul nome della Dea – “Deae Artioni” ossia Alla Dea Artio.
La radice del nome è associata al nome celtico dell’orso, arth, art, artos, (la stessa radice del nome di re Artù) era la dea della caccia, dell’abbondanza, degli animali e delle piante, legata ai boschi e alla natura.
Da segno di turpitudine (secondo l’ottica della Chiesa) la danza si trasforma per i valligiani in una riconciliazione tra il selvatico e il consorzio umano (natura e cultura), diventando un atto di rifondazione, un riconsolidamento del “centro” che però riassorbe nel suo interno l’opposto, lo spirito della montagna.

La bestia finalmente soggiogata dalla fanciulla viene alla fine lasciata libera. L’identità della persona che indossa la maschera ( un elaborato costume fatto di pelli di capra cucito addosso) è tenuta segreta e oggetto di discussione tra i paesani.

LA FESTA OGGI
Pro Loco e  Comune di Mompantero si sono mobilitati per rendere sempre più appetibile ai turisti questo rituale medievale, così per la sera della vigilia, mentre i bambini gridano “Fòra l’ours” andando a bussare di porta in porta,  organizzano un percorso eno-gastronomico nelle vie di Urbiano chiamato “Mingia e Beiva” (questa tradizione ha sostituito la processione con fiaccole guidata dai cacciatori). Il giorno dopo al mattino si svolgono le celebrazioni religiose nella piccola cappella di Urbiano (dedicata a Santa Brigida) con la benedizione e la distribuzione del pane della carità e nel pomeriggio l’atteso ballo dell’orso.
Il giorno è occasione di previsioni sull’andamento della stagione, recita infatti il proverbio “se l’orso fa seccare la sua paglia,- e quindi c’è bel tempo- non esce più per 40 giorni -cioè continua l’inverno”.

L’ORSO CELTICO

Non a caso la festa si svolge agli inizi di febbraio in occasione della festa di Santa Brigida, Santa Patrona della Frazione Urbiano, è la festa di Imbolc dedicata a Brigit, come gli Irlandesi chiamavano la dea diventata poi Santa Brigida di Kildare.
Nella Val di Susa fu assai forte la predicazione celtica del “martirio bianco” (uno sparuto numero di monaci bianco vestiti alla ricerca di terre solitarie e inesplorate su cui fondare monasteri) come quello che alle soglie del Medioevo i monaci irlandesi andavano praticando sul continente europeo; Giona di Susa, il primo biografo di San Colombano non mancò di sottolineare la famigliarità del Santo con l’orso, così l’orso è la bestia ammansita con l’uso della predicazione come i seguaci dei culti pre-cristiani, è il Druido sconfitto dalla luce della “vera fede”, ma sono anche le cerimonie ursine dei culti antichi legate al risveglio dell’orso, i balli dell’orso con la vergine del villaggio che già Incmaro vescovo di Reims denunciava nel suo capitolare (852-53) inglobate nelle feste religiose dei cristiani.

L’orso presso i celti era il simbolo del re-guerriero, incarnazione del coraggio e della forza; una creatura che muore (con il letargo invernale) e risorge vincitore, diventato animale totemico della casta dei guerrieri -si pensi ai  sacri guerrieri-belva di Odino, i berserkir (letteralmente « pelle d’orso »)
La  furia primitiva dell’orso, tuttavia, non era irrazionale e istintiva, bensì era sintomo della profonda saggezza del guerriero che, liberatosi nel cammino iniziatico dalla paura, sapeva affrontare sia la sua parte oscura e violenta (finalizzandola alla lotta) sia la strada che conduceva all’Aldilà. In questa prospettiva egli si travestiva da orso (o anche da lupo) non per spaventare il nemico,ma perché credeva veramente che l’animale-divinità-totem-orso avesse preso possesso di lui, guidasse i suoi passi e ispirasse la sua battaglia: si trattava evidentemente di un rituale sciamanico afferente a contenuti archetipici molto più antichi del ricordo storico. Non a caso l’orso divenne protagonista delle insegne araldiche medievali e dell’onomastica nobiliare guerriera, particolarmente in Germania e nella Francia meridionale, come metafora della potenza e del coraggio del casato di cui era rappresentante. (tratto da qui)

continua: Sant’Orso – Valle d’Aosta

FONTI
Uomini e orsi: morfologia del selvaggio a cura di Enrico Comba e Daniele Ormezzano 2015 (archivio digitale)

L’UOMO DI PAGLIA: IL WEDDING STRAWBOY, LO SPOSO ANIMALE

La maschera dell’uomo di paglia nella tradizione irlandese (in particolare nell’Ovest dell’Irlanda) adempie ad una funzione precisa all’interno della comunità, quella di “sposo animale” e il suo intervento era pertinente alla celebrazione del matrimonio.
La cerimonia quasi scomparsa è stata ripresa negli anni 80 come componente benaugurale di un matrimonio tradizionale irlandese: un gruppo di Strawboys (in genere quattro più uno o due musicisti) irrompono nella festa di nozze portando lo scompiglio, ballano, cantano, recitano scene comiche con evidenti richiami alla sessualità: incoronano la coppia di sposi con un cappello di paglia,  invitano le donne a ballare e il loro capo-comitiva balla con la sposa.

Ad un matrimonio celtico tradizionale non possono mancare gli Strawboys! La loro partecipazione potrebbe sembrare una rivalsa o un dispetto nei confronti degli sposi (che non li hanno invitati), in realtà l’uomo di paglia è portatore del caos, un emarginato dal “centro civile” della comunità, ma nello stesso tempo, proprio come l’uomo selvatico, eroe positivo depositario della conoscenza e dispensatore di abbondanza. Così la turbolenta compagnia non può essere scacciata. La tradizione vuole che gli “Strawboys” brucino i loro cappelli sulla via del ritorno (completando così il rituale), ma se non ricevuti con ospitalità o mandati via, gettano  i cappelli  sulle cime più alte degli alberi più vicini,  come una “pubblica denuncia” (le maledizioni) visibile a tutto il villaggio. Agli Strawboys si unisce anche una coppia anziana mascherata sono “il toc e la tocca” due anziani sposi (Lou Viei e la Vieio in lingua occitana) che creano con i loro comportamenti , situazioni  imbarazzanti. (continua)

A ben guardare, questi uomini bianco vestiti che indossano il cappello conico di paglia, non sembrano un retaggio druidico?
Scrive Massimo Centini “.. l’Uomo Selvatico assolve alla doppia funzione di razionale e attento lavoratore e di “mago” della natura, quasi uno sciamano. Il suo totale allontanamento dalle regole, la sua capacità di apparire in un luogo, di famigliarizzare, per fuggire lasciando solo flebili tracce, sono caratteristiche che avvolgono il personaggio in un’aura densa di magia, dove i poteri soprannaturali e l’alone di mistero tipico delle creature selvatice diventano parte di una maschera” (in l’Uomo selvatico 1989).
L’uomo di paglia è anche il “mostro”, e quello che si svolge nella danza è un percorso iniziatico per infrangere il tabù del sesso, mediante il contatto fisico con l’uomo-mostro: il sesso considerato qualcosa di animalesco viene trasformato dall’amore in una relazione umana (è il tema della Bella e la Bestia declinato in tante fiabe)

TUTORIAL

Intrecciare la paglia per fare il costume della maschera dell’uomo di paglia è relativamente semplice, una volta in possesso della paglia “giusta”, un tempo ricavata dall’avena che era il cereale più coltivato per la sua capacità di adattarsi ad ogni clima, ma se nella vostra zona si coltiva grano fa lo stesso. Ancora oggi però le spighe devono essere raccolte a mano perchè le moderne mietitrebbie frantumano gli steli in piccole parti.
Probabilmente per consentire una maggiore libertà di movimento il costume dell’uomo di paglia è per lo più limitato al solo cappello conico, che svolge la funzione di celare il volto di chi lo porta, eventualmente si può aggiungere sopra alla tunica una gonnellina di paglia. In versioni più elaborate gli steli vengono ulteriormente intrecciati.

“Strawboys” sono anche le maschere che prendono parte ad altri eventi rituali della comunità: Wrenboys (caccia allo scricciolo), Mummers di Natale e Capodanno, Biddyboys (Santa Brigida), ma anche Mummers per il Maggio e Halloween.


Non da ultimo sulla scia del folk revival gli “Strawboys” diventano una drum band!

LE DANZE VECCHIO STILE

Dette  Sean-Nós sono le danze del Connemara, niente saltelli piuttosto un tip-tap in versione rurale

rivediamo la Danza della Scopa (Broom Dance) di un arzillo vecchietto

FONTI
http://www.sligoheritage.com/archmummers.htm
http://journalofmusic.com/editorial/strawboys-house-wedding-1911