Dark Night of the Soul

Nell’album “The Mask and the Mirror” (1994) Loreena McKennitt  s’interroga sulla spiritualità e la religione: “…Chi era Dio? E che cos’è la religione, la spiritualità? Che cos’è stato rivelato e che cos’è stato nascosto… qual era la maschera e quale lo specchio?
Nella traccia “Dark Night of the Soul”  mette in musica la poesia del sacerdote spagnolo San Giovanni della Croce, seguace di Santa Teresa d’Avila che nel trattato “La Notte Oscura” descrive la notte oscura dei sensi e la notte oscura dell’anima (la notte oscura della contemplazione); per unirsi a dio l’anima si deve liberare da tutti gli ostacoli dei sensi, ma anche sperimentare il dolore di sentirsi separata da dio, smarrita e confusa: l’anima esposta alla luce divina s’infiamma e si purifica annullandosi nel divino (nozze mistica).

Non è mia intenzione analizzare il pensiero mistico di Giovanni della Croce e rimando direttamente alla lettura del trattato che commenta e compendia la poesia (qui)
Scrive Loreena nelle note “the untitled work is an exquisite, richly metaphoric love poem between himself and his god. It could pass as a love poem between any two at any time…His approach seems more akin to early Islamic or Judaic works in its more direct route of communication to his god…I have gone over three different translations of the poem, and am struck by how much a translation can alter our interpretation. Am reminded that most holy scriptures come to us in translation, resulting in a diversity of views.


I
Upon a darkened night
The flame of love was burning in my breast
And by a lantern bright
I fled my house while all in quiet rest
Shrouded by the night
And by the secret stair I quickly fled
The veil concealed my eyes
While all within lay quiet as the dead
[Chorus:]
Oh night thou was my guide
Oh night more loving than the rising sun
Oh night that joined the lover
To the beloved one
Transforming each of them into the other
II
Upon that misty night
In secrecy, beyond such mortal sight
Without a guide or light
Than that which burned so deeply in my heart/That fire t’was led me on
And shone more bright than of the midday sun/To where he waited still
It was a place where no one else could come
III
Within my pounding heart
Which kept itself entirely for him
He fell into his sleep
Beneath the cedars all my love I gave
From o’er the fortress walls
The wind would brush his hair against his brow/And with its smoothest hand
Caressed my every sense it would allow
IV
I lost myself to him/And laid my face upon my lover’s breast
And care and grief grew dim
As in the morning’s mist became the light
There they dimmed amongst the lilies
Traduzione italiano *
I
Nella notte buia
dal mio amor tutta infiammata
con una lanterna illuminata uscii
e lasciai la mia casa al sonno abbandonata
Nel buio travestita
per la segreta scala andai
e senza veder cosa, velati gli occhi
nel mentre tutto era calmo ed esangue.
Oh Notte che mi guidasti
Oh notte più dell’alba compiacente
Oh, notte che riunisti l’Amato
con l’amata
amata nell’Amato trasformata.

II
Nella gioiosa notte,
in segreto, senza veder cosa,
né altra luce o guida avea
fuor quella che in cuor mi ardea.
E questa mi guidava
più sicura del sole a mezzogiorno
là dove mi aspettava chi ben io conoscea,
in un luogo ove nessuno si vedea.
III
Sul mio petto fiorito
che intatto sol per lui tenea serbato,
là si posò addormentato
Diedi tutto il mio amore sotto i cedri
La brezza d’alte cime
allor che i suoi capelli discioglievo, carezzava
con la sua mano leggera
tutti i sensi miei in estasi rapiva
IV
Là giacqui, mi dimenticai,
il volto sull’Amato reclinai
tutto finì lasciando ogni pensier
mentre la foschia nel mattino diventa luce
tra i gigli perdersi obliato

NOTE
* traduzione adattata da Cattia Salto da qui

FONTI
http://ciudadseva.com/texto/noche-oscura/
http://www.preghiereagesuemaria.it/libri/notte%20oscura.htm

Crathadh d’aodaich

Una “mouth music song” dalle Isole Ebridi cantata da Karen Matheson sull’aria di un reel, le parole non hanno molto senso, sono delle frasi ripetute in cui una ragazza attende il ritorno del suo fidanzato. Spera che arrivi in tempo per la festa di Samain e così lo esorta a dispiegare le vele della nave al vento!

ASCOLTA Capercaille live The Tree; già registrato nell’album “Dusk Till Dawn” (1998) e in “Beautiful Wasteland” (1998)

The Tree
I
Thig thu’n taobh-sa mu Shamhainn
Crathadh d’aodaich a ghaoil
Thig thu ma bhios gaoth ann
Crathadh d’aodaich a ghaoil
Thig thu’n taobh-sa mu Shamhainn
Crathadh d’aodaich a ghaoil
Thig thu ma bhios gaoth ann
II
Bith thu nad ruith air a’ rathad
Bith thu nad ruith air a’ rathad
Bith thu nad ruith air a’ rathad
Sior chrathadh d’aodaich
Bith thu nad ruith air a’ rathad
Bith thu nad ruith air a’ rathad
Bith thu nad ruith air a’ rathad
Sior chrathadh d’aodaich


I
You will come this way about Samain
With sails unfurled, my love
You will come if there is a fair wind
With sails unfurled, my love
You will come this way about  Samain
With sails unfurled, my love
You will come if there is a fair wind
II
You will make haste on the way
You will make haste on the way
You will make haste on the way
Under full sail
Traduzione italiano di Cattia Salto
I
Arriverai così per Samain
a vele spiegate, amore mio
verrai se ci sarà la brezza
a vele spiegate, amore mio
Arriverai così per Samain
a vele spiegate, amore mio
verrai se ci sarà la brezza
II
Ti affretterai lungo la rotta
Ti affretterai lungo la rotta
Ti affretterai lungo la rotta
a vele spiegate

FONTI
http://www.tobarandualchais.co.uk/en/fullrecord/87097/8;jsessionid=1D0E389C93ECFB5A6793FD3AE4CD3935

Vincenzo Zitello

Quando ti ho nelle mie braccia salgo in cima alla scala infinita che porta alle stelle.” (Vincenzo Zitello)

Arpista a tutto tondo Vincenzo Zitello si è avvicinato all’arpa diatonica nel 1977 (dopo gli anni di studi classici sul violino e il flauto traverso ) iniziando l’apprendistato con i bretoni Dominig Bouchaud e Mariannig Larc’hantec e perfezionandosi nel 1980 con Alan Stivell; registra nel 1987 il suo primo album dedicato all’arpa bardica (con le corde in metallo) “Et Vice Versa” e ne esplora con uno stile libero le potenzialità espressive, musica minimale,  reiterativa, cascate di suoni arcaici dal sapore quasi jazzistico.

Nella sua lunga carriera artistica ha collaborato con una serie impressionante di grandi nomi della scena italiana e internazionale sia in tournée che in incisioni discografiche.
Il suo percorso solistico s’intreccia con i concerti in trio e in ensemble avvicinandosi praticamente a ogni linguaggio e stile della musica etnica. Per definire la musica di Vincenzo Zitello si potrebbe forse parlare di musica bardica nel senso più antico del termine cioè una musica spirituale che agisce sull’anima, lo spirito e il corpo umano (ma più in generale sulle creature viventi).

ASCOLTA Amphorae live 1993 Vincenzo Zitello arpa celtica, Franco Parravicini Chitarre, Federico Sanesi Tabla Gatam  percussioni

A voler riassumere in un unico album l’incantesimo che emana dal suo modo intimista di suonare l’arpa non si può che far riferimento a “Solo” uscito nel 2005 per la Fairylands Records: un antologia del suo repertorio in cui alterna arpe con corde di nylon e con corde di metallo, e un inedito suonato a due arpe: Gaelic Raga

ASCOLTA Ys, l’omaggio al maestro e amico Alan Stivell

ASCOLTA Gaelic Raga

Nel suo settimo album “Atlas” (2007),  Vincenzo Zitello suona oltre alle sue arpe (arpe italiane Salvi: modello Egan e Livia con la cassa rinforzata perchè monta corde in metallo) anche strumenti a fiato e ad arco (flauti, tin whistle, clarinetti, baghet, viola e violino), il tema è il viaggio nello spazio e nel tempo, un lavoro intimista dedicato agli affetti personali.

Talismano (2011) è un album interamente dedicato all’arpa con le corde di metallo, “per recuperare armonia e pace con se stessi” e alla musica bardica del sonno, del pianto e del riso

ASCOLTA Rondine

Con Infinito (2014) Vincenzo Zitello ritorna alla musica sinfonica utilizzando un linguaggio musicale classico per descrivere le quattro stagioni e i quattro elementi. Del suo ultimo album “Metamorphose XII” (2017) scrive nelle note “Racchiude l’essenza di dodici brani vestiti con suoni e storie in mutamento, temi identici e composti in doppia versione: un cd per sola arpa e l’altro orchestrato con venti musicisti.  L’intento è proprio quello di portare l’ascoltatore in due mondi paralleli, in modo da creare la metamorfosi delle idee e delle impressioni. Il concetto di metamorfosi è davvero importante per la musica che scrivo: tutte le mie composizioni sono realizzate seguendo questo concetto stimolante e creativo, che chiede di essere domato ma che, allo stesso tempo, impone l’abbandono di qualsiasi categoria di linguaggio sonoro, di ogni definizione di limite, alla ricerca della capacità di dire (e ascoltare) oltre l’ovvio delle cose.

Zitello dispiega le ali di farfalla nei suoi arrangiamenti strumentali e amplia il parco strumenti rispetto all’album precedente con ospiti d’eccezione: il sax di Claudio Pascoli, la fisarmonica a bottoni di Flaviano Braga, la cornamusa elettronica di Hevia, la ciaramella di Carlo Bava, la marimba contrabbassa suonata da Paolo Pasqualin, la tromba di Andrea Paroldi e il trombone tenore e il sakbut, antico trombone a tiro rinascimentale suonato da Gino Avellino, la ghironda e organetto da Rinaldo Doro, la ciaccola e la musette di Daniele Bicego, il fiddle di Milo Molteni, l’organo portativo di Giovanni Galfetti, le viole da gamba di Guido Ponzini, e ancora Vic Vergeat alla chitarra elettricaRiccardo Tesi all’organettoLivio Gianola alla chitarra classica a 8 cordeMario Arcari all’oboeSerena Costernaro al violoncelloWalter Keiser alla batteria e alle percussioniAlfio Costa all’HammondFulvio Renzi al violinoviola.

ASCOLTA Rubeus da “Metamorphose XII” (2017)


FONTI
http://www.blogfoolk.com/2011/11/vincenzo-zitello-larpa-e-la-tradizione.html
http://www.vincenzozitello.it
http://www.morfoedro.it/doc.php?n=1413&lang=it
http://www.lisolachenoncera.it/rivista/recensioni/metamorphose-xii/
http://www.folkbulletin.com/larpa-dellanima-vincenzo-zitello-si-racconta-a-folk-bulletin/
http://www.blogfoolk.com/2017/02/vincenzo-zitello-metamorphose-xii.html

OMBRA GAJA

Gruppo di musica tradizionale del canavese scritto inizialmente con la grafia di Umbra Gaja e poi corretto in Ombra Gaja (ci spiega Vittorio Bertola: la o in piemontese si pronuncia come l’italiana u e come il dittongo francese ou; mentre il suono della o italiana e francese è rappresentato con ò;  la u in piemontese si pronuncia chiusa come in francese, e come nel suono tedesco ü ) si traduce in italiano ombra allegra,  a chiazze cioè l’ombra sotto a un pergolato d’uva o le fronde di un nocciolo, un fico o un sambuco tutti alberi tipici del mondo contadino canavesano.
Il gruppo fondato nel 1997 da Rinaldo Doro e Simone Boglia assume fin dagli esordi lo stile peculiare del quintët canavesano, uno stile musicale a cinque parti, perfetto per reinterpretare quasi classicamente la musica tradizionale del Piemonte,  ma anche per innestarsi nel solco della tradizione con composizioni proprie. I due amici già nei Tre Martelli e fondatori dell’Ariondassa si avvalgono per il progetto della collaborazione di giovani ma dotati musicisti di formazione classica.

Scrive Rinaldo Doro: “La Valchiusella è la “patria” di una formazione musicale chiamata localmente “Ël Quintët”, ovvero un gruppo di strumenti a fiato (generalmente ottoni, ma non mancano le ance o la fisarmonica) di origine arcaica. Il “Quintët” suona ballabili: Valzer, Polche, Mazurche, “Monferrine” ma anche “Marce” per i coscritti o “Fanfare” (famosa quella dei “Partënt”, gli emigranti che lasciavano il paese). Perchè “Quintët”? La parola non presuppone solamente il numero dei componenti, ma la caratteristica esecuzione musicale: “Musica a Cinque Parti”. Abbiamo il “Canto”, eseguito dalla tromba o dal clarinetto, il “Contraccanto” che suona le terze o una melodia che affianchi il “Canto”, gli “Accompagnamenti” tenuti dai genis (flicorni) che eseguono le parti dell’accordo e il “Basso”, che suona la fondamentale e tiene la “quadratura” ritmica del gruppo.
Melodie come “La Mazurca ‘d Doru” o “Una Volta ero Bella (Mazurca dao Piën d’Alàs)”, che vengono eseguite a Brosso dal “Quintët” locale, non hanno assolutamente nulla da invidiare come livello compositivo a brani classici o “colti” più famosi. Questo è lo Spirito, la Vita, il “Blues” del Canavese che i nostri vecchi hanno saputo creare e ai quali noi dobbiamo il rispetto e il dovere di perpetuarne la “Memoria Musicale”tratto da qui

Nel “Demo ’98” è racchiusa infatti tutta la loro filosofia, con Rinaldo Doro (Organetto,  Ghironda) e Simone Boglia (Piffero, Flauti, Cornamusa) suonano il violino di Laura Messina e il violoncello di Loredana Guarnieri.
ASCOLTA Suite di Scottish composte da Rinaldo Doro, Scottish del Fré, del Ciaplé, del Suclàt, cioè del fabbro, dello stovigliaio (quello che faceva le stoviglie in terracotta, gli abitanti di Montanaro erano infatti chiamati ‘ciaplé’ o ‘pignaté’) e del falegname, i tipici doppi lavori dei contadini canavesani.
ASCOLTA Arrangiamento del valzer “L’umbra gaia” composto da Tullio Parisi fisarmonicista del gruppo folk Astrolabio.
ASCOLTA La Polca Veglia, Polca ‘d Giaculin, due polke tradizionali tratte dal repertorio canavesano dei “quintet” con l’aggiunta delle percussioni di Diego Zanetto

ASCOLTA Dèrapage, bourrée a tre tempi composta da Rinaldo Doro

Il primo album “Mude, trumbe e quintet” nasce nel 1999 da una ricerca rigorosa che si avvale della collaborazione di Amerigo Vigliermo già fondatore del  Centro Etnologico Canavesano di Bajo Dora (To). Per la registrazione
Linda Murgia subentra al violoncello e si aggiunge il flauto traverso di Carla Forneris. Graditi ospiti gli ottoni  dei Patelavax (in italiano “picchiatori di mucche”) di Nomaglio.

ASCOLTA Scottish di Masserano

L’anno successivo Ombra Gaja attiva una collaborazione con la cantante jazz Laura Conti  (canavesana d’origine) facendo uscire un “Demo 2000” promozionale alla nuova line-up con la new entry al violino di Delia Ferraris  seguito dall’album “A l’arbat dël sol” (2001) (su Spotify) per l’etichetta Folkclub Ethnosuoni; al violoncello questa volta si presenta Simone Comiotto tra gli ospiti Adelina Accame (arpa) , Massimo Caserio (cori), Chiara Marola (violino) , Aldo Mella (contrabbasso) , Enzo Zirilli (percussioni).
Fin dagli esordi il gruppo è richiesto in tutto il Piemonte e tiene concerti anche in Francia, Svizzera, Belgio e Germania; ma il sodalizio con la cantante è di breve durata e Laura Conti  ritorna a collaborare con Maurizio Verna.

La formazione entra in una specie di stasi, scambiandosi il nome con gli Esprit Follet progetto musicale parallelo di Rinaldo Doro e Sonia Cestonaro, diventando quasi un progetto secondario seppur raro e prezioso, con una rifondazione di quest’ultimo anno di cui si attendono gli sviluppi.

LA BALLATA LIRICA PIEMONTESE

Riallacciandomi all’introduzione già presentata nella categoria “la ballata europea” colgo l’occasione per analizzare più da vicino due ballate dell’album “A l’arbat dël sol

CASSINA SOLA

Ballata lirica proveniente dal canavese dal repertorio del Coro Bajolese di Amerigo Vigliermo dalla testimonianza di Guido Camosso di Rueglio: malinconico canto di sirena della contadinella che richiama il fidanzatino perchè sente la sua mancanza e ha bisogno di averlo vicino. In poche righe e con una melodia suadente, si trasmette tutto il sentimento della solitudine.
ASCOLTA il Coro Bajolese con l’introduzione di Amerigo Vigliermo che presenta  il “portatore”  della ballata

ASCOLTA I Cantambanchi, live dallo  speciale Rai del 1979
Renato Scagliola (voce), Franco Contardo (voce e tamburello), Giancarlo Perempruner (voce, strumenti autocostruiti), Laura Ennas (voce, chitarra), Claudio Perelli (voce, chitarra, tastiere), Francesco Bruni (voce, chitarra, percussioni), Davide Scagliola (batteria, percussioni), Claudio Zanon (flauto traverso). La versione non comprende la IV e V strofa

ASCOLTA Ombra Gaja & Laura Conti in “A l’arbat dël sol” (2001) la versione è priva della IV strofa


I
Son sì dësconsolà
ënt una cassina sola (1).
Quänd gnërà-lo ‘l mè amor
ch’a vėn-a consolemi?
II
S’i l’hon sëntì na vos
travers na colina lontana,
s’a fussa ‘l mè amor
ch’a vėn da la cassina.
III
S’a fussa ‘l mè amor
a gnërìa pa cantando
ma gnërìa con gli occhi a bass (2)
e ‘l cuore sospirando.
IV
S’a fussa ‘l mè gentil galant(3)
s’a l’è gentil di vita (4)
guardèji sul capel
c’ha jà la margherita
V
E maledet col dì,
quell’ora che mi son nata,
trovarmi sempre sì
per esser consolata.
Traduzione italiano di Cattia Salto
I
Sono così addolorata
da sola in una cascina.
Quando arriverà il mio amore
a consolarmi?
II
Ho sentito una voce
da una collina lontana
che sia il mio amore
che viene verso la cascina?
III
Se fosse il mio amore
non verrebbe mica cantando
ma verrebbe con gli occhi bassi
sospirando nel cuore.
IV
Se fosse il mio innamorato
sarebbe elegante
guardate sul cappello
che ha una margherita
V
Maledetto quel giorno,
quell’ora che sono nata
per trovarmi sempre così
da confortare.

NOTE
1) il significato è ambivalente “da sola in una cascina” ma potrebbe anche voler dire “in una cascina isolata”
2) la ragazza trasmetto nel fidanzatino la sua stessa impazienza e solitudine
3) letteralmente “il gentile galante”
4) gentil di vita cioè di gusti raffinati, eleganti  

LA BELA BARGIROLA

Dalla raccolta “Canti popolari del Piemonte” (1888) Costantino Nigra classifica la ballata al numero 55 con il titolo di “La sposa porcaja” e ne riporta alcune versioni testuali (vedi). La ballata narra di un gentiluomo partito per la guerra, che affida la moglie alla madre raccomandandosi di trattarla bene. In realtà la suocera ha in odio la giovanetta e la manda ad accudire i maiali, facendole mangiare gli scarti della tavola e lasciandola al freddo (vessandola anche con vari lavori faticosi qui non riportati). Passano sette anni in cui la fanciulla non ride e non canta, il primo giorno che riprende a cantare, suo marito che è ritornato dalla guerra la sente e l’incontra nei boschi; messo a conoscenza delle angherie che lei ha sopportato, passa la notte con la moglie meditando sui cambiamenti che ci saranno dall’indomani: sarà la suocera a servire la nuora.  Nigra rintraccia la diffusione della ballata in Francia, Provenza e Catalogna.
Il tema della ballata è tipico delle fiabe con la bella sventurata vittima della  Cattiva suocera (la regina cattiva).

ASCOLTA  Coro Bajolese una versione rimaneggiata rispetto al Nigra (versione C) la versione proviene da Frassinetto all’inizio della Val Soana ed è stata raccolta da Amerigo Vigliermo nel 1994.

ASCOLTA Ombra Gaja & Laura Conti in “A l’arbat dël sol” (2001) Bela Bargirola a chiudere con una bourré: in versione ulteriormente ridotta rispetto al testo del Coro Bajolese.

Variante versione C
I
Gentil galant a n’in va a la guèra,
a l’è stait set ani a riturnè
an riturnand për cule muntaniole
l’à sentì la vus dla sua mojè
“alon alon o bela bargirola (1)
alon alon a la vostra mezun” (2)
“j’e set agn che ‘l me marì l’è ‘n guèra
e mi a táula sun mai pi andè
II
J’ù da fè cun na trista madona
che ‘l pan dël brën  mi fa mangè (3)
j’e set agn che ‘l me marì l’è ‘n guera
ai piè del foco sun pa pi ‘ndè
J’ù da fè cun na trista madona
che fuori al freddo mi fa restar”
“alon alon o bela bargirola
alon alon a la vostra mezun
III
Se fuisa nen che fuisa la me mama
con questo pugnale la pugnalerei”
a la matina ben da bunura
mare madona la va a ciamè
“O no no mia mare madona
i me pors vu pa pi larghè
dël me marì sun sì an cumpagnia
cun chiel ancura vöi ripozè”
Traduzione italiano di Cattia Salto
I
Gentile Galante è andato  alla guerra e ci ha messo sette anni per ritornare, nel ritornare per quelle colline, ha sentito la voce della moglie “Andiamo bella pastorella,
andiamo a casa vostra” “sono sette anni che mio marito è in guerra e io a tavola non sono più andata
II
Ho da fare con una cattiva donna
che il pane di crusca mi fa mangiare, da sette anni ho il marito  in guerra e accanto al fuoco non sono più andata, ho da fare con una donna cattiva che fuori al freddo mi fa restare” “Andiamo bella pastorella,
andiamo a casa vostra
III
Se non fosse mia madre
con questo pugnale la pugnalerei”
Al mattino  di buon ora
la suocera la va a chiamare
“O no, no suocera mia
non voglio più governare i porci, sono qui in compagnia di mio marito e con lui ancora voglio riposare”

NOTE
1) nella versione del Nigra è la bela porcairola (bella porcaia cioè l’addetta alla cura dei maiali) il Nigra nelle note riporta anche  la variante Bela  Bargeirola, da bargé= pastorella
2) il verso è una specie di refrain, mantenuto come tale nella versione della Corale
3) Laura dice qualcosa di diverso ma poco chiaro come senso (dice in dialetto: che quando bevo non mi fa mangiare), ho preferito la trascrizione come nel Nigra

FONTI
http://www.folkclubethnosuoni.com/html/schede/lconti_ombragaia.html
http://web.tiscali.it/umbragaja/bioITA.html
https://www.valchiusella.org/folclore-e-leggende/la-musica/

Ariondassa e un sorso di vino

Il gruppo Ariondassa nasce nel 1996 da  quattro musicisti presenti da oltre 25 anni nel campo del folk piemontese: i canavesani Simone Boglia (piffero, gralla[1] , cornamusa, clarinetto, flauti) e Rinaldo Doro (organetto diatonico, ghironda); gli alessandrini Vincenzo Marchelli (canto, organetto diatonico)  e Lorenzo  Boioli – l’ultimo bohémien finito a Serravalle Scrivia  – (piffero, gralla, cornamusa, flauti), sono letteralmente una costola dei Tre Martelli.

Sancisce il sodalizio l’album “Il tabernacolo dell’onesto peccato” (2001), l’atmosfera è quello della piola, una live performance dopo un abbondante pasto con specialità gastronomiche piemontesi e il vino che scorre nelle vene;   sono canti di osteria, quelli legati al lavoro della povera gente o quelli dei cantastorie, nati nelle tavolate del dopo pasto, nei “pranzi dei coscritti” o nelle “crote” dove si conservava il vino per tutto l’anno, “per godere il lento ritmo del tempo che fu“. Ballate che raccontano storie illustrate con i teloni dipinti (dal professor Boioli) come facevano un tempo i musicisti ambulanti. Tra gli ospiti Bruno ‘Brav om’ Carbone l’ultimo cantastorie ‘originale’ delle Langhe.

ASCOLTA il ‘Brav om’  di Prunetto, Bruno Carbone, che ad ottant’anni suonati gira ancora per le Langhe con la sua fisa: canta la sua terra, le leggende che la caratterizzano, il cibo tipico, le abitudini, i colori dei vigneti e dei noccioleti, le Rocche del Roero, il vento che arriva dal mare, le storie d’amore. Testi antichi, che ripete da decenni, ma anche versioni nuove, improvvisate o scritte, nella musica e nelle parole. (continua) cantato in italiano “Il Contadino” il brano è di Bruno Carbone e G. Marenco

ASCOLTA Vincenzo Marchelli è un figlio d’arte, innamorato del Canto Popolare, gran ballerino di danze tradizionali, voce autorevole del Canto Piemontese, le numerose collaborazioni con musicisti d’Oltralpe lo portano a calcare i migliori palcoscenici d’Europa; la canzone “i Calzolai e i muratori” (E ij ciavatin e ij murador) è sul lavoro della monda e mescola il sudore dei campi con il sudore del ballo, è tratta dai canti raccolti sul campo dal Coro di Bajo Dora

Grande risalto nelle esibizioni live agli strumenti poveri, realizzati con materiale di recupero come le ravi (piccole zucche ornamentali lasciate seccare), la fruja (sonaglietto di latta e legno), le tacchenettes (due ossa bovine o suine) o le ocarine e i fischietti in terracotta .

da sinistra in alto Simone Boglia, Robert Amyot, Lorenzo  Boioli , da sinistra in basso Rinaldo Doro, Emanuela Bellis ,Vincenzo Marchelli  

Ai magnifici quattro si uniscono ben presto Emanuela Bellis (ghironda) e Robert Amyot (canto, cornamuse, clarinetto, flauti e percussioni).

Il secondo album Del Piemont als Pirineus – dal piemonte ai Pirenei (2004) è stato registrato dal vivo a Barcellona (da ascoltare su Spotify) testimonianza del gemellaggio con i catalani El Pont d’ Arcalis (forse il più famoso gruppo di Catalunya). “Dal Piemonte ai Pirenei” è il progetto-spettacolo che ha fatto incontrare queste due formazioni protagoniste della musica tradizionale in Piemonte e in Catalogna . Due musiche con una radice comune, una sola tradizione. Il suono della montagna pireanica e quello delle montagne e pianure piemontesi scoprono un denominatore comune e  ritrovano una continuità di voci, di danze, di lingua, di strumenti. Nel novembre 2003 lo spettacolo è stato registrato dal vivo a Barcellona ed è diventato un  CD, con undici musicisti.” (tratto da qui)

ASCOLTA La desgràcia d’un pobre home, voci Jordi Fàbregas e Vincenzo Marchelli

della ballata tradizionale catalana esistono varie versioni testuali (qui, qui e qui)


La desgràcia d’un pobre home
té una filla per casar,

‘namorada d’un gitano
no la’n pot desolbidar.

Traduzione italiano di Cattia Salto
La disgrazia di un pover’uomo
che tiene una figlia da sposare
innamorata di un gitano
che non riesce a dimenticare

Altri gruppi con cui hanno condiviso repertori ed esperienze musicali sono stati le Kanta (trio vocale bretone – gallese) e La Kinkerne (storico gruppo della Savoia, formato nei primissimi anni ’70 da Jean – Marc Jacquer, il più grande ricercatore – custode della tradizione musicale delle Alpi).

Nel 2005 pubblicano “In cerca di Grane” Simone Boglia, Lorenzo Boioli, Rinaldo Doro, Vincenzo Marchelli, Robert Amyot, Emanuela Bellis e come ospiti l’intero gruppo corale dei Calagiubella, Sylvie Berger, Maurizio Verna e Eraldo Mania, rispettivamente alla voce, alla chitarra acustica e al basso tuba. Anche quest’album è ascoltabile su Spotify (qui) Così scrive Roberto Sacchi nella sua recensione per lo storico Folk Bulletin: “Dopo aver acquistato il disco, e prima di ascoltarlo, è fondamentale leggere le venti righe che lo presentano, scritte giusto all’inizio del libretto, altrimenti si rischierebbe di avere una visione parziale o errata del contenuto. In questa breve introduzione, gli autori dichiarano che il disco vuole essere un omaggio allo spirito “goliardico e vitale che anima il nostro gruppo” e a come questo spirito abbia funzionato da collante di fronte alle mille disavventure (le “grane”, appunto) che possono capitare in anni e anni di concerti, fra Italia, Savoia, Catalogna, Belgio, Svizzera e Usa. Ecco che allora ha un senso la scelta stilistica di privilegiare l’immediatezza alla rarefazione, lo sberleffo alla riflessione, l’allegria alla meditazione.” (continua)
Un approfondimento in merito “alla tradizione vivente” era già stato pubblicato su questo blog per il rituale dei canti di questua sull’arrivo della Primavera a cui rimando per l’approfondimento (vedi)

Per anni la formazione resta invariata con l’aggiunta nel 2006 di Andrea Peasso: contrabbasso e Sonia Cestonaro  oboe, ciaramella, tarota, arpa diatonica, gralla, zufoli e ocarina. Pochi anni dopo però Simone Boglia lascia il gruppo.

Nel 2011 è la volta del loro ultimo album dal titolo “Campagne Grame” – ascoltabile su Spotify (il gruppo si scioglie nel 2015). Così scrivono nelle note: Una volta i nostri vecchi dicevano che, quando i raccolti andavano male o la tempesta rovinava tutto il seminato, erano tempi di “campagne grame”. E dicevano anche che “la terra è bassa”, difficile da lavorare e massacrante per la fatica sopportata. Ma le “campagne grame” pare che non abbandonino l’uomo moderno: crisi a livello mondiale, guerre per l’ acqua o il petrolio, mafie internazionali, ingordigia economica, pressapochismo e indolenza… pare che questo mondo sia destinato alle più terribili conseguenze, se non ci si ferma in tempo e si torna ad uno stile di vita più lento e consapevole della priorità di un uso oculato delle risorse naturali. In mezzo a tutto ciò, cosa può fare l’Ariondassa? Quello che sappiamo fare meglio: cantare e suonare la musica del nostro paese, della nostra terra. Non vogliamo fare un museo delle “Belle Cose Andate Perdute” (e forse mai esistite!), ma continuare ad essere un gruppo di ricerca e riproposta della Musica della Gente. Sono solo Canti e Musiche… ma che forza ha un Canto sulla bocca della Gente! Sogni, lacrime, speranze, illusioni, amori perduti o ritrovati… tutto questo nel Canto Popolare e tutto questo dedicato a voi… per cantare con noi e superare queste “campagne grame”… Grazie!

ASCOLTA Ombre da “Campagne Grame” 2011 il testo è una poesia di Nino Costa mentre la musica è composta da Rinaldo Doro

Nino Costa in Ròba Nòstra, 1938
I
J’ani a chërso: la vita a j’ambaron-a
e ‘l temp a cor parèj d’ un can da cassa;
tuti ij di i é ‘n sagrin ch’a në scopassa,
tuti ij di i é ‘n bel seugn ch’ a n’ abandon-a.
II
Aso vej e bast neuv(1)! ….La stra l’é dura
e ‘l cheur l’é strach: le pen-e a l’han frustalo,
j’ombre, lontan-e sl’ orisont, a calo
e l’aria tut antorn ven già pi scura…
III
Ma fin ch’as sent canté da ‘n lontanansa
na lòdola (2) ‘nt ël cél, seren-a e àuta,
fin che sla tèra i é ‘n cunòt ch’a biàuta (3)
e fin che drinta ‘l cheur i é na speransa,
IV
sì ch’a-i n’anfà se ‘l temporal ch’a monta
an manda ‘ncontra nìvole ‘d tempesta:
i é sempre ‘l pòst për na canson da festa
contra ij maleur che nòstr destin an pronta.
Traduzione italiano di Cattia Salto
I
Gli anni crescono accumulati dalla vita,
il tempo corre come un cane da caccia,
tutti i giorni c’è un dispiacere che ci strapazza, tutti i giorni c’è un bel sogno che ci abbandona.
II
Asino vecchio e  basto nuovo! .. La strada è dura
il cuore è stanco, i dispiaceri l’hanno frustato, le ombre lontane  sull’orizzonte scendono e l’aria tutt’intorno vien già più scura.
III
Ma finchè si sente cantare in lontananza
un’allodola in cielo, serena e in alto,
fichè sulla terra c’è una culla che dondola
e finchè nel cuore c’è una speranza.
IV
cosa c’importa se il temporale in arrivo ci manda incontro nuvole di tempesta.
c’è sempre posto per una canzone della festa.
contro i malanni che il nostro destino ci prepara

NOTE
1) detto proverbiale: se all’asino metti un basto nuovo sempre asino è
2) l’allodola è un animale che racchiude molti simbolismi vedi
3) Cunòt (Culla da braccio) Era la carrozzina per bambini di una volta. Le ruote erano rappresentate dal braccio materno sotto cui la si portava.  biàuta vuol dire “su e giù”

Ma ascoltiamoli live (Rinaldo Doro, Vincenzo Marchelli, Lorenzo  Boioli, Emanuela Bellis, Andrea Peasso e Sonia Cestonaro)  in una bella ripresa audio-video del 2009
Spazzacamino è un loro “classico”  nel montaggio video si mostrano anche le tavole dipinte per raccontar la storia
Sigolin con il Marchelli alla fruja


e dal loro ultimo concerto live senza più Boglia e Boioli nell’estate 2015 La Teresina:

tag Ariondassa

continua

FONTI
http://www.mustrad.org.uk/reviews/ariondas.htm
https://www.rivistailcantastorie.it/cantastorie-e-liscio/
http://lasentinella.gelocal.it/ivrea/cronaca/2015/02/16/news/boglia-primo-piffero-e-appassionato-musicista-di-talento-1.10880669
http://www.comune.serravalle-scrivia.al.it/news.php?Id=559
http://www.inchiostrofresco.it/blog/2014/11/21/mostra-personale-lorenzo-boioli-nelle-sale-espositive-serravalle-scrivia/
http://www.folkclubethnosuoni.com/html/schede/ariondassa.html
http://www.folkclubethnosuoni.com/html/schede/ariondassa2.html
http://www.sav.org/ariondassa/index-i.html
http://www.cantut.cat/canconer/cancons/item/108-la-desgracia-d-un-pobre-home-el-gitano
http://www.parsifal.be/product/cd/ariondassa-campagne-grame/

Rinaldo Doro

Classe ’59 Rinaldo Doro è massimo esponente della musica tradizionale piemontese, polistrumentista, virtuoso suonatore di organetto e ghironda, compositore, appassionato di storia sociale ed etnomusicologia, etnomusicologo autodidatta (socio-ricercatore del Centro Etnologico Canavesano), giornalista-collaboratore della fanzine Nobody’s Land di Franco Vassia (la prima rivista al mondo di Progressive Rock), conferenziere e scrittore esperto di strumenti tradizionali che ha collezionato in grande quantità.
Dal cuore caldo e generoso, instancabile viaggiatore è un portatore sano di cultura tradizionale.

L’ANIMA ROCK

Originario di Chivasso (To) si avvicina alla musica dodicenne con lo studio del pianoforte classico, impara a suonare la ghironda e l’organetto, ma è musicista curioso e versatile che si destreggia tra dulcimer, nyckelarpa, arpa celtica. tin whistle, cornamusa e violino . In quegli anni di giovinezza conduce una sorta di doppia vita dividendosi tra il mondo rock e quello folk.
E’ tastierista per qualche anno  dei Luna Incostante (inizi anni ottanta – fine anni novanta) formazione rock-wave dell’underground torinese, e dei torinesi The Sick Rose (garage rock nel suo revival anni Ottanta), fondatore nel 1989 dei Green Children gruppo folk-rock dalla breve vita con cui incide l’album The Awakening (1990),   e soprattutto fondatore dei Calliope (1989) gruppo di musica prog con cui incide l’album “La Terra dei Grandi Occhi” su musiche di sua composizione.
Il terzo album dal titolo “Il Madrigale del Vento” (1995) è un concept album ispirato ai canti di Crociata medievali: il lavoro che più si avvicina a una suite orchestrale.

IL CUORE POPOLARE

Nel 1978 incontra Amerigo Vigliermo, l’etnomusicologo autodidatta di Bajo Dora a cui RaiTeche dedicò una serie di documentari nel 1980 (vedi) e ne diventa discepolo e sommo erede. Negli anni di ricerca sul campo e di viaggi Rinaldo ha collezionato un centinaio di strumenti musicali etnici d’antan: un flauto di sambuco di 100 anni, alcune raganelle in legno, dei corni, un tamburino di Cogne, cornamuse e ghironde ottocentesche, organetti semitonici di inizio Novecento. Così come colleziona spartiti di musica tradizionale, compone musiche nell’alveo della tradizione, e accumula un vasto repertorio di musica da bal folk di area piemontese, occitana, francese, bretone che interpreta con sensibilità e maestria.


Lo scrittore

Iniziando proprio dalla sua vastissima collezione di spartiti di musica tradizionale piemontese e dalla lacuna editoriale in merito, Rinaldo Doro ha voluto dare un volto anche agli autori ed esecutori di queste musiche; “Sonador da Coscrit e da Quintët” è pubblicato nel 2014 con il sottotitolo, che è tutto un programma, “Ricerca sulla musica popolare in Canavese e Valle d’Aosta seguendo il sentiero tracciato da Amerigo Viglierno”, oltre trecento pagine di interviste e aneddoti, tabelle e descrizione di strumenti musicali,  cento spartiti di musiche inedite, fotografie dagli album di famiglia. In allegato il Cd con le registrazioni sul campo di  Amerigo Vigliermo risalenti al 1974, tra le quali «La Corenta ‘d Rueglio», «La Pòlca dël Fernèt», «Ël Vals ëd Dòro» suonati dai Quintët ëd Breuss, J’oton ëd la Val Ciusela, Ij trombi ëd Rovej, che racchiudono tutto lo “stile” d’esecuzione.

Rinaldo è riuscito a cogliere l’ultima eco della “memoria vivente” canavesana d’inizi Novecento, andando a rintracciare e intervistare i protagonisti e le loro famiglie “parlare con i familiari, con i protagonisti ancora viventi di questo mondo, cambia improrogabilmente il tuo modo di vedere e sentire, il modo di approcciarsi a questa cultura. Ora, non posso più fare a meno di difendere a spada tratta questa Gente. Gente che ci lascia l’ultimo esempio di Civiltà. Quella contemporanea, mi spiace dirlo, non la riconosco come Civiltà. Nel senso più nobile della parola, non posso farlo. Ho trascorso non so più quante ore con il registratore in mano a parlare con quelle persone, con quelle famiglie. Mi sono arricchito nell’animo e posso dire di avere avuto affetto in cambio da loro. Si sono create amicizie profonde, mi sento (con privilegio) di essere anch’io parte di quel loro mondo, trattato alla pari. Per me, è un enorme regalo!”  (tratto da qui)

“Muda ‘d Palas”

Così scrive Doro a commento della foto “Palazzo Canavese (TO), Marzo 1979: da sx a dx, Anita Mosca, Quinto Bonino, Elvio Giovannini, Florido Mosca, Aristide Mosca detto “Palasòt”, Giuliana Mosca. Ovvero, la “Muda ‘d Palas”, gli esecutori originali della “Polca del Fernét”. “Muda” vuol dire “cambio”, perché durante le serate da ballo si sostituivano i suonatori man mano che la stanchezza sopraggiungeva, cioè… si dava la “muda”, il cambio. Ciò avveniva soprattutto per i suonatori di basso, sempre sotto “pressione”. “Palasòt” è stato il suonatore più famoso (nel suo genere) di tutto il Canavese.”

Nel suo secondo libro “Le Monferrine di Cogne” (2016) Rinaldo Doro analizza le danze monferrine tutt’oggi praticate in quel di Cogne, culla verde ai piedi del Gran Paradiso a cavallo tra Valle d’Aosta e Piemonte. “Due personaggi chiave della memoria musicale di Cogne, Adolphe Gerard e Mario Jeantet, ci condurranno attraverso i ricordi e le testimonianze della loro generazione alla scoperta delle “Monferrine” (danze ottocentesche che vengono ballate tutt’oggi in paese), della costruzione e dell’uso de Lou Tambour e di tanti personaggi che hanno permeato la vita cougnense.

“I Maestri Suonatori” (2017) sempre pubblicato con la casa editrice Atene del Canavese è suddiviso in due parti, la prima la ripubblicazione del romanzo storico di George Sand che traccia le vicende dei suonatori di cornamusa del Berry e del  Bourbonnais alla fine del XVIII secolo; la seconda è la ricerca storica sui suonatori di ghironda italiani condotta da RInaldo Doro.

Rinaldo Doro ha collaborato con e fondato vari gruppi musicali tra i più significativi e rappresentativi della musica tradizionale piemontese anche all’estero (Svizzera, Francia, Spagna, Germania, Olanda, Belgio, Lussemburgo, Gran Bretagna, Finlandia, Ucraina e U.S.A.)
Ariondassa
Ombra Gaja
Esprit Follet

Rinaldo ha sempre fatto ballare gli appassionati del bal folk e negli ultimi anni si è accompagnato nelle sue esibizioni/stage a Beatrice Pignolo come insegnante di danza: Beatrice ha cominciato a camminare, da subito, “in punta di piedi”; con una solida formazione classica alle spalle spazia dalla danza storica e quella popolare avendo approfondito svariati repertori dall’Italia (in particolare danze piemontesi, valdostane e canavesane, sua terra d’origine) all’Irlanda, dalla Bretagna all’Occitania e le danze basche e delle regioni iberiche che sono la sua passione.

FONTI
http://www.rinaldodoro.it/
http://www.teche.rai.it/personaggi/amerigo-vigliermo/
http://www.atenedelcanavese.it/sonador-da-coscrit-e-da-quintet
http://www.blogfoolk.com/2015/01/rinaldo-doro-sonador-da-coscrit-e-da.html
http://www.gioventurapiemonteisa.net/libro-cd-le-monferrine-di-cogne-di-rinaldo-doro/

Afro Celt Sound System

Nati nel 1995 per volontà di Simon Emmerson (chitarrista e produttore) insieme a Jo Bruce  e Martin Russell (tastiere e programmazione elettroniche), James Mc Nally ( whistles, fisarmonica, tastiere, bodhran) da una costola di Peter Gabriel (Real World e Womad) gli Afro Celt Sound System sono un gruppo di “world music” che fonde musica tradizionale irlandese e musica tribale africana, il tutto in un mix di strumenti etnici ed elettronici.
La band, composta inizialmente da otto membri di sei paesi (Inghilterra, Senegal , Guinea, Irlanda, Francia e Kenya ) coadiuvata da un vasto numero di collaboratori, alla boa dei 10 anni è stata lacerata da una controversia legale tra i membri fondatori, così per un certo periodo ci sono state due Afro Celt Sound System: nel 2016 la lite è stata risolta amichevolmente e il marchio ACSS è rimasto in mano a Simon Emmerson.

Jamie Reid

Si può ravvisare un’evoluzione nella proposta musicale degli ACSS frutto di una cultura metropolitana cosmopolita (Londra) per essere ballata soddisfacendo il gusto dei Clubs (le discoteche); così i primi album sono zeppi di techno-dance.

ETNO-TECHNO-FOLK

L’idea di fondere due culture musicali apparentemente lontane viene nel 1991 a Simon Emmerson mentre lavorava  in Senegal con la star afro-pop Baaba Maal, ritornato a Londra con due membri della band di  Baaba Maal, spalleggiato da Davy Spillane  registra nel 1996 Sound Magic: “The musics of Africa and the Celts display remarkably similar genes – the harp and the kora, the bodhran and the talking drum. Is this a simple coincidence? Ancient historians talk of ‘Black Celts’: were the first inhabitants of western Europe originally African?” (continua)
La fluida line-up è composta da  Ronan Browne (flauto, mandolino, uillean pipe e armonium), Jo Bruce e Martin Russel (tastiere e programmazione elettronica), i due membri del gruppo di  Baaba Maal  Kauwding Cissokho (kora, l’arpa-liuto africana) e Massamba Diop (Talking Drum),  Simon Emmerson (chitarra,programmazione elettronica e midi), James Mc Nally (whistles, fisarmonica, bodhran), Davy Spillane (uillean pipe e low  whislte) con le voci dell’irlandese Iarla Ó Lionáird e del keniano Ayub Ogada (nyatiti, la lira africana), più una quindicina di altri musicisti tra i quali la band scozzese Shooglenifty e l’arpista bretone Myrdhin.

ASCOLTA Dark Moon

ASCOLTA House of Ancestors

ASCOLTA Whirl-Y-Reel 2 che con la parte 1 sono la manipolazione del ritmo di danza tradizionale “celtica” più scatenata cioè il reel, eseguito con percussioni africane e loop elettronici; durante i live del gruppo saranno proprio i reel a costituire la base delle improvvisazioni artistiche e dei “duelli” tra strumento celtico e strumento africano.

Una scommessa azzardata e commercialmente faticosa da sostenere che ha ottenuto però il piazzamento di un brano nel film “Gangs of New York”
ASCOLTA Dark Moon nella versione del film (2002)

Nel secondo album emergono le personalità artistiche di Simon Emmerson, il guineiano N’Faly Kouyate (voce, kora, balafon), Iarla Ó Lionáird, James McNally, Myrdhin, Martin Russell e Moussa Sissokho (talking drum, djembe) e tra i collaboratori l’indiano Johnny Kalsi ( dhol -percussioni del Punjab , tabla), che diventerà membro effettivo con la rifondazione del gruppo.
ASCOLTA Release nell’album omonimo 1999. La canzone è stata scritta per ricordare la morte di Jo Bruce  (deceduto improvvisamente all’età di 27 anni nel 1997). I versi in inglese sono cantati da Sinead O’Connor  quelli in gaelico da Iarla Ó Lionáird (che ripetono l’inglese) è Jo che parla e dice agli altri del gruppo di non essere tristi per la sua morte.

RELEASE
Sinead
Don’t argue amongst yourselves
Because of the loss of me
I’m sitting amongst yourselves
Don’t think you can’t see me
Don’t argue amongst yourselves
Because of the loss of me
I haven’t gone anywhere
But out of my body
Reach out and you’ll touch me
Make effort to speak to me
Call out and you’ll hear me
Be happy for me
Iarla (in gaelico)
Sinead
Reach out and you’ll touch me
Make effort to speak to me
Call out and you’ll hear me
Be happy for me
Iarla (in gaelico)
Traduzione italiano di Cattia Salto
Sinead
Non prendetevela con voi stessi
perchè mi avete perso (1)
sono seduto tra di voi
non crediate di non potermi vedere.
Non prendetevela con voi stessi
perchè mi avete perso
non sono andata da nessuna parte
solo fuori dal mio corpo.
Allungate le braccia e mi toccherete
sforzatevi di parlarmi
chiamatemi e mi sentirete
siate felici per me
Iarla (in gaelico)
Sinead
Allungate le braccia e mi toccherete
sforzatevi di parlarmi
chiamatemi e mi sentirete
siate felici per me
Iarla (in gaelico)

NOTE
1) Jo Bruce è morto per un attacco d’asma fulminante

Ho trovato un footage del loro live a Londra del 2001 che riassume visivamente l’impatto del gruppo sul palco, un montaggio del filmato sulle track audio dell’album Release: Release, Lovers of Light, Éireann & Big Cat.
L’impatto live è notevole, un’esplosione di vorticose movenze, colori e ritmi, linguaggi tribali  degli antenati (gaelico e mandingo), momenti magici quasi lunari, fluidi e carezzevoli come l’acqua;  invece della solita danza tradizionale irlandese il metropolitano hip-hop.

Il terzo album “Further in Time”(2001) segna uno spostamento dall’uso massiccio dell’elettronica verso suoni pop più caldi, voci e orchestrazioni africane; i magnifici 4 (Emmerson, McNally, Ó Lionáird , Russell) si sono cimentati nella composizione e firmano tutti i brani,  affiancati da N’Faly KouyateMoussa SissokhoJohnny Kalsi, Emer Mayock (uilleann pipes e flauto),  Simon Massey (percussioni) più una ventina di ospiti; così Seeds del 2003 prosegue con l’organico delineato all’inizio del nuovo secolo e il nuovo corso.

ASCOLTA When you’re Falling in Further in Time, 2001 voce Peter Gabriel . Il video mostra la caduta, presumibilmente da un aereo pilotato da Peter Gabriel, di un uomo in giacca e cravatta; la città è New York e l’ottimo video che doveva lanciare il gruppo al successo internazionale ne decreta invece lo stallo, l’impatto dell’attacco aereo dell’11 settembre con gli impiegati che si gettavano dalle torri in fiamme è stato devastante, le emittenti hanno ritirato il video e il tour è stato cancellato.

WHEN YOU ARE FALLING
I
Every day, you crawl into the night
A fallen angel, with your wings set alight
When you hit the ground
Everything turns to blue
I can’t get through the smoke
That’s surrounding you
‘Cause when you’re fallin’
I can’t tell which way is down
And when you’re screaming
Somehow I don’t hear a sound
And when you’re seeing things
Then your feet don’t touch the ground
‘Cause when you’re fallin’
I can’t tell which way is down

II
I can see through the clouds
I can walk right through the walls
Hang me off the ceiling
But I can’t take the fallShould I cross the river
When I may get swept away
Out there on the water
You can still see me wave
Traduzione italiano
I
Ogni giorno ti trascini nella notte
un angelo caduto con le ali in fiamme
quando cadi a terra
ogni cosa diventa triste
non riesco a passare oltre al fumo
che ti circonda
Perchè quando cadi
non so dire da che parte sia il fondo
e quando urli
comunque non sento suono
E quando stai a guardare le cose
allora i tuoi piedi non toccano
terra, perchè quando cadi
non so dire da che parte sia il fondo
II
Riesco a vedere tra le nuvole
camminare attraverso le pareti
appendermi al soffitto, ma non riesco a sopportare la caduta
Dovrei attraversare il fiume
quando sarò strappato via
là fuori sull’acqua
mi vedrai ancora ondeggiare

Dopo Anatomic del 2005 (un album più intimista) e scaduto il contratto con la Real World gli ACSS continuano a tenere concerti live per un paio d’anni ma poi è subentrata una fase di stasi durante la quale si sono intensificate le carriere soliste dei componenti.
Nel 2010 gli ACSS si sono rimessi insieme per una serie di concerti e hanno rilasciato un’antologia rimasterizzata “Capture 1995-2010”

 Poi si è aperta una controversia e  il fondatore  Simon Emmerson nel 2015 durante il tour ha lasciato il gruppo per rifondarlo in una nuova formazione con il guineiano  N’Faly Kouyate (voce, kora, balafon, percussioni, calabash e kirin) e Johnny Kalsi (dhol, percussioni, beats e programamzione); così facendo esistevano due gruppi con lo stesso nome (l’altro quello degli altri due fondatori  James McNally e Martin Russell).

da sinistra: Johnny Kalsi, N’Faly Kouyate, Simon Emmerson, Griogair Labhruidh 

Al secondo giro di boa dei 20 anni  Simon Emmerson (con i suoi 60 anni suonati) fa uscire “The Source”, la ricetta è sempre la stessa con un ingrediente particolare il nuovo arrivato, lo scozzese delle Terre Alte  Griogair Labhruidh (voce, rap, cornamusa delle Highlands, whistle, chitarra elettrica), sostenuto dal tappeto trad-prog degli scozzesi Shooglenifty
ASCOLTA  Cascade nella versione dell’album “The Source” 2016

e nella versione live


FONTI
http://www.innerviews.org/inner/afrocelts.html
http://www.innerviews.org/inner/afrocelts2.html
http://www.afroceltsoundsystem.org.uk/

Carlos Nuñez

Già star internazionale quando era poco più che ventenne, Carlo Nuñez è un “enfant prodige” della musica, virtuoso suonatore di gaita e flauto, con prestigiose collaborazioni con i massimi artisti internazionali folk, pop e rock.

Definito il rocker della gaita (perchè riesce a far suonare la gaita come se fosse una chitarra elettrica), gaitero magico, Nuñez con grinta e carisma oltre che talento da vendere inizia a suonare all’età di 8 anni e ne ha 13 quando ha la faccia tosta di presentarsi nel camerino di Paddy Moloney ( i Chieftains si trovavano in torunèe proprio nel suo paese, Vigo) per suonargli qualche pezzo di musica galiziana; lo chiamano a collaborare con loro (e aveva solo 18 anni) per la registrazione della colonna sonora del film “L’isola del Tesoro” (1989); da allora diventa “il settimo Chieftains” e li segue in tournèe per gli Stati Uniti, Australia, Giappone.

ASCOLTA in Santiago 1996 Duelling Chanters, duello tra pipaioli Molly versus Carlos

UN FIRMAMENTO DI STELLE

Al suo primo album da solista  “A Irmandade das Estrelas” (1996 disco di platino in Galizia stampato anche per la distribuzione in Europa con il titolo “Brotherwood of Stars” ) invita a suonare moltissimi musicisti di stili e nazionalità diverse – più di una cinquantina (Nightnoise, Luz Casal, Tino di Geraldo, Tríona Ní Domhnaill e Mícheál Ó Domhnaill, Kepa Junkera, Ry Cooder, The Chieftains, e Dulce Pontes)  come tante sono le stelle del firmamento; perchè il linguaggio della musica tradizionale è un linguaggio veramente universale; perchè è una musica capace di conservare le peculiarità di un popolo ma anche ricco di contaminazioni stratificate nel cammino della storia (incontro-fusione con altri popoli e culture); una musica, quella tradizionale, che ha il pregio di essere trans-generazionale e unire musicisti di diverse generazioni.
Un album che ha avuto una gestazione particolare con registrazioni a più riprese, ma sempre in presa diretta per lasciare intatta la freschezza della musica dal vivo, quella sorta di spontainetà che possiede la musica tradizionale per cui basta  che i musicisti si guardino negli occhi e si trasmettano dei cenni, per capire al volo quando è il momento di passare da uno all’altro o di chiudere il giro.

ASCOLTA live, fisarmonica: Fernando Fraga; Mandolino-bouzouki: Pancho Álvarez; chitarra: Diego Bouzón.

Con il successivo album Os Amores Libres, uscito nel 1999 esplora le connessioni con il flamenco, ma è con Almas de Fisterra (Un Galicien en Bretagne 2003) che il gaitero s’innamora della Bretagna che lui stesso definisce come “la mia seconda casa”.
ASCOLTA così scrive nelle note: A NOITE PECHA
Alan Stivell è una leggenda vivente della musica celtica. Quando stavo cercando nuove vie per questo album, ho avuto la sensazione che lui le avesse già percorse tutte prima di me. Egli ha appena terminato un soggiorno di qualche giorno da noi, in Galizia, dove abbiamo visitato vecchi castelli celti, dolmen e così via… Abbiamo registrato questo pezzo sia, all’inizio, nella mia casa a Vigo che, in seguito, nella sua in Bretagna.
Il suono speciale dell’arpa di Alan mi ricorda quello, scuro e possente, della chitarra di Ry Coorder del mio primo album. Alan inoltre canta in Bretone e, per la prima volta anche in Galiziano, e ha anche dato vita alla nostra prima collaborazione musicale, una specie di Jig che conclude un medley. (tratto da qui)

THE CAVERN AN DRO
Ho suonato quest’an dro in tutto il mondo. E’ la danza Bretone in assoluto più popolare e l’ho suonata e fatta danzare in Giappone, in Australia, in Italia, negli US…In qualche modo ho sentito che questo tema misterioso poteva essere ballato in ogni luogo e in ogni tempo…Come ad esempio in una caverna preistorica: ho registrato il suono delle stalattiti all’interno della più grande caverna della Galizia. Essa si dice essere la casa di re Artù e delle sue truppe travestiti da corvi.
Ho dovuto camminare al suo interno per ore con alcuni amici speleologi ma quando arrivammo a quella che loro chiamano la Organ Hall e mio fratello ha cominciato a suonare attorno alle stalattiti, il ritmo ha coinvolto talmente tutto, che tutti hanno cominciato a ballare. (tratto da qui)

ASCOLTA  THE THREE PIPERS
Questo è uno dei miei più vecchi sogni che diventa realtà: l’unione, per la prima volta, delle tre più rinomate cornamuse al mondo: l’Irlandese, la Scozzese e la Galiziana. Ognuna con una sua personalità, i suoi accenti e il particolare tono. Esse sembrerebbero inconciliabili…ma, anche se non è stato facile, ce l’abbiamo fatta!! E’ stato un piacere invitare a questa storica registrazione, nella Basilica Bretone di Hennebont i miei amici e grandi piper Liam O’Flynn per l’Irlanda e il piper Bretone Patrick Molard.
Highland pipes, Uilleann Pipes, Gaita…Un giorno le avevo definite come fuoco, acqua e terra. Provare per credere. (tratto da qui)

Tra i suoi album da solista cito ancora il live Carlos Nunez y Amigos (2004) in occasione del festeggiamento dei suoi 33 anni nell’Auditorium di Castelos (Vigo), un concerto eccezionale, con la partecipazione di numerosi amici musicisti; e “Alborada do Brasil” (2009)  un viaggio alla scoperta delle radici della musica brasileira, sulle orme degli emigranti galiziani (tra cui anche un nonno di Carlos)

ASCOLTA in concerto anno 2002, con i musicisti galiziani che lo accompagnano in tour il fratello Xurxo Nuñes (chitarra, tastiere, batteria e percussioni – bodhran, galician drums, marching drum), Pancho Alvarez (bouzouki, mandolino e chitarra) Oscar Quesada (batteria), José Vera (basso – contrabbasso elettrico) Denise Boyle (violino)
Un concerto più mirato sulla musica galiziana (tra strumentali e cantati – dalla portoghese Annabella Pires ) che inizia con dolcissima, magica melodia e si conclude con una frenetica tarantella alla maniera galiziana cioè con una muiñeira. ( regalando un interminabile e scatenato reel “Music For a Found Harmonium”)

Tra i suoi progetti l’esplorazione della musica tradizionale del Nord e Sud d’Italia.

FONTI
http://www.carlos-nunez.com/

Na Lúa

Na Lúa (in italiano Nè alla luna) eclettica band del movimento galiziano per il rinnovamento della musica popolare nasce nel 1980 all’insegna della sperimentazione e della libertà creativa, mescolando alle radici tradizionali il jazz (primo disco d’esordio) il rock e il pop, il funky e la world music (Oh Temmpos Son Chegados con suoni caraibici e africani).
Hanno inoltre collaborato con gruppi di spicco nel panorama celtico come Capercaillie, Alan Stivell, Clannad ed Altan.
Sono di Vigo e la loro vicinanza con il confine portoghese si sente anche tra le influenze musicali.
ASCOLTA quasi 30 minuti live da Radio 3

Forse il gruppo più conosciuto fuori dalla Galizia nato inizialmente con un repertorio strumentale su modello dei Milladoiro (“Na Lúa ” 1985) hanno dato maggior risalto alla parola poetica con l’integrazione della cantante Uxìa Senlle  a partire dal loro secondo album “A estrela de Maio” (1987)  a cui seguì “Ondas do mar de Vigo” (1989) una moderna reinterpretazione delle Cantigas di Martin Codax (neotrobadorismo).

Il gruppo prosegue con la formazione  composta da Paz Antón, Anton Rodrigues e Cándido Lorenzo (fiati compresa la cornamusa galiziana), Xabier Debesa (voce, chitarra, fisarmonica) Xabier Camba Abal (batteria), Ricardo Pereiro (basso)
“I tempi sono arrivati” (titolo ispirato dall’Inno Galiziano scritto dal poeta Eduardo Pondal) con cui intitolano il loro sesto album (1997) è un brano composto dal chitarrista Paz Antón con una bella performance del violinista Pancho Álvarez (qui in veste di ospite ma già membro fondatore della band passato alla carriera solista e alla collaborazione con Carlos Nuñez).

Que non pare o bailador
que non pare, vai arredor!
Cheguei o vintecinco a Compostela
non ceo de bandeiras e de estrelas
estabas onde ia a Galiza Nova
se tódolos secretos tomei a proba

un saúdo
de vellos compañeiros, de namorados
que brindan porque
os tempos xa son chegados


Que non pare o bailador
que non pare, vai arredor!


ollei teus ollos perto dos insubmisos
amei a libertade do teu sorriso
e crece o movemento que nos defende,
nin amos nin escravos do amor que prende.


un saúdo
de vellos compañeiros de namorados
que brindan porque
os tempos xa son chegados


os tempos son chegados das vaguedades,
arnamos a oucura da inmesidade
Pasamos toda a noite eu e mais ela
na lúa de Santiago de Compostela


Os vellos compañeiros, os namorados
brindaban porque
os tempos xa son chegados
que non pare!

Con l’album “Feitizo” (1999) esplorano il lato più magico e ancestrale della cultura galiziana in cui prendono spunto dalla poesia contemporanea galiziana (Vincente Risco, Eduardo Pondal,  Fermin Bouza Brey) in collaborazione con  Aloia Martínez

ASCOLTA As meigas chegan (1999) live

Del 2016 un cd-compilation di 12 brani strumentali ancora dal titolo Na Lúa (Clave Records)

FONTI
https://www.discogs.com/artist/2451125-Na-L%C3%BAa
http://www.galego21.net/ravachol/entrevistas/pazanton.htm

Dan Ar Braz

Chitarrista autodidatta Dan  Ar Braz -Daniele il Grande (all’anagrafe Daniel Le Bras) s’inventa un accompagnamento con la chitarra alle melodie delle orchestrine di paese; nel 1967 incontra Alan Stivell e inizia una collaborazione lunga un decennio con album e concerti per il mondo; collabora con i Fairport Convenction per alcune registrazioni, ma già nel 1977 registra il suo album da Solista “Douar Nevez” (Terra nuova). Del primo decennio consiglio l’ascolto di “Acustic” uscito nel 1981 con la raccolta delle sue migliori interpretazioni (in acustico).

Poi viene il 1985 ed esce Musique pour les silences à venir un concept album dedicato al mare e ai ricordi d’infanzia con il ritorno alla chitarra elettrica, un cammino che Dan riprenderà nel XXI secolo: Dan viene osannato dalla critica e classificato tra i migliori chitarristi del mondo.

Agli inizi degli anni 90 si cimenta pure con il canto e poi si mette a lavorare su un grosso progetto uno spettacolo con tanti grandi esponenti della musica celtica internazionale, è il 24 luglio del 1993 al Festival di Cornovaglia a Quimper.

Héritage des Celtes

Una settantina di artisti tutti su un solo palco per testimoniare l’eredità musicale dei Celti, attraverso i secoli e passando per i paesi d’Irlanda, Scozia, Galles, Bretagna e Galizia.
Forza travolgente e toccanti pause liriche, passione e poesia che diventano un grande evento rock.
Anche nelle successive esibizioni il pubblico accorre numeroso così Dan passa alla registrazione in studio ed esce l’album Héritage des Celtes (1994): le vendite schizzano alle stelle con forti richieste dagli Stati Uniti al Giappone; l’anno successivo è la volta della registrazione dal vivo della serata a Rennes con tanto di video pieno d’interviste dietro le quinte.
Nel 1997  l’organico si rinnova e vengono messe in cantiere nuovi brani esce “Finisterres” presentato allo Zenith di Parigi nel giorno di San Patrizio.

Nel 1998 esce “Zenith” la registrazione live allo Zénith di Parigi

Ar Y Ffordd

Nel 1999 a Bercy sul palco si trovano i quattro principali protagonisti della rinascita musicale bretone degli anni 70 Alan Stivell, Dan Ar Braz, Tri Yann e Gilles Servat. Tutto il concerto viene registrato e qualche mese finisce in un CD doppio e in DVD Bretagnes à Bercy. 

E’ a Lorient per il Festival Interceltico del 2000 che Dan annuncia conclusa l’avventura (anche se c’è un ultimo colpo di coda a Parigi nel 2002 per la Nuit Celtique concerto uscito in DVD )

Dan riprende la carriera solista affiancandosi alla cantante-compositrice Clarisse Lavanant, collaborando peraltro spesso e volentieri con i tanti colleghi incontrati nel suo percorso artistico.

Dan e Clarisse